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● AI x Crypto

Ritual: l’AI verificabile ha bisogno di una catena tutta sua?

Ritual costruisce una L1 sovrana per l'inferenza AI verificabile on-chain. Ma con i bolt-on di Chainlink ed EigenCloud già live e con token quotati, serve una catena tutta sua?

Mentre l’AI crypto vive una delle sue settimane migliori, con Bittensor (TAO) sopra i 260 euro e una capitalizzazione vicina ai tre miliardi dopo un rialzo di quasi il 30% in sette giorni secondo CoinGecko, uno dei progetti tecnicamente più ambiziosi del settore non ha né un prezzo né una capitalizzazione. Ritual, la rete che vuole rendere l’inferenza dei modelli di AI verificabile e componibile dentro gli smart contract, resta in testnet dopo circa due anni di sviluppo e non ha ancora un token negoziabile.

La domanda che conta, per chi guarda a Ritual con occhio strategico e non da cacciatore di airdrop, non è quando arriverà un token. È un’altra, più scomoda: l’AI verificabile ha davvero bisogno di una blockchain tutta sua? Ritual scommette di sì e ha costruito una Layer 1 sovrana in cui l’inferenza è un cittadino di prima classe. I rivali scommettono di no e vendono la stessa promessa come modulo da agganciare a catene che esistono già, con token che sono già scambiati sul mercato.

Questa settimana il contrasto si è fatto netto: Chainlink ha reso disponibile sul mainnet il suo Runtime Environment (CRE), un motore di calcolo verificabile che, per stessa ammissione dei suoi architetti, non è una nuova catena. Mettiamo le due strade una accanto all’altra e proviamo a capire quale ha più senso nel 2026.

Cos’è Ritual e cosa promette davvero

Ritual nasce a New York nel 2023 da Niraj Pant e Akilesh Potti, due ex Polychain Capital che avevano lavorato insieme per tre anni prima di fondare la società. Pant arriva dal mondo degli investimenti Web3 (EigenLayer, Solana); Potti è un ricercatore di machine learning con un passato da quant in Palantir. Il progetto ha raccolto un round seed da 25 milioni di dollari guidato da Archetype, con Accel, dao5, Dialectic e angel come Balaji Srinivasan, come riportato da CoinDesk l’8 novembre 2023; The Block ha poi indicato in oltre 30 milioni di dollari il totale raccolto.

L’idea di fondo è semplice da enunciare e difficile da realizzare: portare i modelli di AI dentro gli smart contract in modo che un contratto possa chiedere a un modello una risposta e fidarsi che quella risposta sia stata prodotta come pattuito. Al lancio, Pant l’aveva inquadrata come una questione di potere: «La concentrazione dell’AI in un piccolo gruppo di aziende potenti rappresenta una minaccia significativa per il futuro della tecnologia. Abbiamo fondato Ritual per porre fine alla dipendenza dell’ecosistema da pochi, per aprire l’accesso a questa infrastruttura critica e garantire un futuro di AI costruita meglio», ha dichiarato a CoinDesk.

Sul piano pratico, Ritual ha due prodotti. Infernet, il primo, è una rete di oracoli decentralizzata con un SDK leggero che permette a contratti su Ethereum, Base e Arbitrum di chiamare modelli di AI dentro o fuori catena; è già in funzione. Ritual Chain è la Layer 1 sovrana, compatibile con l’EVM attraverso un’estensione che il team chiama EVM++. È qui che si gioca la partita strategica, ed è qui che nasce la domanda di questo articolo.

Il pedigree del team non è un dettaglio di colore. Pant e Potti hanno passato anni a valutare e finanziare protocolli in uno dei fondi cripto più noti, il che significa che conoscono dall’interno sia gli errori tipici dei progetti infrastrutturali sia il modo in cui il mercato premia o punisce le scelte di design. Ritual è, in un certo senso, la loro tesi d’investimento trasformata in prodotto: l’idea che l’AI, se lasciata a poche aziende chiuse, diventi un punto di controllo pericoloso, e che la crittografia sia lo strumento giusto per riaprirla. Se la tesi è corretta, il valore non starà tanto in un token quanto nel possedere lo strato su cui gira l’inferenza di cui altri avranno bisogno.

