Tasse crypto: la Manovra 2027 arriva senza il taglio al 26%
La legge di bilancio 2027 arriva in Parlamento entro il 20 ottobre, ma il taglio dell'aliquota cripto dal 33% al 26% non è nel testo del governo. Ora la partita si gioca sugli emendamenti.
Mancano poche ore al passaggio che il settore delle cripto-attività aspettava da settimane. Entro il 20 ottobre il Governo deve depositare in Parlamento il disegno di legge di bilancio per il 2027, e con quel deposito si chiude la fase in cui tutto era ancora possibile sulla carta. Il quadro, però, è già leggibile: la manovra vale circa 23,5 miliardi di euro, poggia su un taglio dell’IRPEF, su un contributo delle banche e su una lunga lista di coperture, e al suo interno non compare il taglio dell’aliquota sulle plusvalenze cripto dal 33% al 26% che l’industria chiedeva da mesi.
Il 26% non è morto. È però diventato un emendamento ancora da scrivere, depositare e far sopravvivere all’esame parlamentare, dentro una legge di bilancio che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti continua a presentare all’insegna della prudenza. Per chi detiene Bitcoin, Ethereum o altre cripto-attività la differenza è concreta: finché il testo non cambia resta tutto come scritto nella legge di bilancio 2026, cioè l’imposta sostitutiva al 33% sulle plusvalenze realizzate dal 1 gennaio 2026. Sullo sfondo, un mercato nervoso: Bitcoin viaggia intorno ai 73.800 euro e Ethereum sotto i 2.200 euro, in una settimana chiusa in lieve calo (dati CoinGecko al 19 ottobre, da leggere come fotografia di un istante).
La Manovra 2027 in breve: una legge di bilancio stretta
La prima cosa da capire è il perimetro. Il Documento programmatico di bilancio approvato dal Consiglio dei ministri e trasmesso a Bruxelles e alle Camere disegna una manovra da circa 23,5 miliardi di euro lordi, pari più o meno all’1% del PIL. Dentro quel numero il Governo ha messo le sue priorità dichiarate: la proroga del taglio del cuneo fiscale e dell’IRPEF a tre aliquote, un pacchetto per famiglie e spesa sociale intorno ai 5 miliardi, risorse per difesa e sicurezza energetica per circa 4,6 miliardi, più quote minori per sanità, imprese e infrastrutture.
La seconda cosa da capire è come si paga tutto questo. La voce più pesante dal lato delle coperture è il settore finanziario: dalle banche e dalle assicurazioni è atteso un contributo di circa 5 miliardi nel 2027 (lo 0,21% del PIL), costruito soprattutto sulla sospensione temporanea delle deduzioni legate alle imposte differite attive, le cosiddette DTA. Si aggiungono circa 700 milioni dai giochi (lo 0,03% del PIL) e oltre 1,2 miliardi di tagli ai ministeri. È una manovra che raschia il barile, non una che distribuisce tesoretti. E in un contesto del genere, ogni misura che riduce il gettito, anche di poco, impone di trovare una copertura corrispondente, euro per euro.
La terza cosa, quella che interessa chi legge HOGE Wire, è l’assenza. Né nel Documento programmatico né nelle anticipazioni sul testo compare una sola riga sulle cripto-attività. Nessun 26%, nessuna rimodulazione della compensazione delle perdite, nessun affrancamento riaperto. Il tema che ha monopolizzato il dibattito fiscale crypto per tutto l’autunno, nel testo del Governo, semplicemente non c’è.
