Akash nel Q3 2026: il rimbalzo delle GPU decentralizzate
Il report Messari del terzo trimestre 2026 segna il primo vero rimbalzo di Akash: ricavi, GPU e utilizzo risalgono. Ma la rete resta piccola e AKT fatica a catturare valore.
Per quasi tutto il 2026 la storia di Akash Network è stata la stessa: una domanda di calcolo AI reale e in crescita, appoggiata su una rete che però si restringeva trimestre dopo trimestre. Il report State of Akash del terzo trimestre 2026 firmato da Messari rompe quella narrazione. Secondo la società di analisi, l’attività di deployment è tornata a crescere, i ricavi sono saliti del 73% su base trimestrale a circa 304.000 dollari (poco meno di 271.000 euro), la capacità GPU è aumentata dell’8,5% a quota 420 schede e l’utilizzo è cresciuto del 42% rispetto al trimestre precedente. Dopo mesi di contrazione, è il primo vero rimbalzo.
Il mercato non ha festeggiato più di tanto. AKT, il token della rete, vale circa 0,70 dollari (0,62 euro) secondo CoinGecko, per una capitalizzazione intorno ai 209 milioni di dollari: è ben sopra i minimi di metà settembre sotto i 0,50 dollari, ma ha già restituito parte del rally di fine settembre e resta oltre il 90% sotto il massimo storico di 8,07 dollari del 2021. Lo scarto fra una rete che riparte e un token che non decolla è il filo conduttore di questo pezzo: proveremo a capire che cosa dicono davvero i numeri del Q3, perché la domanda di GPU è destinata a salire, e perché per Akash la partita vera non si gioca sul prezzo ma sulla fiducia e sull’offerta.
Che cosa è Akash: il Supercloud e l’asta inversa
Akash Network è un marketplace di cloud computing decentralizzato e permissionless. Invece di affittare una macchina da un singolo fornitore come Amazon Web Services o Google Cloud, su Akash chi ha bisogno di potenza di calcolo (il tenant) pubblica le proprie richieste e riceve offerte da una platea di provider indipendenti. Il modello è quello dell’asta inversa: i fornitori competono al ribasso sul prezzo, e il tenant sceglie l’offerta che preferisce, non necessariamente la più economica. Nata nel 2018 da Overclock Labs (i fondatori Greg Osuri e Adam Bozanich), la rete ha lanciato la mainnet nel 2020 per CPU e storage, aggiungendo il mercato delle GPU ad agosto 2023 con l’aggiornamento soprannominato Supercloud.
Il meccanismo ruota attorno a un file di configurazione chiamato SDL (Stack Definition Language), con cui il tenant descrive il carico di lavoro: quante GPU servono, di quale modello (per esempio una NVIDIA H100 o una RTX 4090), quanta memoria, quanta CPU. I provider che possiedono hardware compatibile fanno un’offerta, espressa come prezzo massimo per blocco; una volta accettata, si apre un lease (un contratto di affitto) e i fondi passano in un conto di deposito a garanzia che viene prelevato blocco dopo blocco. Non ci sono intermediari che fissano il listino: il prezzo emerge dalla concorrenza fra chi offre le macchine. È una differenza sostanziale rispetto ai cloud tradizionali, e spiega sia il principale punto di forza di Akash (costi molto più bassi) sia la sua principale debolezza (nessuna garanzia di servizio formale, come vedremo).
Il ciclo di vita di un lease aiuta a capire sia i pregi sia i limiti. Una volta aperto il contratto, il carico gira finché il deposito regge o finché una delle due parti chiude; se il provider sparisce o la macchina va in errore, non c’è un call center a cui rivolgersi, e il tenant deve semplicemente riaprire il deployment presso un altro fornitore. Non esistono accordi sul livello di servizio (SLA) in senso tradizionale: la qualità di un provider si giudica dalla sua reputazione on-chain e dai fornitori marcati come affidabili. Lo storage, poi, è effimero per impostazione predefinita (lo spazio persistente va richiesto a parte), un dettaglio che conta parecchio per chi fa girare carichi con stato. Sono compromessi accettabili per un batch di inferenza, molto meno per un database di produzione.
