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● Regulation & Policy

SEC, CFTC e DOJ: la mappa dell’enforcement crypto USA 2026

La SEC ha allentato la presa, ma l'enforcement crypto negli Stati Uniti resta diviso tra almeno cinque agenzie federali. Ecco chi controlla cosa, e perché il modello UE e italiano è diverso.

Quando si parla di regole per le crypto negli Stati Uniti, quasi tutti guardano la stessa sigla: SEC. Il 2026 è stato in effetti l’anno della sua marcia indietro, tra cause archiviate contro Coinbase e Kraken, un nuovo corso dichiarato dal presidente Paul Atkins e la promessa di «tracciare linee chiare con parole chiare». Ma ridurre l’enforcement americano alla sola Securities and Exchange Commission significa leggere metà mappa. Un exchange, un mixer o uno sviluppatore possono ricevere una citazione da almeno cinque agenzie federali diverse, ognuna con una legge propria, oltre ai regolatori dei singoli Stati. E mentre la SEC allentava la presa sui titoli, le due sigle che si occupano di riciclaggio e sanzioni non hanno mollato di un millimetro.

Con il Bitcoin a circa 55.700 euro (poco sopra i 64.000 dollari, quasi il 49% sotto il record di 126.080 dollari toccato a ottobre 2025, secondo CoinGecko) e un Ethereum intorno ai 1.630 euro, capire chi fa davvero enforcement è meno accademico di quanto sembri: determina dove vive il rischio legale reale per chiunque operi nel settore, e spiega perché la stessa piattaforma può cavarsela con la SEC e finire comunque nei guai con il Tesoro. Questa è la mappa, agenzia per agenzia, e il confronto con il modello che governa le crypto in Italia e in Europa.

Oltre la SEC: perché una sola sigla non basta

Il sistema americano non ha un regolatore unico delle crypto. Ha una sovrapposizione di competenze, ereditata da leggi scritte in epoche diverse e per prodotti diversi. La SEC applica le norme sui titoli del 1933 e 1934; la CFTC quelle sui derivati e sulle commodity; il Dipartimento di Giustizia (DOJ) persegue i reati penali; la FinCEN vigila sull’antiriciclaggio; l’OFAC amministra le sanzioni economiche. A queste si aggiungono i regolatori statali, come il New York Department of Financial Services, e le procure locali. Nessuna di queste agenzie ha rinunciato formalmente alla propria giurisdizione sulle crypto: hanno cambiato intensità e priorità, non perimetro.

La conseguenza pratica è che una singola condotta può violare più leggi contemporaneamente e attirare più agenzie insieme. Un exchange che non registra i propri clienti può interessare la FinCEN (antiriciclaggio), l’OFAC (se ha servito utenti in Paesi sanzionati), la CFTC (se offriva derivati) e il DOJ (se c’è dolo penale). Il caso Binance del 2023, che vedremo più avanti, è la dimostrazione plastica di questo cumulo. Ecco perché la narrazione secondo cui «la SEC ha lasciato in pace le crypto» è vera solo in parte: descrive una sola casella di una tabella con almeno cinque righe.

AgenziaBase giuridicaCosa sorvegliaCaso crypto simboloPosizione 2025-26
SECSecurities Act 1933, Exchange Act 1934Titoli, offerte non registrate, borseRipple, Coinbase, TerraformRitirata dalla teoria della registrazione
CFTCCommodity Exchange ActCommodity (BTC, ETH), derivati, manipolazioneBitMEX, Binance, Ooki DAOEspansione pro-innovazione, mercati spot
DOJCodice penale federale, frode, riciclaggioReati penali, frodi, mixer, sanzioniFTX, Binance, Tornado CashFine della «regulation by prosecution»
FinCENBank Secrecy ActAntiriciclaggio, registrazione dei money transmitterBinance (3,4 mrd), BitMEXInvariata: nessun passo indietro
OFACIEEPA, programmi di sanzioniSanzioni economiche, lista SDNTornado Cash, Garantex, LazarusInvariata, ma frenata dai tribunali
La mappa essenziale delle agenzie federali USA che possono fare enforcement sulle crypto.