| Voce della Manovra 2027 | Ordine di grandezza |
|---|---|
| Dimensione lorda complessiva | circa 23,5 miliardi (circa 1% del PIL) |
| Famiglie e spesa sociale | circa 5 miliardi |
| Difesa e sicurezza energetica | circa 4,6 miliardi |
| Contributo banche e assicurazioni | circa 5 miliardi (via sospensione deduzioni DTA) |
| Entrate dai giochi | circa 700 milioni |
| Tagli ai ministeri | oltre 1,2 miliardi |
| Misure sulle cripto-attività | nessuna nel testo del Governo |
Il calendario: perché il 20 ottobre conta
La legge di bilancio non nasce in un giorno. Segue un percorso scandito da scadenze europee e nazionali, e capire dove siamo serve a capire quanto spazio resta per cambiare le carte. Il Documento programmatico di finanza pubblica, che ha sostituito la vecchia NADEF, è arrivato al Consiglio dei ministri il 2 ottobre. Il 13 ottobre il Parlamento ha approvato la relazione sullo scostamento di bilancio, con la Camera che ha dato il via libera con 219 sì e 110 no a maggioranza assoluta, requisito necessario per attivare la clausola nazionale di salvaguardia che finanzia difesa ed energia.
Il 14 ottobre il Consiglio dei ministri ha varato il testo e nella notte ha trasmesso il Documento programmatico di bilancio alla Commissione europea e al Parlamento. Da qui in avanti il calendario è serrato: il disegno di legge di bilancio vero e proprio è atteso in Parlamento entro il 20 ottobre, poi parte l’esame nelle commissioni e in aula, con il via libera formale dell’Eurogruppo alla clausola nazionale di salvaguardia atteso per il 9 novembre. Il traguardo è il 31 dicembre: se la legge non viene approvata entro l’anno scatta l’esercizio provvisorio, uno scenario che nessun governo vuole.
La finestra per il 26%, dunque, è precisa: si apre quando il testo arriva alle Camere e si chiude a fine anno. In mezzo c’è la fase degli emendamenti, l’unico varco rimasto per una misura che il Governo non ha scritto di suo pugno. Chi segue la politica di bilancio sa che è anche la fase più imprevedibile, quella in cui cadono migliaia di proposte e ne sopravvivono poche, spesso decise nelle ultime 48 ore prima del voto finale.
Dove eravamo rimasti: 33%, doppio binario e la stablecoin al 26%
Per capire cosa sarebbe in gioco con il 26% bisogna ricordare da dove si parte. Le plusvalenze da cripto-attività sono redditi diversi di natura finanziaria, tassati con imposta sostitutiva ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-sexies, del TUIR. L’aliquota è salita al 33% per le plusvalenze realizzate dal 1 gennaio 2026, dopo essere stata del 26% nel triennio 2023-2025. La Fondazione Nazionale dei Commercialisti lo mette nero su bianco: l’aliquota è stata incrementata al 26% per il 2025 e al 33% dal 2026 in poi.
Qui si annida il malinteso più diffuso. Molti credono di pagare già il 33%. Non è così, non ancora. Vale il principio del doppio binario: le plusvalenze incassate nel 2025 si dichiarano nel 2026 e scontano ancora il 26%, mentre il 33% colpisce solo i guadagni realizzati a partire dal 1 gennaio 2026, che andranno in dichiarazione nel 2027. In altre parole, l’aliquota di cui tutti discutono non è quella che la maggioranza dei contribuenti sta versando in questo momento. È una distinzione tecnica, ma ha conseguenze pratiche enormi su come si pianificano le vendite di fine anno.
Resta poi la grande eccezione: i token di moneta elettronica in euro conformi al MiCA (gli EMT euro) mantengono il 26%, perché il legislatore li considera strumenti di pagamento ancorati alla valuta, non asset speculativi. Il meccanismo passa dall’articolo 1, comma 28, della legge di bilancio 2026, che ha alleggerito il carico solo per le cripto in euro: convertire euro in EMT euro non genera plusvalenza, ma passare da Bitcoin a un EMT euro resta un’operazione tassata al 33%. A completare il quadro, la soglia di esenzione da 2.000 euro è stata cancellata dal 1 gennaio 2025 con la legge 207/2024: oggi ogni plusvalenza è tassata dal primo euro.
Vale la pena ricordare come ci siamo arrivati, perché spiega la diffidenza del settore. Nell’ottobre 2024 il Governo aveva proposto di portare l’aliquota addirittura al 42%; la misura fu poi ridimensionata al 33% con decorrenza 2026. Per chi investe in cripto, insomma, la legge di bilancio è diventata negli ultimi due anni un appuntamento da temere più che da attendere.
