ai16z trades: l’autopsia dei conti di un fondo IA
Il token è morto: ma cosa ha davvero scambiato ai16z? Autopsia dei conti del fondo IA, tra tesoro opaco, orologio di daos.fun e il verdetto sul denaro gestito dalle macchine.
Due anni fa, in questo stesso mese, l’investitore Marc Andreessen lanciava su X due parole in maiuscolo, «GAUNTLET THROWN», e spingeva la capitalizzazione di un fondo cripto gestito (si diceva) da un’intelligenza artificiale verso i 100 milioni di dollari in poche ore. Un anno fa, a fine ottobre, l’orologio del veicolo costruito su daos.fun arrivava alla data di scadenza prevista. Oggi quel fondo, ai16z, non esiste più come promessa finanziaria: il fondatore Shaw Walters ha dichiarato il token «morto», la fondazione è in liquidazione e sulla catena restano soltanto le tracce di qualcosa che un tempo valeva miliardi.
Questa non è l’ennesima cronaca del crollo. È un’autopsia dei conti: cosa conteneva davvero il tesoro, che cosa significavano gli «ai16z trades» quando il marketing li raccontava come autonomi, e perché una cassaforte interamente pubblica sulla blockchain possa restare, allo stesso tempo, impossibile da verificare come farebbe un revisore. Alla fine proviamo a rispondere alla domanda che il settore ha rimosso troppo in fretta: un’AI può gestire un fondo, e questo caso cosa dimostra davvero? Per chi arriva adesso al dossier, conviene tenere a mente una distinzione che torna in ogni sezione: una cosa è il codice (il framework open source che sopravvive), un’altra è il token e il fondo (la parte che è morta).
Che cosa significa davvero «ai16z trades»
L’espressione «ai16z trades» è diventata, nell’autunno 2024, un modo abbreviato per indicare un’idea seducente: un agente software che decide e firma operazioni su un tesoro comune, trasformando una community di detentori in soci di un fondo a conduzione algoritmica. Il progetto nasceva su Solana per mano di Shaw Walters, sviluppatore che avrebbe poi guidato il framework ElizaOS. Il nome stesso, ai16z, era un gioco su a16z, cioè Andreessen Horowitz, la società di venture capital: un riferimento che più tardi la stessa a16z avrebbe chiesto di attenuare, portando al rebrand in ElizaOS.
Dietro la sigla c’erano due personaggi digitali. Il primo, «AI Marc» (ticker interno pmairca), era modellato sugli scritti di Andreessen e doveva impersonare uno stile da investitore misurato; il secondo, «Degen Spartan AI» (degenai), era la controparte aggressiva, speculativa, legata al token personale dello stesso Walters. L’uno avrebbe dovuto gestire con prudenza, l’altro rischiare. Insieme avrebbero dovuto rappresentare la gamma di un vero fondo, dall’allocazione paziente alla scommessa ad alto rischio. Capire questa impalcatura è il presupposto di ogni autopsia seria: quando diciamo «ai16z trades» non parliamo di un singolo wallet, ma di una promessa di governance e di un meccanismo preciso, il Marketplace of Trust, che prometteva di trasformare la fiducia della community in decisioni di portafoglio.
Il «GAUNTLET THROWN» e la nascita del fondo
La miccia è una delle storie più citate del ciclo. Lanciato su daos.fun, piattaforma che consente di creare fondi tokenizzati con una raccolta a tempo, ai16z partiva da un obiettivo modesto, nell’ordine delle decine di migliaia di dollari. Poi, a fine ottobre 2024, Marc Andreessen pubblicava su X uno screenshot del profilo del bot accompagnato dalle parole «GAUNTLET THROWN», «guanto di sfida gettato». Come documentato da The Block, la capitalizzazione schizzava fino a circa 96,6 milioni di dollari (circa 86 milioni di euro) nel giro di poche ore, al punto da mandare in tilt il sito di daos.fun.
