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Hashrate Bitcoin: la potenza è di molti, il potere di pochi

A un anno dal picco, l'hashrate Bitcoin resta vicino ai record: ma la domanda non è quanta potenza esista, è chi la controlla. Pochi pool decidono i blocchi.

Un anno fa, a fine ottobre 2025, l’hashrate di Bitcoin toccava il suo massimo storico: circa 1,1 zettahash al secondo di potenza di calcolo puntata sulla rete, con la difficoltà di mining che il 29 ottobre segnava il record di 155,97 trilioni. Dodici mesi dopo la fotografia è cambiata poco nei numeri e moltissimo nel significato. La potenza è ancora lì, enorme e quasi ai massimi; ma la domanda che conta non è più «quanta» ce n’è, bensì «chi» la comanda.

È una distinzione sottile che quasi tutti i titoli ignorano. L’hashrate misura il lavoro grezzo, le migliaia di miliardi di tentativi al secondo che i miner compiono per trovare un blocco valido. Ma chi decide quali transazioni finiscono in quel blocco, in quale ordine, e chi incassa la ricompensa, non è il singolo proprietario delle macchine: è il pool a cui quelle macchine sono collegate. E i pool, a ottobre 2026, sono pochissimi. Tre bastano a superare metà dei blocchi. Sei ne producono circa l’85 per cento. Dietro quei marchi, poi, si nasconde una concentrazione ancora maggiore di quella che i grafici lasciano vedere.

Questa è un’analisi di dove sta davvero il potere nella rete Bitcoin: non nella geografia delle fattorie di mining, già raccontata altrove, ma nel livello che sta sopra le macchine e sotto il protocollo. È il livello dei pool, ed è il punto cieco della decentralizzazione.

Un anno dopo il picco: la domanda è cambiata

Partiamo dai numeri, perché servono da sfondo. A metà ottobre 2026 Bitcoin tratta intorno ai 74.000 euro (circa 82.800 dollari), con una capitalizzazione vicina ai 1.660 miliardi di dollari e poco più di 20 milioni di monete in circolazione, dopo una settimana in rosso (CoinGecko). È il clima di un Uptober che ha rallentato sui verbali della Fed, non il rialzo lineare che molti si aspettavano.

Sul fronte della rete, la difficoltà è a 132,72 trilioni, circa il 15 per cento sotto il record di 155,97 trilioni toccato il 29 ottobre 2025. L’hashrate stimato oscilla tra i 940 exahash al secondo della media mobile trimestrale e circa 1 zettahash nelle letture a sette giorni (mempool.space): in pratica un decimo abbondante sotto il picco di un anno fa. Il prossimo aggiustamento della difficoltà, atteso verso metà ottobre, è stimato in rialzo di circa il 5 per cento, segno che nelle ultime settimane la potenza è tornata a correre.

Il punto è che per la prima volta nella storia di Bitcoin la potenza ha smesso di salire senza che intervenisse né un divieto statale (come la messa al bando cinese del 2021) né un crollo di prezzo (come le capitolazioni del 2018 e del 2022). È calata per scelta: gli stessi megawatt e gli stessi capannoni vengono dirottati verso l’intelligenza artificiale e il calcolo ad alte prestazioni. Questo plateau volontario cambia il senso del numero. Finché l’hashrate correva verso i 2 zettahash, l’attenzione era tutta sulla crescita. Ora che si è stabilizzato, conviene guardare la sua struttura: come è distribuito, chi lo organizza, quanto è davvero decentralizzato il potere di scrivere la storia della blockchain.

IndicatoreValore (ottobre 2026)
Prezzo BTC~74.000 € / ~82.800 $
Capitalizzazione~1.660 miliardi $
Difficoltà132,72 T (circa -15% dal record)
Record di difficoltà155,97 T (29 ottobre 2025)
Hashrate stimato~940 EH/s – ~1 ZH/s
Picco di hashrate~1,1 ZH/s (ottobre 2025)
Hashprice~40 $/PH al giorno (~36 €)
Budget di sicurezza~14 miliardi $ l’anno (~12 miliardi €)
Coefficiente di Nakamoto (pool)3
Consumo elettrico stimato~138 TWh l’anno
Fonti: CoinGecko, mempool.space, Cambridge Centre for Alternative Finance. Dati al 12 ottobre 2026.