La proposta che tiene banco: il 26% dell’Intergruppo
Il 26% non è spuntato dal nulla. È il cuore di una bozza tecnica presentata alla Camera il 24 settembre dall’Intergruppo parlamentare Asset Digitali, Blockchain e Bitcoin, presieduto dall’onorevole Marcello Coppo. Non si tratta, è bene chiarirlo subito, di un emendamento già depositato né di un disegno di legge: è un documento di lavoro, frutto di un tavolo tecnico, che gli stessi promotori definiscono ancora da verificare con uffici parlamentari, ministeri e amministrazioni competenti. Il coordinamento della parte fiscale è stato affidato a Ferdinando Ametrano, amministratore delegato di CheckSig, la prima società autorizzata come CASP in Italia da Consob.
L’argomento dei promotori è di equità, non di sconto. La tesi è che oggi le cripto siano trattate peggio di qualsiasi altro strumento finanziario, pur muovendosi ormai come gli altri asset di rischio (un fenomeno di cui abbiamo scritto analizzando la correlazione tra azioni e crypto). Ametrano lo ha sintetizzato così: «Oggi il fisco penalizza chi acquista direttamente cripto-attività, anche quando si affida a un operatore italiano autorizzato». Il riferimento è al paradosso per cui un investitore che usa una piattaforma vigilata in Italia paga comunque il 33%, mentre un prodotto finanziario tradizionale sulla stessa logica di rischio si ferma al 26%.
A supporto, l’Intergruppo porta i numeri di un sondaggio: secondo i dati citati da CheckSig, il 55% degli italiani è favorevole a tassare le cripto come azioni e obbligazioni, il 68% ritiene che gli investitori debbano essere liberi di investirvi e il 28% dichiara di possederle o di seguirle. Qui serve prudenza giornalistica: quel 28% è molto più alto del 7% di adozione (circa 2,8 milioni di persone) misurato dall’Osservatorio Blockchain and Web3 del Politecnico di Milano, segno che il perimetro del sondaggio commissionato è diverso e va preso per quello che è. L’impatto sul gettito, sostengono i promotori, sarebbe inferiore allo 0,01% del totale delle entrate tributarie.
Le quattro misure della bozza, una per una
Ridurre la proposta dell’Intergruppo a «portano il 33% al 26%» è comodo ma sbagliato. La bozza contiene quattro interventi distinti, e tre di essi contano quanto o più dell’aliquota. Il primo è appunto il ritorno al 26% dal 1 gennaio 2027, con l’obiettivo esplicito di allineare le cripto al trattamento dei redditi di natura finanziaria. Il secondo è la deducibilità dei costi con la stessa logica prevista per azioni, obbligazioni e valute estere: oggi chi vende spesso si trova a tassare il lordo perché la deduzione dei costi di acquisto e transazione è incerta e mal documentata.
Il terzo intervento è il più tecnico e, per chi fa trading sul serio, il più pesante: la possibilità di compensare le minusvalenze cripto con le plusvalenze realizzate su altri strumenti finanziari, e viceversa. Oggi non si può. Il quarto è la rideterminazione annuale del costo di carico con un’imposta sostitutiva del 21%, la stessa aliquota e la stessa cadenza previste per le partecipazioni: in pratica un affrancamento ricorrente, non più una finestra una tantum come quella chiusa il 30 novembre 2025. La tabella qui sotto mette a confronto il regime attuale con la proposta.