Non era denaro simbolico. Entro la fine di dicembre 2024 il veicolo su daos.fun arrivava a detenere oltre 22 milioni di dollari (quasi 20 milioni di euro) in token conferiti dagli utenti. Ed è qui che la storia del marketing comincia a divaricarsi da quella dei conti. Lo slancio nasceva da due parole di un investitore reale e da un’estetica da «VC con l’AI», non da un track record di operazioni verificabili. Il capitale era vero; la prova che un’intelligenza artificiale lo stesse gestendo, molto meno. Questa divaricazione, tra la narrazione che faceva correre il prezzo e il contenuto effettivo del portafoglio, è il filo rosso di tutta l’autopsia.
Il Marketplace of Trust: come dovevano nascere i trade
Sulla carta, il meccanismo era elegante. Il Marketplace of Trust prevedeva che i membri della community proponessero idee di investimento; ogni proposta veniva poi tracciata in base alla redditività effettiva. Chi azzeccava le chiamate guadagnava peso e influenza; chi sbagliava ne perdeva. L’agente avrebbe ponderato i suggerimenti combinando due variabili: la quantità di token detenuti da chi proponeva e la qualità storica delle sue raccomandazioni passate. In teoria, «AI Marc» avrebbe quindi eseguito le operazioni migliori, selezionate da un mercato della reputazione che col tempo avrebbe fatto emergere i consiglieri più bravi.
È un’architettura che ricorda un fondo quantitativo alimentato dal crowd, con la blockchain come registro di performance. Il problema, come vedremo, non è l’eleganza del disegno: è che tra il disegno e l’esecuzione si è aperto un vuoto. Il mercato della reputazione presupponeva un volume di operazioni reali, ripetute e attribuibili, su cui calibrare i punteggi di fiducia. Senza un flusso continuo di trade genuinamente eseguiti dall’agente, il Marketplace of Trust resta un diagramma, non un motore. E per settimane, nei fatti, il sistema è rimasto dichiaratamente in fase di test mentre già gestiva milioni.
Cosa c’era davvero nel tesoro: l’autopsia del bilancio
Qui comincia la parte scomoda. Se si smette di guardare la narrazione e si guardano i saldi, il tesoro di ai16z non somigliava a un portafoglio diversificato costruito da un gestore sofisticato. Somigliava, piuttosto, a una concentrazione sul token stesso del progetto, affiancata da SOL e da una manciata di memecoin correlate alla stessa ondata «AI». Non è un dettaglio: significa che gran parte del valore del fondo era riflessivo, cioè dipendeva dal prezzo del suo stesso token e dalla narrazione che lo sosteneva, non da scommesse indipendenti su asset esterni.
La controprova arrivava presto. Già a fine ottobre 2024, una ricostruzione di Protos osservava che nessun fondo su daos.fun fosse in realtà gestito da un’AI, che a muovere i memecoin con i soldi degli utenti fossero esseri umani e che il creatore controllasse i fondi. Nello stesso periodo il valore crollava di circa due terzi in 24 ore, da circa 96 a circa 37 milioni di dollari, un movimento compatibile con la presa di coscienza che la quota dominante degli attivi fosse il token dello stesso Walters, più che un paniere gestito attivamente. La tabella che segue riassume lo scarto tra il racconto e ciò che la catena lasciava intravedere.
| Dimensione | Cosa diceva il marketing | Cosa suggerivano catena e cronache |
|---|---|---|
| Gestore | Agente AI autonomo («AI Marc») | Decisioni approvate da esseri umani (Protos) |
| Composizione del tesoro | Fondo in stile venture, diversificato | Forte concentrazione sul token proprio, SOL e memecoin «AI» correlate |
| Track record | Mercato della fiducia che premia le migliori idee | Nessuna serie di operazioni verificabile e attribuibile all’AI |
| Fonte del valore | Rendimento della gestione | Riflessività: prezzo del token e narrazione di settore |
L’autopsia del bilancio, in altre parole, non trova il cadavere di un grande gestore sfortunato. Trova un veicolo la cui tesoreria era in buona parte il proprio biglietto da visita: un token che valeva tanto finché la storia reggeva, e quasi nulla appena la storia è finita.