La SEC: dai processi alle regole

La SEC resta l’agenzia più visibile, e la sua svolta è reale. Sotto la guida di Paul Atkins, insediato nell’aprile 2025, la Commissione ha archiviato una dopo l’altra le cause ereditate dall’era Gensler: Coinbase, Kraken, ConsenSys, Cumberland, Binance, mentre con Ripple entrambe le parti hanno lasciato cadere gli appelli nell’agosto 2025, lasciando in piedi solo la sanzione da 125 milioni di dollari sulle vendite istituzionali. A marzo 2026 un comunicato interpretativo ha stabilito che «la maggior parte dei crypto-asset non sono di per sé titoli», escludendo dallo status di security attività come mining, staking e airdrop (sec.gov). Atkins ha riassunto il nuovo corso con una frase diventata simbolo: «È questo che le agenzie di regolamentazione dovrebbero fare: tracciare linee chiare con parole chiare».

Il cuore del mestiere della SEC resta però la classificazione: stabilire, caso per caso, quando un token è un titolo e quando non lo è. Lo strumento è il test di Howey, l’esame giurisprudenziale del 1946 che continua a decidere la sorte di intere categorie di asset (ne abbiamo scritto nel dettaglio sul test di Howey). La ritirata riguarda la cosiddetta teoria della registrazione, cioè l’idea che quasi ogni token fosse un titolo non registrato; non riguarda le frodi, che la Commissione continua a perseguire. Il direttore dell’Enforcement, David Woodcock, ha promesso un ritorno «alle basi», con qualità al posto della quantità.

Quando la SEC vince o patteggia, non recupera denaro a caso: applica un insieme codificato di rimedi, dal disgorgement dei profitti alle sanzioni civili a tre fasce, fino ai bar che interdicono i dirigenti e ai Fair Funds che restituiscono il denaro alle vittime. Il meccanismo, con i suoi tetti fissati dalla Corte Suprema in Liu e Kokesh, lo abbiamo ricostruito nell’analisi su disgorgement, bar e Fair Funds. Ai fini della mappa conta un punto: la SEC parla di titoli, e solo di titoli. Tutto ciò che è commodity, riciclaggio o sanzioni appartiene ad altri.

La CFTC: commodity, derivati e il nuovo corso di Selig

La Commodity Futures Trading Commission è l’altra metà del cielo regolatorio. Dal 2015 considera il Bitcoin una commodity, posizione poi confermata dai tribunali, e da lì rivendica giurisdizione sui derivati crypto (futures, opzioni, perpetui) e sui casi di frode e manipolazione nei mercati spot sottostanti. Il suo curriculum di enforcement è tutt’altro che leggero: nel 2021 ha colpito BitMEX con una sanzione da 100 milioni di dollari (congiunta con la FinCEN), nel 2023 ha citato Binance, il suo fondatore Changpeng Zhao e l’ex responsabile della compliance per violazioni del Commodity Exchange Act, e sempre nel 2022-2023 ha ottenuto una sentenza storica contro la Ooki DAO, stabilendo che anche un’organizzazione autonoma decentralizzata può essere ritenuta responsabile (cftc.gov).

Dal dicembre 2025 la CFTC è guidata da Michael Selig, sedicesimo presidente, arrivato dopo essere stato capo consulente della Crypto Task Force della SEC (cftc.gov). Selig ha ereditato e rilanciato il «Crypto Sprint» avviato nell’estate 2025: un programma che punta a portare il trading spot di crypto su mercati regolamentati dalla CFTC, a facilitare l’uso di collaterale tokenizzato e stablecoin, e a scrivere regole su DeFi e mercati predittivi. Proprio i mercati predittivi sono un terreno che la CFTC rivendica con decisione, tema che tocca da vicino l’ascesa degli agenti AI sui mercati predittivi. Selig ha delineato un’agenda ampia, che include chiarire quando gli sviluppatori di software DeFi debbano registrarsi (CoinDesk).

Il rapporto tra SEC e CFTC è passato dalla rivalità alla cooperazione. L’11 marzo 2026 le due agenzie hanno firmato un memorandum d’intesa, e pochi giorni dopo, il 17 marzo, hanno pubblicato un’interpretazione congiunta su come le leggi sui titoli si applicano ai crypto-asset (Norton Rose Fulbright). È un cambio di clima notevole: per anni le due sigle si contendevano i casi, ora provano a spartirsi il campo. Ma finché il Congresso non interviene, il confine tra security e commodity resta interpretabile, e ogni token in bilico rischia di finire sotto due giurisdizioni.

