Banche e crypto: le regole sono atterrate, da GENIUS a Qivalis
In otto giorni l'OCC ha chiuso le regole del GENIUS Act e Qivalis ha ottenuto la licenza per lo stablecoin in euro. Ecco come cambiano custodia, ETP ed emissione per le banche.
Per anni la risposta delle banche alle criptovalute è stata una sola: stare alla larga. Nel giro di otto giorni, tra il 13 e il 21 ottobre 2026, quella risposta è diventata obsoleta. Il 21 ottobre l’Office of the Comptroller of the Currency (OCC) statunitense ha varato la prima regola attuativa definitiva del GENIUS Act, il quadro federale sugli stablecoin, con entrata in vigore fissata al 18 gennaio 2027. Una settimana prima, il 13 ottobre, la banca centrale olandese (De Nederlandsche Bank) aveva concesso a Qivalis, il consorzio di 37 banche europee, la licenza da istituto di moneta elettronica per emettere uno stablecoin denominato in euro. Due manuali, due sponde dell’Atlantico, la stessa domanda di fondo: che cosa possono, e che cosa non possono, fare le banche con le crypto nel 2026.
Questa guida mette in fila i mestieri che un istituto di credito può svolgere intorno agli asset digitali, il muro di capitale che lo tiene lontano dal detenere Bitcoin in proprio, e il motivo per cui quattro grandi banche italiane (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banca Sella e BPER) si ritrovano oggi dentro due progetti di stablecoin in euro nello stesso momento. Il prezzo di Bitcoin, mentre scriviamo, viaggia intorno ai 73.673 euro, sostanzialmente piatto sulla giornata: la notizia che conta, questa settimana, non è sul prezzo ma sulle regole.
Le due settimane che hanno riscritto il copione
Partiamo dai due fatti. Il primo è americano. Il 21 ottobre l’OCC è diventato il primo regolatore a chiudere la propria regola attuativa del GENIUS Act, la legge sugli stablecoin di pagamento firmata nel 2025. La norma definitiva fissa un impianto basato su princìpi per le riserve (liquidità minima giornaliera, niente concentrazione eccessiva su una singola controparte), chiede che i token siano interamente coperti da dollari o da attività altrettanto liquide e colloca l’entrata in vigore al 18 gennaio 2027, come riportano CoinDesk e The Block. Il Comptroller Jonathan Gould ha dichiarato che la regola «fa avanzare la visione del presidente Trump e del segretario Bessent per la leadership americana negli asset digitali», con standard solidi su «copertura delle riserve, rimborso e gestione del rischio».
Il secondo fatto è europeo. Il 13 ottobre la De Nederlandsche Bank ha autorizzato Qivalis come istituto di moneta elettronica; il consorzio lo ha annunciato il giorno dopo. È il via libera prudenziale, non ancora l’emissione: prima di mettere il token in circolazione, Qivalis deve pubblicare il white paper previsto da MiCA e soddisfare gli altri requisiti, con il lancio atteso «nei prossimi mesi», come scrive FinanceFeeds e conferma Cointelegraph. «La moneta dell’Europa merita regole europee, on-chain», ha dichiarato l’amministratore delegato Jan-Oliver Sell: l’Europa, ha aggiunto, dovrebbe avere «un asset di regolamento on-chain denominato in euro, emesso secondo il diritto europeo e soggetto agli standard regolamentari europei».
Che l’OCC sia arrivato per primo non è un dettaglio. In un mondo in cui la vigilanza bancaria è una gara di credibilità, il regolatore che scrive per primo lo standard detta il ritmo agli altri: fissa l’asticella delle riserve, decide che cosa è un rendimento vietato e offre alle banche un terreno su cui muoversi. Messi insieme, i due annunci segnano un passaggio. Fino a ieri la partecipazione delle banche al mondo crypto era un cantiere di sperimentazioni; adesso l’impalcatura regolamentare esiste, è scritta ed è diversa da una sponda all’altra dell’oceano. Per capire perché conta, conviene smontare l’espressione «banche e crypto», che in realtà tiene insieme almeno tre mestieri distinti.
