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● Bitcoin & Layer-1s

Taproot resta l’ultimo fork: BIP-54 e il rischio quantistico

Taproot è l'ultimo soft fork di Bitcoin: da quasi cinque anni il protocollo non cambia. Il BIP-54 e l'orologio quantistico mettono alla prova una governance bloccata.

Un anniversario silenzioso e un cantiere fermo

Il 14 novembre 2021, al blocco 709.632, Bitcoin ha attivato Taproot, il suo aggiornamento più ambizioso dai tempi di SegWit (CoinDesk). Firme Schnorr, alberi di script nascosti, indirizzi che cominciano con bc1p: sulla carta, le fondamenta per contratti più sofisticati e per una privacy migliore. Quasi cinque anni dopo, quella data conserva un primato scomodo. Taproot resta l’ultimo soft fork che la rete sia riuscita a portare a casa. Da allora le regole di consenso di Bitcoin non sono più cambiate, la pausa più lunga nella storia del protocollo.

Questo non è l’ennesimo articolo su che cosa sia Taproot. È il racconto di perché, nel 2026, Bitcoin sembra incapace di compiere il passo successivo, e di quanto quella paralisi costi. Mentre scriviamo, un bitcoin vale intorno ai 74.000 euro, in leggero rialzo nelle ultime 24 ore ma in calo di poco più del 2% sulla settimana (CoinGecko). Il prezzo balla, come racconta la cronaca di questo Uptober frenato dai verbali della Fed. Sotto la linea dei prezzi, però, si gioca una partita più lenta e più seria: Bitcoin riesce ancora a cambiare quando serve?

La domanda non è teorica. Due fronti, un aggiornamento di manutenzione chiamato BIP-54 e una lunga coda di covenant mai attivati, hanno trasformato il 2026 in un test della capacità di Bitcoin di mettersi d’accordo con se stesso. E sullo sfondo corre un orologio nuovo: la ricerca sul calcolo quantistico, che proprio nel disegno di Taproot trova il suo primo bersaglio.

Che cosa ha davvero portato Taproot

Taproot non è un singolo cambiamento ma un pacchetto di tre proposte tecniche. Il BIP 340 ha introdotto le firme Schnorr al posto dell’ECDSA, con una proprietà preziosa: più firme possono essere aggregate in una sola, così che sulla catena un pagamento a più mani assomigli a un pagamento qualsiasi. Il BIP 341 ha definito l’output Pay-to-Taproot (P2TR) e i Merkelized Alternative Script Trees (MAST), che consentono di nascondere tutti i rami di spesa di un contratto tranne quello effettivamente usato. Il BIP 342, o Tapscript, ha adattato il linguaggio di script al nuovo schema di firma. Gli autori sono gli stessi nomi che ricorrono in gran parte della ricerca su Bitcoin: Pieter Wuille, Jonas Nick, Tim Ruffing, Anthony Towns (Bitcoin Optech).

L’effetto pratico più visibile è l’indirizzo bc1p. Quando una spesa Taproot percorre il cosiddetto key path, cioè la strada della chiave aggregata, risulta indistinguibile da un pagamento semplice: un multisig 3 su 5, l’apertura di un canale Lightning e un banale trasferimento appaiono uguali a un osservatore esterno. Questa è la doppia promessa di Taproot, privacy ed efficienza. Il punto, e qui comincia la storia del 2026, è che buona parte di ciò che Taproot doveva abilitare (contratti davvero articolati, vault, covenant) richiede altri interventi sul protocollo. Interventi che non sono mai arrivati.

