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● Bitcoin & Layer-1s

Il budget della sicurezza di Bitcoin: cosa compra l’hashrate

Il 16 ottobre la difficoltà di Bitcoin è salita del 5,49% senza commissioni ad attutirla. Dietro l'hashrate c'è il conto vero: il budget della sicurezza e un sussidio che si dimezza.

Venerdì 16 ottobre 2026, poco dopo le 14 UTC e al blocco numero 971.712, la rete Bitcoin ha ripetuto il rito che compie ogni circa duemila blocchi da sedici anni: ha ritarato la difficoltà di mining. Questa volta il salto è stato netto, più 5,49%, il terzo aumento più ampio dell’anno e il più deciso dal 27 giugno. Da un giorno all’altro trovare un blocco è diventato quasi il 6% più oneroso. Nelle stesse ore il prezzo di Bitcoin, dopo essere scivolato fino a sfiorare gli 80.000 dollari, trattava intorno agli 82.000 (poco più di 73.000 euro), in calo dai circa 85.000 di inizio ottobre.

La notizia è stata raccontata come l’ennesimo record dell’hashrate. È vero, ma è la lettura più povera. Il numero che conta non è quanti exahash al secondo macina la rete: è quanto costa, in euro sonanti, tenere in piedi lo scudo che protegge Bitcoin. Quel numero ha un nome tecnico, budget della sicurezza, ed è la vera posta in gioco di ogni ritaraggio. Il 16 ottobre è salito il conto dei minatori senza che dall’altra parte arrivasse quasi nulla ad attutirlo.

Il 16 ottobre, un giro di vite senza cuscinetto

Il meccanismo è noto. Ogni 2.016 blocchi, all’incirca due settimane, il protocollo misura quanto tempo hanno impiegato i minatori a produrli e riaggiusta la difficoltà per riportare il ritmo verso un blocco ogni dieci minuti. Nelle due settimane precedenti la media era scesa a circa 9 minuti e 27 secondi a blocco, segno che era entrata in funzione nuova potenza di calcolo. Da qui il più 5,49%, che ha portato la difficoltà da 132,72 a circa 140 trilioni (migliaia di miliardi di hash), poco meno del 10% sotto il massimo storico di 155,97 trilioni toccato alla fine di ottobre del 2025 (CoinWarz).

La parte interessante è l’altra metà del conto. Un ritaraggio al rialzo taglia i ricavi per unità di potenza di circa il 5,2%, a parità di tutto il resto, e di norma una fetta di quella perdita viene compensata dalle commissioni di transazione. Non stavolta. Nelle ventiquattr’ore attorno al ritaraggio i minatori hanno incassato in tutto 2,97 bitcoin di commissioni, lo 0,65% dei ricavi complessivi, contro i 3,125 bitcoin di sussidio che ogni blocco garantisce dal dimezzamento dell’aprile 2024 (FX Leaders). In fasi di rete congestionata le commissioni arrivano a coprire il 10% o più dei ricavi; il 16 ottobre il lato commissioni del reddito dei minatori era praticamente prosciugato, e non restava in sostanza nulla a fare da cuscinetto.

Metrica (16 ottobre 2026)Valore
Prezzo di Bitcoincirca 82.300 USD / 73.100 EUR
Hashrate (media)vicino a 1 ZH/s (circa 10% sotto il picco di ottobre 2025)
Difficoltà (dopo il ritaraggio)circa 140 T (+5,49%)
Difficoltà, record storico (ott. 2025)155,97 T
Hashpricetra 39 e 40 USD per PH/s al giorno
Emissione giornaliera (sussidio)circa 450 BTC
Commissioni (ultime 24 ore)2,97 BTC (0,65% dei ricavi)
Budget della sicurezza13-14 mld USD / circa 12 mld EUR all’anno

Che cos’è il budget della sicurezza

Bitcoin non ha un consiglio di amministrazione né un esercito. La sua difesa è economica: per riscrivere la storia delle transazioni bisognerebbe rifare, più in fretta di tutti gli altri messi insieme, il lavoro di calcolo già accumulato. Quel lavoro costa elettricità e hardware, e qualcuno deve pagarlo. Il budget della sicurezza è esattamente questo: la somma che la rete versa ogni anno ai minatori perché continuino a spendere energia reale a difesa del registro.