«Banche e crypto» non è una cosa sola: i tre mestieri
Quando si legge che una banca «entra nelle crypto», di solito si parla di una fra tre attività molto diverse tra loro, con rischi, regole e assorbimenti di capitale che non hanno quasi nulla in comune.
- Custodire. La banca conserva in sicurezza le chiavi private per conto del cliente, senza mai iscrivere l’asset nel proprio bilancio. È un servizio, come la cassetta di sicurezza: genera commissioni e, sul piano patrimoniale, pesa pochissimo.
- Intermediare. La banca non vende Bitcoin «nudo», ma un involucro regolamentato che ne replica l’andamento: un ETP, un certificato, un derivato. Il cliente prende l’esposizione; la banca incassa e non resta, se non per il tempo tecnico, con la crypto in pancia.
- Emettere. È la novità del 2026: la banca, da sola o in consorzio, crea moneta digitale (uno stablecoin o un deposito tokenizzato) e diventa parte dell’infrastruttura di pagamento invece di limitarsi a usarla.
C’è poi un quarto comportamento, il più semplice da immaginare e il più raro da vedere: detenere direttamente la crypto nel portafoglio di proprietà, come farebbe con un titolo di Stato o un’azione. È proprio questo che le regole prudenziali rendono quasi proibitivo, ed è il punto da cui parte tutto il resto.
| Mestiere | Cosa fa la banca | Regime principale | Peso sul capitale | Esempio italiano |
|---|---|---|---|---|
| Custodia | Conserva le chiavi del cliente | MiCA (CASP), DORA, Banca d’Italia | Molto basso (fuori bilancio) | Banca Sella |
| Intermediazione (ETP, certificati) | Vende esposizione regolamentata | MiFID II, Consob | Basso o medio | UniCredit, Intesa Sanpaolo |
| Emissione (stablecoin) | Crea moneta digitale | MiCA (EMT) e Banca d’Italia; GENIUS negli USA | Medio (riserve dedicate) | Qivalis, EUR.bank |
| Detenzione in proprio | Tiene la crypto in bilancio | Basilea SCO60, CRR3 | Proibitivo (1.250%) | quasi assente |
Il muro del capitale: perché le banche vendono crypto ma non la tengono
La ragione per cui quasi nessuna banca detiene Bitcoin in proprio ha un nome tecnico: SCO60. È il capitolo del quadro di Basilea dedicato alle esposizioni in cripto-attività, entrato in vigore il 1° gennaio 2026 e recepito in Europa dal regolamento sui requisiti patrimoniali (CRR3). Per gli asset più volatili e privi di emittente, come Bitcoin ed Ethereum (nel gergo tecnico, il «Gruppo 2b»), la ponderazione per il rischio è del 1.250%.
Che cosa significa quel numero? Con un coefficiente patrimoniale dell’8%, una ponderazione del 1.250% equivale a chiedere capitale pari al 100% dell’esposizione: per ogni euro di Bitcoin in bilancio, la banca deve accantonare un euro di capitale di prima qualità. A questo si aggiunge un tetto, perché le esposizioni al Gruppo 2 non possono superare l’1% del capitale di classe 1. È una barriera pensata per dissuadere, e funziona: come osserva The Industry Spread, le regole dividono nettamente Unione Europea, Regno Unito e Stati Uniti, perché non tutti applicano Basilea con lo stesso rigore né con gli stessi tempi.
Il Comitato di Basilea, va detto, ha avviato un riesame mirato dello standard: nel comunicato del 25 febbraio 2026 ha spiegato di aver accelerato la revisione di alcuni elementi alla luce dell’evoluzione del mercato, promettendo un aggiornamento nel corso dell’anno. Per ora quell’aggiornamento non è stato pubblicato, e il 1.250% resta in piedi. È la cornice che spiega tutto il comportamento delle banche: non potendo tenere la crypto, la vendono impacchettata, la custodiscono per conto terzi oppure, adesso, provano a emettere una propria moneta digitale.