Il DOJ e la fine della «regulation by prosecution»

Il Dipartimento di Giustizia è l’unica agenzia che può mandare qualcuno in prigione, e per questo il suo cambio di rotta è forse il più significativo. Il 7 aprile 2025 il vice procuratore generale Todd Blanche ha diffuso un memorandum destinato a fare scuola: dichiarava conclusa l’epoca della «regulation by prosecution», la regolamentazione fatta attraverso i processi penali. Il documento ordinava di sciogliere immediatamente il National Cryptocurrency Enforcement Team (NCET), l’unità nata nel febbraio 2022 per colpire le frodi sugli exchange e i mixer, e di non perseguire più azioni che «impongano quadri regolatori ai digital asset mentre i regolatori del presidente Trump svolgono questo lavoro fuori dal quadro punitivo del diritto penale» (Chainalysis).

La portata del gesto è stata subito chiara agli osservatori. Anche l’unità Market Integrity and Major Frauds del Dipartimento è stata invitata a spostare l’attenzione dalle crypto ad altre priorità, come le frodi su immigrazione e appalti (CoinDesk). Il messaggio: il DOJ non vuole più fare da regolatore di fatto delle crypto, ma tornare a perseguire i reati veri e propri.

Attenzione però a non confondere la ritirata dalla teoria regolatoria con l’impunità. Il DOJ continua a perseguire le frodi con forza: Sam Bankman-Fried sconta 25 anni per il crac di FTX, Binance ha patteggiato un caso penale colossale e, come vedremo, la partita su Tornado Cash è ancora aperta in aula. La differenza è nella cornice: prima il penale veniva usato per stabilire regole di mercato, ora torna a inseguire la frode e il danno concreto. Per chi opera nel settore è una distinzione cruciale: chi gestisce un progetto onesto respira, chi truffa gli investitori no.

Frode e riciclaggio: cosa nessuno ha smesso di perseguire

La ritirata americana ha riguardato la teoria giuridica, non i reati. Attraverso le diverse agenzie, il registro delle frodi è rimasto pieno. La SEC, pur avendo abbandonato la teoria della registrazione, ha continuato a incassare sanzioni per frode: il caso Terraform Labs e Do Kwon si è chiuso con un accordo civile da 4,47 miliardi di dollari, dopo che nel 2022 il crollo della stablecoin UST aveva bruciato decine di miliardi (sec.gov). E quando ha chiuso vicende scomode, la Commissione lo ha fatto patteggiando, non regalando: la causa contro Justin Sun e Tron si è conclusa a marzo 2026 con un accordo che prevedeva 10 milioni di dollari a carico della società Rainberry (CoinDesk).

Sul fronte penale, il DOJ non ha lasciato andare i pesci grossi: Sam Bankman-Fried sconta 25 anni per il crac di FTX e Do Kwon è stato estradato negli Stati Uniti per rispondere delle accuse. E la divisione Enforcement della SEC, fedele alla linea di Woodcock del ritorno alle basi, ha continuato a colpire le truffe più classiche: nel 2026 sono finiti nel mirino uno schema di raccolta fondi con contratti SAFT (Simple Agreement for Future Tokens) da circa 16 milioni di dollari e un finto bot di trading ad AI che aveva raccolto circa 12 milioni da centocinquanta investitori (Gibson Dunn). Il messaggio combinato delle sigle è coerente: meno teoria regolatoria, la stessa attenzione alla frode e al denaro sporco.

FinCEN: l’antiriciclaggio che non ha fatto marcia indietro

Qui la narrazione della grande ritirata si incrina del tutto. La Financial Crimes Enforcement Network, braccio del Tesoro USA, applica il Bank Secrecy Act: chi trasmette denaro, incluse molte piattaforme crypto, deve registrarsi come money transmitter, adottare programmi antiriciclaggio, identificare i clienti (KYC) e segnalare le operazioni sospette. Questa architettura non è stata toccata da nessun memo pro-innovazione. Anzi, la sanzione crypto più pesante della storia americana è proprio della FinCEN: 3,4 miliardi di dollari a carico di Binance nel novembre 2023, la più grande multa mai comminata dal Tesoro (Treasury).