Trasparente sulla catena, opaco nel bilancio
Ecco il paradosso che rende questo caso istruttivo ben oltre ai16z. Ogni transazione del fondo era pubblica: chiunque poteva aprire un explorer di Solana e vedere movimenti, importi, indirizzi. Eppure questa trasparenza totale sui singoli movimenti non si traduceva in verificabilità del fondo come lo intenderebbe un revisore. Vedere ogni transazione non equivale a disporre di un rendiconto.
Mancavano infatti tutte le infrastrutture che trasformano una serie di operazioni in un track record credibile. Non c’era un valore netto d’inventario calcolato con metodo e verificato da un terzo; non c’era un benchmark dichiarato rispetto al quale misurare la sovraperformance; non c’era attribuzione, cioè la possibilità di dire quali operazioni fossero decise dall’agente e quali da un umano; non c’era una contabilità delle commissioni e degli slippage che distinguesse il rendimento lordo da quello netto. Un wallet che puoi osservare non è un fondo che puoi auditare. La differenza è esattamente ciò che separa la finanza regolata dalla speculazione on-chain.
Questa è la lezione metodologica dell’intera vicenda: la blockchain garantisce l’integrità del registro, non la legittimità della gestione. Puoi avere la certezza matematica che una transazione sia avvenuta e, allo stesso tempo, nessuna certezza che dietro ci fosse una strategia, un’intelligenza artificiale o semplicemente una persona che spostava memecoin. La trasparenza del dato grezzo convive con l’opacità del significato.
Il buco dell’autonomia: chi premeva davvero il pulsante
Il cuore dell’equivoco sta nella parola «autonomo». Il marketing suggeriva un agente che operava da solo; le ricostruzioni indipendenti raccontavano un sistema in cui erano gli umani ad approvare le mosse, con il modello linguistico relegato al ruolo di interfaccia o di generatore di commenti. Per settimane, pur gestendo milioni, il meccanismo veniva descritto come in fase di test, senza che a questo seguisse una corrispondente correzione delle affermazioni pubbliche sull’autonomia.
La conseguenza, per chi fa l’autopsia dei trade, è decisiva: se a premere il pulsante erano le persone, allora non esiste un rendimento «dell’AI» da isolare e giudicare. Non si può assegnare a un algoritmo né il merito né la colpa di operazioni che, nei fatti, erano discrezionali. Lo ha riconosciuto in modo netto lo stesso Walters mesi dopo, parlando a Decrypt dal palco del Token2049 di Singapore: probabilmente non si vuole dare a un agente AI un mucchio di soldi aspettandosi che li faccia fruttare. È una frase che, letta oggi, suona come l’epitaffio onesto di una categoria di prodotti nata troppo presto rispetto alla tecnologia che diceva di incarnare.
Va fatta una precisazione, per equità: non tutto il settore era «AI-washing» consapevole, e molte community credevano sinceramente nell’esperimento. Ma il nodo resta che la promessa centrale, l’autonomia, non è mai stata dimostrata con dati pubblici e attribuibili, e che la mancata correzione del messaggio ha alimentato un prezzo scollegato dalla sostanza.
L’orologio di daos.fun: un fondo con data di scadenza
C’è un elemento strutturale che quasi tutte le cronache hanno trattato come una nota a piè di pagina e che invece spiega molto. I fondi su daos.fun non sono perpetui: nascono con un orologio. Come descrive SolanaFloor, il modello prevede una raccolta a tempo (circa una settimana), al termine della quale vengono coniati i token del DAO per i contributori e il gestore ottiene il controllo della tesoreria. I token scambiano poi su un AMM interno. Alla scadenza del fondo, i detentori possono bruciare i propri token per riscattare una quota proporzionale delle disponibilità (SOL e asset), secondo una ripartizione prevista tra creatore e investitori.