La custodia: Banca Sella apre la strada
Il mestiere meno rischioso, e il primo a decollare in Italia, è la custodia. Il 27 maggio 2026 Banca Sella ha completato la notifica a Banca d’Italia prevista da MiCA ed è diventata la prima banca italiana autorizzata a offrire servizi su cripto-attività, come riportato da Milano Finanza. Il gruppo piemontese punta a lanciare entro il 2026 una piattaforma per la custodia, l’invio e la ricezione di asset digitali, in prima battuta rivolta a clientela istituzionale e professionale. Non è un’improvvisazione: Sella lavora sul tema almeno dal 2022, quando partecipò alla sperimentazione DLT del Milano Hub di Banca d’Italia.
Perché la custodia è così appetibile per una banca? Perché non tocca il muro del capitale. Gli asset custoditi restano del cliente, segregati, fuori dal bilancio dell’istituto: non c’è esposizione da ponderare al 1.250%. Il servizio genera commissioni ricorrenti e sfrutta esattamente ciò che una banca sa fare meglio di un exchange nativo, cioè la gestione del rischio operativo, la segregazione patrimoniale e la conformità.
Il rovescio della medaglia è che conservare chiavi private è un mestiere tecnicamente impegnativo e carico di obblighi. MiCA, in particolare l’articolo 75 sul regime di responsabilità, rende il custode responsabile verso il cliente, mentre il regolamento DORA impone standard stringenti di resilienza operativa informatica. E la conformità parte dall’identificazione della clientela: la logica regolatoria europea è che un intermediario deve conoscere tutti i clienti o non conoscerne nessuno, senza vie di mezzo. Tutto questo si traduce in costi e in una selezione iniziale della clientela, non in un’apertura di massa.
C’è anche una questione di infrastruttura. Poche banche costruiscono da zero la tecnologia di custodia: la maggior parte si appoggia a fornitori specializzati per la gestione delle chiavi e la firma delle transazioni, con contratti e deleghe operative che ricalcano il modello del caveau in affitto. È un approccio sensato, ma concentra il rischio su un numero ristretto di fornitori, un punto che la vigilanza europea segue con attenzione anche attraverso i requisiti DORA sull’esternalizzazione dei servizi critici.
L’intermediazione: UniCredit, l’IBIT e il desk di Intesa
Il secondo mestiere consiste nel vendere esposizione senza detenere la crypto. Qui l’esempio più citato è UniCredit. A luglio 2025 la banca ha offerto ai clienti professionali in Italia un certificato quinquennale denominato in dollari, legato all’andamento dell’ETF spot su Bitcoin di BlackRock (iShares Bitcoin Trust, IBIT): capitale protetto al 100% a scadenza, partecipazione al rendimento dell’ETF fino all’85%, investimento minimo di 25.000 dollari e finestra di collocamento dal 1° al 28 luglio, come documentato da CryptoSlate. La banca, in pratica, confeziona un prodotto strutturato: il cliente prende l’esposizione a Bitcoin, UniCredit copre il rischio con strumenti liquidi e non resta con la moneta in bilancio.
Intesa Sanpaolo ha percorso una strada parallela. L’istituto guidato da Carlo Messina ha un desk proprietario sugli asset digitali dal 2023 e, il 13 gennaio 2025, ha effettuato il suo primo acquisto diretto di Bitcoin: circa 1 milione di euro, pari a 11 BTC, come riferito da FinanceFeeds. Messina ha definito l’operazione «un esperimento», sottolineando che gli importi sono minimi rispetto al portafoglio titoli della banca. È la conferma della regola generale: anche quando una banca tocca la crypto «nuda», lo fa in dosi minime e a titolo di test, perché il bilancio non la può ospitare.
