ai16z prometteva un fondo di investimento guidato da un'intelligenza artificiale. Ecco come doveva funzionare, cosa ha scambiato davvero e perché il token è finito a zero.
By Marcus Okafor· Oct 22, 2026· 3h ago~23 min read
Alla fine del 2024 una sola riga su X ha trasformato un esperimento di nicchia in uno dei fenomeni più discussi dell’incrocio tra intelligenza artificiale e crypto. Un bot che si presentava come un gestore di fondi addestrato sugli scritti di Marc Andreessen aveva raccolto capitali da migliaia di persone, prometteva di investirli in autonomia e, nel giro di pochi giorni, valeva quasi 100 milioni di dollari. Il nome era una parodia: ai16z, dove la «a» di a16z (il fondo di Andreessen Horowitz) diventava «ai». La domanda che tutti si facevano era semplice: può davvero un’intelligenza artificiale gestire un fondo e fare trading meglio di un umano?Due anni dopo la risposta è arrivata, e non è quella che il mercato aveva prezzato. Con l’espressione «ai16z trades» si indica tutta l’attività di investimento del fondo omonimo: le operazioni che l’agente avrebbe dovuto eseguire, i token che il tesoro deteneva davvero, i profitti promessi e quelli mai verificati. Vale la pena ricostruire la vicenda per intero, perché racchiude quasi ogni tema della stagione degli agenti IA: la narrazione, il meccanismo, il divario tra marketing e catena, il crollo e la causa legale. Questa è la guida completa.Una premessa di metodo: conviene tenere separati tre piani che la cronaca tende a sovrapporre. C’è il token (un asset speculativo), c’è il fondo (la presunta gestione del capitale raccolto) e c’è il framework (il software open-source Eliza su cui tutto è costruito). Confonderli è esattamente l’errore su cui ha prosperato la narrazione di ai16z, e distinguerli è il primo passo per capire la vicenda.
Da dove nasce ai16z: il bot che sfidava Andreessen
ai16z è nato in ottobre 2024 sulla piattaforma daos.fun, nella galassia Solana. Dietro il progetto c’era Shaw Walters, sviluppatore e creatore del framework open-source Eliza (oggi ElizaOS), uno strumento per costruire agenti IA capaci di parlare sui social, leggere dati e interagire con wallet e smart contract. L’idea era tanto provocatoria quanto virale: costruire un agente che imitasse lo stile e le tesi di investimento di Marc Andreessen, uno dei venture capitalist più influenti della Silicon Valley, e lasciarlo competere sul suo stesso terreno. Il personaggio prese il nome di «pmairca», contrazione di partner, ai e marc andreessen.La svolta arrivò quando Andreessen in persona notò il progetto. Con una serie di post, incluso un laconico «GAUNTLET THROWN» (guanto di sfida gettato) accompagnato dallo screenshot dell’account del bot, come documentato da The Block, la capitalizzazione del fondo schizzò verso i 100 milioni di dollari in poche ore, con un massimo intorno ai 96,6 milioni. L’endorsement di un nome così pesante trasformò una parodia in un caso di mercato: migliaia di investitori comprarono il token convinti di partecipare al primo vero fondo gestito da un’IA.
Che cos’è Eliza, il framework dietro ai16z
Per non confondere il fondo con il software conviene fermarsi un attimo su Eliza. Non è un singolo bot, ma un framework open-source scritto in TypeScript per costruire agenti IA: programmi che leggono un contesto, decidono un’azione e la eseguono, dall’invio di un messaggio su X all’interazione con uno smart contract. Il cuore del progetto è il cosiddetto character file, un file di configurazione che definisce personalità, conoscenze, esempi di conversazione e stile di un agente; cambiando quel file si ottiene pmairca, degenai o qualunque altro personaggio, mantenendo lo stesso motore sottostante.Attorno al runtime ruotano alcune primitive ricorrenti: le actions (ciò che l’agente può fare), i providers (le fonti di contesto che gli forniscono informazioni), gli evaluators (che valutano e filtrano gli esiti) e la memory (il ricordo delle interazioni passate). A queste si aggiunge un ecosistema di plugin che collega l’agente a reti, exchange e servizi esterni. È un’infrastruttura usata da molti sviluppatori e del tutto legittima: il problema di ai16z non era lo strumento, ma la storia che gli era stata cucita addosso.Questa distinzione è il motivo per cui, anche dopo la morte del token, il framework è sopravvissuto. Un agente costruito con Eliza non ha bisogno di un token per funzionare: gli servono un modello linguistico, delle chiavi per accedere ai servizi e una configurazione. Il token ai16z era un livello finanziario poggiato sopra la tecnologia, non la tecnologia stessa. Tenere a mente questo confine aiuta a leggere tutto il resto della storia, perché gran parte degli equivoci è nata proprio dal trattare il token come se fosse il prodotto.Vale anche la pena ricordare che un agente così concepito non è un oracolo infallibile: è un programma che trasforma input in azioni secondo regole e prompt. Può riassumere dati, reagire a eventi, pubblicare messaggi; non possiede una comprensione del rischio di mercato né una responsabilità fiduciaria. Attribuirgli la capacità di gestire in autonomia un patrimonio significava, già nel 2024, forzare parecchio la realtà di ciò che quegli strumenti sapevano fare.
