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● Macro & TradFi

Banche italiane e crypto: dalla difesa all’attacco nel 2026

Banca Sella ottiene la prima licenza MiCA per la custodia, Intesa fa trading e con Qivalis le banche puntano alla stablecoin in euro. La regola di Basilea però le tiene ancora lontane dal detenere Bit

Per anni le banche italiane hanno guardato le criptovalute con le mani dietro la schiena: le studiavano, scrivevano note interne, le citavano ai convegni, ma non le toccavano. Nel 2026 quella postura è cambiata. Il 27 maggio Banca Sella ha completato la notifica alla Banca d’Italia e si è assicurata il via libera a offrire custodia e trasferimento di cripto-attività, prima banca italiana a riuscirci sotto il regolamento MiCA. Non è un episodio isolato: è il segnale più visibile di un passaggio dalla difesa all’attacco che tocca i nomi più grandi del credito nazionale.

Il contesto di mercato aiuta a capire perché. Mentre scriviamo Bitcoin vale intorno ai 74.500 euro, poco mosso nelle ultime ventiquattro ore ma stabilmente sopra la soglia che due anni fa pareva irraggiungibile per un bilancio bancario. Attorno a quel prezzo si è costruita, dove prima non c’era nulla, un’infrastruttura di regole che dice alle banche cosa possono e non possono fare. Questo articolo mette in fila i quattro modi in cui una banca tocca le crypto (detenere, intermediare, custodire, emettere), spiega perché Basilea la tiene lontana dal detenere Bitcoin e segue il filo italiano: Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banca Sella e il consorzio bancario Qivalis.

Banca Sella rompe il ghiaccio: la prima licenza MiCA italiana

La notizia che ha reso concreto il cambiamento è arrivata a fine primavera. Con la notifica alla Banca d’Italia del 27 maggio 2026, Banca Sella è diventata la prima banca italiana autorizzata a offrire servizi di custodia e trasferimento di cripto-attività in base al regolamento MiCA. Non trading, almeno all’inizio: la banca di Biella parte dal pezzo più delicato e meno appariscente della filiera, la conservazione delle chiavi private per conto del cliente, e si rivolge in prima battuta a una clientela corporate e istituzionale, con l’operatività attesa entro la fine del 2026.

La scelta non è improvvisata. Dal 2022 Banca Sella partecipa al Milano Hub della Banca d’Italia con un progetto pilota sulla tecnologia a registro distribuito, ha costruito un team interno dedicato a DLT e digital asset e, nel luglio 2025, ha condotto un test di custodia interna su stablecoin usando l’infrastruttura di Fireblocks. È inoltre socio fondatore di Qivalis, il consorzio di banche europee che punta a una stablecoin in euro. Con 34 miliardi di euro di totale attivo, 1,4 milioni di clienti e oltre 66 miliardi di asset in deposito, Sella non è una delle big nazionali, ma ha trasformato l’agilità in vantaggio competitivo.

«Essere la prima banca italiana in grado di offrire servizi di custodia e trasferimento di cripto-attività è un passo importante, in linea con la più ampia transizione europea verso nuovi modelli digitali», ha dichiarato Andrea Tessera, Managing Director Digital Banking di Banca Sella, nel comunicato ripreso dalla stampa di settore. La frase chiave è «transizione»: ciò che per anni è stato trattato come un rischio da tenere a distanza entra nel catalogo dei servizi bancari regolati.

Due anni di prudenza, poi la svolta del 2026

Per capire la portata del passo di Sella conviene riavvolgere il nastro. Il primo movimento serio di una banca italiana sulle crypto risale al 2023, quando Intesa Sanpaolo ha allestito un desk di trading proprietario sui digital asset; il primo acquisto di Bitcoin in conto proprio è arrivato il 13 gennaio 2025, per un milione di euro circa. Erano gesti esplorativi, dichiaratamente di prova, pensati per capire il terreno più che per cambiare il modello di business.

Il 2026 è l’anno in cui la prudenza è diventata offerta. Il motivo non è il prezzo, ma la fine dell’incertezza regolatoria. Il periodo transitorio del MiCA per i prestatori di servizi italiani si è chiuso il 1 luglio 2026, e da quella data chi vuole operare deve avere l’autorizzazione CASP (Crypto-Asset Service Provider). In Italia il quadro è diviso in due: la Consob vigila su condotta di mercato e tutela dell’investitore, la Banca d’Italia sui profili prudenziali e sulle stablecoin (token di moneta elettronica e token collegati ad attività), secondo il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129 che ha designato le due autorità. Con regole chiare, una banca può finalmente mettere a budget un servizio invece di limitarsi a un esperimento.

