Taproot: cosa ha cambiato nel layer 1 di Bitcoin (e cosa no)
A oltre quattro anni dall'attivazione, Taproot ha reso Bitcoin più privato ed efficiente. Ma tra Ordinals, Taproot Assets e il dibattito sui covenants, molte partite restano aperte.
Taproot, l’aggiornamento che Bitcoin aspettava da anni
Il 14 novembre 2021, al blocco 709.632, Bitcoin ha attivato Taproot, il suo primo grande aggiornamento dopo SegWit del 2017. L’attivazione era arrivata al termine di un percorso prudente: il meccanismo chiamato Speedy Trial aveva raggiunto il consenso a giugno 2021, con oltre il 90% dei miner a segnalare supporto, come documentato da CoinDesk al momento dell’attivazione. A oltre quattro anni di distanza vale la pena chiedersi che cosa abbia davvero cambiato Taproot nel layer 1 di Bitcoin, e quali promesse restino ancora sulla carta.
Il prezzo, in questo, dice poco. Mentre scriviamo, Bitcoin scambia intorno ai 52.600 euro secondo CoinGecko, in calo di quasi il 18% nell’ultimo mese e lontano dal massimo storico di 107.662 euro. Il valore di un aggiornamento come Taproot, però, è strutturale: riguarda privacy, costi di transazione e la capacità di Bitcoin di ospitare contratti più complessi senza appesantire la sua base.
Le firme Schnorr: il cuore matematico dell’upgrade
Il primo pilastro di Taproot è la firma Schnorr, descritta nella BIP 340. Schnorr lavora sulla stessa curva ellittica secp256k1 già usata dall’algoritmo ECDSA, ma introduce una proprietà decisiva: la linearità. Grazie a questa caratteristica più firmatari possono produrre una singola firma aggregata, indistinguibile da quella di un singolo utente.
Le conseguenze pratiche sono concrete. Una transazione multisig, che prima richiedeva tante firme quante le chiavi coinvolte, può essere compressa in un’unica firma più piccola ed economica da verificare. Schemi come MuSig2 rendono questa aggregazione sicura anche tra parti che non si fidano l’una dell’altra. Per chi gestisce un nodo c’è un vantaggio meno visibile: la verifica in batch consente di controllare molte firme insieme, con un risparmio di risorse quando il numero di transazioni cresce. Il risultato complessivo è duplice, meno spazio occupato a parità di sicurezza e una privacy migliore, perché sulla blockchain un portafoglio condiviso da più persone appare identico a uno controllato da un singolo.
MAST e Tapscript: contratti più leggeri e meno visibili
Il secondo e il terzo pilastro sono definiti dalla BIP 341 (Taproot vero e proprio) e dalla BIP 342 (Tapscript). La BIP 341, firmata da Pieter Wuille, Jonas Nick e Anthony Towns, introduce un nuovo tipo di output, la SegWit version 1, che combina due modi di spendere: un percorso a chiave (key path) e un percorso a script (script path).
Qui entra in gioco la tecnica MAST (Merkelized Alternative Script Trees). Le condizioni di spesa alternative vengono organizzate in un albero di Merkle: al momento della spesa si rivela solo il ramo effettivamente usato, mentre tutti gli altri restano nascosti. Se le parti collaborano possono spendere tramite il percorso a chiave, e la transazione appare come un normale pagamento da un solo indirizzo. Solo in caso di disaccordo serve mostrare lo script. Per l’osservatore esterno, un contratto sofisticato e un pagamento banale diventano indistinguibili.