I numeri del Q3 2026: cosa dicono (e cosa non dicono)
Per leggere il rimbalzo del terzo trimestre bisogna ricordare da dove si parte. Nel primo trimestre 2026, Messari aveva fotografato una rete in piena contrazione: i provider attivi erano scesi a 58, il minimo storico, le GPU disponibili sul mercato erano crollate di oltre il 57% a quota 334, l’utilizzo si era fermato intorno al 34% e i ricavi da lease erano calati del 45% a 253.250 dollari, come riportava il report State of Akash Q1 2026. L’unico dato in crescita erano i nuovi lease, saliti del 27,1% a 43.540, segno che la domanda c’era ma si spostava verso contratti più piccoli e a più alto turnover. Sull’intero 2025 i ricavi erano stati 3,15 milioni di dollari, in aumento del 128% anno su anno, ma su scala assoluta restavano piccoli.
Il Q3 inverte la rotta. Ricavi a 304.000 dollari con un balzo del 73% trimestre su trimestre significano che la rete ha toccato il fondo e ha ripreso a salire, tornando sopra il livello del primo trimestre. La capacità GPU che risale a 420 schede indica che qualche fornitore è rientrato o ha ampliato il parco macchine, mentre l’utilizzo in crescita del 42% dice che quelle schede lavorano di più. Messari attribuisce il recupero a una domanda di inferenza rimasta stabile e a una serie di aggiornamenti su Console, API e fatturazione che hanno reso la rete più facile da usare per gli sviluppatori. In parole povere: meno attrito, più esperimenti, più lease.
Per cogliere la portata del cambiamento conviene allargare lo sguardo all’intero 2026. Il primo trimestre aveva già segnato un calo del 45% dei ricavi; i mesi successivi avevano continuato a erodere la base, portando il fatturato trimestrale a un minimo ancora più basso prima del recupero. Il fatto che il Q3 chiuda sopra il livello del Q1, e non semplicemente sopra il fondo toccato in mezzo, è ciò che rende questo rimbalzo diverso dai sobbalzi tecnici visti in passato. Non è un singolo mese buono: è un trimestre intero in cui deployment, capacità e utilizzo si sono mossi tutti nella stessa direzione. Resta da capire se la tendenza regge, ma la direzione, per la prima volta da un anno, è quella giusta.
Conviene però tenere i piedi per terra. Un rimbalzo del 73% su base trimestrale resta un recupero da una base molto bassa: 304.000 dollari di ricavi trimestrali annualizzano poco più di un milione di dollari, una cifra che un singolo cliente di un hyperscaler spende in pochi giorni. Il numero dei provider resta lontano dai livelli del 2024, e Messari non pubblica una cifra assoluta di utilizzo nel Q3 che permetta di dire se si sia tornati sopra il 50% che la rete vedeva due anni fa. Il Q3 non dimostra che Akash abbia vinto: dimostra che ha smesso di perdere terreno. La tabella sintetizza il passaggio dal minimo del primo trimestre al rimbalzo del terzo.
| Metrica | Q1 2026 (minimo) | Q3 2026 (rimbalzo) |
|---|---|---|
| Ricavi trimestrali | 253.250 dollari (-45% QoQ) | circa 304.000 dollari (+73% QoQ) |
| GPU disponibili / capacità | 334 (-57,5% QoQ) | 420 (+8,5% QoQ) |
| Utilizzo GPU | circa 34% | +42% QoQ |
| Nuovi lease | 43.540 (+27,1% QoQ) | in crescita (deployment in ripresa) |
| Provider attivi | 58 (minimo storico) | in recupero |
Perché la domanda c’è: la nuova scarsità di compute e di energia
Il rimbalzo del Q3 non nasce dal nulla: arriva nel mezzo di una scarsità di calcolo AI che si è trasformata in una scarsità di energia. Secondo Gartner, il consumo elettrico dei data center crescerà del 26% nel 2026, e i server ottimizzati per l’AI, che nel 2025 avevano assorbito 95 TWh, sono sulla traiettoria per consumarne 175 nel 2026, quasi raddoppiando in un solo anno. Il collo di bottiglia, ormai, non sono i chip: è la corrente. Un data center si costruisce in meno di tre anni, ma gli allacci alla rete elettrica richiedono dai cinque ai dieci anni. Chi ha megawatt disponibili oggi detiene una risorsa scarsa.