Resta la cautela di fondo delle autorità. Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, in un intervento del 5 maggio 2026 sui pagamenti transfrontalieri, ha ribadito che le stablecoin «non offrono vantaggi di costo sistematici» e che possono svolgere solo un ruolo complementare, perché la loro stabilità dipende comunque da una valuta tradizionale che fa da ancora. Panetta ha anche delineato un futuro in cui la moneta delle banche commerciali diventerà pienamente tokenizzata, al pari di quella di banca centrale. È il contesto in cui le banche si muovono: sì ai servizi, con prudenza sull’esposizione diretta.

I quattro modi in cui una banca tocca le crypto

Prima di seguire i singoli nomi conviene fissare una mappa, perché «la banca fa crypto» può voler dire quattro cose molto diverse, ciascuna con un rischio e un vincolo normativo distinto.

Detenere in proprio. La banca compra Bitcoin o Ether e li iscrive nel proprio bilancio. È il modo più semplice da capire e il più raro da vedere, perché, come vedremo, costa carissimo in termini di capitale. Intesa Sanpaolo lo ha fatto in misura simbolica, e non per caso i numeri restano piccoli.

Intermediare l’esposizione. La banca non tiene la moneta, ma vende al cliente un prodotto che ne replica l’andamento: un certificato, una nota strutturata, la distribuzione di un ETP (Exchange-Traded Product). Il rischio di prezzo resta al cliente; alla banca restano la commissione e nessuna cripto in cassa. È la via scelta da UniCredit.

Custodire. La banca conserva le chiavi private per conto del cliente, come una cassetta di sicurezza digitale. Non assume rischio di mercato, incassa una commissione di servizio e si assume però una responsabilità operativa pesante (se le chiavi si perdono o vengono rubate, risponde). È la porta scelta da Banca Sella.

Emettere. Il salto più ambizioso: la banca conia una propria stablecoin, cioè un token in euro riscattabile alla pari e coperto da riserve. Qui la banca passa da spettatore a produttore di moneta digitale privata. È l’obiettivo del consorzio Qivalis, di cui fanno parte UniCredit, Banca Sella e, dal maggio 2026, anche Intesa Sanpaolo.

ModelloCosa fa la bancaEsempio italianoVincolo principale
Detenere in proprioCompra e tiene cripto nel bilancioIntesa Sanpaolo (11 BTC, gen. 2025)Basilea: 1.250% di ponderazione
Intermediare / ETPVende esposizione via certificati o ETP, senza detenereUniCredit (certificato legato a IBIT, lug. 2025)Nessun ETF spot sotto le regole UCITS
CustodireConserva le chiavi private per conto del clienteBanca Sella (licenza MiCA, mag. 2026)MiCA art. 75: responsabilità del custode
EmettereConia una stablecoin in euro coperta da riserveQivalis (UniCredit, Banca Sella, Intesa)Licenza IME e riserva 1:1

Perché le banche non detengono Bitcoin: la regola di Basilea

Il primo modello, detenere in proprio, è quello che quasi nessuna banca pratica su scala, e la ragione è una sola: il capitale. Dal 1 gennaio 2026 è entrato in vigore lo standard di Basilea sul trattamento prudenziale delle cripto-attività (noto come SCO60), mentre nell’Unione Europea i criteri di calcolo erano già stati introdotti dal regolamento CRR3, in vigore dal luglio 2024. Il risultato è una delle regole più severe dell’intero rulebook bancario.

Le cripto senza un sottostante tradizionale, categoria che comprende Bitcoin ed Ether, finiscono nel cosiddetto «Gruppo 2b» e ricevono una ponderazione del rischio del 1.250%. Tradotto: per ogni 100 milioni di euro di Bitcoin in bilancio, una banca deve accantonare circa 125 milioni di euro di capitale di qualità. In pratica l’attivo va coperto interamente con mezzi propri, come se potesse azzerarsi da un giorno all’altro. A questo si aggiunge un tetto alle grandi esposizioni: le posizioni in cripto del Gruppo 2 non dovrebbero in generale superare l’1% del capitale di classe 1, e oltre il 2% scatta il trattamento punitivo su tutto il blocco.