Tradotto per ai16z: il veicolo era stato creato il 24 ottobre 2024 con scadenza fissata al 24 ottobre 2025. In un mondo ordinato, quella data avrebbe dovuto innescare una liquidazione pulita: congelamento del wallet, calcolo delle disponibilità, riscatto pro-quota per chi aveva partecipato. Una resa dei conti, letteralmente. La tabella sintetizza le tappe.
| Data | Evento |
|---|---|
| 24 ottobre 2024 | Creazione del fondo ai16z su daos.fun; «GAUNTLET THROWN» di Andreessen |
| Fine ottobre 2024 | Picco a circa 96,6 milioni di dollari, poi crollo di due terzi in 24 ore |
| Fine dicembre 2024 | Il veicolo detiene oltre 22 milioni di dollari in token conferiti |
| 2 gennaio 2025 | Picco di capitalizzazione a circa 2,39 miliardi di dollari |
| 28 gennaio 2025 | Rebrand in ElizaOS dopo le richieste di distanziamento da a16z |
| Ottobre/novembre 2025 | Migrazione del token da AI16Z a ELIZAOS; la liquidazione a scadenza non avviene |
| Aprile 2026 | Deposito della class action Burwick/Pikabea (SDNY) |
| Agosto 2026 | Accordo transattivo e fondazione in liquidazione; il token dichiarato «morto» |
L’orologio, insomma, c’era. Ma non ha mai suonato come previsto.
La migrazione che ha cortocircuitato la liquidazione
Invece della resa dei conti a scadenza, è arrivata la trasformazione. Dopo il rebrand in ElizaOS del 28 gennaio 2025 (richiesto per prendere le distanze dal marchio a16z), il progetto ha aperto un processo di migrazione del token: dal vecchio AI16Z al nuovo ELIZAOS, con uno snapshot a novembre 2025. L’operazione ampliava l’offerta complessiva verso un tetto massimo di 11 miliardi di token. Ed è proprio la ripartizione di quell’aumento a diventare il fulcro delle accuse legali: secondo la causa, la nuova emissione seguiva uno schema 60/40, con il 60% ai detentori esistenti e il 40% destinato a categorie di insider (investitori privati non dichiarati, team ed entità collegate).
Il punto, per l’autopsia, è che la migrazione ha sostituito un veicolo a tempo con un token perpetuo. La scadenza del 24 ottobre 2025, che nel modello daos.fun avrebbe comportato una liquidazione ordinata e un riscatto pro-quota, è stata di fatto cortocircuitata: anziché restituire le disponibilità e chiudere, il progetto ha spostato tutti su un nuovo asset senza data di fine. Per i detentori, la differenza è sostanziale: un conto è un fondo che a termine ti ridà la tua quota di SOL, un altro è un token che continua a fluttuare, e poi a precipitare, senza un meccanismo di uscita garantito. Ancora oggi la circolazione resta intorno ai 7,482 miliardi di token, ben lontana dal tetto degli 11 miliardi: segno che l’espansione promessa non si è mai pienamente materializzata.
Dai miliardi a poche centinaia di migliaia: i due token zombie
La migrazione ha prodotto una curiosità di mercato: due token sopravvivono in parallelo, entrambi reduci dello stesso naufragio. C’è ELIZAOS, l’asset migrato che oggi porta avanti il nome del framework, e c’è il vecchio AI16Z non migrato, che continua a scambiare come residuo. Entrambi quotano oltre il 99% sotto il picco di inizio 2025. I dati che seguono sono rilevati su CoinGecko il 18 ottobre 2026, con un cambio EUR/USD di circa 1,1237.
