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● AI x Crypto

Bittensor (TAO): come funzionano dTAO e i subnet nel 2026

Bittensor trasforma l'AI in un mercato aperto di subnet e token. Guida 2026 a dTAO, agli alpha token, all'halving di TAO e all'ondata istituzionale di DCG e Grayscale.

Nel comparto che il mercato ha ribattezzato «AI crypto», Bittensor è diventato il nome di riferimento. Il progetto promette qualcosa di ambizioso e un po’ spericolato: costruire un mercato aperto e senza permessi in cui modelli di machine learning, reti neurali e fornitori di potenza di calcolo competono per un premio in token, senza che una singola azienda decida chi vince e chi perde. Il suo asset nativo, TAO, viene scambiato intorno ai 172 euro (circa 199 dollari) e capitalizza poco meno di 1,7 miliardi di euro, secondo CoinGecko, numeri che lo collocano intorno alla quarantesima criptovaluta al mondo.

La parte più interessante, però, non è la quotazione. È l’ingegneria economica che le sta sotto. A febbraio 2025 Bittensor ha riscritto le proprie regole con un aggiornamento chiamato dynamic TAO, o dTAO, che ha dato a ogni «subnet» un proprio token e un proprio mercato. Il risultato è una rete in cui è il capitale, e non un comitato ristretto di validator, a decidere quali applicazioni di intelligenza artificiale meritano di essere finanziate. Questa guida spiega, nel modo più concreto possibile, com’è fatta la macchina, chi ci sta mettendo i soldi e quali rischi vanno soppesati prima di considerare un’esposizione.

Cos’è Bittensor e perché è tornato al centro del dibattito

Bittensor è un protocollo di layer 1, costruito con l’SDK di Substrate (lo stesso ecosistema tecnologico di Polkadot), che coordina un mercato per l’intelligenza artificiale. Invece di far girare i modelli dentro i server di una singola azienda, la rete mette in competizione migliaia di operatori indipendenti: alcuni, i miner, producono output di machine learning (testo, immagini, previsioni, potenza di calcolo grezza); altri, i validator, ne misurano la qualità; e il protocollo distribuisce automaticamente un premio in TAO a chi ottiene i punteggi migliori. Il nome stesso è un manifesto: unisce «bit», l’unità elementare di informazione, e «tensor», la struttura matematica su cui poggiano le reti neurali.

Il paragone che torna più spesso è con Bitcoin, e non è casuale. Offerta massima fissata a 21 milioni di unità, emissioni che si dimezzano nel tempo, nessun permesso richiesto per partecipare: l’impianto monetario è deliberatamente bitcoiniano. La differenza sta nell’oggetto del lavoro. Bitcoin remunera chi mette a disposizione potenza di calcolo per proteggere il registro; Bittensor remunera chi mette a disposizione intelligenza utile. Per capire meglio cosa significhi vendere «intelligenza» su una blockchain conviene partire dalla nostra guida all’inferenza decentralizzata, perché è proprio l’inferenza uno dei prodotti che le subnet mettono sul mercato.

Perché se ne parla proprio ora? Perché nel 2026 il progetto ha tagliato tre traguardi quasi in contemporanea. dTAO ha compiuto un anno e ha fatto nascere un’economia di subnet che a fine marzo valeva circa 1,1 miliardi di dollari. Il primo halving è stato superato a dicembre 2025. E il capitale istituzionale è arrivato per davvero, con Digital Currency Group e Grayscale schierati in prima fila. Sullo sfondo, però, restano interrogativi pesanti su quanto la rete sia realmente decentralizzata, culminati in un’uscita rumorosa nell’aprile 2026.

Le origini: da un’idea del 2019 alla Opentensor Foundation

L’idea nasce alla fine dello scorso decennio. I due fondatori, Jacob Steeves (noto nella community con il soprannome «Const») e Ala Shaabana, cominciano a svilupparla intorno al 2019, firmando i primi documenti con lo pseudonimo «Yuma Rao»: un nome che si ritrova ancora oggi nell’algoritmo di consenso della rete. Steeves ha alle spalle un’esperienza da ingegnere del software in Google; Shaabana un dottorato in informatica e un passato accademico. La coppia porta quindi in dote competenze sia ingegneristiche sia di ricerca.