Quattro anni senza un fork: la promessa a metà

Il paradosso di Taproot è che l’uso concreto è venuto da dove nessuno se lo aspettava. La quota di transazioni che impiegano output Taproot è passata da circa l’1% a inizio 2023 a oltre il 40% nel picco di inizio 2024, trainata non dai contratti intelligenti ma dalle iscrizioni Ordinals e dalla febbre dei token on-chain. Poi è ridiscesa verso una forchetta tra il 15% e il 20%, con il raffreddarsi della domanda speculativa (Spark). Per confronto, SegWit viaggia tra l’85% e il 90% delle transazioni. Taproot, in sostanza, è stato adottato soprattutto come binario per scrivere dati sulla catena, molto meno come motore di finanza programmabile.

Quella domanda inattesa ha avuto due conseguenze. La prima: ha riacceso un conflitto culturale su che cosa Bitcoin debba essere, un registro di valore o anche un registro di dati arbitrari, tema che torna ogni volta che la liquidità delle Rune si assottiglia e ci si chiede a cosa servano davvero. La seconda: ha reso evidente la metà mancante della promessa. I vault che si proteggono da soli, i contratti che vincolano come e quando una moneta può essere spesa, i meccanismi per gestire le code di commissioni, tutto questo vive nei covenant, e i covenant hanno bisogno di un altro soft fork. Lì il cantiere si è fermato.

Sarebbe però ingeneroso dire che dopo Taproot non si sia mosso nulla. La distinzione che conta è tra il livello del consenso, cioè le regole che ogni nodo deve applicare, rimasto fermo, e il livello degli strumenti costruiti sopra, che invece ha fatto passi avanti silenziosi. Il più importante è MuSig2, lo schema che sfrutta Schnorr per fondere più firme in una sola in modo interattivo ma pratico. Portafogli e custodi lo hanno adottato per i loro multisig, con il risultato che una firma a più mani appare sulla catena come un pagamento qualunque: meno dati, meno commissioni, più privacy.

Anche Lightning ha incassato la sua parte. I canali che usano output Taproot rendono aperture e chiusure indistinguibili dalle transazioni ordinarie, e aprono la strada ai PTLC, una variante dei contratti di pagamento che migliora privacy e instradamento rispetto agli HTLC classici. Sono miglioramenti reali, già in produzione, che però hanno una caratteristica comune: non chiedono il permesso di nessuno. Vivono nel software dei portafogli e dei nodi, non nelle regole di consenso. Bitcoin, insomma, non è congelato nel senso che non evolve; è congelato nel senso che non riesce a cambiare le regole condivise. Tutto ciò che si può fare senza toccarle avanza, tutto ciò che richiede un soft fork si ferma, e le due partite più importanti dei prossimi anni, i covenant e la difesa post-quantistica, stanno proprio dalla parte sbagliata di quel confine.

Ecco perché l’anniversario di Taproot nel 2026 non è una celebrazione ma una diagnosi. L’aggiornamento ha funzionato tecnicamente, ma ha anche segnato il confine oltre il quale Bitcoin non è più riuscito a spingersi. Capire perché richiede un passaggio poco raccontato: come si attiva, in concreto, una modifica delle regole.

Come si attiva (o no) un soft fork

Bitcoin non ha un consiglio di amministrazione né un pulsante di aggiornamento. Una modifica delle regole diventa realtà solo se una quota schiacciante della rete la applica nello stesso momento. Nella pratica ciò ha preso tre forme principali negli anni, riassunte qui sotto.

MeccanismoCome funzionaSoglia tipicaEsempio
BIP-9 (version bits)I miner segnalano il sostegno nei blocchi; se la soglia è raggiunta entro una finestra la regola si attiva, altrimenti scade95% su 2.016 blocchiSegWit (in parte)
Speedy TrialVariante accelerata del BIP-9: finestra breve per vedere se i miner convergono, senza trascinare il tentativo per un anno90% su 2.016 blocchiTaproot (2021)
BIP-8 / UASFAttivazione guidata dagli utenti: i nodi impongono la regola a una data fissa a prescindere dai minerFlag dayMinaccia usata per SegWit

La lezione implicita è che i miner non decidono il contenuto, ma controllano i tempi. Taproot è passato con lo Speedy Trial perché il consenso sociale era già maturo: oltre il 90% dei miner segnalò a giugno 2021 e il resto seguì (CoinDesk). Quando quel consenso manca, la stessa macchina si inceppa. Ed è esattamente ciò che è successo nel 2026, due volte, in modi opposti.