In pratica coincide con i ricavi totali del mining: sussidio più commissioni, moltiplicati per il prezzo. A metà ottobre 2026 valgono tra i 13 e i 14 miliardi di dollari l’anno, intorno ai 12 miliardi di euro. È il prezzo dello scudo. Non è iscritto in alcun bilancio, non lo decide nessuno: emerge dal basso come effetto di una gara competitiva. E qui sta la finezza spesso trascurata. L’hashrate, gli exahash al secondo, è soltanto il proxy fisico di questa spesa. Quando si dice che la rete è a un passo da un nuovo record, si sta in realtà dicendo che i minatori stanno spendendo di più; se domani il prezzo crollasse, molti spegnerebbero le macchine e l’hashrate scenderebbe, perché lo scudo non è fatto di silicio ma di denaro.

Un modo utile per dare le proporzioni è rapportare il budget alla capitalizzazione. Con Bitcoin che vale circa 1.470 miliardi di euro, i 12 miliardi spesi ogni anno in sicurezza sono meno dell’1% del valore protetto. È una cifra sorprendentemente contenuta per un sistema senza guardie né caveau, e spiega perché il dibattito serio non riguarda l’oggi ma il domani: quando il sussidio si assottiglierà, quella quota rischia di ridursi a una frazione ancora più piccola, a meno che le commissioni non colmino il vuoto.

Come si calcola: 450 bitcoin al giorno per il prezzo

La matematica è elementare e vale la pena farla una volta. La rete produce in media 144 blocchi al giorno, uno ogni dieci minuti. Ogni blocco porta 3,125 bitcoin di sussidio, quindi circa 450 bitcoin al giorno di nuova emissione. A questi si aggiungono le commissioni, oggi pochissime: i 2,97 bitcoin del 16 ottobre equivalgono a circa 0,02 bitcoin per blocco. Il totale, poco più di 450 bitcoin al giorno, moltiplicato per il prezzo dà il valore quotidiano prodotto dalla rete: a 82.000 dollari fanno circa 37 milioni di dollari al giorno (FX Leaders). Moltiplicato per 365 si arriva al budget annuo: tra i 13 e i 14 miliardi di dollari.

Due conseguenze, entrambe importanti. La prima: il budget scala con il prezzo, non con l’uso della rete. Che una giornata muova un milione di transazioni o diecimila, il grosso del conto resta il sussidio, che dipende solo da quanti dollari (o euro) vale un bitcoin. La seconda: il budget scala anche con l’hashprice, il ricavo giornaliero per unità di potenza. A metà ottobre l’hashprice in dollari girava tra i 39 e i 40 dollari per petahash al secondo al giorno, risalito dai minimi sotto i 28 di fine giugno; settembre si è chiuso a 39,92, il mese migliore per i ricavi dei minatori da gennaio, con 1,12 miliardi di dollari complessivi (Luxor via MillionMiner). Quando l’hashprice sale, salgono i ricavi e quindi il budget; quando scende, i minatori meno efficienti si fermano.

Dietro questi numeri c’è elettricità vera. Quei circa 37 milioni di dollari al giorno finanziano una rete che, secondo le stime indipendenti più citate, assorbe un consumo elettrico paragonabile a quello di un intero Paese di medie dimensioni. È questa spesa energetica, non una promessa o un algoritmo, a rendere costoso riscrivere il registro: il budget della sicurezza è, in ultima analisi, il prezzo dell’energia bruciata a difesa della catena. Ridurlo significa bruciare meno energia e, di conseguenza, abbassare il muro che protegge le transazioni.

Sussidio contro commissioni: da dove arrivano i soldi oggi

La composizione del budget è il cuore del problema. Oggi quasi tutto viene dal sussidio, cioè da moneta nuova creata dal protocollo, e pochissimo dalle commissioni pagate da chi usa la rete. La tabella seguente scompone la ricompensa media di un blocco a metà ottobre 2026.

FontePer bloccoQuota
Sussidio (nuova emissione)3,125 BTCcirca 99,35%
Commissioni (media recente)circa 0,02 BTCcirca 0,65%
Totalecirca 3,145 BTC100%

Detto altrimenti: nel 2026 la sicurezza di Bitcoin è finanziata per oltre il 99% da un sussidio che, per disegno, è destinato a sparire, e per meno dell’1% dall’unica fonte che potrebbe durare per sempre. È una dipendenza che il protocollo stesso prevede di dover ribaltare, blocco dopo blocco, dimezzamento dopo dimezzamento. Finché il prezzo sale, il problema resta nascosto; quando il prezzo ristagna e arriva un halving, riemerge in tutta la sua ruvidezza.