| Aspetto | Oggi (regime dal 2026) | Proposta Intergruppo (dal 2027) |
|---|---|---|
| Aliquota sulle plusvalenze | 33% | 26% |
| EMT euro conformi MiCA | 26% | 26% (invariato) |
| Deducibilità dei costi | limitata e di incerta documentazione | come azioni e obbligazioni |
| Compensazione delle minusvalenze | solo contro plusvalenze cripto, riporto 4 anni | anche contro altri strumenti finanziari, e viceversa |
| Rideterminazione del costo di carico | finestra chiusa (18%, scaduta il 30 novembre 2025) | annuale, imposta sostitutiva al 21% (come partecipazioni) |
Il nodo della compensazione: c-sexies contro c-ter
Vale la pena fermarsi sulla terza misura, perché è quella che i commentatori hanno segnalato come la vera novità strutturale. Le cripto vivono in un recinto fiscale separato. Le minusvalenze maturate sotto la lettera c-sexies del TUIR possono essere usate solo per abbattere plusvalenze cripto, con riporto a nuovo per quattro anni. Gli altri redditi finanziari, invece, stanno nel paniere della lettera c-ter (azioni, obbligazioni, ETP, valute estere) e si compensano tra loro.
Il risultato è un’asimmetria che punisce proprio il profilo di investitore che il legislatore dice di voler proteggere, quello diversificato. Un esempio illustrativo chiarisce il punto: immaginiamo un contribuente che nel 2026 chiude con 5.000 euro di plusvalenze su un paniere di azioni e 4.000 euro di minusvalenze su Bitcoin. Oggi paga l’imposta sostitutiva sull’intero guadagno azionario e si tiene la perdita cripto in un cassetto, sperando di realizzare in futuro altre plusvalenze cripto entro quattro anni per poterla usare. Con la proposta dell’Intergruppo, quella minusvalenza abbatterebbe subito il guadagno azionario, e la base imponibile complessiva scenderebbe a 1.000 euro.
È una modifica meno appariscente del taglio dell’aliquota, ma per un portafoglio attivo può valere più dei sette punti percentuali di differenza tra 33% e 26%. Ed è anche la misura più difficile da far digerire al Ministero dell’Economia, perché erode il principio di segmentazione che il fisco italiano ha costruito negli anni per tenere le cripto in un comparto a sé. Non sorprende che, delle quattro, sia quella su cui i tecnici si aspettano la resistenza maggiore.
Perché non è nel testo del Governo: la matematica della manovra
Se la proposta è equa, poco costosa e popolare, perché il Governo non l’ha scritta nel suo testo? La risposta sta nei conti. Questa è una manovra che si finanzia con un contributo delle banche, con tagli ai ministeri e con entrate dai giochi, cioè raschiando ogni voce disponibile. In un impianto del genere anche una perdita di gettito modesta diventa politicamente costosa, perché va coperta con qualcos’altro, e perché aprire la porta a un comparto significa doverla aprire ad altri che reclamano lo stesso trattamento.
Il tono lo ha dato il ministro Giorgetti. Alla Camera, il 13 ottobre, ha definito lo scostamento di bilancio «un passo consapevole di scostamento rispetto alla linea di prudenza», aggiungendo che la rotta va confermata «in un momento come questo in cui si annunciano nuvoloni all’orizzonte». In audizione, pochi giorni prima, aveva ricordato che «non siamo più nell’età dell’oro in cui gli scostamenti si potevano fare tranquillamente». È la grammatica del rigore, e il rigore raramente fa spazio a tagli d’imposta non prioritari.
Attenzione poi a una coincidenza che genera confusione. Tra le misure allo studio c’è l’estensione della seconda aliquota IRPEF, fissata al 33%, fino a 60.000 euro di reddito, un intervento stimato intorno ai 3 miliardi. Quel 33% non ha nulla a che vedere con il 33% delle cripto: uno è lo scaglione progressivo dell’imposta sui redditi, l’altro è l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze. La sovrapposizione numerica è un caso, ma alimenta titoli fuorvianti, e vale la pena tenerla distinta quando si legge la manovra.
La via stretta degli emendamenti
Escluso il testo del Governo, resta l’iter parlamentare. Qui la meccanica è spietata. Gli emendamenti si depositano nella commissione Bilancio, si contano a migliaia, vengono scremati fino a poche centinaia di segnalati, e ciascuno deve superare due filtri: l’ammissibilità (pertinenza e assenza di oneri non coperti) e la volontà politica della maggioranza di approvarlo. Una proposta che riduce il gettito senza una copertura credibile viene bocciata a prescindere dai suoi meriti.