La FinCEN ha inoltre aperto un fronte destinato a pesare sul futuro: nel 2023 ha proposto di designare il mixing di valuta virtuale convertibile come «primaria preoccupazione di riciclaggio» ai sensi della Sezione 311 del Patriot Act, mossa che colpirebbe direttamente i servizi che offuscano la tracciabilità delle transazioni. A ciò si aggiunge la cosiddetta Travel Rule, che impone di trasmettere i dati di mittente e destinatario per i trasferimenti sopra una certa soglia. Sono obblighi tecnici, poco spettacolari, ma è qui che oggi si concentra la maggior parte del rischio operativo per exchange e custodi. Mentre l’attenzione dei media era sulla SEC, la vera linea di faglia si spostava verso l’illecito finanziario.

OFAC, le sanzioni e il caso Tornado Cash

L’Office of Foreign Assets Control, anch’esso parte del Tesoro, amministra le sanzioni economiche americane e tiene la lista degli Specially Designated Nationals (SDN): finire su quell’elenco significa essere tagliati fuori dal sistema finanziario in dollari. L’OFAC ha usato questo potere anche nel mondo crypto, sanzionando exchange come Garantex e Chatex, il mixer Blender.io e, soprattutto, protocolli e indirizzi legati al gruppo nordcoreano Lazarus, ritenuto responsabile di alcuni dei più grandi furti crypto della storia. Su questo fronte non c’è stata alcuna marcia indietro politica.

C’è però stata una battuta d’arresto giudiziaria che ha fatto giurisprudenza. Nell’agosto 2022 l’OFAC aveva inserito nella lista SDN Tornado Cash, un mixer basato su smart contract. Sei utenti hanno fatto causa, e nel novembre 2024 la Corte d’Appello del Quinto Circuito, nel caso Van Loon contro Tesoro, ha dato loro ragione: gli smart contract immutabili «non sono proprietà» di un cittadino o di un’entità straniera, e dunque l’OFAC aveva «oltrepassato l’autorità definita dal Congresso» sanzionandoli (Van Loon v. Treasury). La corte ha osservato che uno smart contract è più simile a uno strumento che a un servizio, perché nessuno sforzo umano viene speso quando gira, un ragionamento che tocca il cuore del dibattito su chi risponda quando il software funziona da solo, un tema che riguarda anche l’inferenza decentralizzata. Nel marzo 2025 l’OFAC ha rimosso Tornado Cash dalla lista SDN (Venable), pur mantenendo la designazione individuale di Roman Semenov.

La partita penale è però separata e continua. Il co-fondatore Roman Storm è stato processato a New York e, il 6 agosto 2025, la giuria ha emesso un verdetto misto: condanna per cospirazione nella gestione di un servizio di trasmissione di denaro senza licenza, ma stallo sulle due accuse più gravi, riciclaggio e violazione delle sanzioni (Mayer Brown). Nel marzo 2026 il DOJ ha chiesto un nuovo processo sui capi rimasti in sospeso, proponendo un avvio a ottobre 2026 (CoinDesk). Il caso è diventato il banco di prova sulla responsabilità degli sviluppatori: scrivere codice neutrale espone o no a responsabilità penale? La risposta, ancora incerta, riguarda ogni builder che pubblica software open source.

Il caso Binance: cinque sigle, una sola resa dei conti

Se serve una singola vicenda per capire come funziona davvero l’enforcement americano, è il patteggiamento Binance del novembre 2023. Non è stata la SEC a chiudere la partita, ma un’azione coordinata del Tesoro e del DOJ: circa 4,3 miliardi di dollari complessivi, uno dei più grandi accordi penali mai raggiunti con un’azienda. Changpeng Zhao si è dichiarato colpevole, ha pagato una multa personale da 50 milioni di dollari e ha lasciato la guida della società. Le accuse ruotavano attorno alla violazione del Bank Secrecy Act, alla mancata registrazione come money transmitter e a violazioni delle sanzioni (CoinDesk).

La cosa notevole è quante agenzie fossero al tavolo. La tabella qui sotto scompone l’intesa: sono importi in gran parte coordinati e con crediti incrociati (non vanno sommati aritmeticamente), ma mostrano bene come una stessa condotta abbia attivato quattro sportelli federali diversi in contemporanea. La SEC, che aveva una propria causa civile parallela contro Binance, non faceva nemmeno parte di questo pacchetto: quella causa è stata poi archiviata nel maggio 2025, mentre le sanzioni per riciclaggio e violazione dell’embargo restavano in piedi. È l’illustrazione più chiara del principio: la ritirata su un fronte non implica la ritirata su tutti.