Il termostato insegue il prezzo, non lo guida

Perché un ritaraggio al rialzo in piena debolezza di prezzo è un segnale sgradito per i margini? Perché la difficoltà è un termostato che reagisce in ritardo. Misura il passato, cioè la potenza accesa nelle due settimane trascorse. Se in quella finestra sono arrivate macchine nuove, spesso dopo una consegna di hardware ordinato mesi prima, la difficoltà sale anche se nel frattempo il prezzo è sceso. Il risultato è una tenaglia: costi più alti e ricavo per unità più basso, margini compressi da entrambi i lati.

Nikolaos Panigirtzoglou, che guida il team di ricerca sui mercati di JPMorgan, ha sintetizzato il meccanismo senza giri di parole: «quando Bitcoin scambia sotto il suo costo di produzione, i minatori con i costi più alti si spengono, l’hashrate cala e la difficoltà si riaggiusta verso il basso» (TFTC). La banca colloca il costo di produzione all-in intorno ai 78.000 dollari per bitcoin e calcola un beta difficoltà/prezzo di 0,62 sugli ultimi sei mesi: più operatori lavorano vicino al proprio pavimento di costo, più ampie diventano le oscillazioni della difficoltà quando il prezzo si muove. Il 16 ottobre, con il prezzo attorno agli 82.000 dollari e il costo di produzione non lontano, il margine era già sottile prima che la difficoltà aggiungesse il suo più 5,49%.

Un anno dopo il record di ottobre 2025

Il ritaraggio arriva a ridosso di un anniversario preciso. Tra la fine di settembre e la fine di ottobre del 2025 la rete toccò i suoi massimi assoluti: un hashrate attorno a 1,1 zettahash al secondo e una difficoltà record di 155,97 trilioni intorno al 29 ottobre. Poi, per la prima volta in sei anni, nel 2026 è arrivata una flessione. La difficoltà è scesa su base annua, appena la seconda volta nella storia, e a inizio agosto risultava circa il 14% sotto il massimo dell’anno (CoinDesk).

La differenza con i cali precedenti è cruciale, e tornerà utile più avanti. Nel 2018 e nel 2022 l’hashrate crollò per capitolazione, minatori in perdita che staccavano le macchine. Nel 2021 crollò per un divieto, la Cina che espelleva il settore. Nel 2026 è calato per scelta: gli stessi megawatt rendono di più se noleggiati all’intelligenza artificiale che spesi a minare. Dodici mesi dopo il picco, la rete ha recuperato gran parte del terreno: l’hashrate medio è di nuovo vicino a 1 zettahash e la difficoltà, dopo il 16 ottobre, torna intorno a 140 trilioni, a un soffio ma pur sempre circa il 10% sotto il record. Il calendario dei ritaraggi del 2026 racconta un anno nervoso.

Ritaraggio 2026VariazioneNota
19 febbraio+14,7%Il salto più ampio dell’anno
14 giugno-10,09%Forte flessione estiva
27 giugno+7,15%Rimbalzo
11 luglio-5,00%Ricavi in calo
16 ottobre+5,49%Terzo aumento dell’anno, senza commissioni ad attutirlo

Il dimezzamento che prosciuga il sussidio

Qui entra in scena il meccanismo che rende il budget della sicurezza una questione aperta e non un dato acquisito: l’halving. Ogni circa quattro anni, cioè ogni 210.000 blocchi, il sussidio per blocco si dimezza. Era 50 bitcoin nel 2009, è passato a 25, poi a 12,5, poi a 6,25, ed è 3,125 dall’aprile 2024. Intorno al 2028 scenderà a 1,5625, nel 2032 a 0,78125, e così via per una trentina di dimezzamenti fino ad azzerarsi verso il 2140.

Per isolare l’effetto, teniamo fisso il prezzo a 73.000 euro per bitcoin e guardiamo solo alla parte di budget finanziata dal sussidio. Si dimezza a ogni ciclo, come mostra la tabella.