È qui che si capisce la logica dell’intero settore. Una banca guarda a Bitcoin come a un attivo troppo volatile per il proprio stato patrimoniale, molto più di quanto lo faccia un risparmiatore che lo confronta con l’oro come riserva di valore. Il capitale rende antieconomico detenere, ma non rende antieconomico servire: custodire, intermediare ed emettere stablecoin coperte da titoli sicuri sono attività a basso assorbimento patrimoniale che generano commissioni. La regola di Basilea, nata per proteggere le banche, finisce così per indirizzarle verso i servizi e lontano dalla speculazione in proprio. Non a caso le regole di capitale dividono nel 2026 l’approccio di Unione Europea, Regno Unito e Stati Uniti, con tempi e sfumature diversi.

CategoriaEsempiPonderazione del rischioEffetto pratico
Gruppo 1a/1bTitoli tokenizzati e stablecoin qualificateCome il sottostante tradizionaleTrattamento favorevole
Gruppo 2aCripto con copertura/hedge riconosciutoElevata, ma mitigabileCapitale alto
Gruppo 2bBitcoin, Ether (senza copertura)1.250%100 mln di BTC = 125 mln di capitale

Intesa Sanpaolo: il desk che ha fatto da apripista

La più grande banca italiana è stata anche la prima a mettere mano, letteralmente, alle crypto. Intesa Sanpaolo ha costituito un desk di trading proprietario sui digital asset già nel 2023 e ha iniziato a gestire operazioni spot l’anno successivo. Il momento spartiacque è il 13 gennaio 2025, quando l’istituto ha acquistato Bitcoin in conto proprio per un milione di euro circa, pari a 11 BTC, nella sua prima operazione proprietaria sulla valuta. La notizia, anticipata dalla Stampa e verificata da Reuters su un memo interno, ha fatto il giro del mondo proprio per la sua rarità.

L’amministratore delegato Carlo Messina ha ridimensionato la portata dell’operazione, definendola un test: l’obiettivo, ha spiegato, era «essere pronti nel caso clienti particolarmente sofisticati chiedano questo tipo di investimenti». È una frase che vale più di molti comunicati, perché traccia il confine della strategia: non costruire un tesoro in Bitcoin, ma attrezzarsi per servire la domanda quando arriva. La dimensione minuscola della posizione (undici monete per la banca che gestisce centinaia di miliardi) è la prova visibile di quanto pesi la regola di Basilea descritta sopra. Intesa compra per imparare, non per detenere.

Il desk resta comunque un asset strategico: dà alla banca competenze interne di esecuzione, pricing e gestione del rischio che servono per tutti gli altri modelli, dall’intermediazione all’emissione. Il pioniere del 2023 è oggi uno dei soci che spinge il progetto di stablecoin europea.

UniCredit: vendere l’esposizione senza detenere la moneta

Se Intesa ha scelto il banco di prova, UniCredit ha scelto lo scaffale. Nel luglio 2025 la seconda banca italiana ha lanciato un certificato di investimento a cinque anni, denominato in dollari e legato all’ETF iShares Bitcoin Trust di BlackRock, con protezione del capitale al 100% a scadenza. Il prodotto, collocato dal 1 al 28 luglio e riservato ai clienti professionali in Italia, offriva un rendimento agganciato all’andamento dell’ETF ma limitato all’85% della sua performance, con una soglia minima di 25.000 dollari.

È il manuale dell’intermediazione: il cliente ottiene esposizione a Bitcoin, UniCredit incassa le commissioni di strutturazione e collocamento, e nel bilancio della banca non entra una sola cripto. Il rischio di prezzo resta a valle, presso chi compra il certificato. Questo spiega anche perché in Europa le banche puntano sui certificati e sugli ETP e non sugli ETF spot: sotto le regole UCITS, il quadro dei fondi destinati al risparmio retail, un ETF che detiene direttamente Bitcoin non è ammesso, e il mercato europeo si appoggia quindi a prodotti negoziati in borsa (ETP ed ETN) o a note strutturate. La stagione delle approvazioni di ETF negli Stati Uniti ha moltiplicato i sottostanti disponibili, come l’IBIT usato da UniCredit.

Il passo successivo è già in cantiere. Secondo Bloomberg, UniCredit sta valutando partner tecnici per offrire direttamente custodia e intermediazione in cripto, segno che l’istituto vuole coprire più di un modello. Il percorso tipico delle banche è proprio questo: si parte da un prodotto confezionato a basso rischio (il certificato), si costruisce competenza e domanda, e poi si aggiungono custodia e scambio.