Sul piano delle regole, questi prodotti escono dal perimetro di MiCA ed entrano in quello della MiFID II: certificati, ETP e derivati sono strumenti finanziari, vigilati in Italia da Consob per gli aspetti di condotta e tutela dell’investitore. Per il cliente al dettaglio che un domani comprasse un ETP allo sportello c’è poi il nodo fiscale, perché la tassazione delle plusvalenze crypto in Italia resta un cantiere aperto e la Manovra 2027 è arrivata senza il taglio al 26% che molti attendevano.
L’emissione: la svolta del 2026
Il terzo mestiere è quello nuovo, ed è dove si concentra l’energia del 2026: emettere moneta. Per anni le banche hanno guardato agli stablecoin come a una minaccia esterna; adesso provano a diventarne gli emittenti. Qui l’Italia è, per una volta, in prima fila, perché le sue banche partecipano non a uno ma a due progetti di stablecoin in euro contemporaneamente.
Il primo è paneuropeo. Qivalis riunisce 37 banche di 15 Paesi e, dopo la licenza olandese, si prepara a emettere un token in euro prima ancora della BCE, come racconta The Block. Tra i soci fondatori figurano UniCredit e Banca Sella; Intesa Sanpaolo e BPER si sono aggiunte con l’allargamento di maggio. Sono quattro grandi nomi italiani dentro un consorzio guidato, sul fronte operativo, dall’olandese ING.
Il secondo è domestico. Bancomat, il circuito di pagamenti italiano, ha arruolato nove banche per un proprio stablecoin in euro battezzato EUR.bank: Banca Generali, MPS, Banca Sella, Banco BPM, BPER, Cassa Centrale, CREDEM, Crédit Agricole Italia e Intesa Sanpaolo, come riporta Ledger Insights. Il progetto, sostenuto dall’ABI, ha avviato test interni e attende le autorizzazioni. Un dettaglio rivela gli equilibri: tre banche (Sella, BPER e Intesa) stanno in entrambi i consorzi, mentre UniCredit è in Qivalis ma non in EUR.bank. Nessuno, per ora, vuole puntare su un solo cavallo.
Perché una banca dovrebbe emettere uno stablecoin invece di lasciarlo a operatori nativi come Circle o Tether? Perché la moneta è, da sempre, il suo mestiere: una banca ha già i depositi, i rapporti con la clientela e l’accesso diretto ai circuiti di pagamento, e uno stablecoin ben fatto le permette di tenere quella relazione dentro il proprio perimetro invece di cederla a un emittente esterno. È difesa e attacco nello stesso gesto.
C’è una ragione precisa per cui tutti corrono proprio adesso verso un token in euro. MiCA pone un tetto all’uso degli stablecoin in valuta estera come mezzo di scambio nell’area (ne parliamo tra poco), e questo lascia spazio a un token in euro conforme. La presidente della BCE Christine Lagarde, però, ha messo in dubbio la ragione stessa per promuovere stablecoin in euro: segnale che tra le ambizioni delle banche commerciali e la linea di Francoforte, che preferisce la moneta pubblica, c’è una tensione non ancora risolta. Per capirla bisogna guardare alle due regole che governano l’emissione: GENIUS negli Stati Uniti, MiCA in Europa.
GENIUS contro MiCA: due manuali per gli stablecoin
Gli stablecoin sono promesse di pagamento: ti do un token e ti garantisco un euro, o un dollaro, quando lo vuoi indietro. Perché la promessa regga servono riserve vere, rimborso garantito e un emittente vigilato. Su questo GENIUS e MiCA concordano; su quasi tutto il resto divergono.
Il GENIUS Act americano impone copertura al 100% con attività liquide di qualità (contante, depositi a vista, Treasury bill a brevissimo termine, pronti contro termine, fondi monetari), rimborso alla pari e, soprattutto, nessun rendimento al detentore. La regola definitiva dell’OCC, come nota CoinDesk, adotta un approccio basato su princìpi per liquidità e concentrazione e rinvia a una valutazione caso per caso la questione spinosa dei «premi» pagati da terzi.