Hashrate non vuol dire controllo

Il primo passo per capire chi comanda è smettere di confondere due cose diverse: la potenza di calcolo e il controllo sui blocchi.

L’hashrate è lavoro bruto. Ogni macchina ASIC calcola in continuazione funzioni hash SHA-256, cercando un risultato che stia sotto la soglia fissata dalla difficoltà. Più hash al secondo produci, più biglietti compri in una lotteria che assegna, in media ogni dieci minuti, il diritto di aggiungere un blocco. Ma trovare il numero vincente è solo metà della storia. L’altra metà è: quale blocco stavi provando a validare? Quali transazioni conteneva, in quale ordine, con quali commissioni, verso quale indirizzo andava la ricompensa?

Quelle scelte le compie chi costruisce il «template» del blocco, cioè la bozza su cui le macchine lavorano. E nel modello dominante del mining a pool non è il proprietario delle macchine a costruirlo: è il pool. Il miner affitta la propria potenza al pool, riceve in cambio un flusso di pagamenti regolare (invece della lotteria tutto-o-niente del mining in solitaria) e, in cambio di quella stabilità, cede al pool la decisione su cosa va nel blocco. È un baratto ragionevole per il singolo, ma sommato su migliaia di miner produce un effetto collettivo pesante: il potere di selezionare le transazioni si concentra in poche mani, mentre la potenza di calcolo resta formalmente sparsa per il mondo.

Perché esistono i pool, allora? Per una ragione statistica. Da sola, una singola macchina potrebbe non trovare un blocco per anni: la ricompensa arriverebbe a sprazzi, imprevedibile come una vincita alla lotteria. Il pool mette in comune la potenza di migliaia di miner e distribuisce i proventi in modo regolare, in proporzione al lavoro svolto da ciascuno (i sistemi più diffusi si chiamano PPLNS e FPPS). È assicurazione contro la varianza, e per un’azienda che deve pagare bollette ed energia ogni mese è quasi indispensabile. Il problema non è il pool in sé, ma quanto pochi siano diventati e quanto potere di scelta accentrino.

Lo ha riassunto con una formula netta lo sviluppatore noto come 0xB10C, che da anni misura la salute del mining attraverso il progetto mainnet.observer: «quasi tutta la potenza di mining è controllata da pochi grandi pool, che producono i template dei blocchi». È questa la frase da tenere a mente per tutto il resto dell’articolo.

Come si misura (e perché nessuno la misura davvero)

C’è un secondo motivo per cui si parla di hashrate «nascosto»: nessuno lo misura direttamente. Non esiste un contatore centrale che sommi le macchine accese nel mondo. L’hashrate è una stima, ricavata all’indietro da due dati osservabili: la difficoltà corrente e la velocità con cui escono i blocchi.

La formula è semplice: hashrate stimato equivale alla difficoltà moltiplicata per 2^32 e divisa per 600, dove 600 sono i secondi del tempo-blocco teorico. Se i blocchi arrivano più in fretta della media, se ne deduce che c’è più potenza del previsto; se rallentano, meno. Ma il mining è un processo di Poisson: la varianza nel breve periodo è enorme. Una mattinata fortunata può far sembrare la rete molto più potente di quanto sia, e una sfortunata il contrario. Per questo le letture spot ballano di centinaia di exahash da un giorno all’altro, mentre le medie a sette o trenta giorni sono più affidabili.

Questo ha due conseguenze per il nostro tema. La prima: anche il totale che leggiamo è un’approssimazione, non un fatto. La seconda, più importante: se già il «quanto» è stimato, il «chi» lo è ancora di più. L’unico modo per attribuire la potenza è guardare l’etichetta che il pool lascia nella transazione coinbase di ogni blocco che vince. Ma quell’etichetta la sceglie il pool, può essere cambiata, condivisa o nascosta. La mappa dell’hashrate che vediamo è quindi una mappa dei pool, non dei proprietari delle macchine, ed è disegnata da chi ha interesse a come appare.