Il primo whitepaper circola nel 2019 e la prima versione della rete, battezzata «Kusanagi», entra in funzione a gennaio 2021. A coordinare lo sviluppo c’è la Opentensor Foundation, un’organizzazione senza scopo di lucro che finanzia e indirizza il protocollo con un ruolo paragonabile a quello della Ethereum Foundation per Ethereum. Il codice, però, è open source e la partecipazione è aperta: chiunque abbia l’hardware e le competenze può avviare un miner o un validator, senza chiedere autorizzazioni.

Questo doppio binario, una fondazione che dà la rotta e una rete permissionless che esegue, è la radice di molte delle tensioni che vedremo più avanti. La domanda di fondo, che accompagna Bittensor fin dall’inizio, è semplice da porre e difficile da risolvere: chi controlla davvero le scelte strategiche di una rete che si presenta come decentralizzata?

L’intuizione: trasformare l’intelligenza in una commodity digitale

Il cuore concettuale di Bittensor è l’idea di trasformare l’intelligenza in una commodity: qualcosa di misurabile, scambiabile e remunerabile come l’energia elettrica o una materia prima agricola. Il progetto descrive le subnet come mercati per «commodity digitali» quali i gradienti (i segnali matematici che servono ad addestrare i modelli) e l’inferenza (le risposte che i modelli generano una volta addestrati). L’ambizione è chiara: dare un prezzo di mercato a ogni pezzo del lavoro cognitivo.

Il meccanismo che rende operativa questa visione è l’incentivo economico. Dentro ogni subnet i miner competono per produrre l’output più utile secondo una metrica definita dalla subnet stessa: il modello linguistico più accurato, l’immagine più aderente al prompt, la previsione di prezzo più vicina all’esito reale. I validator misurano quella qualità e assegnano punteggi. Chi eccelle incassa più TAO; chi bara o consegna risultati scadenti viene progressivamente escluso. È una selezione competitiva, quasi darwiniana, applicata al machine learning.

La scommessa, in fondo, è filosofica: un mercato aperto e concorrenziale dovrebbe produrre nel tempo un’intelligenza artificiale migliore e più economica di quella sviluppata a porte chiuse nei laboratori delle grandi aziende, perché nessuno deve chiedere il permesso di partecipare e il capitale affluisce spontaneamente verso chi consegna risultati. È la stessa tesi che anima l’intero settore dell’AI decentralizzata, di cui Bittensor è oggi l’esponente più visibile e capitalizzato.

L’architettura: subnet, miner, validator e Yuma Consensus

Conviene immaginare Bittensor come un grande palazzo di gare. Ogni subnet è una competizione autonoma, con le proprie regole, il proprio giudice e il proprio montepremi. Al suo interno si muovono tre figure con ruoli distinti. I miner sono i concorrenti: eseguono il lavoro vero e proprio, addestrano modelli, servono inferenza, forniscono GPU, e inviano i risultati. I validator sono i giudici: interrogano i miner con richieste di prova, ne valutano la qualità e pubblicano un «vettore di pesi», cioè un elenco che stabilisce quanto vale ciascun concorrente. I subnet owner sono gli organizzatori: definiscono il compito, scrivono il codice di validazione e incassano una quota delle emissioni.

A garantire che il sistema resti onesto senza un arbitro centrale c’è lo Yuma Consensus, l’algoritmo che aggrega i giudizi di tutti i validator. Il principio è quello della mediana ponderata per lo stake: i punteggi troppo distanti dal consenso vengono «tosati», cioè ridimensionati, così i validator che imbrogliano o che si limitano a copiare i pesi altrui senza fare un lavoro reale finiscono penalizzati. È un meccanismo pensato per allineare gli incentivi dei giudici alla ricerca del merito effettivo, anche se, come vedremo, non elimina del tutto i comportamenti opportunistici.