MiCA, in Europa, classifica gli stablecoin ancorati a una sola valuta come «token di moneta elettronica» (EMT). Le regole, riassunte tra gli altri da alcune guide specializzate, prevedono emissione e rimborso alla pari in qualsiasi momento, divieto di interessi al detentore e requisiti stringenti sulle riserve: almeno il 30% deve essere depositato presso enti creditizi (il 60% per gli EMT «significativi»), con limiti di concentrazione (al massimo il 10% su una singola banca) e di scadenza media. C’è poi un vincolo tutto europeo: un EMT non denominato in euro, se usato come mezzo di scambio nell’area, deve fermarsi quando supera contemporaneamente il milione di transazioni e i 200 milioni di euro al giorno (articoli 23 e 58). È il paracarro pensato per impedire a uno stablecoin in dollari di diventare moneta corrente in Europa.
| Aspetto | GENIUS Act (USA) | MiCA EMT (UE) |
|---|---|---|
| Copertura riserve | 100% in contante, T-bill a breve, repo, fondi monetari | 1:1; almeno 30% in depositi bancari (60% se significativo) |
| Rimborso | Alla pari | Alla pari, in qualsiasi momento |
| Rendimento al detentore | Vietato (premi valutati caso per caso) | Vietato |
| Tetto d’uso in valuta estera | Nessuno | Stop oltre 1 mln di transazioni e 200 mln di euro al giorno (token non in euro) |
| Autorità | OCC e altre agenzie federali | Autorità nazionali (in Italia Banca d’Italia) |
| Entrata in vigore | 18 gennaio 2027 | Già in vigore (dal 2024 per gli stablecoin) |
La guerra dei rendimenti
C’è un dettaglio della regola americana che pesa più di quanto sembri, e riguarda il cuore del modello di business. Sia GENIUS sia MiCA vietano all’emittente di pagare un interesse a chi detiene lo stablecoin. Ma negli Stati Uniti molti operatori aggiravano il divieto con «premi» e programmi fedeltà che, nei fatti, remuneravano il saldo: PayPal offriva circa il 4% su PYUSD, Coinbase il 3,75% su USDC, Kraken il 4,5%.
La regola definitiva dell’OCC ha chiuso la porta, o quasi. Come documenta CoinDesk, l’autorità ha dichiarato di non voler presumere che i programmi di premi antecedenti al GENIUS Act siano automaticamente conformi: niente «porto sicuro», valutazione caso per caso e facoltà di contestare gli schemi che aggirano il divieto. Restano fuori solo i premi concessi «almeno in parte per altre ragioni», una formula volutamente elastica.
Perché tanta attenzione al rendimento? Perché è lì che si gioca la partita. L’emittente di uno stablecoin incassa gli interessi sulle riserve, oggi investite soprattutto in Treasury bill a breve, e non ne gira nulla al detentore: in un mondo in cui i rendimenti dei Treasury viaggiano intorno al 5%, è un margine enorme. Vietare il rendimento al detentore, su entrambe le sponde, protegge due cose insieme: i depositi bancari (che altrimenti migrerebbero verso un token remunerato) e il margine dell’emittente. Il che porta dritti alla vera paura delle banche.
La guerra dei depositi
La minaccia che tiene svegli i banchieri non è Bitcoin, troppo volatile per sostituire un conto corrente. È lo stablecoin, stabile per definizione. Se famiglie e imprese spostassero una quota dei depositi verso token in dollari o in euro, le banche perderebbero la materia prima con cui finanziano i prestiti. È la cosiddetta disintermediazione, e i numeri aiutano a misurare la posta in gioco.
Il mercato globale degli stablecoin vale circa 301 miliardi di dollari secondo DefiLlama, ed è dominato da due token in dollari: USDT (Tether) intorno ai 183 miliardi e USDC sui 72, insieme oltre l’84% del totale. Più del 99% dell’offerta è ancorata al dollaro. È, in sostanza, una macchina che esporta dollari digitali in tutto il mondo, Europa compresa. A rendere la pressione più concreta si aggiungono i fondi monetari tokenizzati, che offrono una remunerazione là dove lo stablecoin non può.