daos.fun: come funziona un «hedge fund» in formato memecoin
Per capire i trade di ai16z bisogna capire il contenitore in cui vivevano. daos.fun è stata descritta come una versione «hedge fund» di Pump.fun, la fabbrica di memecoin di Solana. Il meccanismo è questo: un trader apre un fondo, lancia una raccolta che dura circa una settimana e in cambio distribuisce token; chi li compra partecipa pro quota al tesoro. Durante la vita del fondo il gestore (umano o, nella narrazione, agente IA) controlla il wallet e può operare, mentre i token continuano a scambiarsi su un AMM a un prezzo che riflette le aspettative sul valore del tesoro.Il dettaglio cruciale è la scadenza. I fondi daos.fun nascono con un orologio: dopo circa un anno la raccolta si chiude e i possessori possono «bruciare» i propri token per riscattare la quota corrispondente del tesoro, in SOL e asset detenuti, con una ripartizione tra creatore e investitori. ai16z fu creato il 24 ottobre 2024 e, secondo questo schema, avrebbe dovuto arrivare alla scadenza il 24 ottobre 2025, con una ripartizione dell’ordine del 60% ai possessori e del 40% agli insider. Come vedremo, la migrazione del token verso un nuovo ticker cortocircuitò quella chiusura ordinata, lasciando il fondo in una terra di mezzo.
Il «Marketplace of Trust»: come dovevano nascere i trade
Sulla carta ai16z non era un bot che comprava e vendeva a caso. Il progetto proponeva un meccanismo chiamato «Marketplace of Trust», il mercato della fiducia. L’idea: i membri della DAO proponevano idee di investimento; l’agente IA pesava quei suggerimenti in base a due fattori, la quantità di token detenuti da chi proponeva e la qualità storica delle sue raccomandazioni precedenti. Chi aveva avuto ragione in passato vedeva aumentare il proprio peso, in una sorta di reputazione on-chain che l’IA avrebbe usato per allocare il capitale. The Block descrisse il piano in questi termini: l’IA avrebbe gestito il fondo sulla base degli input dei membri, ponderati per le quote detenute e per la bontà delle indicazioni passate.Accanto a pmairca lavorava un secondo personaggio, «degenai», legato al token Degen Spartan AI dello stesso Walters e pensato come versione più aggressiva della strategia. L’architettura raccontava una visione affascinante: un fondo che imparava dai propri membri, premiava i consiglieri migliori e toglieva l’emotività dalle decisioni. Era esattamente il tipo di narrazione che la stagione 2024-2025 degli agenti IA premiava con capitalizzazioni a nove e dieci cifre. Il problema è che tra il disegno e l’esecuzione on-chain si aprì un divario enorme.