Sopra tutte le subnet c’era storicamente la subnet radice, la Subnet 0, popolata da un gruppo ristretto di validator il cui compito era decidere come ripartire le emissioni tra le varie gare. Era, di fatto, la stanza dei bottoni della rete: chi controllava la Subnet 0 controllava il flusso del denaro. Ed è esattamente questo strato che la riforma del 2025 ha smontato, spostando quel potere dal voto di pochi al mercato di molti. Per capire quanto sia stato radicale il cambiamento, bisogna guardare com’era organizzata la rete prima.

dTAO: la riforma del 2025 che ha cambiato le regole

Fino a febbraio 2025 il flusso del denaro nella rete era deciso da un club. Ogni dodici secondi il protocollo emetteva un TAO, e a stabilire quanta parte ne andasse a ciascuna subnet erano i 64 validator della subnet radice, con un potere di voto proporzionale al TAO delegato. Il difetto era strutturale: secondo l’analisi di OAK Research, i primi cinque validator controllavano oltre la metà del potere di voto, con sospetti ricorrenti di favoritismi verso le subnet di proprietà e di accordi di condivisione dei ricavi. In una parola, un oligopolio, poco compatibile con la retorica della decentralizzazione.

Il 13 febbraio 2025 è arrivata la risposta: dynamic TAO, o dTAO. La riforma ha tolto ai validator della radice il potere di allocare le emissioni e lo ha consegnato al mercato. Da quel momento ogni subnet dispone di un proprio token, l’alpha token, e di un proprio pool di liquidità che funziona come un automated market maker a prodotto costante: la stessa matematica (x per y uguale k) che regola Uniswap.

Il gesto con cui si «vota» diventa lo staking. Quando un utente mette TAO in staking su una subnet, in realtà compie uno swap: il suo TAO entra nel pool e in cambio riceve l’alpha token di quella subnet. Più TAO affluiscono verso una gara, più sale il prezzo del suo alpha e più cresce la quota di emissioni giornaliere che le viene assegnata. Il capitale, letteralmente, indirizza le risorse. Per accelerare la transizione, il peso della vecchia subnet radice è stato tagliato a un nominale 18% rispetto al 100% degli alpha token, un incentivo esplicito a migrare verso il nuovo sistema. La tabella seguente sintetizza il prima e il dopo.

AspettoModello pre-dTAO (fino a feb 2025)Modello dTAO (dal feb 2025)
Chi alloca le emissioniI 64 validator della subnet radiceIl mercato, tramite lo staking di TAO
Come si esprime la preferenzaVoto dei validator, proporzionale al TAO delegatoStaking di TAO nel pool della subnet
Token per ogni subnetNessunoUn alpha token dedicato
Peso della subnet radice (Subnet 0)DeterminanteRidotto a un nominale 18%
Rischio principaleOligopolio dei grandi validatorSpeculazione sugli alpha token

Alpha token: come funziona il «mercato dei subnet»

Gli alpha token sono la vera innovazione di dTAO e, insieme, la sua parte più discussa. Ognuno rappresenta una scommessa sul futuro di una specifica subnet: chi lo detiene ha diritto a una quota delle emissioni future di quella gara e punta sul fatto che la domanda per il suo lavoro, e con essa il prezzo del token, aumenterà. Poiché il prezzo dipende direttamente dal rapporto tra TAO e alpha presenti nel pool, ogni acquisto lo spinge verso l’alto e ogni vendita lo abbassa, con oscillazioni che sulle subnet piccole possono essere violente.

Le emissioni generate da ciascuna subnet vengono ripartite, dopo circa 360 blocchi (poco più di dodici ore), secondo uno schema fisso descritto da OAK Research: il 41% ai miner tramite lo Yuma Consensus, il 41% ai validator in proporzione ai token detenuti e il 18% ai proprietari della subnet. È un modello che premia quasi in parti uguali chi produce il lavoro e chi lo valuta, riservando una fetta rilevante a chi ha ideato e mantiene la gara.