Periodo (circa)Sussidio per bloccoEmissione annuaBudget solo-sussidio (a 73.000 EUR/BTC)
2020-20246,25 BTCcirca 328.500 BTCcirca 24 mld EUR
2024-20283,125 BTCcirca 164.250 BTCcirca 12 mld EUR
2028-20321,5625 BTCcirca 82.125 BTCcirca 6 mld EUR
2032-20360,78125 BTCcirca 41.000 BTCcirca 3 mld EUR
verso il 21400 BTC0 BTCsolo commissioni

A prezzo costante, insomma, lo scudo perderebbe metà del proprio finanziamento ogni quattro anni. È ovvio che il prezzo non resta fisso, anzi storicamente è salito abbastanza da più che compensare i dimezzamenti. Ma affidare la sicurezza della rete alla speranza che il prezzo raddoppi a ogni ciclo è, appunto, una scommessa. E non è il piano che aveva in mente chi ha progettato il sistema.

La scommessa di Satoshi: le commissioni al posto del sussidio

Il disegno originario è esplicito. Nella sezione 6 del white paper del 2008, dedicata agli incentivi, Satoshi Nakamoto scrive che «l’incentivo può essere finanziato anche con le commissioni di transazione» e, soprattutto, che «una volta che un numero prestabilito di monete è entrato in circolazione, l’incentivo potrà passare interamente alle commissioni di transazione ed essere del tutto privo di inflazione» (bitcoin.org).

In altre parole, il sussidio non è mai stato pensato per durare. Era un incentivo di avviamento, un modo per distribuire le monete e pagare la sicurezza finché la rete non fosse diventata abbastanza usata da sostenersi con le sole commissioni. Il passaggio dal sussidio alle commissioni non è un incidente da scongiurare: è il piano. La domanda, sedici anni dopo, è se quel piano stia funzionando. I numeri del 16 ottobre, con le commissioni allo 0,65% dei ricavi, dicono che siamo lontani. Perché lo scudo regga quando il sussidio varrà un quarto o un ottavo di oggi, il mercato delle commissioni dovrà valere molto di più di quanto vale adesso.

Perché il mercato delle commissioni deve maturare

Il mercato delle commissioni esiste, ma è intermittente. Lo spazio nei blocchi è scarso, circa 4 milioni di unità di peso ogni dieci minuti, e il suo prezzo è un’asta: quando la domanda esplode le commissioni schizzano, quando rientra collassano. Nel 2023 e nel 2024 le ondate di iscrizioni Ordinals e di token Runes hanno riempito i blocchi e, per qualche giorno, le commissioni hanno superato il sussidio. Poi l’entusiasmo è calato e il conto è tornato a dipendere quasi solo dalla nuova emissione.

Vale la pena ricordare quanto siano state episodiche quelle fiammate. Nella primavera del 2023, al culmine della mania Ordinals, ci furono giornate in cui le commissioni rappresentarono la maggioranza della ricompensa di blocco; pochi mesi dopo erano di nuovo una briciola. Un budget costruito su picchi del genere sarebbe robusto quanto imprevedibile: generoso nei giorni di euforia, fragile in quelli di calma. Per sostituire davvero il sussidio servirebbe una domanda di spazio che non svanisce quando passa la moda, ed è proprio ciò che i fautori dei livelli superiori promettono e che il mercato deve ancora dimostrare.

La tesi di chi è ottimista sul budget a lungo termine è che la domanda strutturale di spazio arriverà dai livelli costruiti sopra Bitcoin, non dalle mode dei collezionabili. I rollup e i protocolli che ancorano dati al livello base, dai disegni basati su BitVM alle sperimentazioni che riutilizzano l’annex di Taproot, consumano spazio di blocco per regolare transazioni che avvengono altrove. Se Bitcoin diventa il livello di regolamento di un’economia a più strati, le commissioni potrebbero crescere in modo meno volatile e più duraturo di una moda passeggera. Resta comunque una scommessa sul fatto che abbastanza utenti paghino per la sicurezza del livello base; se non lo faranno a sufficienza, il margine di sicurezza si assottiglierà a ogni dimezzamento.

L’intelligenza artificiale contro l’hashrate

C’è un secondo fronte, e spiega perché nel 2026 l’hashrate ha smesso di correre. Gli stessi capannoni, le stesse connessioni elettriche e, in parte, lo stesso capitale che alimentavano il mining oggi valgono di più se ospitano GPU per l’intelligenza artificiale. CoinShares stima che entro la fine del 2026 fino al 70% dei ricavi dei minatori quotati possa arrivare dall’IA e dal calcolo ad alte prestazioni, contro circa il 30% del 2024, con oltre 70 miliardi di dollari di contratti già firmati (news.bitcoin.com).