La storia recente non incoraggia. Nel novembre 2024 la Lega aveva presentato un emendamento per cancellare l’aumento al 42%, ottenendo il ridimensionamento al 33% ma non il mantenimento del 26%. Nel gennaio 2026 un emendamento al Milleproroghe, firmato dal deputato leghista Giulio Centemero, puntava a rinviare l’entrata in vigore del 33% al 2027: non è passato, e infatti il 33% è scattato regolarmente dal 2026. Due tentativi, due fallimenti parziali. La bozza dell’Intergruppo è più strutturata, ma deve ancora trasformarsi in un emendamento vero, trovare un primo firmatario di peso e una copertura.
C’è poi l’argomento che l’industria ripete da due anni e che potrebbe pesare nella discussione: un’aliquota alta senza alcuno sconto per chi detiene a lungo spinge i risparmiatori verso l’autocustodia o verso giurisdizioni meno trasparenti, riducendo il gettito invece di aumentarlo. È la posizione sostenuta in sede di audizione da AssoCASP, l’associazione degli operatori cripto presieduta da Fabrizio Vedana, che in Senato ha messo in guardia dal rischio di spingere i capitali verso l’estero. Resta un argomento di principio: finora non ha mai convinto la Ragioneria.
L’Italia nel confronto europeo
La spinta al 26% si nutre anche del confronto con l’estero, un terreno che abbiamo mappato nel dettaglio nel pezzo su l’Italia e l’anomalia del 33%. Il riassunto è questo: sull’aliquota piatta pura l’Italia è effettivamente il caso più alto dell’Unione, con la Francia al 31,4% come prima inseguitrice. Ma l’aliquota non racconta tutta la storia, perché diversi Paesi premiano la detenzione prolungata in un modo che l’Italia non prevede.
La Germania esenta del tutto le plusvalenze oltre un anno di possesso; il Portogallo fa lo stesso oltre i 365 giorni, tassando al 28% solo le vendite più rapide; il Belgio ha introdotto dal 2026 un’imposta al 10% con una franchigia da 10.000 euro. L’Italia, invece, tassa dal primo euro, senza sconti per il lungo periodo, e sovrappone la patrimoniale annuale dello 0,2%. La vera anomalia non è il 33% in sé, ma la combinazione di aliquota alta, zero alleggerimento per chi tiene a lungo e prelievo patrimoniale ricorrente. La tabella seguente sintetizza il panorama.
| Paese | Aliquota sulle plusvalenze cripto | Sconto per la detenzione prolungata |
|---|---|---|
| Italia | 33% (26% per gli EMT euro) | nessuno |
| Francia | 31,4% | nessuno (esenzione sotto 305 euro l’anno) |
| Spagna | dal 19% al 30% (progressiva) | nessuno |
| Austria | 27,5% | nessuno |
| Portogallo | 28% (sotto i 365 giorni) | esente oltre i 365 giorni |
| Germania | fino al 45% marginale (sotto l’anno) | esente oltre 1 anno |
| Belgio | 10% (dal 2026) | franchigia 10.000 euro |
| Regno Unito | 18% o 24% | esenzione annua di 3.000 sterline |
| Svizzera | esente per il non professionista | non applicabile |
La Germania va nella direzione opposta
C’è un paradosso che merita attenzione, perché mostra quanto il vento stia girando in Europa. Mentre l’Italia discute se abbassare l’aliquota, la Germania discute se alzare il carico effettivo. Nel pacchetto di consolidamento legato al suo bilancio 2027, Berlino ha messo sul tavolo l’abolizione dell’esenzione oltre l’anno, il beneficio che oggi rende le plusvalenze cripto completamente esenti se l’asset è detenuto per più di dodici mesi. Il ministero delle Finanze tedesco ha spiegato che, in prospettiva, le plusvalenze andrebbero tassate in modo uniforme indipendentemente dal periodo di detenzione.