Il problema di fondo: un contratto deterministico e un’AI che non lo è

Per capire perché qualcuno costruirebbe una catena intera per l’AI, bisogna partire da un attrito tecnico reale. Uno smart contract è deterministico: dato lo stesso input, ogni nodo della rete deve arrivare esattamente allo stesso output, altrimenti il consenso salta. Un grande modello linguistico è l’opposto: gira su hardware specializzato fuori catena, il suo output può variare per la non determinatezza in virgola mobile, per il campionamento probabilistico o semplicemente perché il modello dietro un’API è stato aggiornato senza avvisare.

Il risultato è che non si può semplicemente far girare un LLM dentro l’EVM. Se un contratto DeFi liquida una posizione perché un modello ha detto che il collaterale è a rischio, chi garantisce che quel modello abbia davvero prodotto quella risposta, con quei pesi, su quell’input, e non che un nodo malevolo l’abbia inventata? È il problema che l’intero filone dell’inferenza verificabile prova a risolvere. La risposta di Ritual è ambiziosa: se l’AI deve diventare un mattone di prima classe della logica on-chain, allora servono primitive a livello di protocollo, non trucchi applicativi. La risposta dei suoi rivali, come vedremo, è quasi opposta.

La scommessa di Ritual: una L1 dove l’AI è nativa

La tesi di Ritual è che l’inferenza non sia un servizio da chiamare dall’esterno, ma un’operazione che la catena deve saper eseguire nativamente. EVM++ è il modo in cui prova a farlo: un’estensione retrocompatibile dell’EVM che aggiunge precompile per il calcolo pesante, sidecar (ambienti di esecuzione per LLM, proving ZK e codice in TEE) che girano accanto al client di esecuzione, uno scheduler nativo e oracoli integrati nel protocollo, oltre all’account abstraction nativa.

Sopra questo strato ci sono tre meccanismi con nomi da orchestra. Superposition descrive i due percorsi di esecuzione sullo stesso stato: quello replicato (deterministico, rieseguito da tutti i validatori) e quello delegato (un LLM o una chiamata HTTP eseguiti fuori catena dentro un TEE, con la risposta legata crittograficamente alla richiesta). Symphony è il consenso Execute-Once-Verify-Many-Times: alcuni nodi eseguono ed emettono prove sintetiche che gli altri verificano, invece di rieseguire tutto. Resonance è il mercato delle commissioni a due lati che prezza hardware eterogeneo, perché far girare un modello da decine di miliardi di parametri non costa come sommare due numeri.

Secondo la documentazione ufficiale, la testnet gira con chain ID 1979, blocchi da circa 350 millisecondi e sedici precompile raggruppati in sette capacità: pensare, agire, ricordare, dimostrare, custodire segreti, pagare e autenticarsi. La Fondazione Ritual ha sintetizzato la sua posizione in una frase che è anche una dichiarazione d’intenti verso il resto del settore: la sua catena è costruita specificamente per gli agenti AI, non è AI-adjacent ma AI-native. Il resto dell’analisi ruota attorno a quanto questa distinzione valga davvero.

Perché costruire una catena e non un’applicazione

Qui sta il cuore della scommessa. Ritual sostiene che non si possa agganciare in modo pulito il calcolo AI pesante all’EVM standard. Se vuoi che un agente venga richiamato a ogni blocco quando si verifica una condizione, ti serve uno scheduler nel protocollo, non un bot keeper esterno che qualcuno deve pagare e tenere in vita. Se vuoi che un modello giri in un ambiente sicuro con l’output legato alla richiesta, ti servono i sidecar TEE come parte della catena. Se vuoi che il gas rifletta il costo reale di far girare un modello, ti serve un mercato come Resonance.

Potti, l’altro cofondatore, l’ha detto chiaramente quando la testnet è partita: «La testnet di Ritual Chain abilita comportamenti degli utenti completamente nuovi, che non erano possibili in nessun altro sistema esistente per interagire con l’AI. Non si tratta solo di AI: stiamo creando le fondamenta per la prossima generazione di piattaforme RaaS, reti di prover e mercati di proprietà intellettuale», ha dichiarato a The Block. È la visione massimalista: non un’app che usa l’AI, ma un substrato su cui costruire un’intera economia di servizi AI verificabili.

L’argomento ha una sua forza. Alcune cose, se le vuoi davvero garantite dal protocollo e non da un contratto che ci sta sopra, devono essere incastonate nel protocollo. Il problema è che questa forza si paga con una richiesta pesante rivolta agli sviluppatori: migrare. E ogni primitiva incastonata è anche una ragione per restare dove si è.