Cosa scambiava davvero il fondo
Quando si passa dalla narrazione alla catena, il quadro cambia. A fine ottobre 2024 The Block riportava che il fondo deteneva circa 1 milione di dollari di asset, in larga parte proprio nel token Degen Spartan AI di Walters. In altre parole, buona parte del «portafoglio» era esposta a token correlati alla stessa sfera ai16z/Eliza, non a scommesse indipendenti selezionate da un’IA; a questo si aggiungevano SOL e qualche memecoin del momento. Non era la gestione multi-asset sofisticata che la narrazione lasciava immaginare.C’è un secondo problema, più sottile: la circolarità. Se il tesoro di un fondo è investito soprattutto in token della stessa famiglia (il Degen Spartan AI dello stesso fondatore e altri asset del mondo Eliza), il valore del fondo e il valore del suo token si alimentano a vicenda. Quando tutto sale sembra genialità; quando qualcosa si incrina, la stessa correlazione amplifica le perdite. È l’opposto di un portafoglio diversificato pensato per proteggere chi investe: qui il rischio si concentrava invece di distribuirsi.Il punto non è che il fondo non facesse nulla, ma che non esiste una serie verificabile di operazioni autonome con profitti e perdite attribuibili a decisioni di un’intelligenza artificiale. Le transazioni erano visibili sulla blockchain, ma la logica dietro di esse, la supervisione umana e il confine tra «deciso dall’IA» e «deciso da una persona» restavano opachi. La tabella riassume la distanza tra ciò che veniva comunicato e ciò che la catena mostrava.
Promessa di marketing
Realtà osservabile on-chain
Fondo gestito da un’IA autonoma
Operazioni compatibili con supervisione umana (Protos)
Strategia di investimento sofisticata
Tesoro concentrato su token correlati (Degen Spartan AI) e SOL
Track record dell’agente
Nessun profitto e perdita autonomo, verificabile e auditabile
Reputazione on-chain dei consiglieri
Meccanismo descritto ma mai dimostrato su scala
Rendimenti per i possessori
Valore trainato dalla speculazione sul token, non dagli utili del fondo
Il «gap di autonomia»: l’IA che non guidava
La crepa più grande nella storia di ai16z riguarda proprio la «I» di IA. Già il 30 ottobre 2024, a ridosso del picco di entusiasmo, la testata Protos pubblicò un’inchiesta dal titolo eloquente: la presunta svolta dell’IA che faceva trading su crypto era, in realtà, operata da esseri umani. Nessun fondo su daos.fun, scriveva Protos, era davvero gestito da un’intelligenza artificiale; il creatore e proprietario di ai16z era un umano, Shaw. La comunità iniziò a usare una parola precisa: «AI-washing», vestire da autonomia agentica ciò che restava discrezione umana.La conferma più disarmante arrivò, mesi dopo, dallo stesso Walters. In un’intervista a Decrypt al Token2049 di Singapore, il fondatore ridimensionò l’intera categoria: «You probably do not want to give an AI agent a bunch of money and expect it to make you more» (probabilmente non volete affidare a un agente IA un mucchio di soldi aspettandovi che ve ne faccia guadagnare altri). Gli agenti, spiegava, rendono meglio come interfacce verso strumenti quantitativi e come strato di ingestione dei dati social, non come gestori autonomi di un tesoro. Detto dal creatore del framework su cui ai16z era costruito, è un’ammissione pesante: il trading pienamente autonomo non era pronto per gli investimenti.
ai16z nella mania degli agenti IA del 2024-2025
ai16z non è nato nel vuoto. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 il mercato ha vissuto una vera e propria febbre degli agenti IA on-chain. Il capostipite fu Truth Terminal, il bot legato al ricercatore Andy Ayrey che contribuì a portare alla ribalta il memecoin GOAT; anche in quel caso, come notò Protos, dietro il presunto agente autonomo c’era la discrezione umana di chi ne controllava i fondi. Attorno si moltiplicarono piattaforme per creare e far girare agenti, token a tema e narrazioni sempre più ambiziose.In questo clima, un fondo guidato da un clone di Marc Andreessen era il prodotto perfetto: univa la parola magica del momento, agente, a un volto celebre della finanza tecnologica. Il risultato fu una capitalizzazione complessiva del settore degli agenti IA misurabile in miliardi di dollari, prima che la marea si ritirasse. Capire ai16z significa capire questa dinamica: molti di quei token non erano aziende né fondi con ricavi, ma scommesse su una narrazione.Quando la narrazione si è raffreddata, i prezzi sono tornati verso i fondamentali, che in parecchi casi erano prossimi allo zero. Il settore non è scomparso del tutto, e alcuni progetti con utilità reale (infrastruttura per agenti, servizi di calcolo, strumenti per sviluppatori) sono sopravvissuti; ma la gran parte dei token nati come puro simbolo di una moda ha seguito una curva simile a quella di ai16z. È la differenza, vecchia quanto i mercati, tra una tecnologia promettente e un asset finanziario costruito troppo in fretta per cavalcarla.Collocare ai16z in questo contesto evita due errori opposti: liquidarlo come una truffa isolata, quando era il prodotto di un clima collettivo, e allo stesso tempo prenderlo come prova che gli agenti IA siano inutili, quando il problema era il modello finanziario, non la tecnologia. La parte di valore duraturo, semmai, è il software open-source che ne è rimasto, non il token che lo decorava.