James Butterfill, responsabile della ricerca di CoinShares, ha definito l’attuale congiuntura «uno dei periodi più difficili» per il settore. Per il budget della sicurezza il punto è sottile. La concorrenza dell’IA per i megawatt mette un tetto alla crescita dell’hashrate, e quindi alla spesa in sicurezza, proprio mentre il sussidio si avvia a dimezzarsi di nuovo. Non è una minaccia diretta alla rete: la difficoltà si riaggiusta e i blocchi continuano a uscire. È però un freno strutturale alla crescita dello scudo. Chi noleggia potenza all’IA incassa flussi in dollari più stabili dei ricavi da mining, e la corsa a quei contratti, come abbiamo raccontato parlando dell’economia del calcolo decentralizzato, sta ridisegnando il conto economico dei grandi operatori. Secondo la stessa CoinShares, nel secondo trimestre del 2026 molti minatori quotati sono scesi sotto il pareggio di cassa.

Che cosa compra davvero il budget

Vale la pena chiedersi che cosa, in concreto, comprino quei 12 miliardi di euro l’anno. Comprano, prima di tutto, il costo di un attacco. Per riscrivere anche solo poche ore di storia (il celebre attacco al 51%, in realtà a maggioranza di hashrate) servirebbe accumulare più potenza di calcolo di tutto il resto della rete, un investimento in hardware ed energia che diversi ricercatori collocano oggi nell’ordine di vari miliardi di dollari. Un lavoro della Duke University lo quantifica attorno agli 8 miliardi se l’attaccante abbina all’hardware una grossa posizione corta sui derivati, così da lucrare sul crollo di prezzo che provocherebbe (news.bitcoin.com). Chi minimizza la minaccia ribatte che «la fattibilità economica affossa la tesi», perché accumulare quella potenza richiederebbe anni e verrebbe notato (crypto.news). Il punto di equilibrio tra le due letture, insieme al nodo di chi costruisce davvero i blocchi, lo abbiamo analizzato nel pezzo gemello su chi controlla i pool di mining.

Non è teoria astratta. Catene più piccole con lo stesso meccanismo di Bitcoin, da Bitcoin Gold a Ethereum Classic, hanno subito attacchi a maggioranza di hashrate proprio perché il loro budget della sicurezza era abbastanza basso da rendere l’operazione conveniente: affittare potenza a sufficienza costava meno di quanto si potesse sottrarre con un doppio incasso. Bitcoin non è mai stato attaccato così per la ragione opposta, il suo budget è enorme. Ma la lezione di quelle catene è che il muro non è alto per magia: è alto perché costa tanto, e un muro che costa meno è un muro più facile da scavalcare.

Ma il budget non compra solo la difesa dall’attacco catastrofico. Compra la finalità ordinaria, quella di tutti i giorni. Ogni conferma che un commerciante attende prima di consegnare la merce ha valore perché annullarla costerebbe rifare il lavoro di tutti i blocchi successivi. Più alto è il budget, più costoso è riorganizzare la catena, più profonda è la finalità. Ridurre il budget, per sussidio dimezzato e commissioni assenti, significa rendere marginalmente più economico ogni tentativo di riscrittura. Non è un interruttore acceso o spento: è un cursore, e il dimezzamento lo sposta lentamente nella direzione sbagliata se le commissioni non intervengono.

MiCA, Consob e il nodo fiscale italiano

Sul piano normativo il mining resta un’anomalia che conviene chiarire. MiCA, il regolamento europeo ormai pienamente operativo, disciplina gli emittenti e i prestatori di servizi sulle cripto-attività (i CASP): exchange, custodi, piattaforme. Non disciplina il mining in sé, che non è un servizio finanziario. In Italia la vigilanza spetta a Consob per la condotta di mercato e la tutela degli investitori e a Banca d’Italia per i profili prudenziali e le stablecoin, secondo il decreto di adeguamento (D.lgs. 129/2024); ma nessuna delle due autorizza o supervisiona chi accende un ASIC. Anche oltreoceano la direzione è analoga: nel 2025 la SEC ha chiarito che il mining in proof-of-work, da soli o in pool, non fa scattare la normativa sui titoli (The Block).

Per chi in Italia vorrebbe minare sul serio, il nodo è energetico e fiscale. Sul fronte energia il Paese parte sfavorito, con alcuni dei prezzi dell’elettricità più alti d’Europa, al punto che il mining industriale è quasi sempre in perdita; è il motivo per cui la difficoltà si comporta come un’asta per il megawatt più economico, vinta altrove. Sul fronte fiscale, la tassazione delle plusvalenze e l’eventuale qualificazione del mining come attività d’impresa restano terreno scivoloso, dentro la più ampia anomalia italiana sulle aliquote cripto. Il budget della sicurezza è globale e indifferente ai confini; il conto energetico e fiscale, invece, è tutto locale, e decide in quali Paesi quei megawatt vengono bruciati.