| Metrica | ELIZAOS (migrato) | AI16Z (residuo) |
|---|---|---|
| Prezzo | circa 0,000437 dollari (circa 0,000389 euro) | circa 0,000368 dollari (circa 0,000327 euro) |
| Capitalizzazione | circa 3,27 milioni di dollari (circa 2,9 milioni di euro) | circa 404.000 dollari (circa 360.000 euro) |
| Rank di mercato | #1943 | #3816 |
| Offerta circolante | circa 7,482 miliardi | circa 1,1 miliardi |
| Variazione 7 giorni | circa -21,1% | circa -14,9% |
| Variazione 30 giorni | circa +170,8% | circa +28,2% |
| Dal massimo storico | circa -96% (ATH 0,01078 dollari) | circa -100% (ATH 2,47 dollari) |
Due numeri meritano una chiosa. Il +170,8% a 30 giorni di ELIZAOS non è un ritorno di fondamentali: è il residuo di un’ondata speculativa di inizio ottobre su un token a liquidità sottile, ondata già rientrata (il dato a 7 giorni è negativo). E la capitalizzazione di picco, circa 2,39 miliardi di dollari il 2 gennaio 2025 (circa 2,1 miliardi di euro), è la pietra tombale che CoinDesk ha usato nel titolo dell’articolo sulla «morte» del token. Tra quei miliardi e queste poche centinaia di migliaia di euro c’è l’intera parabola.
La causa Burwick, il giudice Rakoff e la parola «morto»
Il capitolo giudiziario ha accelerato l’epilogo. Nell’aprile 2026, lo studio Burwick Law depositava davanti alla Corte federale del Distretto Sud di New York una proposta di class action, Pikabea contro Walters e altri (caso 1:26-cv-03238), il cui fascicolo è consultabile su Justia. Tra i convenuti figuravano Eliza Labs, lo stesso Shaw Walters, il dirigente Sebastian Quinn-Watson e il DAO AI16Z. Le accuse: pubblicità ingannevole e pratiche commerciali scorrette secondo il diritto di New York e della California, oltre ad arricchimento senza causa, con al centro proprio lo schema di migrazione 60/40 e le affermazioni sull’autonomia mai rettificate dopo le ricostruzioni dell’ottobre 2024.
La causa ha mostrato quanto lentamente si muovano le azioni contro soggetti decentralizzati. In un’udienza riportata dalla cronaca giudiziaria di Inner City Press, il giudice Jed Rakoff rimproverava i legali per aver tentato di notificare gli atti a Walters una sola volta: «1 attempt?», un solo tentativo?, chiedeva a verbale, rinviando e ordinando una relazione scritta sugli sforzi di notifica. Quinn-Watson, residente in Australia, richiedeva la procedura della Convenzione dell’Aia; il DAO, si faceva notare in aula, non è facile da citare come una società qualsiasi.
L’esito è arrivato in agosto 2026 con un accordo transattivo: la fondazione ha trasferito ai detentori quanto restava della tesoreria e Walters ha dichiarato su X che «il token è morto. Completamente», aggiungendo che non ci sarebbero stati ulteriori sostegni della fondazione, riacquisti o misure sull’offerta. Lui stesso, ha ricordato CoinDesk, aveva un tempo detenuto token per circa 25 milioni di dollari (circa 22 milioni di euro), visti poi avvicinarsi allo zero. «La loro pretesa era ridicola, ma non avevamo il capitale per combatterla legalmente, così abbiamo transatto», ha spiegato il fondatore, promettendo di ripartire dal codice e di non lasciare «mai più» che un token si avvicini a Eliza.
Il settore degli AI-agent token dopo ai16z
ai16z non era un’anomalia isolata, ma il caso più eclatante di una categoria. La tabella seguente fotografa il comparto «AI Agents» su CoinGecko al 18 ottobre 2026: una capitalizzazione complessiva di circa 3,38 miliardi di dollari (circa 3,0 miliardi di euro), in calo nella giornata, con un volume sulle 24 ore intorno ai 291 milioni di dollari.