AgenziaImportoMotivo
DOJ~4,3 mrd $ (2,51 mrd confisca + 1,81 mrd multa penale)Violazioni penali del Bank Secrecy Act e delle sanzioni
FinCEN3,4 mrd $Antiriciclaggio, record del Tesoro USA
OFAC968,6 mln $Oltre 1,6 milioni di presunte violazioni di sanzioni
CFTC150 mln $ (a Zhao, poi accreditati a 100 mln)Violazioni del Commodity Exchange Act
Il patteggiamento Binance del novembre 2023: importi coordinati con crediti incrociati, non da sommare. Fonte: Tesoro USA, CoinDesk.

Gli Stati non stanno a guardare

La mappa federale non esaurisce il quadro. Negli Stati Uniti ogni Stato può regolare la trasmissione di denaro, e diversi lo fanno con vigore. Il più noto è New York, il cui Department of Financial Services (NYDFS) rilascia dal 2015 la famigerata BitLicense, un’autorizzazione tra le più onerose al mondo per operare con le crypto. Il NYDFS ha condotto azioni proprie e imposto sanzioni milionarie a exchange e stablecoin issuer, spesso in parallelo alle indagini federali. Anche i procuratori generali statali possono avviare cause civili per frode: la giurisdizione, insomma, è a strati.

Per un progetto crypto significa che la conformità non è mai una casella sola. Servire clienti in cinquanta Stati può richiedere licenze di money transmitter in decine di giurisdizioni, ciascuna con regole proprie, oltre alla registrazione federale presso la FinCEN. È una frammentazione che gli operatori europei spesso faticano a immaginare, abituati all’idea del passaporto unico. Ed è precisamente il punto in cui il modello americano e quello europeo divergono di più.

La CLARITY Act e i confini da ridisegnare

La classe politica americana è consapevole che questa mappa è disordinata, e da due anni prova a riscriverla per legge. La CLARITY Act, il grande disegno di legge sulla struttura di mercato, punta a dividere in modo netto le competenze: alla SEC i titoli, alla CFTC le digital commodity e i relativi mercati spot. Approvata dalla Camera nel luglio 2025 e uscita dalla commissione bancaria del Senato con 15 voti contro 9 nel maggio 2026, la legge si è però arenata. Il leader della maggioranza John Thune ha ammesso che i voti non c’erano prima della pausa estiva (CoinDesk), e ne abbiamo raccontato le conseguenze quando la CLARITY Act è stata rinviata.

La partita si è spostata a settembre. Il Senato torna in aula il 14 settembre 2026 e Thune ha depositato una mozione di cloture sulla mozione di procedere: il primo voto procedurale è atteso intorno al 15 settembre e richiede 60 sì, una soglia che impone ai repubblicani (53 seggi) di trovare almeno sette democratici (CoinDesk). Restano tre nodi: le clausole etiche e sui conflitti di interesse (sullo sfondo, i circa 1,4 miliardi di dollari di redditi crypto dichiarati da Donald Trump per il 2025), la protezione degli sviluppatori non custodial (la cosiddetta Sezione 604) e i rendimenti sulle stablecoin. Se la cloture fallisse, la legge rischierebbe di morire, e la mappa resterebbe quella attuale: cinque agenzie, nessun confine legislativo netto.

L’Europa e l’Italia: un modello più accentrato

Il confronto con l’Unione Europea è illuminante proprio perché parte da una filosofia opposta. Dove gli Stati Uniti hanno una giurisprudenza stratificata e agenzie che si contendono i casi, l’UE ha scelto un regolamento unico e scritto: il MiCA, il Markets in Crypto-Assets Regulation, in vigore per i fornitori di servizi (CASP) e valido con un unico passaporto in tutti i 27 Paesi. Non è un test giudiziario del 1946 a decidere cosa sia cosa, ma categorie definite dalla legge: token di moneta elettronica (EMT), token collegati ad asset (ART) e gli altri crypto-asset, con i derivati che restano sotto la MiFID II.