L’altra strada: i bolt-on che non ti chiedono di migrare

Un team che ha già la sua applicazione su Ethereum, Base o Arbitrum non vuole riscrivere tutto per una catena nuova, per quanto elegante. E qui entrano i rivali, che vendono la stessa promessa (AI verificabile on-chain) senza chiedere di traslocare.

Il caso più forte è arrivato proprio questa settimana. Chainlink ha reso disponibile sul mainnet, su più blockchain, il suo Runtime Environment (CRE), descritto come il motore che esegue i flussi di lavoro degli sviluppatori in modo decentralizzato coordinando reti di oracoli specializzate. Uri Sarid, Chief Architect di Chainlink Labs, l’ha riassunto così: «Il Chainlink Runtime Environment mette insieme tutte le capacità eseguendo i flussi di lavoro ogni volta che si attivano i loro trigger e usando comunicazioni tra reti di oracoli per collegare le varie capability DON», come si legge nell’annuncio ufficiale. Il punto politico è chiaro: CRE è un livello di orchestrazione, non una nuova catena su cui migrare.

EigenCloud (l’ex EigenLayer) segue una logica simile ma diversa: usa l’ETH restaked per garantire servizi verificabili (gli AVS) che possono includere inferenza, fine-tuning e proving, come descritto nella collaborazione con Ritual del 2024. Anche qui, niente catena nuova: ci si aggancia alla sicurezza di Ethereum. Bittensor è un caso a parte: ha una sua catena (Subtensor) e un token già quotato, ma il suo focus è l’addestramento distribuito e i subnet, non l’inferenza verificabile dentro i contratti.

I bolt-on, però, non sono privi di compromessi. Agganciarsi a una catena esistente significa ereditarne i limiti: i costi di gas quando la rete è congestionata, i tempi di finalità, il fatto che l’AI resti comunque un’operazione esterna orchestrata dall’alto e non una primitiva del protocollo. È esattamente il punto su cui Ritual costruisce la sua difesa: un modulo può chiamare un modello, ma solo una catena pensata per l’AI può trattare l’inferenza come tratta qualsiasi altra istruzione. Chi abbia ragione dipende da quanto profonda debba essere l’integrazione perché il prodotto funzioni davvero.

La differenza che conta non è tanto avere o non avere una catena propria, quanto essere già sul mercato o no. Ecco come si dispongono i contendenti, con le capitalizzazioni rilevate su CoinGecko il 21 settembre 2026.

ProgettoApproccioCatena propria?Token quotatoCapitalizzazione (21 set 2026)
RitualL1 sovrana (EVM++), inferenza nativaSì (in testnet)NoNessuna (nessun token)
Chainlink (CRE)Livello di orchestrazione bolt-on, oracoli verificabiliNoSì (LINK)circa 8,6 miliardi di euro, #16
EigenCloud (ex EigenLayer)AVS su ETH restakedNoSì (EIGEN)circa 194 milioni di euro, #180
BittensorRete e subnet per addestramentoSì (Subtensor)Sì (TAO)circa 3 miliardi di euro, #34

La tabella dice l’essenziale: tre dei quattro contendenti hanno già un token e liquidità, e due dei tre non chiedono di cambiare catena. Ritual è l’unico che chiede di traslocare e, insieme, l’unico senza token e senza mainnet.

Cosa si può verificare davvero, e a che prezzo

Che si scelga la catena sovrana o il bolt-on, resta il problema tecnico centrale: come si dimostra che un modello ha prodotto una certa risposta senza costringere migliaia di nodi a rieseguire un LLM da miliardi di parametri, cosa impossibile in modo deterministico? Non esiste una risposta unica, ed è per questo che Ritual parla di integrità computazionale modulare: zkML, TEE, opML e metodi probabilistici, ciascuno con compromessi diversi.