A fine marzo 2026 la capitalizzazione complessiva di tutti gli alpha token aveva raggiunto circa 1,1 miliardi di dollari, pari a circa il 27% della capitalizzazione di TAO, stando ai dati raccolti da CoinGecko. È un’economia parallela nata quasi dal nulla in poco più di un anno. Ma è anche un terreno fertile per la speculazione: molti alpha token sono poco liquidi e possono crollare rapidamente quando l’interesse per una subnet si spegne, un aspetto che pesa sul profilo di rischio dell’intero ecosistema.

Tokenomics di TAO: 21 milioni, halving e «recycling»

TAO condivide con Bitcoin il suo numero simbolo: 21 milioni di unità come tetto massimo, invalicabile. L’emissione avviene per blocco e, come in Bitcoin, si dimezza a scadenze prefissate. Prima del primo halving la rete emetteva 1 TAO per blocco, circa 7.200 al giorno, ai quali si aggiungevano gli alpha token delle singole subnet.

Il primo halving è arrivato a metà dicembre 2025, quando l’emissione cumulata ha raggiunto la soglia dei 10,5 milioni di TAO, cioè la metà del totale. Da quel momento il premio per blocco è sceso a 0,5 TAO, circa 3.600 al giorno, mentre l’emissione di alpha per subnet è passata da 2 a 1. I dimezzamenti successivi scatteranno a quota 15,75 milioni, poi a 18,375 milioni e così via, con le emissioni destinate ad affievolirsi progressivamente verso gli anni Trenta del secolo. Non a caso Grayscale ha dedicato al tema una ricerca intitolata proprio alla vigilia del primo halving.

C’è però un dettaglio che distingue Bittensor da Bitcoin e che spiega un’apparente contraddizione nei dati. Per registrare una nuova subnet, o uno slot da miner o da validator, occorre «riciclare» TAO, cioè bruciarli in modo permanente. Questo meccanismo sottrae token alla circolazione: ecco perché l’offerta circolante misurata da CoinGecko, poco meno di 10 milioni di TAO, resta al di sotto dell’emissione cumulata, e perché la data esatta di ciascun halving non è calcolabile con precisione. Lo ricorda la documentazione di Taostats, secondo cui il «recycling» toglie TAO dalla circolazione rendendo imprevedibile la scadenza. In sostanza, la scarsità di TAO non dipende solo dall’emissione, ma anche da quanto la rete brucia per funzionare.

Le subnet che contano (fine marzo 2026)

Con oltre 120 subnet attive e l’obiettivo dichiarato di arrivare a 256 entro la fine del 2026, la mappa dell’ecosistema cambia in fretta. A fine marzo, però, il valore era concentrato in una manciata di nomi, secondo la classifica compilata da CoinGecko. In testa c’era Templar (subnet 3), dedicata al pre-addestramento di modelli linguistici su larga scala: è la subnet che ha prodotto Covenant, un modello da 72 miliardi di parametri addestrato in modo permissionless da decine di contributori sparsi per il mondo, citato come uno dei più grandi addestramenti decentralizzati mai realizzati.

Subito dietro si collocavano Chutes (subnet 64), una piattaforma di inferenza serverless che si propone come alternativa decentralizzata alle API di OpenAI, e Targon (subnet 4), un marketplace di calcolo GPU confidenziale pensato per l’infrastruttura AI di livello enterprise. Completavano la parte alta della classifica Affine (subnet 120), focalizzata sul ragionamento e sul reinforcement learning, e Lium (subnet 51), un marketplace peer-to-peer di GPU per l’addestramento e il fine-tuning dei modelli. La tabella seguente li mette a confronto.

SubnetAttivitàCap. alpha (circa)
Templar (SN3)Pre-addestramento di LLM (modello Covenant da 72 miliardi di parametri)135 mln $
Chutes (SN64)Inferenza AI serverless133 mln $
Targon (SN4)Calcolo GPU confidenziale92 mln $
Affine (SN120)Ragionamento e reinforcement learning72 mln $
Lium (SN51)Marketplace peer-to-peer di GPU52 mln $
Fonte: CoinGecko, dati al 25 marzo 2026. Valori indicativi e molto variabili.