Gli indirizzi che sfruttano tutto questo sono i Pay-to-Taproot (P2TR), riconoscibili dal prefisso bc1p e codificati nel formato bech32m. La tabella seguente riassume il ruolo dei tre standard tecnici alla base dell’aggiornamento.
| Standard | Nome | Funzione principale |
|---|---|---|
| BIP 340 | Schnorr Signatures | Firme aggregabili e verifica più rapida |
| BIP 341 | Taproot | Nuovo output con key path e script path tramite MAST |
| BIP 342 | Tapscript | Regole di scripting aggiornate per gli spend Taproot |
Quanto si usa davvero Taproot: i numeri dell’adozione
Un conto è attivare un upgrade, un altro è vederlo adottato. Nei primi mesi Taproot è cresciuto lentamente, frenato dal supporto incompleto di wallet ed exchange. La svolta è arrivata tra il 2023 e il 2024, ma per un motivo che pochi avevano previsto. Secondo le risorse tecniche raccolte da Bitcoin Optech, la quota di transazioni che usano output P2TR è passata da percentuali marginali a un picco stimato vicino al 40% nel 2024, per poi ridiscendere tra il 15% e il 20% verso la fine del 2025.
Questi numeri vanno letti come stime, perché cambiano a seconda della fonte e del metodo di conteggio. Ma il profilo della curva, una salita rapida seguita da un assestamento, racconta una storia precisa, legata più agli Ordinals che ai pagamenti veri e propri.
| Periodo | Quota stimata transazioni P2TR | Fattore trainante |
|---|---|---|
| fine 2021 | sotto l’1% | attivazione, supporto wallet limitato |
| 2022 | pochi punti percentuali | adozione graduale |
| 2023 | in forte crescita | arrivo di Ordinals e BRC-20 |
| 2024 | picco vicino al 40% | boom delle inscriptions |
| fine 2025 | tra 15% e 20% | calo delle inscriptions |
Ordinals e inscriptions: l’uso che nessuno aveva messo in conto
Taproot era stato pensato per pagamenti e contratti più efficienti. Nel gennaio 2023, però, il protocollo Ordinals ha trovato un modo per usarlo in maniera diversa: sfruttando il percorso a script e lo sconto sui dati di witness è diventato possibile inserire dati arbitrari (immagini, testo, persino piccoli file) direttamente dentro le transazioni Bitcoin. Da lì sono nati i token in standard BRC-20 e una lunga stagione di congestione.
Il fenomeno ha diviso la comunità. Da un lato ha spinto l’adozione tecnica di Taproot e generato commissioni elevate per i miner; dall’altro ha riacceso il vecchio dibattito sull’identità di Bitcoin, tra chi lo vede come puro layer di regolamento e chi accetta usi più ampi dello spazio nei blocchi. Le inscriptions hanno mostrato un effetto collaterale imprevisto, perché una funzione nata per privacy ed efficienza si è trasformata, almeno per un periodo, nel principale motore di traffico della rete.
Il costo si è fatto sentire sugli utenti comuni. In alcune giornate di picco le commissioni per le transazioni prioritarie hanno superato l’equivalente di diverse decine di euro, un peso che ha colpito soprattutto chi usa Bitcoin per pagamenti ordinari e non per speculare sui token. È uno dei motivi per cui il dibattito sull’uso dello spazio nei blocchi resta tutt’altro che chiuso.
Taproot Assets, Lightning e un nuovo strato di asset
L’eredità più ambiziosa di Taproot guarda oltre le inscriptions. Le firme Schnorr, per esempio, rendono possibili i PTLC (Point Time-Locked Contracts), che sulla Lightning Network possono sostituire i vecchi HTLC migliorando privacy ed efficienza dei pagamenti instradati.
Sopra a questo livello si colloca Taproot Assets, il protocollo di Lightning Labs che permette di emettere asset, comprese le stablecoin, ancorandoli a Bitcoin e trasferendoli su Lightning a costi minimi. Con la versione 0.7, annunciata a dicembre 2025, il progetto ha introdotto un formato di indirizzo riutilizzabile chiamato AddressV2, come spiegato da Lightning Labs. Nello stesso periodo Tether ha confermato l’arrivo di USDT su Bitcoin tramite questa infrastruttura, una mossa che The Block ha collegato all’obiettivo di velocizzare il regolamento delle stablecoin.