La piramide dei miner: dal chip al pool

Per orientarsi conviene immaginare una piramide a più livelli, dal più visibile al più oscuro.

  • Il chip e la macchina. Alla base ci sono i singoli ASIC, prodotti quasi solo da tre aziende (Bitmain, MicroBT, Canaan). Qui la concentrazione è industriale ma trasparente: si sa chi costruisce le macchine.
  • L’operatore. Le macchine stanno in capannoni gestiti da operatori, dai giganti quotati come MARA, Riot o CleanSpark fino a piccole aziende e a privati con qualche unità in garage. Questo livello è solo in parte visibile: le società quotate pubblicano i bilanci, i piccoli no.
  • Il pool. Gli operatori collegano la potenza a un pool, che aggrega migliaia di macchine anonime, costruisce i template e distribuisce le ricompense. Qui la visibilità crolla: un pool è un marchio, dietro al quale può esserci chiunque.
  • Il template. In cima c’è la scelta di cosa scrivere nel blocco. È il livello che conta per censura, ordinamento delle transazioni e valore estratto, ed è quello su cui la concentrazione è massima.

La decentralizzazione di cui Bitcoin va fiero vive alla base della piramide: chiunque, in teoria, può accendere una macchina. Ma il potere vero si decide in cima, dove gli attori sono pochi e in gran parte opachi. Capire la rete significa salire questa piramide, non fermarsi al primo gradino.

La fotografia dei pool a ottobre 2026

Ecco come si distribuivano i blocchi nell’ultima settimana, secondo il tracker pubblico mempool.space (dati al 12 ottobre 2026).

PoolQuota blocchi (7 giorni)Blocchi
Foundry USA25,84%276
AntPool20,60%220
F2Pool17,51%187
ViaBTC9,64%103
SpiderPool5,99%64
MARA Pool5,52%59
SECPOOL4,49%48
Luxor3,46%37
OCEAN1,87%20
Braiins Pool1,31%14
Fonte: mempool.space, finestra a 7 giorni, 12 ottobre 2026. Il restante ~3,8% va a pool minori e sconosciuti.

I conti sono presto fatti. I primi due pool, Foundry USA e AntPool, da soli valgono il 46 per cento dei blocchi. Aggiungendo F2Pool si arriva a quasi il 64 per cento: bastano quindi tre pool per superare la metà. I primi quattro sfiorano il 74 per cento, i primi sei circa l’85. La coda lunga di pool minori, miner solitari e operatori indipendenti si spartisce le briciole: meno del 4 per cento tra tutti.

Questa distribuzione non è un’anomalia del momento: è la forma stabile del mining da anni. Gli ordini cambiano di qualche punto da una settimana all’altra (Foundry è saldamente prima, AntPool e F2Pool si contendono il secondo posto), ma la sostanza resta: una manciata di nomi decide la quasi totalità dei blocchi. Chi vuole seguire la classifica in tempo reale può usare tracker come quello di Hashrate Index o lo stesso mempool.space, che ricostruiscono le quote dalle etichette coinbase settimana per settimana.

Il coefficiente di Nakamoto: perché «tre» è un numero scomodo

Esiste una metrica pensata apposta per misurare questa fragilità: il coefficiente di Nakamoto. È il numero minimo di soggetti che, mettendosi d’accordo, controllerebbero più della metà di una risorsa critica, la soglia oltre la quale si possono riscrivere blocchi, censurare transazioni o tentare attacchi di selfish mining. Per il mining di Bitcoin, a ottobre 2026, quel numero è 3. Lo conferma il rapporto H1 2026 di D-Central, ripreso da TFTC, che lo sintetizza così: bastano tre pool per minare più della metà di tutti i blocchi.