Lo si vede bene in un fenomeno che intreccia AI e cripto: la riconversione dei miner di Bitcoin in operatori di data center per l’intelligenza artificiale. Diversi miner quotati, da Riot a Core Scientific, hanno trasformato gigawatt di capacità elettrica in infrastruttura AI, firmando contratti pluridecennali per decine di miliardi di dollari; nel complesso il settore del mining quotato ha annunciato oltre 70 miliardi di contratti AI e HPC. VanEck, però, avverte che la transizione nasconde un conto da circa 50 miliardi di dollari in investimenti necessari. È lo stesso nodo che si pone per il budget di sicurezza di Bitcoin: la domanda vera non è quanta energia si consuma, ma che cosa compra quell’energia, e se il valore prodotto giustifichi la spesa.
Qui si inserisce la scommessa di Akash. La tesi è semplice: non serve costruire nuovi data center né tirare nuovi megawatt dalla rete se c’è una quantità enorme di GPU già installate e sottoutilizzate, dai data center aziendali alle workstation professionali. Studi sull’uso dei cluster Kubernetes stimano che l’utilizzo medio delle GPU sia bassissimo, spesso a una cifra percentuale. Aggregare quella capacità inattiva e metterla all’asta, invece di accenderne di nuova, è la promessa del Supercloud. Il problema, come vedremo, è che finora quella capacità inattiva non si è presentata in massa sulla rete, e il rimbalzo del Q3 è il primo segnale che la situazione potrebbe cambiare.
La svolta dell’inferenza: AkashML, Chat e gli agenti
Il motore del recupero ha un nome: inferenza. L’addestramento di un grande modello richiede cluster enormi e sincronizzati, con interconnessioni velocissime fra migliaia di GPU vicine fisicamente, ed è il terreno meno adatto a una rete distribuita. L’inferenza, cioè l’esecuzione di un modello già addestrato per rispondere alle richieste, è un’altra cosa: si parallelizza bene, non ha bisogno di un unico datacenter gigante e può girare su macchine sparse. È esattamente il carico che favorisce i marketplace decentralizzati, ed è dove Akash ha concentrato gli sforzi con AkashML, Akash Chat e la piattaforma per gli agenti AI.
La ragione tecnica è precisa. L’addestramento distribuito richiede che migliaia di GPU si scambino di continuo enormi quantità di dati, e la banda fra schede lontane fisicamente è un collo di bottiglia che nessuna rete decentralizzata riesce davvero ad aggirare: per questo chi prova ad addestrare su hardware sparso replica modelli piccoli invece di spezzare un modello gigante. L’inferenza, al contrario, può vivere su una singola macchina o su un piccolo gruppo di schede vicine, e scala semplicemente aggiungendo nodi indipendenti che servono richieste in parallelo. È lo scenario ideale per un marketplace come Akash. Il limite, semmai, è a monte: una rete di questo tipo può servire solo modelli a pesi aperti come Llama o DeepSeek, non i modelli chiusi di frontiera, che restano nei data center di chi li ha addestrati.
I numeri raccontano una crescita rapida: AkashML, che ospita modelli aperti come Llama, DeepSeek e Qwen, era partito da circa 1,7 miliardi di token al giorno nel primo trimestre per arrivare a decine di miliardi al giorno a metà 2026. Greg Osuri ha riassunto la logica strategica con una frase diventata un piccolo mantra del settore: l’AI si muove in mesi, mentre l’energia si muove in anni. Tradotto, chi riesce a mettere a reddito capacità di calcolo già esistente arriva prima di chi deve costruire tutto da zero. È la ragione per cui l’inferenza, e non l’addestramento, è il cuore della ripresa fotografata da Messari.