Qui si innesta la preoccupazione di politica monetaria. Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nell’intervento all’ASSIOM FOREX del 21 febbraio 2026, ha avvertito che gli stablecoin, denominati in dollari e ancorati ad attività americane, possono rafforzare ulteriormente il ruolo internazionale del biglietto verde, e che anche con regole più severe restano una fonte di vulnerabilità per la stabilità finanziaria, capaci di amplificare il rischio di corse digitali agli sportelli e di sollevare questioni di sovranità monetaria. È la stessa logica che spinge le banche europee verso uno stablecoin in euro e la BCE dentro un dibattito sul dominio del dollaro che va ben oltre la tecnologia dei pagamenti.
Il contrattacco: depositi tokenizzati e Pontes
Di fronte al rischio di fuga dei depositi, le banche hanno una contromossa elegante: non combattere la tokenizzazione, ma applicarla al proprio prodotto. È l’idea del deposito tokenizzato, che non è uno strumento nuovo ma un normale deposito bancario rappresentato su registro distribuito; si muove 24 ore su 24 come uno stablecoin, pur restando giuridicamente un deposito e dentro il perimetro della banca. Il token non lascia l’istituto, cambia soltanto binario.
Il secondo pezzo del contrattacco riguarda l’ingrosso, cioè il regolamento delle operazioni tra intermediari. Il 21 settembre 2026 l’Eurosistema ha mandato in produzione Pontes, la soluzione che collega le piattaforme DLT di mercato ai servizi TARGET per regolare in moneta di banca centrale la «gamba cash» delle operazioni su asset tokenizzati, come annunciato dalla BCE. Dettaglio di orgoglio nazionale: Pontes nasce dal protocollo «TIPS Hash-Link» sviluppato proprio da Banca d’Italia. Al debutto erano collegate tredici istituzioni, con orari diurni e l’obiettivo di arrivare al funzionamento continuo entro il 2028.
La logica è coerente con tutto il resto: una banca non può tenere Bitcoin in bilancio, ma può regolare in moneta di banca centrale la compravendita di un titolo tokenizzato, un’attività che non comporta esposizione crypto e quindi non intacca il capitale. Pontes serve le banche senza chiedere loro di detenere cripto-attività. È il ponte, come dice il nome, tra la finanza tradizionale e quella tokenizzata.
L’euro digitale: la carta della BCE
Sopra il livello delle banche commerciali c’è la mossa della banca centrale: l’euro digitale, cioè una valuta digitale di banca centrale (CBDC) per il dettaglio. A differenza di uno stablecoin privato sarebbe moneta pubblica, un rischio zero garantito dalla BCE, utilizzabile dai cittadini per i pagamenti quotidiani. I negoziati legislativi tra Parlamento europeo e Consiglio sono proseguiti per tutto l’ottobre 2026, con l’obiettivo dichiarato di chiudere l’accordo entro fine anno, come ricorda la BCE; l’emissione effettiva non arriverebbe comunque prima del 2029.
Il nodo più delicato, per le banche, è il limite di detenzione: un tetto per persona, discusso nell’ordine di qualche migliaio di euro (si parla di una cifra intorno ai 3.000), pensato proprio per evitare che in una crisi i cittadini svuotino i conti correnti riversandosi sulla moneta pubblica. Altri punti ancora aperti nel negoziato riguardano il corso legale e l’obbligo per i commercianti di accettarlo.
Il paradosso è che le banche temono l’euro digitale e insieme ne hanno bisogno. Lo temono come potenziale concorrente dei depositi; ne hanno bisogno come àncora pubblica che tenga insieme un sistema dei pagamenti sempre più tokenizzato e sempre più esposto agli stablecoin in dollari. La BCE, dal canto suo, ripete che l’euro digitale non è concepito per disintermediare le banche, ma per affiancarle.
