Taproot e i bitcoin di Satoshi: la resa dei conti quantistica
Cinque anni dopo Taproot, Bitcoin discute se congelare le monete vulnerabili ai computer quantistici, incluso il tesoro di Satoshi. Sviluppatori e investitori sono divisi.
Quando la rete Bitcoin attivò Taproot, il 14 novembre 2021, la maggior parte dei commenti si concentrò su privacy migliorata, transazioni più flessibili e le fondamenta tecniche che negli anni successivi avrebbero permesso la nascita di Ordinals e Runes. Cinque anni dopo, un effetto collaterale dello stesso aggiornamento è diventato il dibattito più acceso della comunità Bitcoin: cosa fare con milioni di monete, incluso il tesoro attribuito a Satoshi Nakamoto, se un computer quantistico sufficientemente potente riuscisse un giorno a violarne le chiavi private.
Non è più un esercizio accademico da conferenza di crittografia. Nel corso del 2026 sviluppatori storici di Bitcoin, fondi di venture capital, il fondatore di Binance e persino un consorzio di crittografi convocato da Coinbase si sono ritrovati su fronti opposti di una domanda che nessuno vuole davvero risolvere da solo: chi ha il diritto di decidere il destino di monete che, tecnicamente, in futuro potrebbero essere rivendicate da chiunque disponga della tecnologia giusta. Ricostruiamo come si è arrivati a questo punto, cosa propongono le diverse fazioni e cosa significa, in concreto, per chi possiede bitcoin oggi.
Taproot in breve: perché la chiave pubblica è diventata un problema
Per capire perché Taproot è finito al centro del dibattito quantistico bisogna tornare alla sua meccanica di base. L’aggiornamento, composto dalle proposte BIP 340 (firme Schnorr), BIP 341 (Taproot e Merkelized Alternative Script Trees, o MAST) e BIP 342 (Tapscript), ha introdotto gli indirizzi P2TR, quelli che iniziano con bc1p, accanto ai precedenti SegWit (bc1q) e legacy. Il vantaggio principale di Taproot, oltre a transazioni più leggere ed economiche, è stato rendere invisibili sulla blockchain i dettagli di script complessi come i multisig, che grazie a MAST e alle firme Schnorr possono apparire identici a una normale transazione a chiave singola quando la spesa avviene lungo il percorso cooperativo.
C’è però una differenza tecnica che nel 2021 sembrava irrilevante e che oggi è diventata centrale. Negli indirizzi legacy e SegWit più comuni, la chiave pubblica resta nascosta dietro un hash finché il proprietario non spende almeno una volta i fondi; in un indirizzo Taproot speso tramite key path, invece, la chiave pubblica completa viene rivelata sulla blockchain fin dal momento della ricezione, non solo al momento della spesa. In altre parole, ogni indirizzo Taproot è per costruzione esposto fin dalla sua creazione, mentre un indirizzo legacy mai utilizzato in uscita resta protetto da un ulteriore strato crittografico. Lo stesso vale, a ben vedere, per qualunque indirizzo di qualunque tipo che sia già stato speso almeno una volta: la chiave pubblica, a quel punto, diventa comunque pubblica per sempre. È proprio su questo meccanismo, nato per rendere Bitcoin più efficiente e privato, che si innesta oggi tutta la discussione sulla resistenza ai computer quantistici.
Il rischio quantistico secondo Google: numeri e tempistiche
La scintilla che ha riacceso il dibattito nel 2026 arriva da fuori Bitcoin. Il 31 marzo di quest’anno un team di Google Quantum AI ha pubblicato una ricerca, ripresa da CoinDesk, secondo cui violare lo schema di firma di Bitcoin richiederebbe meno di 500.000 qubit fisici, una stima nettamente più bassa dei milioni ipotizzati in precedenza. Nel modello d’attacco concreto descritto dai ricercatori bastano circa 1.200-1.450 qubit logici di alta qualità per intercettare una chiave pubblica esposta durante l’invio di una transazione e forgiare una transazione concorrente in circa nove minuti, un tempo che darebbe all’attaccante una probabilità stimata attorno al 41% di battere sul tempo la conferma originale, considerato che il tempo medio di conferma di un blocco è di dieci minuti. Google stessa colloca la propria tappa dei sistemi quantistici davvero utili attorno al 2029, e ha scelto di pubblicare solo una prova a conoscenza zero del risultato, non un progetto d’attacco completo, per evitare di armare potenziali malintenzionati.