Tre è un numero scomodo per diverse ragioni. Un coefficiente di 3 significa che non servono migliaia di cospiratori per mettere in difficoltà la rete, ma una telefonata tra tre amministratori delegati, oppure un’unica richiesta normativa recapitata ai posti giusti. Come ha osservato la stessa analisi di TFTC, in teoria «una sola richiesta OFAC, una sola lettera di pressione» basterebbe a spingere una quota enorme dell’hashrate verso la censura di certe transazioni. Non è un attacco economico da miliardi: è un problema di governance e di punti di coordinamento.

Va detto per onestà che un coefficiente di 3 non è nuovo né in drammatico peggioramento: Bitcoin convive con questa struttura da tempo e non è mai stato attaccato con successo. Ma «non è ancora successo» non è la stessa cosa di «non può succedere», e la posta in gioco cresce con il valore della rete.

Il dato va anche messo in prospettiva. Bitcoin è la rete più sicura al mondo per potenza assoluta, eppure resta tra le più concentrate proprio nel punto che conta di più, cioè chi assembla i blocchi. È un paradosso che nasce dalla maturazione dell’industria attorno a pochi grandi operatori e a tre soli produttori di hardware, e spiega perché la decentralizzazione del mining torni ciclicamente al centro del dibattito tra gli sviluppatori: un coefficiente basso non è un allarme immediato, ma una vulnerabilità strutturale che conviene conoscere.

«AntPool e amici»: la concentrazione che non si vede

Qui arriva la parte che i grafici ufficiali non mostrano. La quota di circa il 20 per cento attribuita ad AntPool nei tracker pubblici è quasi certamente una sottostima del suo peso reale, perché diversi pool apparentemente indipendenti non costruiscono i propri template: usano quelli di AntPool.

Il fenomeno si chiama «proxy pooling» e lo ha documentato con rigore 0xB10C. Il metodo è ingegnoso: quando due pool diversi inviano ai miner template di blocco quasi identici (stessi rami dell’albero di Merkle, stesso ordinamento delle transazioni), è un indizio forte che uno stia semplicemente rivendendo i template dell’altro. Confrontando queste somiglianze blocco per blocco, 0xB10C ha ricostruito attorno ad AntPool un grappolo di pool satellite, in momenti diversi tra cui Poolin, CloverPool (l’ex BTC.com), Braiins, Binance Pool, SecPool e Rawpool.

Le conclusioni della sua analisi, pubblicata nell’aprile 2025, sono nette. Il gruppo «AntPool e amici» valeva da solo circa il 40 per cento della potenza di rete nel biennio 2023-2024; sommato a Foundry, il blocco dei due maggiori arrivava a controllare tra il 60 e il 70 per cento dell’hashrate. E, aspetto decisivo, dal 96 al 99 per cento dei blocchi veniva minato da appena sei pool. Non sei operatori, non seimila fattorie: sei costruttori di template.

Perché questo conta più della quota nominale? Perché il template è il luogo dove si decide il contenuto del blocco. Secondo quanto riportato dalla ricerca, in cambio di una garanzia contro la varianza della fortuna del pool, i pool satellite accettavano di usare i template e l’ordinamento delle transazioni di Bitmain, e in alcuni casi di far transitare le ricompense attraverso la sua infrastruttura. Se questo quadro è anche solo parzialmente corretto, la decisione su cosa entra in una fetta enorme dei blocchi Bitcoin passa per un numero di attori molto più piccolo di quanto suggeriscano i dieci marchi di una classifica. Le affiliazioni, inoltre, cambiano nel tempo: nessun grafico pubblico le cattura in modo definitivo, ed è esattamente questo il punto cieco.

La logica economica del proxy pooling è la stessa che spinge verso i pool in generale, solo portata all’estremo. Un pool piccolo soffre di varianza elevata: può passare settimane senza trovare un blocco e faticare a pagare puntualmente i propri miner. Appoggiarsi ai template e alla garanzia di un colosso come Bitmain elimina quel rischio, in cambio della rinuncia a decidere il contenuto dei blocchi. Per il singolo pool è un affare; per la rete è l’ennesimo rivolo di potere che confluisce nello stesso bacino. La concentrazione, qui, non nasce da un complotto ma da incentivi che tutti seguono razionalmente, ed è questo che la rende difficile da invertire.