Lo spartiacque atlantico
Rimettendo insieme i pezzi, emerge con nitidezza una frattura tra le due sponde dell’Atlantico. Gli Stati Uniti, con il GENIUS Act e la corsa dell’OCC a scrivere le regole, hanno scelto la via permissiva sugli stablecoin: incoraggiano le banche a emettere token in dollari, applicano in modo più blando i requisiti patrimoniali di Basilea sulle crypto e, con un ordine esecutivo del gennaio 2025, hanno messo al bando una CBDC federale. La scommessa americana è esportare il dollaro anche in forma digitale.
L’Unione Europea ha fatto la scelta opposta: licenzia ma contiene. MiCA autorizza gli emittenti ma impone tetti e vincoli (il paracarro sui token non in euro, il muro del 1.250% sulla detenzione diretta), mentre la BCE punta sulla moneta pubblica, all’ingrosso con Pontes e al dettaglio con l’euro digitale. In Italia il presidio è doppio: Consob vigila su condotta di mercato e tutela dell’investitore, Banca d’Italia sugli aspetti prudenziali e sugli emittenti di stablecoin, secondo il decreto legislativo 5 settembre 2024, n. 129 che ha recepito MiCA.
Per le banche che operano su entrambe le sponde, la frattura non è un’astrazione: significa gestire due set di regole, due definizioni di riserva ammissibile, due calendari di entrata in vigore. Un token in dollari emesso sotto GENIUS non è automaticamente collocabile in Europa, e un EMT in euro conforme a MiCA non nasce pensato per il mercato americano. La frammentazione, avvertono da tempo i regolatori, crea spazi di arbitraggio ma anche nuovi rischi di contagio quando i due sistemi si toccano.
| Dimensione | Unione Europea | Stati Uniti |
|---|---|---|
| Stablecoin | MiCA: licenza con tetti e riserve vincolate | GENIUS: emissione incoraggiata, riserve al 100% |
| Crypto in bilancio | Basilea e CRR3: 1.250%, di fatto proibita | Applicazione più blanda |
| CBDC al dettaglio | Euro digitale in cantiere (dopo il 2029) | Vietata per ordine esecutivo |
| Regolamento all’ingrosso | Pontes, in moneta di banca centrale | Prevalenza di stablecoin privati |
| Filosofia | Contenere e integrare nella moneta pubblica | Esportare il dollaro digitale |
Cosa significa per le banche italiane
Per gli istituti italiani il quadro è ormai leggibile, ed è sorprendentemente completo. Sul fronte della custodia, Banca Sella ha aperto la strada ed entro il 2026 offrirà conservazione e trasferimento di asset digitali a clientela selezionata. Sul fronte dell’intermediazione, UniCredit e Intesa Sanpaolo hanno già mostrato come vendere esposizione (certificati, ETP, piccoli acquisti sperimentali) senza appesantire il bilancio. Sull’emissione, quattro grandi banche sono in Qivalis e nove nel progetto EUR.bank di Bancomat. Sul regolamento all’ingrosso, Pontes gira su un protocollo nato in Banca d’Italia.
È il manuale completo del banchiere nel 2026: vendere l’esposizione in forma regolamentata, custodire per gli istituzionali, coemettere uno stablecoin in euro per non lasciare il campo ai token in dollari e regolare in moneta di banca centrale ciò che si può. Quello che nessuno fa, e che le regole continuano a rendere quasi impossibile, è tenere Bitcoin nel portafoglio di proprietà. La distanza tra offrire crypto e detenerla resta, ed è esattamente il punto che il 1.250% è stato scritto per difendere.
Resta una domanda di fondo, più culturale che tecnica: quanta di questa offerta arriverà davvero al cliente comune. Per ora il baricentro è istituzionale e professionale, dalla custodia di Banca Sella ai certificati di UniCredit riservati ai clienti qualificati. L’apertura al dettaglio dipenderà dalla domanda, dai costi di conformità e dalla chiarezza fiscale, tre variabili che in Italia si muovono ancora con lentezza. La cornice, però, c’è: il resto è esecuzione.