Va però ridimensionato l’entusiasmo con un dato di onestà. Nei confronti fra i provider di inferenza visibili su aggregatori come OpenRouter, fra febbraio e maggio 2026 AkashML restava uno dei più piccoli per traffico effettivo, dietro a servizi come NovitaAI, Chutes e Venice. Era allora molto giovane (poche settimane di vita) e da allora è cresciuto, ma il quadro è chiaro: Akash ha trovato il filone giusto, non la leadership. La domanda di inferenza decentralizzata è reale, ma è contesa, e il grosso del traffico oggi non passa ancora per Akash.
Quanto costa una GPU su Akash
Il motivo per cui qualcuno affitta hardware da uno sconosciuto, invece che da un cloud blasonato, è quasi sempre il prezzo. Grazie all’asta inversa, una NVIDIA H100 (la GPU di riferimento per l’AI) su Akash costa indicativamente fra 1,15 e 1,75 euro l’ora, contro i circa 3,40 euro delle istanze Capacity Blocks di AWS, oltre 5 euro delle P5 e punte ben più alte su alcuni servizi gestiti. Il risparmio può arrivare al 70-85% rispetto agli hyperscaler, un divario che spiega perché, nonostante tutti i suoi limiti, la rete continua ad attirare chi deve far girare inferenza a basso costo. La tabella mette a confronto alcuni ordini di grandezza, tenendo presente che i listini variano molto e che sulle reti decentralizzate il prezzo esatto emerge di volta in volta dall’asta.
| Servizio | Tipo | H100 (euro/ora, indicativo) |
|---|---|---|
| Akash Network | Decentralizzato (asta inversa) | 1,15 – 1,75 |
| io.net | Decentralizzato | 1,70 – 3,00 |
| AWS Capacity Blocks | Centralizzato | circa 3,40 |
| AWS P5 (on-demand) | Centralizzato | circa 5,95 |
| Azure | Centralizzato | fino a circa 10,55 |
Un esempio concreto: un lavoro di inferenza che occupa una H100 per 48 ore costa sulla rete una sessantina di euro, contro diverse centinaia su un hyperscaler. Per uno sviluppatore indipendente o una piccola startup italiana che deve testare un modello, la differenza è tutt’altro che marginale. Il rovescio della medaglia è che quel prezzo non porta con sé le garanzie di continuità, assistenza e conformità che un’azienda regolata si aspetta, ed è esattamente su questo terreno che Akash gioca la sua credibilità futura.
AKT e il burn che quasi non brucia
Se la rete riparte, perché il token non segue? La risposta sta nel modo in cui AKT cattura (o non cattura) il valore del calcolo. AKT serve a pagare i lease, a fare staking per la sicurezza della rete e a votare le proposte di governance. L’inflazione è limitata all’8% annuo da una proposta approvata nel marzo 2025, che l’ha tagliata rispetto al 13% precedente; una proposta gemella ha però portato al 50% la quota di nuove emissioni destinata al community pool anziché agli staker. Il risultato è che, con uno staking nominale intorno al 7% e metà dell’inflazione che non finisce nelle tasche di chi mette i token in stake, il rendimento reale dello staking è negativo.
Il meccanismo più citato è il Burn Mint Equilibrium (BME), attivato a marzo 2026. Funziona così: quando un tenant paga, l’importo in AKT viene bruciato in cambio di un credito ancorato al dollaro, e il provider viene pagato in AKT nuovi al momento del saldo. Sulla carta è un modello deflazionistico; nella pratica, la distruzione netta di token è quasi nulla, perché la quantità bruciata all’ingresso e quella riemessa all’uscita si compensano, salvo che AKT si apprezzi nel frattempo. L’analista Zoha Imdad Ali, su TECHi, ha messo il dito nella piaga: Akash fa girare compute AI reale, ma non pubblica mai quanti AKT il lato burn rimuova effettivamente dalla circolazione, così uso della rete e valore del token restano due grandezze separate. È lo stesso scollamento fra attività e prezzo che percorre tutto il settore AI-crypto, da Gensyn e dal suo token $AI in giù.