Il punto meno intuitivo è che soglie tanto alte (dal 90% in su) non servono a dare ai miner un potere di voto sul merito, ma a evitare che l’aggiornamento spacchi la rete in due catene incompatibili. Il rovescio della medaglia è che regalano un enorme potere di veto a una minoranza: basta che un gruppo con una fetta significativa di hashrate incroci le braccia perché la soglia diventi irraggiungibile. Dove il consenso sociale è autentico, il meccanismo è una salvaguardia; dove quel consenso è incerto, si trasforma in un lucchetto. Il 2026 ne ha mostrato entrambe le facce nel giro di poche settimane.

BIP-110, il fork durato due blocchi

Il primo episodio è la parabola del BIP-110, soprannominato Reduced Data Temporary Softfork, un tentativo di limitare lo spazio dedicato ai dati non finanziari sulla catena, nato dalla stessa frustrazione anti-spam che accompagna Ordinals. A differenza di Taproot, è stato spinto con una segnalazione obbligatoria: i nodi aggiornati avrebbero rifiutato i blocchi che non segnalavano il sostegno. La finestra si è aperta al blocco 961.632, tra il 7 e l’8 agosto 2026.

Il risultato è stato impietoso. Il sostegno dei miner ha toccato un picco del 2,53%, contro una soglia del 55% (crypto.news). La catena di minoranza, fatta rispettare dai nodi che imponevano la regola, ha prodotto due blocchi in otto ore e poi si è bloccata, mentre la catena principale avanzava senza intoppi. Circa il 99,85% della potenza di calcolo è rimasta dov’era, e la specifica è stata archiviata come chiusa il 9 agosto 2026 (Simple Mining). Un fork durato, in pratica, due blocchi, con il prezzo di Bitcoin vicino ai 77.000 dollari in quelle ore.

Il BIP-110 conta non per ciò che proponeva, ma per ciò che ha dimostrato: nel 2026 un cambiamento contestato, privo di un ampio consenso preventivo, non ha alcuna possibilità. La segnalazione obbligatoria senza numeri dietro non spaventa nessuno. La morale, letta dai fautori dell’immobilismo, è che Bitcoin è giustamente difficile da cambiare. La morale, letta da chi un cambiamento lo ritiene necessario, è ben più inquietante, perché la prova successiva riguardava una proposta che quasi nessuno considera dannosa.

Il BIP-54 e i quattro bug da chiudere

Se il BIP-110 era divisivo per natura, il BIP-54 è il suo opposto: un aggiornamento di manutenzione, senza nuove funzioni per gli utenti, pensato solo per chiudere vecchi difetti del protocollo. Si chiama Great Consensus Cleanup. L’idea risale a Matt Corallo nel 2019; Antoine Poinsot (noto come darosior) l’ha ripresa e ampliata tra fine 2023 e inizio 2024, la bozza ha ricevuto il numero BIP-54 ad aprile 2025 ed è stata completata, dopo test e implementazione, intorno a maggio 2026 (Bitcoin.com News). Il codice gira già su rete di prova, ma non è attivo sulla mainnet.

I quattro interventi affrontano attacchi noti ma in gran parte teorici, riassunti qui sotto.