Cosa aspettarsi ora
I prossimi mesi diranno quanto in fretta l’impalcatura si trasformerà in prodotti veri. Alcune scadenze sono già sul calendario.
- L’accordo sull’euro digitale, atteso dai triloghi entro fine 2026, con il limite di detenzione come variabile più delicata per le banche.
- Il debutto operativo di Qivalis e di EUR.bank, subordinato alla pubblicazione dei white paper MiCA e alle ultime autorizzazioni.
- L’entrata in vigore del GENIUS Act negli Stati Uniti, fissata al 18 gennaio 2027, con le banche americane pronte a emettere token in dollari.
- La pubblicazione del riesame mirato di Basilea sullo standard SCO60, che potrebbe ritoccare (oppure no) il muro del 1.250%.
- Le prime decisioni di vigilanza di Consob e Banca d’Italia sui nuovi servizi, veri collaudi della cornice MiCA in Italia.
La direzione, però, è segnata. Dopo anni passati a tenere le criptovalute fuori dalla porta, nel 2026 le banche hanno smesso di chiedersi «se» e hanno cominciato a scegliere «come». Le due settimane di ottobre hanno soltanto reso ufficiale un cambio di postura già in corso: dalla difesa all’offerta, con il bilancio protetto e la moneta, finalmente, al centro del gioco.
Domande frequenti
Le banche possono detenere Bitcoin in bilancio?
In teoria sì, in pratica quasi mai. Le regole di Basilea (standard SCO60, recepito in Europa dal CRR3) assegnano a Bitcoin ed Ethereum una ponderazione per il rischio del 1.250%, che equivale a chiedere capitale pari al 100% dell’esposizione, con un tetto dell’1% del capitale di classe 1. Per questo le banche preferiscono vendere esposizione tramite ETP e certificati, oppure custodire per conto dei clienti, anziché tenere la crypto in proprio.
Qual è la prima banca italiana autorizzata sui servizi crypto?
Banca Sella. Il 27 maggio 2026 ha completato la notifica a Banca d’Italia prevista da MiCA ed è diventata la prima banca italiana abilitata a offrire servizi su cripto-attività, con l’obiettivo di lanciare entro il 2026 una piattaforma di custodia, invio e ricezione rivolta in prima battuta a clientela istituzionale e professionale.
Che cos’è Qivalis e quali banche italiane ne fanno parte?
Qivalis è un consorzio di 37 banche europee che sta costruendo uno stablecoin in euro. Il 13 ottobre 2026 ha ottenuto dalla banca centrale olandese la licenza da istituto di moneta elettronica. Tra i soci figurano quattro grandi banche italiane: UniCredit e Banca Sella tra i fondatori, Intesa Sanpaolo e BPER aggiuntesi in seguito.
Che differenza c’è tra GENIUS Act e MiCA sugli stablecoin?
Entrambi impongono riserve al 100%, rimborso alla pari e divieto di interessi al detentore. Il GENIUS Act americano, la cui regola OCC entra in vigore il 18 gennaio 2027, è più orientato a incoraggiare l’emissione di token in dollari. MiCA, già in vigore in Europa, licenzia gli emittenti ma impone vincoli più stringenti sulle riserve e un tetto all’uso come mezzo di scambio dei token non denominati in euro.
L’euro digitale farà concorrenza ai conti bancari?
È proprio il timore che il negoziato europeo cerca di disinnescare con un limite di detenzione per persona, discusso intorno ai 3.000 euro. L’obiettivo è offrire una moneta pubblica digitale per i pagamenti senza spingere i cittadini a svuotare i depositi bancari. La BCE sostiene che l’euro digitale è pensato per affiancare le banche, non per disintermediarle; l’emissione non è comunque attesa prima del 2029.
Liam Brennan è senior editor per la sezione macro e finanza tradizionale di HOGE Wire.