C’è poi un nodo che il mercato spesso trascura: la migrazione alla shared security rischia di togliere allo staking la sua funzione. Oggi bloccare AKT serve a proteggere la catena, e quella domanda di token è uno dei pochi usi concreti dell’asset; se la sicurezza viene affittata a una Layer 1 esterna, quel bisogno svanisce, e con esso una parte della domanda strutturale di AKT. Osuri sostiene che lo staking si trasformerà in un meccanismo migliore, non che sparirà, ma senza una specifica tecnica è difficile valutarne l’impatto. Nel frattempo chi detiene AKT paga un’inflazione dell’8% con un rendimento reale negativo e aspetta di sapere che cosa resterà del token dopo il trasloco.
| Dato (AKT) | Valore |
|---|---|
| Prezzo | circa 0,70 dollari (0,62 euro) |
| Capitalizzazione | circa 209 milioni di dollari (186 milioni di euro) |
| Offerta circolante | circa 298,9 milioni di AKT |
| Offerta massima | 388,5 milioni di AKT |
| Inflazione annua | limitata all’8% |
| Massimo storico | 8,07 dollari (aprile 2021, oltre -90%) |
Calcolo riservato, ma non verificabile
Il vero ostacolo all’adozione seria non è il prezzo, è la fiducia. Quando affitti una GPU da un provider anonimo, gli consegni i tuoi dati e, spesso, i pesi del tuo modello. Per un’azienda che tratta dati sanitari, finanziari o personali sotto il GDPR, è un salto nel buio. La risposta di Akash nel 2026 è il confidential computing, formalizzato nella specifica AEP-83 e portato in rete a fine luglio. Il carico gira dentro micro-VM protette (Kata Containers) su hardware con Trusted Execution Environment, AMD SEV-SNP o Intel TDX lato CPU più la modalità confidential delle GPU NVIDIA, e la memoria è cifrata direttamente dal processore, come spiega il blog ufficiale. Per il tenant basta una riga nel file SDL, e nemmeno il proprietario della macchina può leggere i dati in esecuzione.
A chi serve davvero tutto questo? Soprattutto a chi tratta dati che non può esporre: ospedali, banche, aziende che maneggiano informazioni personali sotto il GDPR e che, senza una garanzia di riservatezza, non prenderebbero mai in considerazione l’idea di affittare una GPU da uno sconosciuto. È esattamente il segmento di clientela a più alto valore, quello disposto a pagare un premio per la conformità. Il punto debole, però, è l’offerta: il confidential computing richiede hardware specifico (CPU e GPU con le estensioni giuste), e Akash non ha mai reso noto quanti dei suoi provider lo supportino davvero. Finché quel numero resta ignoto, la riservatezza è una promessa credibile sulla carta più che una capacità diffusa su tutta la rete.
Attenzione però a non confondere due concetti diversi. Il calcolo riservato protegge la confidenzialità (nessuno vede i tuoi dati) e attesta l’integrità dell’immagine che gira, ma non dimostra che il risultato sia corretto. Un provider potrebbe nascondere i tuoi dati e, al tempo stesso, eseguire un modello diverso o più piccolo di quello che hai chiesto. La prova di correttezza è un altro problema, quello del calcolo verificabile, che Akash non affronta. Come ha spiegato Vitalik Buterin in un celebre saggio, la verificabilità è l’uso più forte della crypto applicata all’AI, ma le prove crittografiche aggiungono un sovraccarico che può arrivare a centinaia o migliaia di volte il costo del calcolo. È la frontiera che reti come quelle di verifiable compute stanno cercando di spostare, dove l’inferenza si riesce a provare mentre l’addestramento resta molto più difficile. Akash offre riservatezza, non verifica: una distinzione da tenere ben presente prima di affidargli un carico critico.
L’addio a Cosmos: AEP-79 e la shared security
Sotto la superficie c’è un cambiamento architetturale che potrebbe pesare più di qualsiasi trimestre. Akash ha deciso di abbandonare la propria blockchain sovrana, costruita con il Cosmos SDK, per migrare verso un modello di shared security: invece di mantenere una catena tutta sua, protetta dall’AKT messo in stake, la rete affiderebbe la sicurezza a una Layer 1 esistente, pagandola a consumo. La proposta formale è l’AEP-79 Akash on Shared Security, con un obiettivo di completamento fissato a fine 2026. La motivazione è di efficienza del capitale: bloccare centinaia di milioni di dollari in staking solo per proteggere la catena è un costo che Osuri considera non più giustificabile.