È bene ripeterlo con chiarezza: queste valutazioni fotografano la situazione a fine marzo 2026 e sono estremamente mobili. Una subnet oggi in vetta può scivolare in basso nel giro di pochi mesi se smette di consegnare lavoro utile, ed è proprio questo il meccanismo di selezione che dTAO intende innescare. La classifica, insomma, va letta come un’istantanea di un mercato in continuo movimento, non come una graduatoria stabile.

L’onda istituzionale: DCG, Yuma e l’ETF di Grayscale

Il segnale più forte dell’interesse istituzionale porta un nome noto agli addetti ai lavori: Barry Silbert, fondatore e amministratore delegato di Digital Currency Group, uno dei maggiori conglomerati del settore. In una lettera agli azionisti Silbert ha definito l’AI decentralizzata «the next big era of crypto», la prossima grande era del comparto, spingendosi a sostenere che l’opportunità «could be bigger than even bitcoin», potrebbe cioè rivelarsi più grande della stessa Bitcoin. La sua tesi, riportata da CoinDesk, è che si stia passando dalla proprietà digitale degli asset alla proprietà decentralizzata dell’intelligenza.

Alle parole si accompagnano i fatti. Sempre secondo CoinDesk, DCG ha investito 105 milioni di dollari in oltre una dozzina di progetti di AI decentralizzata e indica Bittensor come quello più vicino alla «escape velocity», la velocità di fuga oltre la quale un progetto diventa autosufficiente. A novembre 2024 il gruppo ha lanciato Yuma, una controllata dedicata a incubare e costruire aziende sulla rete Bittensor, con Silbert stesso alla guida e una venticinquina di dipendenti già al debutto.

Sul fronte dei prodotti regolamentati si muove Grayscale, la società di gestione dello stesso gruppo. Il suo Grayscale Bittensor Trust, scambiato over-the-counter con il ticker GTAO, punta a diventare un ETF spot: il 30 dicembre 2025 Grayscale ha depositato presso la SEC un modulo S-1 per convertire il trust in un fondo quotato sul NYSE Arca, con una commissione totale annua del 2,5%, come riportato da CoinGape. È lo stesso percorso già battuto dagli ETF su Bitcoin ed Ethereum, e il segnale è chiaro: una fetta della finanza tradizionale vuole un’esposizione «impacchettata» a TAO, senza doversi occupare di custodia e staking. Resta da vedere come risponderà la SEC, la cui decisione peserà su tutto il settore dell’AI crypto.

Prezzo e capitalizzazione: cosa dicono i numeri

Ai valori correnti TAO viaggia intorno ai 172 euro (circa 199 dollari), per una capitalizzazione di poco inferiore a 1,7 miliardi di euro (circa 1,9 miliardi di dollari), che lo colloca attorno alla quarantesima criptovaluta al mondo, secondo CoinGecko. L’offerta circolante è di poco meno di 10 milioni di token su un tetto di 21 milioni, mentre la valutazione completamente diluita si aggira sui 3,6 miliardi di euro.

Il profilo è quello di un asset ad altissima volatilità. Il massimo storico, 757,60 dollari, risale a marzo 2024: ai prezzi di oggi TAO si trova circa il 74% sotto quel record. Come gran parte delle cripto-attività, TAO si comporta da asset «ad alto beta», cioè amplifica i movimenti del mercato: quando la liquidità in dollari si contrae, una dinamica che si legge bene nell’andamento dell’indice del dollaro (DXY), gli asset più speculativi tendono a essere i primi a soffrire. Chi guarda a TAO come investimento non può prescindere da questo contesto macro.

La tabella seguente riassume i numeri chiave. Vanno letti come una fotografia e non come una promessa: la storia recente di TAO è fatta di oscillazioni molto ampie in entrambe le direzioni, e le valutazioni delle singole subnet lo sono ancora di più.

MetricaValore
Prezzocirca 172 € (circa 199 $)
Capitalizzazionecirca 1,65 mld € (circa 1,9 mld $)
Offerta circolantecirca 9,6 mln TAO
Offerta massima21 mln TAO
Valutazione diluita (FDV)circa 3,6 mld € (circa 4,18 mld $)
Massimo storico757,60 $ (marzo 2024)
Distanza dal massimocirca -74%
Fonte: CoinGecko. Valori indicativi soggetti a forte volatilità.