Banca Sella e la custodia: le chiavi in cassaforte

Torniamo al protagonista dell’estate. La custodia è il servizio meno spettacolare ma forse più fondativo, perché senza una custodia affidabile tutti gli altri modelli restano fragili. Custodire cripto significa generare, conservare e usare le chiavi private che controllano gli asset del cliente, assicurandosi che non vadano perse, rubate o duplicate. Non c’è rischio di mercato (il valore del Bitcoin non tocca il bilancio della banca), ma c’è un rischio operativo e tecnologico enorme, ed è lì che il MiCA alza l’asticella.

Il regolamento impone al custode di tenere gli asset dei clienti segregati dai propri, di mantenere un registro delle posizioni e, soprattutto, di rispondere della perdita degli strumenti in custodia salvo cause di forza maggiore. In altre parole, se il custode viene bucato, paga lui. È una responsabilità che una banca, con i suoi presidi di controllo interno, è attrezzata a reggere meglio di una startup, ed è esattamente il motivo per cui l’ingresso di un istituto come Sella cambia la percezione del rischio per la clientela corporate. La scelta di appoggiarsi a Fireblocks per il test del luglio 2025 va letta così: non reinventare la cassaforte, ma usare un’infrastruttura di mercato collaudata e concentrarsi sui controlli.

Il confronto con gli Stati Uniti è istruttivo. Oltre oceano, mentre le banche entrano nella custodia, la SEC ha aperto all’autocustodia e ha riscritto parte dell’enforcement, segno che il tema «chi tiene le chiavi» è ovunque al centro del dibattito. In Europa la risposta è stata regolare il custode professionale; negli Stati Uniti si valorizza anche la facoltà del singolo di tenersi le proprie chiavi. Due filosofie diverse, lo stesso problema di fondo.

Qivalis: quando è la banca a coniare l’euro-token

Il modello più ambizioso ha un nome e una sede. Qivalis è il consorzio che riunisce banche europee per emettere una stablecoin in euro conforme al MiCA. Nato nel settembre 2025 con nove istituti fondatori (tra cui UniCredit, Banca Sella, ING, KBC, CaixaBank, Danske Bank, DekaBank, SEB e Raiffeisen Bank International), il gruppo si è allargato fino a 37 banche in 15 Paesi dopo l’adesione di altri 25 istituti il 20 maggio 2026, giorno in cui sono entrate anche Intesa Sanpaolo e BPER Banca. Sul fronte italiano, dunque, quattro grandi nomi sono dentro il progetto.

La società è stata costituita ad Amsterdam e sta preparando la domanda alla banca centrale olandese (DNB) per la licenza di istituto di moneta elettronica, con lancio atteso nella seconda metà del 2026 subordinatamente all’ok regolatorio. La governance pesca da tradizione finanziaria e cripto insieme: la presidenza è affidata a Sir Howard Davies, già presidente di NatWest e della Financial Services Authority britannica, l’amministratore delegato è Jan-Oliver Sell (in passato a Coinbase Germania) e il direttore finanziario è Floris Lugt, ex ING. Per l’infrastruttura tecnica il consorzio ha annunciato che si appoggerà a Fireblocks, la stessa piattaforma usata da Banca Sella nel suo test di custodia.

Perché tanto impegno collettivo per un euro-token? Perché il mercato delle stablecoin è oggi un fenomeno quasi interamente in dollari. Il valore complessivo del settore sfiora i 294 miliardi di dollari, ma oltre il 99% è denominato in dollari: Tether (USDT) e USD Coin (USDC) da soli valgono quasi 257 miliardi, mentre la principale stablecoin in euro, EURC, non arriva a mezzo miliardo, cioè meno dello 0,2% del totale. Per le banche europee è una questione di sovranità monetaria e di quote di mercato: lasciare che i pagamenti on-chain viaggino solo in dollari significa cedere terreno. Il tema diventa ancora più urgente ora che l’ESMA ha fissato a gennaio 2027 l’uscita dall’Unione delle stablecoin non conformi: si apre uno spazio che un token bancario in euro punta a occupare.