Dal picco da 2 miliardi al token morto
Nonostante il gap di autonomia, il token continuò a correre. Il motore non erano gli utili del fondo ma la speculazione, alimentata dalla narrazione sugli agenti IA e dalla visibilità del progetto. All’inizio di gennaio 2025 la capitalizzazione toccò un massimo intorno ai 2,4 miliardi di dollari (circa 2,1 miliardi di euro al cambio attuale), come ricostruito da CoinDesk. Da lì in avanti la storia è quella classica di molti token a tema: liquidità in uscita, attenzione che si sposta e un lungo declino.Il declino non è stato lineare, e capirne il motore aiuta. Un token con liquidità relativamente sottile si muove molto sia in salita sia in discesa: bastano ordini modesti per spostare il prezzo di percentuali ampie. Finché arrivavano capitali e attenzione, questa fragilità sembrava forza; quando il flusso si è invertito, lo stesso meccanismo ha accelerato la caduta. Senza utili reali del fondo a sostenere la valutazione, il prezzo dipendeva interamente dall’afflusso di nuovi acquirenti, una struttura intrinsecamente instabile.A un certo punto il progetto migrò la propria identità, ribattezzando il token da $ai16z a $elizaOS (ELIZAOS) per legarlo al framework piuttosto che al fondo. La mossa, però, cortocircuitò la chiusura ordinata prevista da daos.fun: invece di arrivare alla scadenza dell’ottobre 2025 con un riscatto pro quota pulito, il token proseguì la propria vita come asset speculativo scollegato da qualsiasi fondo. La tabella riassume le tappe principali.
Data
Evento
Ottobre 2024
Lancio di ai16z su daos.fun; shoutout di Marc Andreessen, picco vicino ai 96,6 milioni di dollari
30 ottobre 2024
Protos: l’«IA» che fa trading è operata da umani
Inizio gennaio 2025
Massimo storico della capitalizzazione, circa 2,4 miliardi di dollari
Corso del 2025
Migrazione del ticker da $ai16z a $elizaOS; la scadenza daos.fun viene cortocircuitata
Aprile 2026
Causa collettiva di Burwick Law presso il tribunale federale di New York (SDNY)
4-5 agosto 2026
Dopo l’accordo, Walters dichiara: «The token is dead. Completely»
Ottobre 2026
Breve rimbalzo speculativo e nuovo ripiegamento; capitalizzazione intorno ai 2,9 milioni di dollari
La causa Burwick e il verdetto «il token è morto»
Il colpo finale non arrivò dal mercato ma da un’aula di tribunale. In aprile 2026 lo studio Burwick Law depositò una causa collettiva presso il tribunale federale del Southern District di New York contro Walters, Eliza Labs e altre parti collegate. Secondo la scheda del caso, le accuse comprendevano pubblicità ingannevole, pratiche commerciali scorrette, falsa rappresentazione colposa e arricchimento ingiusto: in sostanza, l’idea di avere venduto come autonomo e sofisticato un fondo che non lo era, a danno di migliaia di acquirenti del token.L’accordo che chiuse la vertenza prosciugò quel che restava del tesoro della fondazione. Il 4 agosto 2026, pochi giorni dopo, Walters mise la parola fine con un messaggio senza ambiguità: «The token is dead. Completely» (il token è morto, completamente). Riportato da CoinDesk, aggiunse che non ci sarebbero stati ulteriori sostegni dalla fondazione, riacquisti o interventi sull’offerta, e che avrebbe continuato a sviluppare il software senza lanciare un nuovo token. Al momento dell’annuncio il token era già sceso di circa il 97% dal picco, a una manciata di milioni di dollari di capitalizzazione.