| Token | Prezzo (USD) | Capitalizzazione |
|---|---|---|
| Venice (VVV) | circa 22,20 | circa 1,08 miliardi di dollari |
| Artificial Superintelligence Alliance (FET) | circa 0,1857 | circa 429 milioni di dollari |
| Virtuals Protocol (VIRTUAL) | circa 0,6449 | circa 425 milioni di dollari |
| Kite (KITE) | circa 0,1134 | circa 271 milioni di dollari |
| OriginTrail (TRAC) | circa 0,3840 | circa 172 milioni di dollari |
Dentro questi numeri si legge una lezione. La maggior parte dei token «agente» ha condiviso lo stesso destino di ai16z: forte correlazione con la narrazione di settore, scarsa capacità di catturare valore reale, dipendenza dalla liquidità del momento. È un tema che tocca da vicino il dibattito più ampio sul disaccoppiamento tra azioni e crypto: quando un asset si muove soltanto come beta della propria categoria, il «rendimento del gestore» è un’illusione statistica. Non stupisce che diversi progetti stiano provando a invertire la rotta spostando il valore dal token al prodotto, come racconta il caso di Gensyn e del suo token $AI, o legando le proprie fortune a una domanda di calcolo concreta, come nel rimbalzo delle GPU decentralizzate di Akash. La «svolta senza token» di Walters, che giura di non emetterne più, è la versione estrema di questa correzione.
Un’AI può gestire un fondo? Il verdetto sui «trades»
Alla luce dell’autopsia, la risposta è sfumata ma chiara. Nel 2024-2025 ai16z non ha dimostrato che un’intelligenza artificiale sappia gestire un fondo; ha dimostrato che un mercato in euforia è disposto a pagare miliardi per la promessa che lo faccia. I «trades» che davano il nome al progetto, nei fatti, o erano decisioni umane travestite da output di un modello, o erano movimenti riflessivi sul token proprio. Non esiste, a oggi, una serie storica pubblica e attribuibile che permetta di dire «l’AI ha reso X% al netto dei costi».
Questo non significa che l’idea sia morta con il token. Significa che la barra della prova si è alzata. Un fondo gestito da agenti dovrà, per essere credibile, offrire proprio ciò che a ai16z mancava: attribuzione delle decisioni, un NAV verificabile, limiti di rischio espliciti e un meccanismo di uscita che non dipenda dall’umore della community. Finché mancano, l’etichetta «AI» resta marketing. Ed è esattamente il messaggio che il fondatore ha finito per abbracciare quando ha ammesso che non converrebbe affidare a un agente un mucchio di soldi aspettandosi che li moltiplichi.
Cosa aggiusta (e cosa no) la DeFAI del 2026
Il 2026 ha un nome per gli eredi di ai16z: DeFAI, cioè la finanza decentralizzata governata da agenti. L’architettura è cambiata in modo significativo. Al posto di un wallet discrezionale controllato dal creatore, molti progetti usano oggi vault non custoditi (l’agente ha il permesso di operare entro regole codificate, ma non può prelevare i fondi) e il modello degli intents con i solver, in cui l’utente esprime un obiettivo e una rete di esecutori compete per realizzarlo al miglior prezzo. Due dei tre difetti di ai16z, la custodia opaca e la mancanza di regole d’uscita, qui trovano una risposta tecnica.
Il terzo difetto, però, resiste. Agenti che leggono gli stessi segnali tendono a muoversi insieme: correlazione, affollamento sulle stesse posizioni, vulnerabilità al MEV e alla manipolazione degli oracoli. E resta il problema di sicurezza di fondo: un modello linguistico non distingue bene l’istruzione dal dato, ed è esposto alla prompt injection e alla manipolazione della memoria. Per questo Vitalik Buterin, nel suo intervento sui modelli sicuri, invita a tenere l’inferenza in locale e a mettere tutto in sandbox, con tetti di spesa autonoma dell’ordine di un centinaio di dollari al giorno e la conferma umana come secondo fattore. È un approccio che tratta l’agente come un copilota, non come un gestore. Vale la pena ricordare, peraltro, che perimetro e responsabilità restano il nodo anche quando la DeFi prova a diventare conforme, come nel dibattito su whitelist, privacy pool e conoscenza zero.