Scenari: il budget della sicurezza verso il 2028

Mettendo insieme i pezzi, il futuro del budget della sicurezza si gioca su tre scenari, non mutuamente esclusivi.

ScenarioPrezzo di BitcoinCommissioniEsito per il budget
Il prezzo tienesale verso i 100.000 dollari e oltrerestano minimeil budget cresce nonostante il sussidio dimezzato
Le commissioni maturanolateralecrescono in modo strutturale (rollup, L2)lo scudo regge sul mercato delle fee, come da disegno
Degradodebole e prolungatorestano minimesussidio dimezzato più fee a zero: budget in calo, finalità più fragile

Il primo scenario è quello che tiene a bada l’ansia: storicamente il prezzo è salito abbastanza da far crescere il budget nonostante i dimezzamenti. È però anche il più dipendente dalla fortuna. Il secondo, un mercato delle commissioni che matura grazie alla domanda strutturale dei livelli superiori, è il piano scritto nel white paper, e il più solido se si realizza. Il terzo è lo scenario che nessuno vuole: prezzo debole, commissioni assenti, sussidio dimezzato, con lo scudo che si assottiglia proprio mentre la rete diventa più preziosa da attaccare. Il ritaraggio del 16 ottobre, un giro di vite sui costi senza un centesimo di commissioni a fare da cuscinetto, è una prova generale in miniatura di quel terzo scenario. Non è un allarme per domani; è il promemoria che la sicurezza di Bitcoin non è gratis, e che qualcuno, prima o poi, dovrà pagarla con le commissioni invece che con l’inflazione.

Domande frequenti

Che cos’è il budget della sicurezza di Bitcoin?

È la somma che la rete paga ogni anno ai minatori perché proteggano il registro spendendo energia reale: in pratica i ricavi totali del mining, cioè sussidio più commissioni moltiplicati per il prezzo. A metà ottobre 2026 vale tra i 13 e i 14 miliardi di dollari l’anno, intorno ai 12 miliardi di euro. Più alto è il budget, più costoso diventa attaccare la rete.

Perché la difficoltà di Bitcoin è salita del 5,49% il 16 ottobre 2026?

Perché nelle due settimane precedenti i minatori avevano acceso nuova potenza di calcolo e i blocchi uscivano più veloci del bersaglio di dieci minuti, con una media intorno a 9 minuti e 27 secondi. Il protocollo ha riaggiustato la difficoltà verso l’alto per riportare il ritmo a dieci minuti. È stato il terzo aumento più ampio del 2026 e ha portato la difficoltà vicino ai 140 trilioni.

Che cosa succede al budget della sicurezza con l’halving?

Ogni circa quattro anni il sussidio per blocco si dimezza: 3,125 bitcoin oggi, circa 1,5625 dal 2028, 0,78125 dal 2032, fino ad azzerarsi verso il 2140. A parità di prezzo, la parte del budget finanziata dal sussidio si dimezza a ogni ciclo. Perché lo scudo regga, o il prezzo continua a salire o le commissioni di transazione devono crescere in modo strutturale.

Le commissioni di transazione possono sostituire il sussidio?

È il piano previsto dal white paper di Satoshi, ma oggi siamo lontani: le commissioni valgono circa lo 0,65% dei ricavi. Perché diventino la fonte principale serve una domanda duratura di spazio nei blocchi, che potrebbe arrivare dai rollup e dai livelli costruiti sopra Bitcoin più che da ondate episodiche come Ordinals e Runes. Se quella domanda non si consolida, il margine di sicurezza si assottiglia a ogni dimezzamento.

Quanto costerebbe un attacco al 51% a Bitcoin?

Le stime recenti parlano di diversi miliardi di dollari: un lavoro della Duke University lo colloca attorno agli 8 miliardi se l’attaccante abbina all’hardware una posizione corta sui derivati per lucrare sul crollo di prezzo. Molti nel settore considerano comunque l’operazione economicamente non plausibile, perché accumulare tanta potenza richiederebbe anni e verrebbe notato. È proprio questo costo che il budget della sicurezza finanzia.

A cura della redazione mercati e mining di HOGE Wire Italia.

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