La decisione, annunciata già nell’autunno 2025, ha avuto un acceleratore inatteso. Nell’aprile 2026 la licenza di un modulo chiave del Cosmos SDK è passata da Apache 2.0 a una licenza che vieta l’uso commerciale senza un accordo separato. Osuri l’ha definita ostile su X, sostenendo che impedirebbe ad Akash di usare quel software in produzione o di offrirlo come servizio. La rete sta valutando una quindicina di ecosistemi, dentro e fuori Cosmos, mantenendo la compatibilità IBC; Solana è spesso indicata come candidata forte, ma alla metà di ottobre 2026 nessuna catena di destinazione è stata ancora scelta. Per gli investitori è un’incognita doppia: non si sa su quale catena girerà Akash, né che fine farà lo staking di AKT, che oggi è uno dei pochi veri usi del token. Osuri assicura che lo staking evolverà in qualcosa di superiore, ma una specifica tecnica non esiste ancora.
Il nodo dell’offerta: ancora troppo pochi provider
Il paradosso di Akash si riassume in una riga: la domanda c’è, ma l’offerta fatica. Un parco di 420 GPU in tutto, per quanto in crescita, è minuscolo rispetto alle decine di migliaia di schede di un singolo hyperscaler. Il motivo principale è una barriera tecnica: fino a poco tempo fa, per diventare provider bisognava saper gestire Kubernetes, competenza che taglia fuori la stragrande maggioranza di chi possiede GPU inattive. A questo si aggiunge l’economia difficile del lato offerta: con l’asta inversa che spinge i prezzi al ribasso e un utilizzo lontano dal pieno, i margini per chi mette a disposizione una scheda sono sottili. Un conto illustrativo lo rende evidente: una H100 da 25-30.000 euro che rende circa 1,33 dollari l’ora, ma lavora solo un terzo del tempo, genera poche centinaia di euro al mese lordi, e il conto non torna facilmente.
Akash sta attaccando il problema su due fronti. Dall’alto c’è StarCluster, una rete di GPU di proprietà del protocollo finanziata tramite gli Starbonds (uno strumento di investimento regolamentato negli Stati Uniti, con un tetto d’offerta fino a 75 milioni di dollari) per mettere online migliaia di GPU NVIDIA Blackwell gestite da operatori verificati, i Nodekeeper. Dal basso c’è Homenode, lanciato in accesso anticipato a febbraio 2026, che permette a chi possiede schede come RTX 4090 e 5090 di diventare provider senza toccare Kubernetes. A fare da incentivo c’è la proposta AEP-53 sugli incentivi on-chain ai provider, pagati in AKT, che però introduce un rischio di diluizione. È plausibile che proprio questa tenaglia abbia contribuito al rimbalzo della capacità GPU del Q3: Messari segnala che la rete si stava preparando a una espansione dell’offerta, e i 420 GPU sono il primo numero in crescita dopo trimestri di cali.
I concorrenti e il benchmark centralizzato
Akash non è solo nel mercato delle GPU decentralizzate. Render Network, nato dal rendering 3D con OTOY e migrato su Solana, ha una capitalizzazione quasi cinque volte quella di Akash e ha costruito un suo ecosistema verticale di creazione AI. io.net punta sull’orchestrazione di cluster di GPU, anche se la distanza fra le schede pubblicizzate e quelle davvero attive è spesso notevole. Nosana si concentra sull’inferenza a basso costo, mentre Phala Network ha fatto del confidential computing basato su TEE la propria tesi fondante, diventando un rivale diretto proprio sul terreno della riservatezza. Nessuno di questi token ha riconquistato i massimi del 2024: l’intero settore vive lo stesso scollamento fra reti che crescono e token che arrancano.