StablecoinValutaCapitalizzazioneQuota di mercato
USDT (Tether)dollaro~184 mld $~62,5%
USDCdollaro~72,7 mld $~24,7%
USDSdollaro~10,3 mld $~3,5%
USDedollaro~4,8 mld $~1,6%
EURCeuro~492 mln $~0,17%
Dati CoinGecko, 13 ottobre 2026. Totale settore ~294 mld $, oltre il 99% in dollari.

Le regole della stablecoin bancaria: riserva, rimborso, niente interessi

Una stablecoin bancaria in euro non è una criptovaluta qualsiasi: sotto il MiCA è un token di moneta elettronica (EMT), e il regime è stringente. Può emetterlo solo una banca o un istituto di moneta elettronica autorizzato (da qui la domanda di Qivalis alla DNB). La copertura deve essere 1:1, il detentore ha diritto al rimborso alla pari in qualsiasi momento, e non è ammesso alcun interesse o rendimento a chi detiene il token. Le riserve non possono stare dove capita: una quota minima deve essere depositata presso enti creditizi (la soglia sale per i token «significativi»), il resto va in attività liquide a basso rischio.

C’è poi un vincolo che spiega perché proprio l’euro. Il MiCA limita l’uso come mezzo di scambio delle stablecoin denominate in valute non europee: se i volumi superano contemporaneamente il milione di operazioni e i 200 milioni di euro al giorno, l’emittente deve fermare le nuove emissioni. È un freno pensato per i token in dollari usati per pagare dentro l’area euro, e di riflesso un incentivo a disporre di un token in euro senza quel tetto. Il quadro, insomma, è costruito per favorire esattamente l’iniziativa che banche come UniCredit e Banca Sella stanno portando avanti con Qivalis, allineando il MiCA al divieto di interessi previsto anche dalle regole statunitensi.

Resta una tensione di fondo, quella che la Banca d’Italia non si stanca di segnalare: una stablecoin, per quanto bancaria e ben regolata, resta moneta privata. La sua tenuta dipende dalla qualità delle riserve e dalla fiducia, non dalla garanzia dello Stato. È il motivo per cui la risposta pubblica, l’euro digitale, procede in parallelo e non in alternativa.

Il divario atlantico: GENIUS Act, OCC e il vantaggio americano

Le banche italiane non si muovono nel vuoto: competono con quelle statunitensi, che nel frattempo hanno ottenuto una corsia d’ingresso chiara. Il GENIUS Act, la legge federale sulle stablecoin di pagamento, entrerà pienamente in vigore il 18 gennaio 2027, e l’OCC (l’autorità che vigila sulle banche nazionali) ha pubblicato una proposta di regolamento di 376 pagine all’inizio del 2026, con la regola definitiva attesa entro novembre. Il testo definisce quali riserve sono ammesse (contanti, depositi assicurati, titoli di Stato a breve, pronti contro termine, fondi monetari governativi), impone la segregazione e vieta gli interessi ai detentori, in modo molto simile al MiCA.

La differenza sta nel contesto. Negli Stati Uniti un ordine esecutivo vieta una valuta digitale di banca centrale e promuove le stablecoin private in dollari: le banche americane hanno quindi un campo libero, senza un concorrente pubblico e con il vento della politica alle spalle. In Europa il percorso è più lento e più affollato, perché accanto al token privato cresce il progetto dell’euro digitale. Il risultato è che il dollaro mantiene la presa anche nel mondo on-chain, sostenuto dalla domanda di titoli del Tesoro che le riserve delle stablecoin alimentano, un meccanismo che passa per le stesse tubature del tasso che muovono la liquidità globale. La regola di capitale sul Bitcoin resta severa su entrambe le sponde, ma la sua applicazione varia, e questo crea un terreno di gioco non del tutto livellato.

Unione EuropeaStati Uniti
Regola sulle stablecoinMiCA (EMT/ART), già in vigoreGENIUS Act, pieno vigore dal 18 gen. 2027
Chi può emettereBanca o istituto di moneta elettronicaEnte con licenza OCC o emittente statale
Interessi ai detentoriVietatiVietati
Moneta pubblica digitaleEuro digitale (in negoziato)Vietata da ordine esecutivo
Bitcoin in bilancioBasilea 1.250%Basilea 1.250% (applicazione variabile)

La risposta pubblica: euro digitale e il ponte di Pontes

Mentre le banche costruiscono la loro moneta privata, le istituzioni europee lavorano a quella pubblica. L’euro digitale ha superato le tappe politiche principali: posizione del Consiglio a fine 2025, posizione del Parlamento europeo nel luglio 2026, e un negoziato a tre (il trilogo) che il Consiglio punta a chiudere entro fine anno. Se tutto fila, seguiranno una fase pilota nel 2027 (la BCE ha già selezionato 36 prestatori di pagamento per i test) e una possibile prima emissione intorno al 2029. L’euro digitale non pagherà interessi e avrà un tetto per detentore, ancora in discussione: la BCE ha simulato l’impatto di limiti ipotetici tra 500 e 3.000 euro sui bilanci di oltre duemila banche, proprio perché il timore degli istituti è la fuga dei depositi verso la moneta pubblica.