I TEE (ambienti di esecuzione fidati come Intel SGX o AWS Nitro) sono veloci ed economici e possono tenere nascosti input e pesi, ma poggiano su un’assunzione di fiducia nell’hardware, non su una prova matematica; l’attacco TEE.Fail dell’ottobre 2025 ha mostrato che perfino le chiavi di attestazione si possono estrarre con attrezzatura da meno di mille dollari. Lo zkML produce prove crittografiche vere, ma oggi è praticabile solo per modelli piccoli. L’opML sposta la fiducia sull’economia: si assume che il risultato sia corretto e si apre una finestra di contestazione in cui chiunque può sfidarlo, un approccio che abbiamo analizzato a parte parlando di come si tokenizza un modello di AI. La riesecuzione replicata, infine, funziona solo per operazioni deterministiche e non per l’output libero di un LLM.

MetodoCosa dimostraCostoRiservatezzaLimite principale
TEE-EOVMTChe il calcolo è avvenuto su hardware attestato con il modello pattuitoBasso, bassa latenzaAlta (input e pesi restano nell’enclave)È fiducia nell’hardware, non una prova (vedi TEE.Fail)
zkMLProva crittografica che il calcolo è correttoMolto alto (overhead di proving)AltaOggi solo modelli piccoli
opMLCorrettezza per via economica, con finestra di contestazioneBasso in calcolo, aggiunge latenzaBassa (serve poter rieseguire)Serve almeno uno sfidante onesto e del tempo
Riesecuzione replicataDeterminismo: tutti i nodi rieseguonoAlto in ridondanzaNessunaNon regge l’output non deterministico di un LLM
Probabilistico / cripto-economicoGaranzie tramite campionamento e stakingBassoParzialeSolo garanzie probabilistiche

Il punto per la nostra domanda è questo: nessuno di questi metodi richiede necessariamente una catena nuova. TEE, zkML e opML si possono implementare anche come servizio bolt-on. Il vantaggio che Ritual rivendica non è il metodo di verifica in sé, ma il fatto di averli incastonati nel protocollo con i precompile giusti, così che uno sviluppatore non debba ricucirli a mano.

C’è poi un compromesso di fondo che nessun approccio elude, una sorta di trilemma della verificabilità: si possono avere prova forte, riservatezza e basso costo, ma difficilmente tutti e tre insieme. Lo zkML offre la prova più solida ma è caro e lento; il TEE è veloce e riservato ma chiede di fidarsi del produttore del chip; l’opML è economico ma introduce ritardi e presuppone che qualcuno sorvegli. La scelta del metodo, quindi, non è puramente tecnica: dipende dal caso d’uso. Un mercato predittivo che si risolve una volta al giorno può permettersi la finestra di contestazione dell’opML; un agente che opera in tempo reale no.

La domanda che regge tutto: chi compra AI verificabile?

Tutta l’architettura ha senso solo se qualcuno compra il prodotto finale, cioè inferenza di cui ci si può fidare. Chi è questo qualcuno? Tre categorie emergono. La prima è la DeFi che si affida a oracoli: protocolli di lending, derivati e assicurazione che oggi si fidano di feed di prezzo e che domani potrebbero voler incorporare valutazioni di rischio prodotte da modelli, ma solo se possono verificarle. La seconda sono gli agenti autonomi che operano on-chain con capitale reale. La terza è l’impresa che ha bisogno di una traccia verificabile per ragioni di audit o conformità.

Su chi davvero paghi per l’inferenza decentralizzata, e a quali condizioni, abbiamo dedicato un’analisi a parte su chi la compra davvero nel 2026. Il punto onesto è che oggi la maggior parte di questa domanda è potenziale. Le dimostrazioni sulla testnet esistono, ma un’applicazione di punta con volumi reali, quella che trasformerebbe la scommessa in prodotto, non è ancora arrivata pubblicamente. È la differenza tra un’infrastruttura elegante e un mercato: la prima Ritual ce l’ha, il secondo deve ancora dimostrarlo.

Un esempio rende la cosa concreta. Immaginiamo un protocollo di prestito che voglia accettare come collaterale un asset illiquido, per esempio la quota di un immobile tokenizzato. Nessun feed di prezzo tradizionale copre bene quel mercato, ma un modello addestrato su transazioni comparabili potrebbe stimarne il valore. Il protocollo, però, non può fidarsi di quella stima se non ha modo di verificare che sia stata prodotta correttamente e non manipolata da chi ha interesse a gonfiare il collaterale. È il caso da manuale in cui l’inferenza verificabile crea valore reale, ed è tra gli scenari che i progetti di questo settore citano più spesso.

Il token che non c’è: freno o scudo?