DifettoChe cosa correggeRischio se ignorato
TimewarpLimita la manipolazione dei timestamp a inizio e fine di ogni periodo di 2.016 blocchiUn attaccante con la maggioranza dell’hashrate potrebbe far crollare la difficoltà e svuotare in fretta le ricompense residue
Blocchi lenti da validareMette un tetto alle operazioni di firma degli script pre-SegWitUn blocco costruito ad arte potrebbe richiedere tempi di verifica abnormi
Transazioni da 64 byteVieta le transazioni lunghe esattamente 64 bytePossibilità di falsi proof di pagamento che ingannano i wallet leggeri (SPV)
Coinbase duplicateObbliga ogni coinbase a impegnarsi sull’altezza del bloccoRipetizione di identificatori di transazione, già accaduta nel 2010

Due di questi difetti meritano una parola in più. Il timewarp è il più insidioso: giocando sulla manipolazione dei timestamp, un attaccante con la maggioranza dell’hashrate potrebbe abbassare artificialmente la difficoltà fino a sfornare blocchi a raffica, prosciugando le ricompense residue in poche settimane e mandando in tilt i timelock su cui si regge Lightning. La ripetizione delle coinbase, invece, non è teoria: nel 2010 due transazioni coinbase identiche resero inutilizzabili alcune monete, e la protezione introdotta allora potrebbe un giorno decadere. Sono difetti che quasi tutti gli sviluppatori concordano nel voler chiudere, ed è proprio questo a rendere il BIP-54 un esame così pulito.

Nessuno di questi scenari è un pericolo quotidiano, ed è proprio qui che sta il punto delicato. Il BIP-54 è l’esame più facile che Bitcoin possa affrontare: una pulizia tecnica, condivisa dagli sviluppatori, senza vincitori né vinti economici. Se non passa neanche questo, la domanda smette di essere tecnica e diventa esistenziale. Perché in sala d’attesa c’è una proposta molto più difficile, ed è legata proprio a Taproot.

Lo scontro con F2Pool: segnalare o no

Il BIP-54, per quanto innocuo, ha già incontrato il suo ostacolo. Wang Chun, co-fondatore di F2Pool, uno dei principali pool di mining, ha dichiarato il 10 agosto 2026 di non sostenere la proposta nella forma attuale (GNcrypto). La sua obiezione non è che le correzioni siano sbagliate, ma che impacchettare quattro modifiche distinte in un unico soft fork ricordi la pratica di infilare misure scollegate in un’unica legge. Secondo Wang, i rischi affrontati (attacchi sui timestamp, validazione lenta, falsi proof, transazioni duplicate) sono casi limite storici, troppo marginali per giustificare i costi di coordinamento e di aggiornamento che un soft fork impone a tutta la rete.

C’è però una sfumatura che pesa. Wang ha precisato che F2Pool aggiornerebbe comunque i propri nodi se il BIP-54 raggiungesse la maggioranza richiesta attraverso un normale processo di attivazione BIP-9, ma che non intende segnalare in anticipo (Bitcoin.com News). È la fotografia perfetta dello stallo: non un veto, ma un braccio conserte. Nessuno vuole fare la prima mossa, e in un sistema in cui l’attivazione dipende dalla convergenza simultanea, un braccio conserte di peso vale quanto un no.

Questo spiega perché il destino del BIP-54 sia osservato con attenzione ben oltre il merito tecnico. Non è in gioco il timewarp: è in gioco la prova che la macchina di coordinamento di Bitcoin funzioni ancora su qualcosa di meno consensuale di Taproot.

I covenant in panchina: CTV, OP_CAT, CSFS

Dietro il BIP-54 c’è la coda vera, quella dei covenant: i meccanismi che permetterebbero a un output di imporre condizioni su come verrà speso in futuro. Sono la chiave per i vault anti-furto, per i pool di monete non interattivi, per gran parte dei layer 2 più ambiziosi. E sono tutti fermi.