Il membro del comitato esecutivo della BCE Piero Cipollone, in un intervento del 6 ottobre 2026, ha presentato l’euro digitale come un’infrastruttura pubblica condivisa che aiuta le banche a competere, non come un rivale. Nello stesso discorso ha insistito su un punto tecnico decisivo: perché i mercati tokenizzati crescano serve moneta di banca centrale tokenizzata come bene di regolamento sicuro, altrimenti gli operatori sarebbero costretti ad accettare attivi con rischio di credito o di prezzo.

Qui entra il tassello più tecnico e, per l’Italia, più orgoglioso. A settembre 2026 è andato in produzione Pontes, la soluzione dell’Eurosistema che collega le piattaforme DLT di mercato ai servizi TARGET per regolare in moneta di banca centrale la gamba contante delle operazioni tokenizzate. Pontes si basa sul meccanismo «TIPS Hash-Link» sviluppato dalla Banca d’Italia: un pezzo di infrastruttura europea porta la firma di Via Nazionale. Il senso per le banche è elegante: non possono tenere Bitcoin in bilancio per via di Basilea, ma possono regolare titoli tokenizzati in moneta di banca centrale tramite Pontes, un’attività a basso assorbimento di capitale e priva di rischio cripto. È la differenza tra speculare su un asset volatile e usare la tecnologia blockchain per rendere più efficiente il mestiere di sempre.

Accanto all’euro digitale e a Pontes, le banche hanno anche una contromossa tutta loro: i depositi tokenizzati, cioè la moneta bancaria tradizionale rappresentata su un registro distribuito. È il modo in cui gli istituti provano a tenere la liquidità dentro il sistema bancario invece di vederla migrare verso le stablecoin, offrendo però la stessa rapidità di regolamento.

Cosa cambia per i risparmiatori italiani

Per chi ha un conto in una banca italiana, il 2026 porta un cambiamento concreto: comprare, custodire o avere esposizione alle cripto attraverso un intermediario vigilato diventa possibile senza passare per piattaforme estere. La custodia bancaria offre un vantaggio evidente di fiducia e di assistenza rispetto all’autocustodia fai-da-te, con il contrappeso di un controllo meno diretto sulle proprie chiavi e, spesso, di soglie d’ingresso pensate per clienti professionali o corporate nella prima fase.

Un punto va capito bene, perché genera equivoci. Le cripto in custodia presso una banca non sono un deposito bancario. Il MiCA impone la segregazione degli asset e la responsabilità del custode in caso di perdita, ma non le estende la garanzia dei depositi fino a 100.000 euro che protegge i conti correnti. Se la banca fallisce, le cripto segregate restano di proprietà del cliente e non entrano nella massa fallimentare; ma non c’è un fondo pubblico che ne rimborsi il controvalore come accade per i depositi. La tutela è di tipo patrimoniale, non assicurativo.

Resta poi la fiscalità, che la via bancaria non cambia: le plusvalenze realizzate convertendo cripto in euro sono soggette a imposta (oggi con l’aliquota del 26% sui redditi di natura finanziaria), e il quadro è in continua revisione nelle leggi di bilancio. Passare da una banca semplifica la rendicontazione, non azzera gli obblighi. Il consiglio di sempre vale ancora: capire il prodotto prima di comprarlo, distinguere tra detenere la moneta ed esporsi a un certificato, e ricordare che la protezione del capitale di una nota strutturata vale a scadenza, non giorno per giorno.

I rischi e cosa osservare adesso

L’ingresso delle banche riduce alcuni rischi e ne introduce di nuovi. Il più sottovalutato è la concentrazione tecnologica. Se Banca Sella usa Fireblocks per la custodia e Qivalis si appoggia a Fireblocks per la stablecoin, un singolo fornitore di infrastruttura diventa un punto di snodo per una fetta crescente del sistema. La regolamentazione europea sulla resilienza operativa (DORA) esiste proprio per questo, ma la vigilanza dovrà tenere d’occhio la dipendenza da pochi fornitori critici.