Chi sceglie le transazioni: il vero potere

Finché i pool usano il loro potere solo per massimizzare le commissioni, il problema resta teorico. Ma il controllo del template è, letteralmente, il potere di censura della rete di base di Bitcoin, e non è del tutto ipotetico.

Lo stesso 0xB10C ha documentato, alla fine del 2024, una serie di casi in cui transazioni legate a indirizzi sanzionati dall’OFAC venivano escluse dai blocchi di alcuni pool, pur essendo valide e con commissioni adeguate: transazioni «mancanti» che una rete davvero neutrale avrebbe incluso. Il fenomeno è rimasto marginale, perché prima o poi un altro pool le ha inserite, ma mostra che la leva esiste e qualcuno l’ha già azionata.

È qui che la concentrazione della difficoltà in poche aree a basso costo energetico si somma a quella dei template: le macchine stanno dove l’energia costa meno, ma la decisione su cosa calcolano sta altrove, in una manciata di sale server che costruiscono i blocchi. Separare i due livelli, la potenza grezza e la scelta delle transazioni, è esattamente ciò a cui puntano le contromisure tecniche di cui parleremo più avanti.

Perché la concentrazione conta per la sicurezza

Il legame tra concentrazione dei pool e sicurezza passa dal celebre «attacco del 51 per cento». La narrazione classica lo descrive come impossibile per via del costo: per controllare la maggioranza della potenza servirebbe un arsenale di macchine e di energia fuori dalla portata di chiunque.

Campbell Harvey, professore di finanza alla Duke University, ha aggiornato questo conto in modo provocatorio. Nella sua stima più recente un attacco di una settimana costerebbe circa 8 miliardi di dollari, «circa 50 punti base del valore di bitcoin», a patto che l’aggressore accompagni la scalata all’hashrate con una grande posizione corta sui derivati: a quel punto, spiega, «la differenza, oggi, sono i mercati dei derivati», perché si guadagnerebbe dal crollo di prezzo provocato dall’attacco invece di dover recuperare il costo minando (news.bitcoin.com). Non tutti sono d’accordo: Matt Prusak, presidente di American Bitcoin Corp, ribatte che «la fattibilità economica affossa la tesi del 51 per cento», perché accumulare quella potenza richiederebbe anni e gli exchange congelerebbero le attività sospette prima (crypto.news).

Ma la concentrazione dei pool riscrive il problema. Un aggressore potrebbe non aver bisogno di comprare 8 miliardi di dollari di ASIC: se tre pool già indirizzano più della metà della potenza, la superficie d’attacco diventa coordinare, corrompere o costringere pochi operatori, non costruire fattorie. Il budget di sicurezza della rete, cioè quanto incassano complessivamente i miner (hashprice per hashrate, circa 14 miliardi di dollari l’anno, poco meno di 12 miliardi di euro), resta imponente; ma misura il costo di competere onestamente con i miner, non quello di convincere i pochi che già li organizzano. È una distinzione che vale anche per chi considera Bitcoin una riserva di valore: la solidità del paragone con l’oro poggia in ultima analisi sulla neutralità di questo strato.

Il contrappeso: i miner possono cambiare pool

C’è però una valvola di sicurezza che impedisce a questo quadro di essere catastrofico, ed è bene spiegarla per non cadere nell’allarmismo. La potenza non appartiene ai pool: gli è affittata. Un miner può reindirizzare le proprie macchine verso un altro pool in pochi minuti, cambiando una riga di configurazione. Se un pool si comportasse male, censurando transazioni o avvicinandosi al 51 per cento, i miner razionali avrebbero ottime ragioni per andarsene, perché un attacco riuscito distruggerebbe il valore del Bitcoin che stanno guadagnando.