PropostaA cosa serveStato (ottobre 2026)
OP_CTV (BIP-119)Covenant semplici, vault e gestione della congestioneClient di attivazione pubblicato, finestra aperta fino al 30 marzo 2027, soglia 90%, segnalazione circa 0%
OP_CAT (BIP-347)Ricompone elementi sullo stack, abilita covenant più generaliSpecifica completata a marzo 2026, nessun percorso di attivazione
OP_CSFS (BIP-348)Verifica firme su dati arbitrari, spesso abbinata a CTVIn discussione, nessuna finestra fissata
BIP-54Pulizia del consenso, nessuna nuova funzioneCompletato e testato, nessuna attivazione sulla mainnet

Il quadro è quello di una fila bloccata. OP_CTV ha persino un client di attivazione pronto, eppure la segnalazione dei miner resta attorno allo zero (Spark, confronto tra proposte covenant). Il dibattito, va detto, è maturato: non si litiga più sul covenant sì o covenant no, ma su quali primitive attivare e in quale combinazione. Il 1 ottobre 2026 Adam Back, amministratore delegato di Blockstream, ha dato voce a una tesi che circola da tempo: costruire una volta un insieme generale di strumenti, verificarlo con rigore matematico e lasciare che l’innovazione futura avvenga sopra, trasformando di fatto il prossimo intervento nell’ultimo soft fork necessario (CryptoBriefing). Suggestivo, ma proprio mentre si discute dell’ultimo soft fork possibile, la rete non riesce ad attivarne neanche uno banale.

L’orologio quantistico: perché Taproot è il primo bersaglio

C’è un motivo per cui lo stallo dei fork è passato da problema accademico a questione urgente, e si chiama calcolo quantistico. Il 31 marzo 2026 una ricerca di Google Quantum AI ha rivisto al ribasso le stime su quanto sia difficile rompere la crittografia a curve ellittiche che protegge i bitcoin: non più milioni di qubit, ma meno di 500.000 qubit fisici, con un nucleo compreso tra 1.200 e 1.450 qubit di alta qualità per un attacco concreto (CoinDesk). Secondo lo stesso studio, una macchina simile potrebbe falsificare una transazione in circa nove minuti da quando la chiave diventa visibile, con una probabilità attorno al 41% di battere il trasferimento originale prima della conferma.

Qui entra in scena Taproot, e non come vittima casuale. Gli indirizzi tradizionali (P2PKH, P2WPKH) mostrano solo l’hash della chiave pubblica finché non si spende: la chiave vera resta coperta. Taproot, invece, iscrive la chiave pubblica direttamente nell’output, rendendola visibile sulla catena fin dal momento della creazione. In altre parole, ogni output Taproot è esposto da subito, non solo all’atto della spesa. È il rovescio della medaglia dell’eleganza di Schnorr. La ricerca stima che circa 6,9 milioni di bitcoin, all’incirca un terzo dell’offerta, si trovino già su indirizzi con chiave pubblica esposta, inclusi circa 1,7 milioni risalenti ai primi anni della rete.

C’è una sfumatura che rende il problema più scomodo di quanto sembri. Una chiave pubblica esposta non è un pericolo solo nell’istante della spesa: resta scritta sulla catena per sempre, leggibile da chiunque in qualsiasi momento futuro. Significa che un avversario può raccogliere oggi le chiavi che gli interessano e usarle il giorno in cui avrà l’hardware adatto, la stessa logica del raccogli ora, decifra dopo che preoccupa anche la crittografia tradizionale. Per Bitcoin il paradosso è amaro: più un indirizzo è moderno ed efficiente, come quelli Taproot, più mette in mostra in anticipo ciò che una macchina quantistica, un domani, potrebbe sfruttare.

Nessuno sostiene che l’attacco sia imminente: i sistemi quantistici davvero utili sono ancora distanti diversi anni. Ma il punto, per Bitcoin, non è la data esatta. È che l’unica difesa seria, migrare verso una crittografia resistente ai quanti, richiede un soft fork. Lo stesso tipo di operazione che la rete non riesce più a completare.