Ci sono poi i rischi di esecuzione. Qivalis deve ancora ottenere la licenza dalla DNB, e il lancio «nella seconda metà del 2026» è subordinato a quell’ok: un consorzio di 37 banche è potente ma anche lento a decidere, e la storia delle alleanze bancarie è piena di progetti annunciati e mai partiti. Sul fronte custodia, la prova del nove sarà il passaggio dalla clientela istituzionale a quella retail, dove i margini sono più sottili e i volumi di assistenza più alti.

Per chi segue il dossier, l’agenda dei prossimi mesi è fitta. Primo: l’effettivo avvio operativo di Qivalis e della custodia di Banca Sella, i due test reali del modello italiano. Secondo: la regola definitiva dell’OCC sulle stablecoin negli Stati Uniti, attesa entro novembre, che misura quanto correranno le banche americane. Terzo: l’esito del trilogo sull’euro digitale, con il nodo irrisolto del tetto di detenzione. Quarto: la revisione mirata dello standard di Basilea sulle cripto, ancora non pubblicata, che potrebbe un giorno ammorbidire quel 1.250% e cambiare il calcolo tra detenere e servire. Fino ad allora la formula delle banche italiane resta quella emersa nel 2026: servizi sì, Bitcoin in cassa quasi no.

Domande frequenti

Quali banche italiane offrono servizi crypto nel 2026?

Banca Sella è la prima banca italiana autorizzata sotto il MiCA a offrire custodia e trasferimento di cripto-attività, con avvio previsto entro fine 2026. Intesa Sanpaolo gestisce un desk di trading proprietario dal 2023 e ha acquistato Bitcoin in proprio nel gennaio 2025. UniCredit ha collocato nel luglio 2025 un certificato legato all’ETF Bitcoin di BlackRock per clienti professionali. Tutte e tre, insieme a BPER, partecipano al consorzio Qivalis per una stablecoin in euro.

Perché le banche non comprano Bitcoin?

Per la regola di capitale di Basilea (standard SCO60, in vigore dal 1 gennaio 2026, con i criteri CRR3 nell’Unione Europea) Bitcoin ed Ether sono classificati nel Gruppo 2b e ricevono una ponderazione del rischio del 1.250%. In pratica una banca deve accantonare circa 125 milioni di euro di capitale per ogni 100 milioni di Bitcoin detenuti, con un tetto all’1% del capitale di classe 1. Detenere diventa antieconomico, mentre custodire, intermediare ed emettere stablecoin assorbono poco capitale.

Cos’è Qivalis e chi ne fa parte?

Qivalis è un consorzio di 37 banche europee in 15 Paesi che punta a emettere una stablecoin in euro conforme al MiCA. È stato fondato nel settembre 2025 e ha sede ad Amsterdam, dove sta chiedendo la licenza di istituto di moneta elettronica alla banca centrale olandese. Tra i soci italiani ci sono UniCredit e Banca Sella come fondatori, oltre a Intesa Sanpaolo e BPER dal maggio 2026. Il lancio è atteso nella seconda metà del 2026, subordinatamente all’autorizzazione.

La custodia crypto in banca è garantita come un deposito?

No. Il MiCA impone alla banca di tenere le cripto dei clienti segregate dalle proprie e la rende responsabile della loro perdita, ma non estende la garanzia dei depositi fino a 100.000 euro prevista per i conti correnti. In caso di fallimento della banca le cripto segregate restano di proprietà del cliente, però non esiste un fondo pubblico che ne rimborsi il controvalore. La tutela è patrimoniale, non assicurativa.

Cosa cambia con l’euro digitale per le banche?

L’euro digitale sarebbe moneta pubblica emessa dalla BCE, non pagherebbe interessi e avrebbe un tetto per detentore ancora in discussione (la BCE ha simulato limiti tra 500 e 3.000 euro). Le banche temono una fuga dei depositi, ma la BCE lo presenta come infrastruttura condivisa che le aiuta a competere, non come un rivale. Il negoziato punta a chiudersi entro fine 2026, con una fase pilota nel 2027 e una possibile prima emissione intorno al 2029.

Di Liam Brennan, redazione Macro e TradFi di HOGE Wire.

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