I due token zombie di oggi
Un token dichiarato morto dal suo creatore può continuare a scambiarsi, e ai16z lo dimostra. Oggi convivono due ticker distinti. Il principale è ELIZAOS, il ticker migrato, su cui si concentra quasi tutta la liquidità residua; accanto sopravvive il vecchio AI16Z, con una capitalizzazione di appena poche centinaia di migliaia di dollari, che non ha partecipato ai rimbalzi del token migrato. Nessuno dei due è collegato a un fondo operativo: sono gusci speculativi che si muovono sulle notizie di settore e sulla liquidità sottile.Per chi detiene ancora i token la situazione è spiacevole e semplice al tempo stesso. Non esiste un fondo da riscattare né un tesoro da redistribuire in modo ordinato: il creatore ha escluso riacquisti, sostegni o interventi sull’offerta. Restano due vie, vendere sul mercato secondario al prezzo corrente (con lo spread e lo scivolamento tipici della bassa liquidità) oppure tenere un asset che il suo stesso ideatore ha definito morto. È un promemoria concreto di cosa significhi possedere il token di un progetto abbandonato dal team.L’esempio più chiaro è l’ottobre 2026. Il 7 ottobre ELIZAOS è salito del 34,6% in 24 ore, fino a circa 0,000566 dollari, in un breve rally alimentato dal ciclo di notizie sulla nuova iniziativa di Walters e da un settore degli agenti IA più tonico. Il movimento si è poi sgonfiato. Secondo CoinGecko, al 22 ottobre 2026 ELIZAOS vale circa 0,0003834 dollari (circa 0,00034 euro), con una capitalizzazione intorno ai 2,87 milioni di dollari (circa 2,55 milioni di euro), in calo del 4% sulle 24 ore e del 7,5% sulla settimana, ma ancora oltre il 130% sopra i livelli di un mese prima: la coda del rally di ottobre. Resta a circa il 96% sotto il massimo storico. La tabella fotografa il quadro.
Metrica
Valore (22 ottobre 2026)
Prezzo ELIZAOS
circa 0,0003834 $ (circa 0,00034 €)
Capitalizzazione
circa 2,87 milioni $ (circa 2,55 milioni €)
Posizione di mercato
intorno al 2.048° posto
Volume 24h
circa 1,45 milioni $
Offerta circolante
7,482 miliardi (massimo 11 miliardi)
Variazione 24h / 7g / 30g
-4,0% / -7,5% / +134,1%
Distanza dal massimo storico
circa -96%
Massimo storico (capitalizzazione)
circa 2,4 miliardi $ (inizio gennaio 2025)
Trasparenza sulla catena, bilancio opaco
Uno degli aspetti più istruttivi di ai16z è un paradosso: tutte le transazioni erano pubbliche, eppure il bilancio del fondo resta di fatto non auditabile. Su Solana chiunque poteva vedere i wallet, gli scambi, gli afflussi e i deflussi. Ma vedere le transazioni non equivale a poterle interpretare: senza sapere quali operazioni fossero decise da un modello, quali da una persona e quali fossero semplici movimenti tecnici, l’insieme dei dati on-chain non si traduce in un rendiconto affidabile di profitti e perdite. La trasparenza radicale della blockchain conviveva con un’opacità gestionale quasi totale.Un esempio chiarisce il punto. Immaginiamo di vedere sulla catena un wallet del fondo che vende un token e ne compra un altro. Cosa significa quella transazione? Una decisione strategica dell’agente, un ribilanciamento di routine, un intervento umano d’emergenza o il semplice spostamento verso un altro wallet controllato dallo stesso team? I dati grezzi non lo dicono. Senza etichette affidabili e senza una contabilità verificabile, lo stesso movimento può raccontare storie opposte, e questo lascia ampio spazio a interpretazioni di comodo.È qui che un explainer si ferma e serve un lavoro più forense. Abbiamo ricostruito conti, flussi e la questione della scadenza daos.fun nell’autopsia dei conti di ai16z, dedicata ai numeri in dettaglio. Il punto da portare a casa qui è concettuale: «trasparente» e «verificabile» non sono sinonimi. Una blockchain garantisce il primo attributo, non automaticamente il secondo, e questa distinzione è centrale per capire perché un fondo «on-chain» possa restare, nei fatti, una scatola nera.