In Italia la ripartizione dei ruoli è ordinata da un decreto, il D.lgs. 129/2024, e affida a due sole autorità la parte del leone. La Consob vigila su condotta di mercato, trasparenza e tutela dell’investitore, oltre agli abusi di mercato e ai derivati sotto la MiFID II; la Banca d’Italia si occupa dei profili prudenziali e delle stablecoin (ART ed EMT). Non ci sono cinque sportelli in competizione: c’è una divisione dei compiti chiara, con l’ESMA a livello europeo come regista, tanto che Italia, Francia e Austria hanno proposto di rafforzare la vigilanza affidando all’ESMA il controllo diretto dei CASP più grandi.

Sul fronte penale e antiriciclaggio, l’Italia ha i suoi corrispettivi delle agenzie americane, ma inseriti in una filiera più lineare. L’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), incardinata nella Banca d’Italia, raccoglie le segnalazioni di operazioni sospette come fa la FinCEN oltreoceano; la Guardia di Finanza, con il suo Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, conduce le indagini finanziarie; le procure perseguono i reati. Dove il sistema americano moltiplica le sigle, quello italiano tende a incanalare, con meno sovrapposizioni e più coordinamento. Non è privo di attriti, ma la logica di fondo è di armonizzazione, non di concorrenza tra autorità.

AMLA: la risposta europea alla frammentazione

Se c’è un ambito in cui l’Europa sta spingendo l’acceleratore proprio dove gli Stati Uniti restano frammentati, è l’antiriciclaggio. L’UE ha creato l’Authority for Anti-Money Laundering (AMLA), con sede a Francoforte, destinata a diventare il perno della lotta al riciclaggio nel blocco (ACAMS). L’AMLA armonizzerà le regole, coordinerà i supervisori nazionali e, nella seconda metà del decennio, eserciterà la vigilanza diretta su un gruppo di entità transfrontaliere ad alto rischio, con la selezione delle prime prevista a partire dal 2027 (amla.europa.eu).

Il dettaglio che conta per il settore: ogni CASP autorizzato sotto il MiCA è automaticamente un soggetto obbligato ai fini antiriciclaggio, senza soglie minime di esenzione. L’AMLA ha riconosciuto apertamente che i fornitori di servizi crypto sono esposti a rischi elevati per le loro caratteristiche tecnologiche e la natura transfrontaliera, e chiede standard uniformi in tutta l’UE. Dove la FinCEN americana convive con cinquanta regimi statali e con l’OFAC su un binario separato, l’Europa punta a un supervisore unico e a un codice unico. Anche sulle sanzioni la logica differisce: l’UE non ha un equivalente esatto della lista SDN unilaterale dell’OFAC, ma misure restrittive adottate come regolamenti del Consiglio, con un ancoraggio più collegiale.

La lezione è che i due sistemi si muovono in direzioni opposte. Gli Stati Uniti hanno tante autorità e provano faticosamente a coordinarle per legge; l’Europa parte più accentrata e sta costruendo istituzioni comuni per esserlo ancora di più. Per un investitore o un imprenditore, la differenza non è teorica: cambia dove guardare, a chi chiedere una licenza e quale autorità temere di più.

USA contro UE: due modelli a confronto

Riassumere il confronto in una tabella aiuta a fissare le differenze strutturali. Non si tratta di stabilire quale modello sia migliore (entrambi hanno pregi e difetti), ma di capire che partono da presupposti diversi: la giurisprudenza contro la legge scritta, la concorrenza tra agenzie contro la ripartizione ordinata dei compiti, il dollaro come leva sanzionatoria unilaterale contro un sistema più negoziato. Chi opera a cavallo dei due mercati deve saperli leggere entrambi.

DimensioneStati UnitiUE e Italia
Fonte delle regoleGiurisprudenza (Howey, 1946) e leggi settorialiRegolamento scritto (MiCA, MiFID II)
Numero di autoritàAlmeno 5 federali più i regolatori stataliConsob e Banca d’Italia, con ESMA e AMLA a livello UE
Classificazione dei tokenCaso per caso, test di HoweyCategorie di legge: ART, EMT, altri
PassaportoNo: licenze Stato per StatoSì: autorizzazione unica valida nei 27 Paesi
AntiriciclaggioFinCEN più regimi statali, frammentatoUIF nazionali in via di accentramento sotto AMLA
SanzioniOFAC, lista SDN unilaterale via dollaroMisure restrittive del Consiglio UE
Due filosofie di enforcement a confronto: frammentazione statunitense contro armonizzazione europea.