Per anni le stablecoin sono state quasi un dominio esclusivo di reti come Ethereum e Tron. Portarle su Bitcoin, con regolamento su Lightning, apre un fronte competitivo nuovo, soprattutto per i pagamenti di piccolo importo dove le commissioni contano più di ogni altra cosa.
Il dibattito sui covenants: OP_CAT, CTV e i limiti del layer 1
Taproot ha allargato il campo del possibile, ma non ha introdotto i cosiddetti covenants, ovvero regole che vincolano come potranno essere spesi i bitcoin in futuro. Sono proprio i covenants il prossimo grande terreno di confronto per il layer 1, e due proposte si contendono l’attenzione: OP_CAT e CTV.
OP_CAT, vecchio opcode rimosso da Satoshi Nakamoto nel 2010 per timori di sicurezza, è tornato in agenda e ha ricevuto un numero ufficiale, la BIP 347, come riportato da CoinDesk. La sua riattivazione consentirebbe di concatenare dati negli script, aprendo a contratti molto più flessibili. CTV (OP_CHECKTEMPLATEVERIFY, BIP 119) propone invece un approccio più semplice e mirato, utile per i vault e per il controllo della congestione. Come ricorda The Block, ottenere un numero BIP non equivale a un consenso: la comunità resta divisa, e proposte come LNHANCE cercano una via intermedia centrata sulla Lightning Network.
La posta in gioco è alta. Tecnologie emergenti come BitVM e i protocolli di tipo Ark, pensati per spostare più capacità fuori dalla catena principale, dipendono in buona parte dalla disponibilità di covenants. Taproot resta a oggi l’ultimo soft fork andato in porto, e il modo in cui Bitcoin scioglierà il nodo dei covenants dirà molto sulla sua evoluzione nei prossimi anni.
Cosa cambia per gli investitori italiani: il quadro Consob e MiCA
Taproot è una modifica del protocollo, neutra rispetto alle regole. Le sue ricadute, però, toccano temi che in Europa sono ormai disciplinati dal Regolamento MiCA. In Italia il decreto legislativo 129/2024 ha designato due autorità competenti: la Consob, che vigila sulle offerte al pubblico di cripto-attività e sui fornitori di servizi, e la Banca d’Italia, competente sulla vigilanza prudenziale e antiriciclaggio, in particolare per i token collegati a valute (EMT) e ad attività (ART).
Il calendario conta. I fornitori di servizi dovevano ottenere l’autorizzazione come CASP entro il 30 dicembre 2025, con un periodo transitorio prorogato fino al 30 giugno 2026; le sanzioni per le violazioni possono arrivare fino a 5 milioni di euro o al 12,5% del fatturato annuo. Per chi investe due aspetti di Taproot meritano attenzione: le funzioni di privacy, che si intrecciano con gli obblighi antiriciclaggio applicati ai CASP, e l’emissione di stablecoin tramite Taproot Assets, che ricade nelle categorie EMT e ART definite dal MiCA. In altre parole, una scelta tecnica fatta sul protocollo può avere effetti concreti su come un servizio regolato opera in Italia.
Conclusioni: un upgrade riuscito, una strada ancora aperta
A bilancio, Taproot ha mantenuto le promesse tecniche: firme più efficienti, contratti più privati e una base solida su cui poggiano oggi Lightning, Taproot Assets e perfino usi non previsti come le inscriptions. L’adozione, però, resta parziale e legata a ondate di domanda più che a una crescita costante, e il prossimo capitolo del layer 1, quello dei covenants, è ancora tutto da scrivere.
Per il lettore italiano il messaggio è doppio. Sul piano tecnico conviene seguire l’esito del confronto su OP_CAT e CTV, perché definirà quanto Bitcoin potrà fare alla sua base. Sul piano normativo, l’attuazione del MiCA tra Consob e Banca d’Italia trasforma molte di queste innovazioni in servizi vigilati. Il prezzo in euro continuerà a oscillare, ma la domanda vera è un’altra: che cosa potrà fare Bitcoin, e a quali condizioni potremo usarlo.
Articolo a cura di Lorenzo De Santis, senior editor di HOGE Wire.