È già successo. Nell’estate del 2014 il pool GHash.io superò brevemente il 50 per cento della potenza di rete, scatenando l’allarme della comunità; il pool si impegnò pubblicamente a restare sotto il 40 per cento e i miner si redistribuirono spontaneamente. Il mercato, in quel caso, si autocorresse senza bisogno di regole. La concentrazione dei pool, insomma, è un potere reale ma revocabile: pericoloso se i miner dormono, innocuo se restano vigili e mobili.

Il limite di questa rassicurazione è che funziona solo se i miner sanno cosa sta facendo il loro pool. Con i template costruiti centralmente, il singolo miner spesso non vede quali transazioni sta validando: scopre la censura solo se qualcuno la misura dall’esterno, come fa 0xB10C. È proprio per restituire quella visibilità, e quel potere, che sono nati gli strumenti della prossima sezione.

La risposta tecnica: Stratum V2, DATUM e OCEAN

La buona notizia è che la concentrazione dei template è un problema di software, e il software si può cambiare. Negli ultimi due anni sono maturati tre strumenti che mirano a restituire ai singoli miner la scelta delle transazioni, senza costringerli ad abbandonare la comodità del pool.

  • Stratum V2. È la nuova versione del protocollo che collega miner e pool. Aggiunge la cifratura e, con l’estensione «Job Declaration», permette al miner di costruire da sé il template, lasciando al pool solo la contabilità delle quote. In pratica sposta la scelta delle transazioni dal pool alla macchina.
  • DATUM. È l’implementazione del pool OCEAN, lanciata a settembre 2024. Un gateway gira sul computer del miner, preleva i template dal suo nodo Bitcoin completo e invia al pool solo i dati di contabilità: il pool non vede mai la lista delle transazioni. Funziona anche con le macchine esistenti via Stratum V1, senza cambi di firmware.
  • Payout non custodial. OCEAN, fondato dallo sviluppatore storico di Bitcoin Core Luke Dashjr e sostenuto da Block di Jack Dorsey, paga i miner direttamente a indirizzi di loro proprietà con il sistema TIDES: il pool non detiene mai le ricompense.
StrumentoCosa decentralizzaCome
Stratum V2 (Job Declaration)Scelta delle transazioniIl miner costruisce il template, il pool lo verifica
DATUM (OCEAN)Scelta delle transazioniTemplate costruito sul nodo del miner; il pool non vede le transazioni
Payout TIDES (OCEAN)Custodia delle ricompenseLa rete paga il miner; il pool non detiene mai i fondi
Mining in solitaria (CKPool, Bitaxe)Tutto (nessun pool)La singola macchina punta alla rete: ricompensa intera o niente
Gli strumenti che provano a separare la potenza di calcolo dalla scelta dei blocchi.

Il payout non custodial è, in fondo, lo stesso principio dell’autocustodia applicato al mining: chi produce valore ne mantiene il controllo diretto, senza affidarlo a un intermediario. Questi strumenti restano però minoritari: OCEAN vale meno del 2 per cento dei blocchi (circa 20 EH/s di hashrate a inizio ottobre), e la stragrande maggioranza della potenza gira ancora su template centralizzati.

La direzione, però, è segnata, e ha preso peso istituzionale: nel 2025 Tether, l’emittente della stablecoin USDT, ha annunciato che avrebbe indirizzato il proprio hashrate (presente e futuro) verso OCEAN usando DATUM, proprio per rafforzare la rete contro la centralizzazione. È un’alleanza curiosa, vista la pressione normativa su USDT in Europa, ma dice qualcosa: anche grandi attori hanno capito che un Bitcoin più decentralizzato nel mining è un Bitcoin più difendibile. A luglio 2026 OCEAN ha aggiunto un cruscotto cifrato end-to-end per i miner, altro tassello della stessa filosofia.

I miner solitari: la lotteria che tiene viva la decentralizzazione

All’estremo opposto della concentrazione c’è un fenomeno piccolo ma simbolicamente enorme: i miner solitari che, ogni tanto, vincono un blocco intero.