BIP-360 contro il freeze: due scuole di pensiero

La risposta tecnica ha un nome, BIP-360, proposta dallo sviluppatore noto come Hunter Beast. Introdurrebbe un nuovo tipo di output con firme post-quantistiche conformi agli standard internazionali, con un prefisso di indirizzo diverso da bc1p. È stata integrata nel repository ufficiale delle BIP a inizio 2026, ma resta allo stadio di proposta, senza alcun percorso di attivazione: più un programma pluriennale appena abbozzato che un cantiere aperto (AMINA Research). E porta con sé due problemi noti: le firme post-quantistiche sono molto più pesanti di quelle Schnorr, il che riapre il vecchio dibattito sulla dimensione dei blocchi, e non è chiaro come si faccia a migrare le monete già vulnerabili.

È su quest’ultimo nodo che la comunità si divide. Da un lato c’è chi, come lo sviluppatore Jameson Lopp con un gruppo di colleghi, propone con il BIP-361 di congelare le monete vulnerabili secondo una scadenza fissa di cinque anni se non vengono migrate, inclusi circa un milione di bitcoin attribuiti a Satoshi Nakamoto e diversi milioni di monete dormienti. Dall’altro c’è chi considera inaccettabile che il protocollo tolga di mezzo la proprietà di qualcuno, foss’anche per proteggerla.

Adam Back incarna la seconda scuola. La sua posizione è che convenga preparare aggiornamenti opzionali ora e affidarsi alla capacità degli sviluppatori di coordinarsi in fretta se la minaccia si materializza. Lo ha riassunto a CoinDesk ad aprile 2026: «Preparation is key. Making changes in a controlled way is far safer than reacting in a crisis» (CoinDesk). Lopp scommette sul contrario, che il coordinamento d’emergenza non funzionerà e che servano scadenze imposte. La storia del 2026, con il BIP-110 e lo stallo del BIP-54, dà più ragione ai pessimisti che agli ottimisti.

Perché lo stallo conta per la sicurezza di lungo periodo

Lo stallo dei fork si intreccia con un altro problema di fondo, quello del budget di sicurezza. La ricompensa per blocco si dimezza ogni quattro anni circa: dai 3,125 bitcoin attuali si scenderà a 1,5625 intorno al 2028, e così via. Nel lungo periodo la rete dovrebbe reggersi sempre più sulle commissioni. Ma le commissioni, oggi, sono quasi nulle: la domanda che aveva gonfiato il mempool nel 2023 e nel 2024 era quella di Ordinals e Rune, ed è in gran parte evaporata, come abbiamo raccontato analizzando il revival dei dati e il budget di sicurezza di Bitcoin.

Per capire la posta in gioco bastano le proporzioni. Oggi la stragrande maggioranza del compenso dei miner arriva ancora dal sussidio, cioè dai bitcoin di nuova emissione, mentre le commissioni pesano pochissimo. Ogni halving dimezza quel sussidio, quindi la sicurezza futura della rete dipende dalla capacità di sostituirlo con commissioni reali e ricorrenti. Ma le commissioni nascono dalla domanda di spazio nei blocchi, e quella domanda, oltre alle ondate speculative, verrebbe proprio dalle applicazioni native che i covenant bloccati non permettono di costruire. Lo stallo sul consenso, insomma, non è affatto neutrale rispetto al problema più serio di Bitcoin nel lunghissimo periodo.

Qui lo stallo sul protocollo si fa sentire due volte. Primo, molti dei progetti che potrebbero generare domanda di blocco nel lungo periodo (vault, layer 2 non custodiali, applicazioni finanziarie native) dipendono proprio dai covenant fermi. Secondo, l’eventuale migrazione post-quantistica, se mai arrivasse, sposterebbe decine di milioni di bitcoin su nuovi output, un evento che da solo riempirebbe i blocchi per mesi. In entrambi i casi la capacità di Bitcoin di cambiare le regole non è un vezzo da sviluppatori: è legata a doppio filo alla sua sicurezza economica dei prossimi vent’anni.