TAO è un titolo? Howey, SEC e il quadro MiCA/Consob

La domanda che pesa di più sul futuro di Bittensor non è tecnica ma giuridica: TAO, e soprattutto gli alpha token, sono titoli finanziari? Negli Stati Uniti la risposta passa dal test di Howey, il criterio con cui la giurisprudenza e la SEC stabiliscono se un asset è un «investment contract»: contano quattro elementi, cioè un investimento di denaro, in un’impresa comune, con l’aspettativa di un profitto, derivante in modo prevalente dallo sforzo altrui. Gli alpha token, che si acquistano mettendo in staking TAO nella speranza che il lavoro dei miner e dei subnet owner ne faccia salire il valore, aderiscono a quella definizione in modo quasi da manuale.

La revisione dell’ETF GTAO, per giunta, costringe la SEC a prendere posizione, almeno indirettamente, sulla natura di TAO. Ma il quadro normativo resta incerto: con il rinvio del CLARITY Act, la legge che avrebbe dovuto ripartire con chiarezza le competenze tra SEC e CFTC, l’enforcement sulle cripto è rimasto in larga parte in capo alla SEC, con l’incertezza che ne consegue per i progetti che vivono sul confine tra utility e strumento finanziario.

In Europa la cornice è diversa e, per certi versi, più definita. Dal dicembre 2024 si applica il regolamento MiCA, che inquadra un token come TAO tra le «cripto-attività» e non tra i titoli ai sensi della MiFID II, a meno che non ne presenti le caratteristiche. L’ESMA ha chiarito che MiCA è un regime residuale, non un sostituto della normativa sui valori mobiliari. In Italia la vigilanza spetta a Consob, che alimenta il registro europeo dei soggetti non autorizzati e che, insieme alle altre autorità europee di vigilanza, a ottobre 2025 ha ricordato ai risparmiatori, in un avviso congiunto, che le cripto-attività possono essere rischiose e che la tutela legale, dove esiste, può risultare limitata. Un investitore italiano interessato a TAO si muove quindi in un perimetro regolato ma tutt’altro che privo di rischi.

I rischi da conoscere prima di esporsi

Il rischio più dibattuto è la centralizzazione. dTAO ha smantellato l’oligopolio dei validator della radice, ma il potere non è evaporato. Nell’aprile 2026 il team dietro il modello Covenant ha lasciato la rete accusandola, secondo quanto riportato da tao.media, di «decentralization theatre», teatro della decentralizzazione, e denunciando un controllo di fatto concentrato nelle mani del cofondatore Steeves, inclusa la facoltà di sospendere le emissioni di una subnet e di scavalcare la comunità. Steeves ha replicato pubblicamente, respingendo le accuse: è una controversia aperta, e chi valuta il progetto dovrebbe seguirne gli sviluppi.

A questo si sommano rischi più tecnici. Ci sono i validator che copiano i pesi altrui invece di valutare davvero, gli incentivi che possono essere «giocati» per estrarre emissioni senza produrre lavoro realmente utile, e una domanda che aleggia sull’intero settore: l’output delle subnet serve a qualcuno fuori dalla rete, oppure è intelligenza artificiale che gira soprattutto per premiare sé stessa? Non è una questione oziosa, perché la sostenibilità di lungo periodo dipende dalla domanda esterna reale. Un validator ha inoltre messo in guardia, su crypto.news, sui rischi «sostanziali» di alcune proposte di riforma della governance.

Restano infine i rischi di mercato: molti alpha token sono poco liquidi e altamente speculativi, TAO è volatile e l’incertezza normativa può materializzarsi in qualsiasi momento. Steeves ha provato a rispondere alle critiche presentando una roadmap per decentralizzare completamente la rete entro circa diciotto mesi, con un traguardo indicato intorno a dicembre 2027. Il rispetto di quella tabella di marcia è forse la singola variabile più importante da monitorare per capire se Bittensor manterrà le sue promesse o resterà, come sostengono i critici, una decentralizzazione più dichiarata che reale.