Dove vive davvero il rischio nel 2026

Mettendo insieme i pezzi, emerge una conclusione che la sola cronaca sulla SEC nasconde. Nel 2026 il baricentro del rischio legale crypto negli Stati Uniti si è spostato: non è più tanto la domanda «il mio token è un titolo?», quanto «il mio protocollo ha toccato denaro sporco o sanzionato?». La teoria della registrazione è arretrata, ma l’antiriciclaggio e le sanzioni sono rimasti in piena attività, e sono governati da leggi (Bank Secrecy Act, IEEPA) che nessun memo pro-innovazione ha scalfito. Per un exchange, il fascicolo più pericoloso oggi non è quello della SEC, ma quello del Tesoro.

  • Per gli exchange: la priorità è la conformità antiriciclaggio e lo screening delle sanzioni, non tanto la classificazione dei token; qui vigilano FinCEN, OFAC e, in Europa, l’AMLA.
  • Per gli sviluppatori: il caso Tornado Cash lascia aperta la domanda su quando pubblicare codice neutrale diventi un reato; chi lavora su software non custodial deve seguire con attenzione il nuovo processo Storm.
  • Per gli investitori italiani: il quadro di riferimento resta il MiCA con Consob e Banca d’Italia, ma le vicende americane influenzano prezzi e sentiment globali, dall’esito della CLARITY Act alle mosse della Fed.
  • Per chi opera su più mercati: serve leggere due mappe diverse, perché una regola che vale a Milano non vale automaticamente a New York, e viceversa.

La prossima tappa da segnare in calendario è il voto di cloture al Senato di metà settembre: se la CLARITY Act supererà l’ostacolo, la mappa americana comincerà a semplificarsi lungo la linea SEC-CFTC; se fallirà, resterà il mosaico attuale, con l’enforcement affidato all’interpretazione delle singole agenzie. In entrambi i casi, chi si limita a guardare la SEC continuerà a leggere solo metà della storia.

Domande frequenti

Quante agenzie regolano le crypto negli Stati Uniti?

Almeno cinque a livello federale: la SEC per i titoli, la CFTC per commodity e derivati, il Dipartimento di Giustizia per i reati penali, la FinCEN per l’antiriciclaggio e l’OFAC per le sanzioni. A queste si aggiungono i regolatori dei singoli Stati, come il NYDFS di New York con la sua BitLicense. Non esiste un regolatore unico delle crypto.

Qual è la differenza tra SEC e CFTC sulle crypto?

La SEC applica le leggi sui titoli e usa il test di Howey per decidere se un token è una security. La CFTC considera Bitcoin ed Ethereum delle commodity e vigila su derivati, mercati spot e manipolazione. La CLARITY Act proverebbe a fissare per legge questo confine, assegnando alla CFTC le digital commodity e i relativi mercati spot.

La SEC ha davvero smesso di sanzionare le crypto?

Ha abbandonato la teoria secondo cui quasi ogni token è un titolo non registrato, archiviando cause come quelle contro Coinbase e Kraken, ma continua a perseguire le frodi. Soprattutto, la SEC è solo una delle agenzie: FinCEN e OFAC, che si occupano di riciclaggio e sanzioni, non hanno fatto alcun passo indietro.

Cos’è il caso Tornado Cash e perché conta?

Tornado Cash è un mixer basato su smart contract sanzionato dall’OFAC nel 2022. Nel novembre 2024 la Corte del Quinto Circuito, in Van Loon contro Tesoro, ha stabilito che gli smart contract immutabili non sono proprietà sanzionabile, portando al delisting nel 2025. Il processo penale al co-fondatore Roman Storm, con verdetto misto nell’agosto 2025 e un nuovo processo previsto per il 2026, resta il banco di prova sulla responsabilità degli sviluppatori.

Chi controlla le crypto in Italia e in Europa?

In Italia la Consob vigila su condotta di mercato e tutela dell’investitore, mentre la Banca d’Italia cura i profili prudenziali e le stablecoin; l’UIF raccoglie le segnalazioni sospette e la Guardia di Finanza indaga. A livello europeo valgono il MiCA e la MiFID II, con l’ESMA come coordinatore e la nuova AMLA di Francoforte destinata ad accentrare l’antiriciclaggio.

Anneke de Vries è senior editor di HOGE Wire e segue regolamentazione e mercati crypto per l’edizione italiana.

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