L’immobilismo, insomma, non è gratis. È una scelta che ha un costo differito, pagabile in sicurezza e in opzioni perse. Il fatto che quel costo non si veda nel prezzo di oggi non lo rende meno reale.

Consob, MiCA e il livello che nessuno regola

Per un lettore italiano vale la pena sciogliere un equivoco diffuso. Niente di tutto questo passa da un’autorità. In Italia, sotto il regolamento europeo MiCA, Consob vigila sulla condotta di mercato e sulla tutela degli investitori, mentre Banca d’Italia si occupa dei profili prudenziali e degli stablecoin; il decreto di attuazione è il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, e il periodo transitorio, nella versione accorciata scelta dall’Italia, si è chiuso il 1 luglio 2026. Ma MiCA regola gli emittenti e i prestatori di servizi (gli exchange, i custodi), non il livello del protocollo. Un soft fork come Taproot, o un futuro BIP-360, non è qualcosa che Consob possa approvare o bloccare: è una regola tecnica che la rete adotta o rifiuta da sé.

La stessa logica vale per gli strumenti che ruotano attorno a Bitcoin. I derivati crypto, come i future e i perpetui, non rientrano in MiCA ma nella MiFID II, con la vigilanza di Consob sul mercato, e i prodotti a leva restano riservati a chi ne comprende i rischi. Anche qui, però, l’autorità guarda a chi offre il prodotto e a come lo colloca, non alla natura dell’aggiornamento tecnico sottostante. Per l’investitore italiano la conseguenza pratica è netta: l’esito del BIP-54 o della coda dei covenant non cambia di una virgola gli obblighi fiscali o il quadro di vigilanza; cambia, semmai, il profilo di rischio di lungo periodo dell’asset che ha in portafoglio.

C’è però un risvolto fiscale concreto, e spesso frainteso. Spostare i propri bitcoin da un vecchio indirizzo bc1q a un nuovo indirizzo bc1p, come farebbe chi volesse prepararsi a un’eventuale migrazione, non è una cessione a titolo oneroso: manca una controparte e manca un realizzo, quindi non fa scattare l’imposta sulle plusvalenze. È un dettaglio che diventa rilevante proprio mentre si discute della Manovra e del nodo dell’aliquota al 26%: cambiare formato di indirizzo non è un evento fiscale, vendere sì.

Lo stesso vale per il ritorno degli stablecoin su Bitcoin, un filone che Taproot ha reso tecnicamente possibile ma che in Europa resta complicato: la stretta dell’ESMA che spinge USDT fuori dall’UE ricorda che la regolazione colpisce chi emette e chi distribuisce, non il binario tecnico su cui gli asset viaggiano.

Che cosa potrebbe sbloccare lo stallo

Esistono vie d’uscita, nessuna indolore. La prima è il percorso ortodosso: un’attivazione in stile BIP-9 che parta solo quando il consenso sociale è così evidente da rendere la segnalazione una formalità, come fu per Taproot. È la strada che Wang Chun dice di poter accettare per il BIP-54, ma richiede che qualcuno costruisca prima quel consenso.

La seconda è l’attivazione guidata dagli utenti, la UASF: i nodi economici (exchange, custodi, grandi detentori) impongono una regola a una data fissa, costringendo i miner ad adeguarsi. Funzionò come minaccia nel 2017 per SegWit, ma è un’arma a doppio taglio, perché un tentativo mal coordinato è esattamente ciò che ha prodotto la spaccatura inutile del BIP-110. La terza è la più radicale: un intervento d’emergenza, se e quando una minaccia come quella quantistica diventasse concreta, sul presupposto (la scommessa di Back) che l’urgenza compatti il consenso in poche settimane.