| Progetto | Token | Capitalizzazione | Modello |
|---|---|---|---|
| Akash | AKT | circa 209 mln dollari | Asta inversa, multi-GPU |
| Render | RENDER | circa 998 mln dollari | Rendering e AI, integrazione OTOY |
| io.net | IO | circa 67 mln dollari | Orchestrazione cluster |
| Nosana | NOS | circa 52 mln dollari | Inferenza a basso costo |
Il vero metro di paragone, però, è centralizzato. CoreWeave, il cloud AI quotato al Nasdaq, nel secondo trimestre 2026 ha fatto ricavi per circa 2,58 miliardi di dollari, in crescita del 112% anno su anno, con un portafoglio ordini arretrato intorno ai 104 miliardi, come riportava la CNBC. In un solo trimestre CoreWeave incassa migliaia di volte i ricavi annuali dell’intera rete Akash. Il CEO Michael Intrator ha ripetuto che il vero limite dell’AI non è più se le aziende vogliano il compute, ma quanto in fretta si riesca a consegnare capacità affidabile. Questa è la posta in gioco: Akash non competerà mai sulla scala, ma può ritagliarsi la fascia di chi cerca costi bassi, resistenza alla censura e, con il confidential computing, riservatezza. Resta da vedere se quel segmento basti a reggere un token.
Il contrasto con CoreWeave dice anche un’altra cosa sul modello. L’azienda americana cresce comprando hardware e megawatt con decine di miliardi fra capitale e debito, un approccio pesante e costoso ma che le garantisce controllo totale su prestazioni e affidabilità. Akash fa l’opposto: non possiede quasi nulla, aggrega la capacità di altri e lascia che sia l’asta a fissare il prezzo. È un modello più leggero e potenzialmente più economico, ma dipende dalla disponibilità di provider terzi, che finora sono stati troppo pochi. La stessa competizione per i megawatt che spinge i miner di Bitcoin verso l’AI mostra quanto sia dura la gara: chi controlla energia e hardware fisico parte avvantaggiato, e una rete che vive di capacità presa in prestito deve correre più forte per restare rilevante.
Regole e fisco: Consob, MiCA e il 33% italiano
Dal punto di vista normativo, AKT si legge come un token di utilità infrastrutturale, periferico rispetto al cuore del regolamento MiCA, che disciplina gli emittenti di stablecoin (ART ed EMT) e i prestatori di servizi (CASP). In Italia la vigilanza è divisa fra Consob, che presidia trasparenza e condotta di mercato e autorizza i CASP, e Banca d’Italia, competente sugli aspetti prudenziali e sulle stablecoin, secondo il decreto legislativo 129/2024. Un dettaglio interessante riguarda gli Starbonds che finanziano StarCluster: essendo uno strumento di investimento regolamentato negli Stati Uniti, ricadono nel perimetro dei titoli, a differenza di AKT. È un promemoria utile di come, nello stesso progetto, convivano un token-utility e uno strumento-titolo.
Per chi, in Italia, specula su AKT o guadagna ricompense dai provider, conta soprattutto il fisco. Dal 1° gennaio 2026 le plusvalenze cripto delle persone fisiche scontano un’imposta sostitutiva del 33%, e la vecchia franchigia da 2.000 euro è stata abolita, mentre le stablecoin ancorate all’euro restano al 26%, come abbiamo ricostruito nel confronto fra aliquote 33% e 26%. Le ricompense da staking vanno trattate come reddito e i saldi monitorati nel quadro RW. C’è anche una partita politica aperta, con una proposta nella Manovra 2027 che punta a riportare l’aliquota al 26%, ma al momento vale il 33%. Chi usa Akash solo come servizio, pagando in USDC senza mai detenere AKT, evita gran parte di questa complessità: la rete accetta USDC e token via IBC per il deposito a garanzia, e si può affittare una GPU senza toccare il token nativo.