Attorno a Ritual è cresciuta un’economia di attesa: guide all’airdrop, punti, ruoli su Discord, watchlist di token da farmare. Va detto con chiarezza, perché è il punto su cui i lettori rischiano di più: Ritual non ha annunciato alcun airdrop ufficiale, alcuna data di lancio del token né alcuna quotazione; perfino le guide che spiegano come farmarlo lo ammettono, riportando tokenomics che sono soltanto segnaposto. Qualunque token RITUAL in vendita oggi va trattato come una probabile truffa. L’unico RITUAL che esiste è il gas della testnet, senza valore economico.

C’è però una lettura più sofisticata dell’assenza di token, ed è che sia in parte una scelta. La SEC statunitense ha proposto il 18 agosto 2026 una nuova Regulation Crypto Assets (comunicato 2026-76) che include un porto sicuro condizionato: un token smette di essere un «contratto di investimento» solo quando l’emittente «ha completato o cessato in modo permanente tutti gli sforzi manageriali essenziali» che aveva promesso, nelle parole del presidente Paul Atkins. Lanciare un token mentre i fondatori stanno ancora facendo tutto il lavoro pesante significa lanciare, quasi per definizione, un titolo. Aspettare che la rete sia davvero decentralizzata è anche il percorso meno rischioso sul piano legale.

Il contesto americano, del resto, resta incerto: il CLARITY Act, la legge che avrebbe dovuto dare una struttura di mercato alle cripto, è stato affossato al Senato il 15 settembre con un voto di procedura fermatosi a 49 contro 50, sotto la soglia dei 60, come abbiamo raccontato quando le regole sono tornate in mano ai giudici. In un quadro così, tenere un token nel cassetto è tanto un freno alla crescita quanto uno scudo giuridico.

Regolamentazione: MiCA, Consob e l’AI Act

Sul fronte europeo, l’assenza di token ha una conseguenza precisa: senza uno strumento negoziabile, non c’è nulla che ricada oggi sotto MiCA o sotto la vigilanza di Consob. MiCA regola gli emittenti e i prestatori di servizi (i CASP), non il protocollo in sé; è lo stesso motivo per cui gran parte della finanza decentralizzata resta fuori dal perimetro, un tema che abbiamo approfondito parlando di perché la DeFi resta fuori da MiCA. Se un giorno Ritual emettesse un token, allora scatterebbero la classificazione MiCA e, per operare in Italia, l’autorizzazione come CASP sotto Consob e Banca d’Italia.

Il quadro normativo davvero pertinente oggi non è quello dei mercati, ma quello dell’AI. L’AI Act europeo è entrato nella fase in cui la Commissione può far rispettare gli obblighi sui modelli di AI di uso generale (GPAI) dallo scorso 2 agosto: richieste di informazioni, valutazioni indipendenti e sanzioni fino a 15 milioni di euro o il 3% del fatturato globale, secondo la documentazione della Commissione europea. È qui che l’inferenza verificabile trova la sua domanda regolatoria: se devi dimostrare quale modello ha prodotto quale output, e con quali dati, una traccia crittografica on-chain smette di essere un vezzo tecnico e diventa un potenziale strumento di conformità. Questa domanda, però, vale per Ritual quanto per i suoi rivali bolt-on.

Resta poi una zona grigia che nessun quadro attuale copre bene: la responsabilità quando ad agire è un agente autonomo. Se un agente sovrano, che custodisce le proprie chiavi e paga da sé, causa un danno o esegue un’operazione vietata, chi risponde? Lo sviluppatore che l’ha scritto, l’utente che l’ha finanziato, o la fondazione che gestisce la catena? È una domanda che riguarda l’intero settore degli agenti on-chain, non solo Ritual, e che i regolatori europei stanno appena iniziando a porsi. Una traccia verificabile di ciò che l’agente ha deciso, e perché, non risolve il nodo giuridico, ma è probabilmente il minimo indispensabile per poterlo affrontare.

Il rischio di esecuzione: ancora testnet, nessuna data di mainnet

Il rovescio della tesi sovrana è il tempo. Costruire una Layer 1 completa, con il suo consenso, i suoi precompile, i suoi sidecar e la sua economia, è enormemente più lento che spedire un modulo su catene esistenti. E infatti Ritual, a settembre 2026, è ancora una testnet pubblica, senza una data di mainnet annunciata, mentre i rivali bolt-on hanno già spedito. Ogni settimana in cui la rete resta in prova è una settimana in cui Chainlink CRE, EigenCloud e gli altri accumulano integrazioni, liquidità ed effetti di rete che poi diventano difficili da scardinare.