Il 2 agosto 2026, al blocco 960.804, un singolo miner collegato al servizio solo di CKPool si è aggiudicato 3,1569 BTC (il sussidio di 3,125 più circa 0,032 di commissioni), all’epoca circa 200.000 dollari (news.bitcoin.com). La sua potenza, «presumibilmente a noleggio», toccava i 100 petahash al secondo: lo 0,011 per cento di una rete che quel giorno viaggiava intorno ai 924 exahash. A quella potenza, le probabilità dicevano un blocco ogni 64 giorni circa. Il servizio solo di CKPool, attivo dal 2014 e creato dallo sviluppatore Con Kolivas, ne ha trovati centinaia di questo tipo.

Attorno a queste imprese è cresciuto un piccolo movimento. Il Bitaxe è un progetto open source che impacchetta un singolo chip ASIC moderno in un dispositivo da scrivania, acquistabile per poche centinaia di euro e alimentabile da una presa di casa: non renderà mai quanto una fattoria, ma trasforma ogni appassionato in un nodo di mining autonomo. Migliaia di questi apparecchi, sparsi per il mondo e collegati a servizi solo o a pool non custodial, non sposteranno la classifica, ma allargano la base della piramide e rendono più difficile immaginare una rete in cui il mining sia appannaggio esclusivo di pochi colossi.

Questi colpi di fortuna non spostano gli equilibri, ma ricordano una verità che la classifica dei pool nasconde: la lotteria è ancora aperta a tutti. Un dispositivo open source come il Bitaxe, grande come un palmo e con un consumo da elettrodomestico, può puntare alla rete e, con probabilità minuscole ma non nulle, vincere. Finché esistono migliaia di macchine indipendenti pronte a reindirizzarsi, il potere dei pool resta affittato, non posseduto. La coda lunga è la rete di sicurezza della decentralizzazione.

L’ombra dell’AI e la geografia nascosta

Vale la pena capire perché l’hashrate si è fermato proprio ora, perché il motivo illumina la questione del controllo. Secondo CoinShares, entro fine 2026 fino al 71 per cento dei ricavi dei grandi miner quotati arriverà dall’intelligenza artificiale e dal calcolo ad alte prestazioni, non dal mining. James Butterfill, responsabile ricerca della società, parla di «uno dei periodi più difficili» mai attraversati dal settore (news.bitcoin.com). Gli stessi megawatt, gli stessi capannoni, gli stessi team che un anno fa spingevano la potenza verso i 2 zettahash oggi addestrano modelli o affittano GPU.

Questo ha un effetto paradossale sul nostro tema. La potenza diventa più volatile e, in alcuni casi, più concentrata: chi resta nel mining tende a essere l’operatore grande, integrato, capace di spostarsi dove l’energia costa meno (gli Stati Uniti valgono da soli oltre un terzo della rete). La geografia delle macchine resta globale, ma il baricentro economico si stringe. Il punto da portare a casa è che la geografia fisica e la geografia del potere non coincidono: le macchine sono ovunque, la scelta dei blocchi è altrove. Sapere che in Texas, in Paraguay o in Etiopia girano terahash non ci dice chi, in una manciata di sale di controllo, decide il contenuto di quei blocchi.

Consumare, la rete consuma eccome: circa 138 terawattora l’anno secondo il Cambridge Centre for Alternative Finance, quanto un Paese di media grandezza. Ma anche questo numero misura la potenza, non il controllo. Si può spendere un’enormità di energia per un sistema molto decentralizzato o molto accentrato: la bolletta non lo dice. Lo dice la mappa dei template.

Nessuna «Consob dei pool»: regole e punti ciechi

Chiudiamo con la domanda che un lettore italiano si pone naturalmente: e le regole? Chi vigila su questa concentrazione?