Rischi e prospettive per il Q4
Il rimbalzo del terzo trimestre va letto per quello che è: un segnale di stabilizzazione, non una vittoria. I rischi strutturali restano tutti sul tavolo. Il primo è la migrazione: finché non si sa su quale catena girerà Akash e che cosa ne sarà dello staking di AKT, un pezzo importante della tesi di investimento resta sospeso. Il secondo è il valore catturato dal token, che continua a non riflettere l’uso della rete. Il terzo è l’offerta: 420 GPU sono troppo poche per crescere davvero, e la ripresa dipende dal fatto che StarCluster e Homenode portino online capacità in modo convincente. A questo si aggiunge un mercato dell’inferenza molto conteso, dove la guerra dei prezzi sui servizi centralizzati abbassa di continuo il pavimento su cui Akash deve competere.
Va poi ricordato che il rally di AKT di fine settembre e inizio ottobre non è stato un evento specifico di Akash: l’intero paniere dei token di compute AI, da RENDER a NOS, si è mosso insieme, segno di una rotazione di settore più che di un catalizzatore fondamentale. Sul fronte statunitense, dove l’autorità che vigila su questi asset è ridotta a due soli commissari, con tutto ciò che comporta per i tempi delle approvazioni di ETF e per la chiarezza normativa, i token DePIN e AI restano in una zona grigia, né chiaramente titoli né chiaramente commodity. Non è un dettaglio: l’incertezza regolatoria pesa sul premio che il mercato è disposto a pagare.
Che cosa guardare nel quarto trimestre, allora. Primo, se la scelta della catena di destinazione arriverà entro la fine dell’anno, come promesso. Secondo, se il rimbalzo dei ricavi e dell’utilizzo proseguirà, confermando che il Q3 era un punto di svolta e non un sobbalzo. Terzo, un numero che Akash non ha ancora reso pubblico: quanti provider offrono davvero il confidential computing, perché senza hardware TEE diffuso la riservatezza resta una funzione sulla carta. Il verdetto, per ora, è misurato. Il Q3 2026 dice che Akash ha smesso di rimpicciolirsi e ha ricominciato a crescere, trainato dall’inferenza e da una domanda di compute che non accenna a calare. Se AKT riuscirà mai a catturare quel valore è un’altra domanda, e la risposta non è ancora arrivata.
Domande frequenti
Che cos’è Akash Network?
Akash Network è un marketplace di cloud computing decentralizzato: i tenant affittano potenza di calcolo, soprattutto GPU per l’AI, da fornitori indipendenti tramite un’asta inversa in cui i provider competono al ribasso sul prezzo. È attivo dal 2020, con il mercato delle GPU aggiunto nell’agosto 2023.
Cosa dicono i dati Messari del terzo trimestre 2026?
Secondo Messari, nel Q3 2026 l’attività di deployment è tornata a crescere: i ricavi sono saliti del 73% su base trimestrale a circa 304.000 dollari, la capacità GPU è aumentata dell’8,5% a 420 schede e l’utilizzo è cresciuto del 42% rispetto al trimestre precedente. È il primo vero rimbalzo dopo un 2026 di contrazione.
Il token AKT cattura il valore del compute?
Non in modo evidente. Il meccanismo Burn Mint Equilibrium brucia AKT in cambio di un credito in dollari, ma la distruzione netta on-chain è quasi nulla se AKT non si apprezza fra emissione e saldo, e Akash non pubblica quanti AKT vengano davvero rimossi. Con l’inflazione all’8% e metà delle emissioni destinate al community pool, il rendimento reale dello staking resta negativo.
Quanto costa affittare una GPU su Akash?
Una H100 su Akash costa indicativamente fra 1,15 e 1,75 euro l’ora, contro circa 3,40 euro delle istanze AWS Capacity Blocks e oltre 5 euro delle P5, con punte molto più alte su Azure. Il prezzo esatto emerge dall’asta inversa, quindi varia in base ai provider che fanno un’offerta.
Come sono tassate in Italia le ricompense in AKT?
Dal 1° gennaio 2026 le plusvalenze cripto delle persone fisiche scontano un’imposta sostitutiva del 33%, senza più la franchigia da 2.000 euro, mentre le stablecoin ancorate all’euro restano al 26%. Le ricompense da staking sono tassate come reddito e vanno monitorate nel quadro RW; una proposta nella Manovra 2027 punta a riportare l’aliquota al 26%.
Marcus Okafor scrive di infrastrutture AI-crypto per HOGE Wire.