ParametroValore
Stato della reteTestnet pubblica (nessun mainnet annunciato)
Chain ID1979
Tempo di bloccocirca 350 ms
Gas tokenRITUAL (18 decimali, solo testnet, senza valore)
Precompile16, in 7 capacità
Token negoziabileNessuno
Faucetfaucet.ritualfoundation.org

Va riconosciuto che una testnet pubblica funzionante non è nulla, anzi: è molto più di una presentazione. Ma nel software, e ancora di più nelle cripto, il divario tra un testnet elegante e un mainnet con utenti reali è dove si consumano gran parte dei progetti. È il rischio di esecuzione, e per Ritual è il rischio numero uno.

Casi d’uso: cosa si può davvero costruire oggi

Cosa si può concretamente costruire su Ritual? La documentazione e le dimostrazioni indicano alcune direzioni: agenti che rispondono a condizioni on-chain senza bot esterni, oracoli che portano output di modelli dentro i contratti, perfino una sorta di ChatGPT multimodale on-chain che gira dentro enclave sicure con redazione dei dati sensibili. Altri casi restano ipotetici o embrionali: mercati di modelli, reti di prover, marketplace di proprietà intellettuale, esattamente le piattaforme RaaS evocate da Potti.

Un terreno particolarmente promettente è quello dei mercati predittivi, dove agenti AI valutano eventi e prezzano probabilità; il problema, però, è proprio la fiducia nel giudizio dell’agente, un nodo che abbiamo esplorato parlando di agenti AI e insider nei mercati di vetro. È il tipo di caso d’uso in cui l’inferenza verificabile passa da accessorio a requisito: se un agente decide come si risolve un mercato, il modo in cui è arrivato a quella decisione deve essere controllabile.

Agenti autonomi: la carta che i bolt-on faticano a giocare

Se c’è un ambito in cui l’argomento della catena dedicata regge meglio, è quello degli agenti autonomi. Un bot tradizionale è uno script che gira su un server: se il server cade, l’agente muore; le chiavi le custodisce un umano; i pagamenti passano da un’infrastruttura esterna. Ritual prova a rendere l’agente un cittadino della catena, con sette capacità incastonate nel protocollo.

  • Pensare: eseguire modelli, dagli LLM ai classificatori ONNX.
  • Agire: chiamate HTTP e interazioni con altri contratti.
  • Ricordare: stato persistente e riferimenti alla disponibilità dei dati.
  • Dimostrare: firme e prove sull’esecuzione.
  • Custodire segreti: chiavi API e dati cifrati che la catena non vede mai in chiaro.
  • Pagare: un wallet nativo per saldare i propri conti.
  • Autenticarsi: passkey e WebAuthn compresi nativamente dalla catena.

Su una catena così, un agente può schedularsi da solo tramite lo scheduler di sistema (niente keeper esterni), custodire le proprie chiavi in un’enclave da cui non escono mai, pagare i propri conti da un wallet nativo e fermarsi quando finiscono i fondi. È difficile replicare tutto questo come modulo agganciato a una catena che non è stata pensata per gli agenti. Qui il vantaggio di Ritual è reale, ammesso che l’economia degli agenti on-chain diventi abbastanza grande da giustificarlo.

Vale però la cautela che Vitalik Buterin ha messo per iscritto nel suo saggio sull’incrocio tra crypto e AI: quando un’AI controlla denaro o diventa la regola del gioco, diventa anche il bersaglio più prezioso per un attaccante, e la trasparenza della blockchain può trasformarsi in una mappa per chi vuole manipolare l’oracolo. Rendere un agente autonomo e sovrano è potente e, allo stesso tempo, alza la posta della sicurezza.

Bull case contro bear case

Mettiamo in fila gli argomenti dalle due parti, perché la scommessa L1 non è né ovviamente giusta né ovviamente sbagliata.