C’è poi lo scenario che molti chiamano ossificazione: Bitcoin smette semplicemente di cambiare, congela il proprio set di regole e accetta di vivere con i limiti attuali. Per alcuni è la vittoria finale, la prova che il protocollo è diventato roccia. Per altri è una resa che lascia irrisolti il budget di sicurezza di lungo periodo e il rischio quantistico. La scelta, di fatto, non è ancora stata compiuta: è rimandata di blocco in blocco.

Che cosa guardare da qui in avanti

I prossimi mesi offrono alcuni indicatori concreti. Il primo è la finestra di OP_CTV, che scade il 30 marzo 2027: se la segnalazione resterà a zero fino ad allora, sarà l’ennesima conferma che la via dei miner è bloccata e che ogni discorso sui covenant andrà rifondato. Il secondo è il destino del BIP-54: un tentativo di attivazione, anche solo annunciato, direbbe molto più di mille dibattiti sulla teoria del consenso. Il terzo è la ricerca quantistica, dove ogni revisione al ribasso delle stime sui qubit sposta in avanti le lancette di quell’orologio.

La storia di Taproot, vista dal 2026, è quella di un successo che è diventato un limite. Ha dato a Bitcoin firme eleganti e privacy migliore, ma ha anche segnato l’ultimo momento in cui la rete è riuscita a muoversi insieme. Tutto ciò che è venuto dopo, dal BIP-110 bruciato in due blocchi ai covenant in panchina fino alla minaccia quantistica, ruota attorno a una sola domanda irrisolta: un sistema progettato per essere difficile da cambiare può ancora cambiare quando non cambiare diventa il rischio più grande? La risposta, per ora, Bitcoin non l’ha data.

Per chi investe o costruisce, la lettura pratica è semplice. Il valore di Bitcoin come riserva si regge anche sulla sua prevedibilità, e l’immobilismo in parte la rafforza. Ma le opzioni che restano chiuse (finanza nativa, difese post-quantistiche, nuova domanda di blocco) sono reali, e il loro costo matura in silenzio, un blocco alla volta.

Domande frequenti

Qual è stato l’ultimo soft fork di Bitcoin?

L’ultimo soft fork attivato è Taproot, entrato in vigore il 14 novembre 2021 al blocco 709.632. Da allora le regole di consenso di Bitcoin non sono più cambiate, la pausa più lunga nella storia del protocollo.

Che cos’è il BIP-54 Great Consensus Cleanup?

È un soft fork di sola manutenzione che chiude quattro vecchi difetti del protocollo: timewarp, blocchi lenti da validare, transazioni da 64 byte e coinbase duplicate. Non aggiunge funzioni per gli utenti ed è considerato il banco di prova della capacità di Bitcoin di attivare ancora un cambiamento condiviso.

Perché Taproot è più esposto al rischio quantistico?

Gli indirizzi Taproot iscrivono la chiave pubblica direttamente nell’output, rendendola visibile sulla catena fin dalla creazione, mentre gli indirizzi più vecchi mostrano solo un hash finché non si spende. Una ricerca di Google Quantum AI del marzo 2026 stima che circa 6,9 milioni di bitcoin siano già su indirizzi con chiave esposta.

Spostare i bitcoin da bc1q a bc1p fa pagare le tasse in Italia?

No. Trasferire i propri bitcoin tra indirizzi che si controllano non è una cessione a titolo oneroso: manca una controparte e manca un realizzo, quindi non scatta l’imposta sulle plusvalenze. L’evento fiscale si verifica con la vendita o la permuta, non con il cambio di formato dell’indirizzo.

Consob può approvare o bloccare un aggiornamento di Bitcoin?

No. Sotto MiCA, Consob vigila su exchange, custodi ed emittenti, mentre Banca d’Italia segue i profili prudenziali e gli stablecoin. Un soft fork riguarda il livello del protocollo, che nessuna autorità approva o blocca: è la rete stessa ad adottarlo o rifiutarlo.

Di Marcus Okafor, redattore senior di HOGE Wire, area Bitcoin e layer 1.

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