Cosa cambia per un investitore in Italia
Per chi guarda da Milano o da Roma, la cornice regolamentare è utile per capire perché un caso come ai16z cada in una zona grigia. In Italia la vigilanza è condivisa tra Consob, per la condotta di mercato e la tutela dell’investitore, e Banca d’Italia, per i profili prudenziali e le stablecoin, secondo il decreto di adeguamento a MiCA (D.lgs. 129/2024). Il periodo transitorio di MiCA si è chiuso il 1 luglio 2026: come indicato dalla stessa Consob, risultano 9 soggetti abilitati in Italia (8 CASP più Banca Sella).
Il perimetro, però, va letto con attenzione. Un token come ai16z, emesso e scambiato su Solana, non rientra di per sé tra i servizi di un CASP: MiCA disciplina gli emittenti e i fornitori di servizi sulle cripto-attività, non il protocollo in sé. L’analogo europeo più vicino alle accuse statunitensi di pubblicità ingannevole è la disciplina delle comunicazioni di marketing (MiCA, articolo 109). Se poi un agente fornisce consulenza o gestione di portafoglio, si entra nel campo della MiFID II, vigilata da Consob. E poiché un agente software non ha personalità giuridica, la responsabilità ricade comunque su una persona fisica o su una società: nessun algoritmo può essere citato in giudizio al posto di chi lo ha costruito e messo in esercizio.
Sul piano fiscale, chi ha chiuso in guadagno o in perdita su token del genere deve fare i conti con il nuovo regime. Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze cripto sono tassate al 33% e la soglia di esenzione da 2.000 euro è stata abolita, mentre le stablecoin in euro conformi a MiCA mantengono il 26%, come spiega Fisco Oggi. Il trading automatico ad alta frequenza, 24 ore su 24, può inoltre far scattare la riqualificazione come reddito d’impresa, con conseguenze ben diverse. Per il confronto con gli altri Paesi europei e per capire l’anomalia dell’aliquota italiana al 33% rimandiamo alla nostra analisi dedicata alle tasse crypto in Europa.
Domande frequenti
Che cosa sono gli «ai16z trades»?
«ai16z trades» indica le operazioni del fondo cripto ai16z, lanciato nel 2024 su daos.fun e presentato come gestito da un agente di intelligenza artificiale. Con il tempo l’espressione è diventata il simbolo di un’intera categoria di «fondi AI» on-chain, la cui autonomia reale è però rimasta non dimostrata.
ai16z era davvero gestito da un’intelligenza artificiale?
Le ricostruzioni indipendenti, a partire da Protos, indicano che le decisioni fossero approvate da esseri umani e che nessun fondo su daos.fun fosse realmente operato da un’AI. Lo stesso fondatore ha poi ammesso che non conviene affidare a un agente un mucchio di soldi aspettandosi che li faccia fruttare.
Che differenza c’è tra il token AI16Z e ELIZAOS?
AI16Z è il token originale del fondo, oggi un residuo non migrato; ELIZAOS è il token nato dalla migrazione di fine 2025, che porta avanti il nome del framework. Entrambi quotano oltre il 99% sotto il picco di inizio 2025 e nessuno dei due gode più del sostegno della fondazione.
Posso ancora recuperare qualcosa da ai16z?
Il fondatore ha dichiarato il token «morto», senza ulteriori riacquisti, sostegni della fondazione o misure sull’offerta. I due token continuano a scambiare su mercati a liquidità sottile, ma non esiste un meccanismo di riscatto che restituisca un valore legato alle disponibilità del fondo.
Come sono tassati in Italia i guadagni su token come ai16z?
Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze cripto sono tassate in Italia al 33% e la soglia di esenzione da 2.000 euro è stata abolita, mentre le stablecoin in euro conformi a MiCA mantengono il 26%. Operazioni di trading automatico ad alta frequenza possono inoltre far scattare la riqualificazione come reddito d’impresa.
Di Marcus Okafor, redazione HOGE Wire.