Tesi rialzistaTesi ribassista
Le primitive native (scheduler, sidecar, precompile) sono un vantaggio difficile da replicare come bolt-onI bolt-on come Chainlink CRE ed EigenCloud sono già live, con token e liquidità
La domanda arriva da AI Act, agenti autonomi e DeFi che ha bisogno di oracoli affidabiliMigrare a una catena nuova è un attrito enorme per chi è già altrove
Team con pedigree (Polychain) e oltre 30 milioni di dollari raccoltiNessun token significa nessun incentivo economico per fare il bootstrap della rete
Un’economia di agenti AI-native ha bisogno di rail nativi, non di toppeAncora testnet dopo circa due anni, nessuna data di mainnet
L’assenza di token è anche uno scudo legale nel clima regolatorio attualeIl TEE, metodo di verifica più usato, resta un’assunzione di fiducia e non una prova

Chi crede nella tesi sovrana scommette che l’AI on-chain sarà abbastanza importante da meritare un substrato dedicato, e che l’enshrinement diventi un fossato. Chi non ci crede pensa che l’inferenza verificabile sia una funzione, e che le funzioni finiscano dove ci sono già gli utenti.

Cosa guardare nei prossimi mesi

Per capire se la scommessa L1 di Ritual pagherà, ci sono quattro cose da tenere d’occhio. La prima è una data di mainnet: finché la rete resta in testnet, ogni settimana che passa i bolt-on rivali accumulano vantaggio. La seconda è un modello di token che sia credibile e conforme, non un airdrop qualsiasi. La terza è la prima applicazione di produzione con nome e volumi reali, quella che finora manca. La quarta è la mossa di Chainlink sul calcolo confidenziale, attesa nel corso del 2026, che se mantenuta ridurrebbe ancora il vantaggio di Ritual sulla riservatezza.

La domanda di fondo resta quella del titolo. Se l’inferenza verificabile è una funzione, i bolt-on vinceranno per time-to-market e liquidità. Se è un substrato, allora serve una catena pensata per reggerlo, e Ritual sarà stata in anticipo di anni. Il 2026 non ha ancora dato la risposta, ma ha ristretto il campo in un modo che pesa: i concorrenti hanno spedito prodotti sul mainnet, Ritual deve ancora farlo. La tecnologia è tra le più interessanti del settore; il verdetto dipenderà da tempi, mercato e da un token che, per ora, resta soltanto un’ipotesi.

Frequently Asked Questions

Ritual ha un token? Come si compra?

No. L’unico RITUAL che esiste è il token di gas della testnet, senza valore economico, e Ritual non ha annunciato alcun airdrop ufficiale, alcuna data di lancio né alcuna quotazione. Qualunque token RITUAL offerto in vendita oggi va trattato come una probabile truffa.

Che cos’è Ritual Chain?

Ritual Chain è una Layer 1 sovrana e compatibile con l’EVM tramite l’estensione EVM++, pensata per rendere l’inferenza dei modelli di AI un’operazione nativa della catena. A settembre 2026 è ancora una testnet pubblica, con chain ID 1979 e blocchi da circa 350 millisecondi, senza una data di mainnet annunciata.

Qual è la differenza tra Ritual e Chainlink per l’AI verificabile?

Ritual è una catena nuova su cui bisogna migrare, con le primitive per l’AI incastonate nel protocollo; Chainlink CRE è invece un livello di orchestrazione che gira come modulo sulle catene esistenti ed è già live sul mainnet, con un token (LINK) già quotato. In sintesi, Ritual chiede di traslocare, i bolt-on no.

Ritual è regolato da MiCA o Consob?

Oggi no: senza un token negoziabile non c’è nulla che ricada sotto MiCA o sotto la vigilanza di Consob, perché MiCA regola gli emittenti e i prestatori di servizi, non il protocollo. Il quadro pertinente al momento è semmai l’AI Act europeo; se in futuro Ritual emettesse un token, scatterebbero la classificazione MiCA e l’autorizzazione come CASP sotto Consob e Banca d’Italia.

Ritual è sicuro? Su cosa si basa la fiducia?

La fiducia non poggia su un’unica prova, ma su un insieme di metodi: TEE, zkML, opML e riesecuzione replicata, ciascuno con compromessi diversi. I TEE, i più usati per l’inferenza, restano però un’assunzione di fiducia nell’hardware e non una prova matematica, come ha ricordato l’attacco TEE.Fail; inoltre la rete è ancora in testnet, quindi permane un rischio di esecuzione.

Di Marcus Okafor, redattore AI-crypto di HOGE Wire.

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