Va detto con chiarezza: è una proposta, non una legge. Una misura analoga presentata dai Verdi era stata respinta dalla commissione Finanze del Bundestag nel maggio 2026, e per il 2026 la regola dell’esenzione oltre l’anno resta in vigore, con una Freigrenze di 1.000 euro per le vendite sotto l’anno. Ma la direzione di marcia è significativa: due delle maggiori economie dell’eurozona stanno rivedendo la tassazione cripto dentro le rispettive leggi di bilancio 2027, l’una per alleggerire, l’altra per appesantire. Chi scommette su un’armonizzazione europea a breve farebbe bene a guardare questi due cantieri che si muovono in senso contrario.
Oltre l’aliquota: DAC8, patrimoniale e monitoraggio non cambiano
C’è un punto che il dibattito sul 26% rischia di oscurare: qualunque sia l’esito, gli altri obblighi restano in piedi. Il più rilevante è la direttiva DAC8, recepita in Italia con il decreto legislativo 194/2025 ed efficace dal 1 gennaio 2026. Dal 2027 gli exchange e i fornitori di servizi comunicano all’Agenzia delle Entrate i dati dei clienti, con la prima trasmissione fissata al 30 giugno 2027. La stagione del fai-da-te opaco è finita, e lo è a prescindere dall’aliquota che si applicherà.
Restano anche la patrimoniale annuale dello 0,2% sul valore delle cripto-attività al 31 dicembre e l’obbligo di monitoraggio nel quadro RW (ora quadro W nel modello 730), senza alcuna soglia minima, con il codice individuazione bene 21 per le cripto. Su questo l’avvocato e dottore commercialista Carlo Alberto Micheli è netto: «la dichiarazione delle monete virtuali non è un’opzione», e il fatto di tenerle in DeFi o su una piattaforma centralizzata, aggiunge, è indifferente ai fini dell’obbligo dichiarativo. Il principio vale anche per la DeFi, dove però il quadro della comunicazione automatica è più sfumato, come abbiamo raccontato parlando di DeFi conforme e privacy: la DAC8 intercetta di fatto gli intermediari centralizzati, mentre l’attività wallet-to-wallet non genera un flusso di reporting diretto, pur restando tracciabile tramite gli on-ramp già soggetti a KYC.
Un’ultima nota sull’eccezione del 26% per gli EMT euro. Quel trattamento di favore premia le stablecoin in euro conformi al MiCA, strumenti che la normativa europea circonda di obblighi stringenti, incluso il controverso potere di congelamento che abbiamo analizzato a proposito di GAFI e stablecoin. Chi usa EMT euro come strumento operativo paga meno, ma accetta un asset progettato per essere controllabile dall’emittente. È un compromesso che non tutti vogliono, e che spiega perché il grosso dei detentori resti su Bitcoin ed Ethereum, pagando il 33%.
Cosa può fare chi detiene cripto adesso
In attesa che il Parlamento decida, la regola d’oro è non pianificare sulla base di una norma che non esiste. Per le plusvalenze realizzate nel 2026, l’ipotesi di lavoro deve restare il 33%: anche nello scenario più favorevole, il 26% dell’Intergruppo partirebbe dal 1 gennaio 2027 e non toccherebbe retroattivamente l’anno in corso. Chi sta valutando se vendere entro dicembre dovrebbe farlo guardando al proprio quadro reddituale e alla propria esposizione, non alla speranza di uno sconto.
Alcune mosse concrete restano utili in ogni scenario. Primo, tenere una documentazione ordinata del costo di carico, perché in assenza di prova il fisco assume costo zero e tassa l’intero incasso; il metodo LIFO resta lo standard, con il costo medio ponderato ammesso come alternativa. Secondo, ricordare che le minusvalenze cripto 2026 non andranno sprecate: anche con le regole attuali si riportano per quattro anni e, se la compensazione allargata dovesse passare per il 2027, il loro valore crescerebbe. Terzo, chi vuole semplificarsi la vita può valutare un intermediario italiano in regime amministrato, che fa da sostituto d’imposta e solleva dal calcolo in dichiarazione. Quarto, diffidare delle email che annunciano «dichiarazioni cripto obbligatorie» con toni allarmistici: l’Agenzia delle Entrate ha già segnalato campagne di phishing che sfruttano proprio il tema fiscale.