Bittensor nel panorama crypto-AI e cosa guardare nel 2026

Bittensor non è solo in questo campo. L’AI decentralizzata è un settore affollato: convivono reti di calcolo GPU come Render e io.net, piattaforme di agenti autonomi e progetti che costruiscono blockchain disegnate su misura per l’intelligenza artificiale, come Ritual, che punta su un’inferenza verificabile direttamente on-chain. Rispetto a molti concorrenti, il vantaggio competitivo di Bittensor è l’ampiezza: non fa una cosa sola, ma ospita un intero mercato di compiti eterogenei, dall’addestramento all’inferenza fino alla previsione e al calcolo.

I temi da tenere d’occhio nel resto del 2026 sono ormai chiari. Primo, l’espansione verso 256 subnet e, soprattutto, la loro qualità effettiva: crescere di numero conta poco se il lavoro prodotto non trova domanda. Secondo, l’esito della revisione dell’ETF GTAO da parte della SEC, che costituirebbe un precedente per l’intera categoria dell’AI crypto. Terzo, gli effetti sull’offerta del primo halving ormai alle spalle e l’avvicinarsi della soglia successiva. Quarto, il rispetto della roadmap di decentralizzazione promessa da Steeves.

La sintesi onesta è questa: Bittensor è uno degli esperimenti più ambiziosi all’incrocio tra crypto e intelligenza artificiale, con un’ingegneria economica sofisticata e capitali di peso alle spalle. Ma è anche un progetto giovane, controverso sul piano della governance e giuridicamente incerto. Niente di quanto scritto qui è un consiglio di investimento: chi valuta un’esposizione a un asset così volatile dovrebbe farlo soltanto con capitale che può permettersi di perdere, e dopo aver fatto le proprie verifiche.

Domande frequenti

Che cos’è Bittensor in parole semplici?

Bittensor è una rete blockchain che coordina un mercato aperto per l’intelligenza artificiale: i miner producono output di modelli di machine learning, i validator ne valutano la qualità e il protocollo premia i migliori con il token TAO. L’obiettivo è sviluppare AI in modo permissionless, senza un’unica azienda al centro.

Che cosa sono le subnet e gli alpha token di Bittensor?

Ogni subnet è una competizione indipendente dedicata a un compito specifico, come addestramento, inferenza o previsioni. Dal 2025, con dTAO, ogni subnet ha un proprio alpha token e un pool di liquidità: chi mette TAO in staking su una subnet riceve il suo alpha token, e il prezzo di quel token segnala quanta domanda ed emissioni attira quella subnet.

Quanti TAO esistono e come funziona l’halving?

TAO ha un tetto massimo di 21 milioni di unità, come Bitcoin. Le emissioni si dimezzano a soglie prefissate di offerta: il primo halving è avvenuto a metà dicembre 2025, al superamento dei 10,5 milioni di TAO emessi, riducendo il premio da 1 a 0,5 TAO per blocco. Poiché i TAO usati per registrarsi sulle subnet vengono bruciati, la data dei prossimi halving non è prevedibile con precisione.

TAO è un titolo finanziario per SEC e Consob?

Negli Stati Uniti la questione è aperta: il test di Howey guarda a chi investe aspettandosi profitti dallo sforzo altrui, criterio che tocca soprattutto gli alpha token. In Europa TAO rientra tra le cripto-attività nel perimetro MiCA e non tra i titoli MiFID II; in Italia la vigilanza spetta a Consob, che segnala i rischi e alimenta il registro europeo dei soggetti non autorizzati.

Come può un investitore europeo esporsi a Bittensor?

Le vie principali sono comprare TAO su un exchange autorizzato e custodirlo in autonomia, oppure attendere prodotti regolamentati come l’ETF che Grayscale sta portando avanti negli Stati Uniti. In ogni caso TAO è molto volatile, scambiato intorno ai 172 euro e circa il 74% sotto il massimo storico del 2024: va trattato come un investimento ad alto rischio.

Marcus Okafor è redattore crypto di HOGE Wire e segue l’incrocio tra intelligenza artificiale e mercati digitali.

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