Cosa insegna ai16z sul trading con agenti IA
La lezione più ovvia è anche la più scomoda: etichettare qualcosa come «guidato dall’IA» non lo rende né autonomo né redditizio. Nel 2024-2025 bastava la parola «agent» per attirare capitali; nel 2026 il mercato chiede prove. Prima di affidare denaro a un presunto fondo IA, le domande da porsi sono tre.
Che cosa decide esattamente il modello, e cosa resta in mano a una persona?
Con quali vincoli di rischio e quali limiti operativi agisce l’agente?
Come possiamo verificare, e non solo osservare, le sue decisioni?
ai16z falliva su tutti e tre i fronti. Da qui nasce l’interesse crescente per il calcolo verificabile applicato all’IA: tecniche che permettono di dimostrare, in modo crittografico o economico, che un certo output è stato prodotto da un certo modello con un certo input. È il terreno dei mercati dello zk-ML e di progetti di inferenza verificabile come Ritual: se un agente deve gestire soldi, la sua integrità computazionale non può essere un atto di fede.In parallelo è maturato il filone DeFAI, l’uso di agenti per automatizzare operazioni DeFi concrete (ribilanciamenti, esecuzione via intent e solver, gestione di vault) con regole esplicite e limiti di rischio: non oracoli infallibili, ma esecutori vincolati. È l’opposto dello spirito di ai16z, meno promessa di genialità autonoma e più automazione circoscritta e verificabile. Lo stesso Walters, come visto, colloca oggi gli agenti in questo ruolo più modesto di interfaccia e strato di esecuzione.Resta una domanda scomoda per gli investitori: come si distingue, in anticipo, un progetto serio da uno spettacolo? Qualche criterio pratico esiste. Diffidare dei rendimenti presentati come automatici o garantiti; chiedere dove sono custoditi i fondi e chi ne ha le chiavi; cercare prove verificabili delle performance, non screenshot; valutare se dietro il token ci sia un ricavo reale o solo la promessa di un futuro afflusso di acquirenti. ai16z non superava nessuno di questi test, e in retrospettiva i segnali c’erano tutti.
Il nodo italiano: Consob, MiFID II e fisco
Se un progetto come ai16z fosse stato proposto oggi a un risparmiatore italiano, in quale cornice sarebbe caduto? La risposta è scivolosa. Un fondo che raccoglie denaro dal pubblico promettendo una gestione professionale assomiglia molto a una gestione collettiva del risparmio, attività riservata a soggetti autorizzati e vigilati. ai16z, però, non era un fondo autorizzato: era un token venduto su una piattaforma on-chain, fuori da qualsiasi perimetro di vigilanza. In Italia la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, Consob, è l’autorità competente ai sensi del regolamento europeo MiCA per la condotta di mercato e la tutela degli investitori (con Banca d’Italia per i profili prudenziali e sulle stablecoin) e può oscurare i siti che offrono servizi finanziari abusivi.Nella pratica, un risparmiatore italiano che incappa oggi in un presunto fondo IA on-chain ha pochi appigli di tutela una volta investito, ma qualche segnale di allarme da controllare prima. Consob mantiene e aggiorna elenchi di soggetti non autorizzati e dispone l’oscuramento dei siti abusivi; verificare che un intermediario sia autorizzato, diffidare di rendimenti promessi come automatici e ricordare che un token non è una quota di fondo sono accorgimenti elementari che, nel caso ai16z, avrebbero evitato molte perdite.Due precisazioni contano. La prima: MiCA disciplina i cripto-asset a pronti e i fornitori di servizi (CASP), non il protocollo o il token in quanto software; un token come ELIZAOS resta un’attività ad alto rischio e non vigilata nella sua circolazione. La seconda: gli strumenti derivati su crypto (futures, perpetui) non ricadono in MiCA ma nella MiFID II, con la vigilanza del regolatore di mercato. Per chi si chiede se fidarsi di un fondo IA on-chain, la cornice italiana offre poche tutele a valle: la protezione vera sta a monte, nella diffidenza verso prodotti che promettono rendimenti automatici senza autorizzazione.C’è infine il capitolo fiscale, spesso dimenticato quando un token va a zero. In Italia le plusvalenze da cripto-attività sono tassate come redditi diversi e, dopo la stagione del 26%, la direzione è verso un’aliquota più alta; il dibattito sulla Manovra 2027 e sulle aliquote crypto è ancora aperto. Per chi ha comprato ELIZAOS ai massimi, la magra consolazione è che le minusvalenze realizzate possono essere compensate secondo le regole dei redditi diversi di natura finanziaria; conviene però farsi assistere, perché il trattamento dipende da quando e come si è chiuso l’investimento.