Tre scenari entro fine anno
Come finisce? Nessuno può dirlo con certezza, ma gli esiti plausibili si riducono a tre. Il primo, oggi il più probabile, è lo status quo: l’emendamento sul 26% non trova la copertura o la volontà politica, viene dichiarato inammissibile o respinto, e il 33% resta. La partita slitterebbe alla legge di bilancio successiva, con il settore costretto a ricominciare da capo il pressing. In una manovra che si finanzia tagliando e chiedendo contributi, è lo scenario che la matematica suggerisce.
Il secondo è il compromesso parziale. Invece del taglio pieno dell’aliquota, il Parlamento potrebbe accogliere una o due delle misure tecniche a costo più contenuto: la deducibilità dei costi, oppure un primo passo sulla compensazione delle perdite, oppure la rideterminazione annuale del costo di carico. Sarebbe una vittoria di immagine per i promotori e un modo per il Governo di dare un segnale senza intaccare in modo visibile il gettito. È lo scenario di mediazione classico delle sessioni di bilancio.
Il terzo è il taglio pieno al 26% dal 2027, con una copertura trovata e un partito di maggioranza che se ne intesta la paternità politica. L’argomento secondo cui l’impatto sul gettito sarebbe irrisorio gioca a favore, ma due anni di tentativi falliti impongono cautela. Sullo sfondo pesa un contesto macro incerto, fatto di mercati nervosi e di una Federal Reserve che tiene i mercati con il fiato sospeso, un tema che abbiamo seguito raccontando le mosse del dollaro e la pausa della Fed. In un clima così, la parola d’ordine del ministro, prudenza, pesa più di qualsiasi slide sul gettito. La bussola per capire da che parte tira il vento sarà l’esame in commissione Bilancio a novembre: è lì che il 26% vivrà o morirà.
Frequently Asked Questions
Qual è l’aliquota sulle tasse crypto in Italia nel 2026?
Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività scontano un’imposta sostitutiva del 33%, contro il 26% applicato nel triennio 2023-2025. Fanno eccezione i token di moneta elettronica in euro conformi al MiCA, che restano al 26%. La soglia di esenzione da 2.000 euro è stata abolita dal 2025, quindi si tassa dal primo euro.
Le tasse crypto scenderanno al 26% nel 2027?
Non è deciso. Il ritorno al 26% è una bozza tecnica presentata dall’Intergruppo parlamentare il 24 settembre 2026, non inserita nel testo della Manovra 2027 del Governo. Per diventare legge dovrebbe passare come emendamento durante l’iter parlamentare che si chiude il 31 dicembre. Per i guadagni del 2026 resta valido il 33%.
Quando arriva in Parlamento la legge di bilancio 2027?
Il disegno di legge di bilancio è atteso in Parlamento entro il 20 ottobre 2026. Seguono l’esame in commissione e in aula, il via libera dell’Eurogruppo alla clausola nazionale di salvaguardia previsto per il 9 novembre e l’approvazione entro il 31 dicembre, pena l’esercizio provvisorio.
Cosa prevede la proposta dell’Intergruppo sulle cripto?
Quattro misure: aliquota al 26% dal 2027, deducibilità dei costi come per azioni e obbligazioni, compensazione delle minusvalenze cripto anche con altri strumenti finanziari e una rideterminazione annuale del costo di carico con imposta sostitutiva al 21%. Il coordinamento fiscale è di Ferdinando Ametrano di CheckSig.
Devo dichiarare le cripto anche se ho venduto in perdita?
Sì. L’obbligo di monitoraggio nel quadro RW (o quadro W nel 730) e la dichiarazione non dipendono dall’aver realizzato un guadagno e non prevedono soglie minime. Si applica inoltre la patrimoniale annuale dello 0,2% sul valore al 31 dicembre. Le minusvalenze vanno dichiarate e si riportano per quattro anni.
Anneke de Vries è senior editor di HOGE Wire e segue fiscalità, regolamentazione e politica di bilancio delle cripto-attività.