La risposta spiazzante è: nessuno. Il mining e la gestione di un pool non sono, in sé, servizi finanziari regolati. In Europa il regolamento MiCA e la vigilanza di Consob e Banca d’Italia si applicano ai fornitori di servizi su cripto-attività (exchange, custodi, emittenti di stablecoin), non a chi calcola hash o costruisce template di blocco. Negli Stati Uniti la divisione Corporation Finance della SEC ha chiarito a marzo 2025 che il mining in proof-of-work, da solo o in pool, non costituisce emissione o vendita di titoli. Da entrambe le sponde dell’Atlantico, insomma, il livello dei pool è una zona franca: non esiste una «Consob dei pool» che imponga tetti di quota o trasparenza sui template.

Questo lascia la governance interamente al mercato e al codice. Il mercato, come abbiamo visto, può punire un pool che esagera facendo fuggire i miner; il codice, con Stratum V2 e DATUM, può rendere la censura tecnicamente più difficile. Ma sono meccanismi volontari, non obblighi. È la stessa logica con cui Bitcoin affronta gli altri suoi nodi aperti: le sue regole non si cambiano per decreto ma per consenso, come mostra il percorso lento e conflittuale di soft-fork come BIP-54 e la pulizia del consenso. La decentralizzazione, qui, non è garantita da un’autorità: va difesa macchina per macchina, template per template.

Per l’investitore o l’appassionato italiano la lezione pratica è semplice. Quando valutate la «sicurezza» di Bitcoin, non fermatevi all’hashrate da record: è un numero necessario ma non sufficiente. Chiedetevi chi costruisce i blocchi, quanto è spalmato quel potere e se la quota dei primi tre pool sta salendo o scendendo. È lì, non nel totale dei terahash, che si misura quanto è davvero decentralizzata la rete.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra hashrate e controllo dei pool?

L’hashrate è la potenza di calcolo grezza che cerca blocchi validi; il controllo dei pool è il potere di decidere quali transazioni finiscono in quei blocchi e in quale ordine. Un miner può possedere molta potenza ma, se la affitta a un pool, cede a quest’ultimo la costruzione del template. Per questo la potenza può essere distribuita nel mondo mentre la scelta dei blocchi resta concentrata in pochi pool.

Che cos’è il coefficiente di Nakamoto di Bitcoin e perché è 3?

È il numero minimo di pool che, sommando le loro quote, supererebbero il 50 per cento dei blocchi. A ottobre 2026 bastano i primi tre (Foundry USA, AntPool e F2Pool) a oltrepassare quella soglia, quindi il coefficiente è 3. Un valore così basso indica una concentrazione elevata: pochi attori, in teoria, potrebbero coordinarsi per censurare transazioni o tentare attacchi.

La concentrazione dei pool mette a rischio Bitcoin?

È un rischio reale ma mitigato. Un attacco richiederebbe la collusione o la compromissione di pochi operatori, non la conquista di miliardi di dollari di macchine. Tuttavia la potenza è solo affittata ai pool: i miner possono spostarla altrove in pochi minuti, e in passato, con GHash.io nel 2014, il mercato si è autocorretto. Il pericolo resta finché i miner sono passivi e poco informati su cosa fa il loro pool.

Che cosa sono Stratum V2, DATUM e OCEAN?

Sono strumenti pensati per decentralizzare la scelta delle transazioni. Stratum V2 è il nuovo protocollo di mining che consente al miner di costruire il template del blocco. DATUM è l’implementazione del pool non custodial OCEAN, che costruisce i template sul nodo del miner. OCEAN, inoltre, paga i miner direttamente ai loro indirizzi senza mai detenere le ricompense, applicando al mining il principio dell’autocustodia.

Si può ancora fare mining di Bitcoin da soli in Italia?

Tecnicamente sì, ma quasi solo come hobby o lotteria. Con un dispositivo economico come un Bitaxe o una singola macchina collegata a un servizio solo come CKPool si può puntare alla rete e, con probabilità minime, vincere un blocco intero: è successo di recente a più miner solitari. Industrialmente, però, i costi elettrici italiani rendono il mining competitivo quasi impossibile.

Di Marcus Okafor, redazione Bitcoin e mining di HOGE Wire.

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