Cosa fa ora Shaw Walters: codice senza token
La fine del token non ha coinciso con la fine del software. Il framework Eliza/ElizaOS resta un progetto open-source attivo, con quasi 20.000 stelle su GitHub e una base di sviluppatori indipendente dal destino del token. La domanda che Walters si è posto è quella che assilla tutto l’open-source: chi paga chi scrive il codice, se non c’è un token da gonfiare? La sua risposta del 2026 è un sistema di finanziamento, Slop Cash, pensato per pagare i contributori (umani o agenti) solo per il lavoro effettivamente integrato nel progetto, senza legare il framework a un nuovo asset speculativo.Slop Cash è il primo progetto esterno ospitato da Umia, una piattaforma per lanciare e governare iniziative on-chain. Qui entra la terza voce di questa storia. Umia ha raccolto 6,11 milioni di dollari a una valutazione di 18 milioni (FDV) tramite un’asta di sette giorni, vendendo il 34,6% dell’offerta senza lockup, come riportato da The Block. Il CEO Francesco Mosterts, ex Point72, ha spiegato che vendere una quota ampia e liquida serviva a dare ai primi sostenitori una posizione significativa ed evitare la dinamica del flottante ridotto seguito da grandi sblocchi futuri; le spese oltre un budget mensile fisso, inoltre, devono passare per un «decision market» che le approva ed esegue automaticamente on-chain. È, in filigrana, una critica al modello ai16z: progettare gli incentivi del token prima, non dopo il disastro.Il significato più ampio è questo: la stagione in cui bastava lanciare un token per finanziare qualunque idea si sta chiudendo, e al suo posto emergono tentativi di legare il denaro a lavoro verificabile e a regole di governance esplicite. Che ci riescano o meno, progetti come Slop Cash e Umia nascono dalla stessa lezione che ai16z ha impartito a caro prezzo: senza un legame concreto tra valore del token e valore prodotto resta solo la speculazione, ed è una base fragile su cui costruire qualsiasi cosa.
Domande frequenti
Che cosa significa «ai16z trades»?
Indica l’attività di investimento del fondo ai16z, lanciato su daos.fun nel 2024: le operazioni che un agente IA avrebbe dovuto eseguire per conto dei possessori del token. In pratica non è mai esistita una serie verificabile di trade autonomi con un profitto attribuibile a decisioni dell’intelligenza artificiale.
ai16z era davvero gestito da un’intelligenza artificiale?
No, non nel senso promesso. Già nel 2024 la testata Protos riportò che l’agente era operato da esseri umani, e lo stesso fondatore Shaw Walters ha poi ammesso che gli agenti IA non sono pronti a gestire capitali in autonomia. Il progetto resta un caso di studio sull’AI-washing.
Quanto è arrivato a valere ai16z e quanto vale oggi?
La capitalizzazione del token toccò un massimo intorno ai 2,4 miliardi di dollari all’inizio del 2025. Al 22 ottobre 2026, secondo CoinGecko, il token migrato ELIZAOS vale circa 2,87 milioni di dollari di capitalizzazione, cioè circa il 96% in meno rispetto al picco.
Perché il token ai16z è considerato «morto»?
Il 4 agosto 2026, dopo un accordo che ha chiuso la causa collettiva di Burwick Law e prosciugato il tesoro della fondazione, Shaw Walters ha dichiarato che il token è morto completamente, escludendo ulteriori sostegni, riacquisti o interventi sull’offerta. Il software open-source, invece, continua a essere sviluppato.
Un agente IA può gestire un fondo crypto in modo affidabile oggi?
Allo stato attuale conviene essere prudenti. Gli agenti rendono meglio come interfacce e strumenti di esecuzione con regole e limiti espliciti, piuttosto che come gestori autonomi. Le ricerche sul calcolo verificabile puntano a rendere dimostrabile ciò che un modello decide, ma la fiducia cieca in un fondo IA resta mal riposta.Di Marcus Okafor, redattore senior di HOGE Wire. Analisi a scopo informativo, non consulenza finanziaria.