Il tema è diventato ancora più concreto il 24 aprile 2026, quando il ricercatore indipendente Giancarlo Lelli ha vinto il Q-Day Prize di Project Eleven, un bounty da 1 BTC, riuscendo a violare una chiave ECC a 15 bit su hardware quantistico accessibile via cloud pubblico: un salto di oltre 500 volte rispetto alla dimostrazione a 6 bit di pochi mesi prima. Il CEO di Project Eleven, Alex Pruden, ha commentato che «i requisiti di risorse per questo tipo di attacco continuano a scendere, e con essi si abbassa anche la barriera per eseguirlo nella pratica», come riportato da CoinDesk. Secondo le stime circolate nella prima metà del 2026, circa un terzo dell’offerta di bitcoin in circolazione, tra indirizzi Taproot già utilizzati, indirizzi legacy riutilizzati e le primissime monete dell’era P2PK del 2009-2010, ha già reso pubblica la propria chiave e sarebbe quindi teoricamente esposto a un attacco futuro.
BIP-360 e BIP-361: la doppia risposta di Bitcoin
Alla ricerca di Google si è affiancata una risposta tecnica che era già in cantiere. L’11 febbraio 2026 BIP-360, firmato da Hunter Beast, Ethan Heilman e Isabel Foxen Duke, è stato unito al repository ufficiale bitcoin/bips. La proposta, nota anche come Pay to Merkle Root, non introduce di per sé nuove firme post-quantistiche: ristruttura semplicemente gli output Taproot per eliminare la spesa key path, cioè proprio il meccanismo che espone la chiave pubblica per intero, rimandando l’introduzione di schemi di firma resistenti al calcolo quantistico a proposte future.
Due mesi dopo, il 14 aprile 2026, Jameson Lopp e cinque coautori (Christian Papathanasiou, Ian Smith, Joe Ross, Steve Vaile e Pierre-Luc Dallaire-Demers) hanno pubblicato BIP-361, intitolato Post Quantum Migration and Legacy Signature Sunset. È qui che la discussione tecnica si trasforma in scontro filosofico: BIP-361 propone una migrazione in due fasi, la prima delle quali, circa 160.000 blocchi ovvero tre anni, impedirebbe nuovi invii verso indirizzi legacy vulnerabili, mentre la seconda, altri due anni per un totale di cinque, invaliderebbe le firme ECDSA e Schnorr non ancora migrate, congelando di fatto qualunque moneta rimasta in quegli indirizzi. Per la meccanica completa delle due proposte, incluse le correzioni introdotte dopo le prime bozze, rimandiamo al nostro approfondimento su come funziona il piano BIP-360 e BIP-361.
Il vero problema: le monete che nessuno può più muovere
Sul piano tecnico, congelare firme obsolete dopo un lungo periodo di preavviso non sarebbe eccezionale: altre reti hanno già eseguito hard fork per motivi di sicurezza. Il problema è che BIP-361, applicato alla lettera, colpirebbe anche le monete che nessuno potrà mai migrare perché chi le controllava non è più in grado di farlo. Le stime più citate, riassunte nell’articolo di CoinDesk del 13 giugno 2026, parlano di circa 1,7 milioni di BTC fermi in circa 20.000 indirizzi P2PK dell’era pionieristica di Bitcoin, quella tra il 2009 e il 2010 in cui gli indirizzi moderni non esistevano ancora e la chiave pubblica veniva scritta direttamente nello script, a cui si aggiungono oltre 5 milioni di BTC che non si muovono da più di un decennio, spesso per chiavi perse, hardware buttato o eredi che non hanno mai saputo dell’esistenza di quei fondi.
Dentro questo insieme si trova il caso più delicato: circa 1,1 milioni di BTC, oggi equivalenti a oltre 60 miliardi di euro ai prezzi attuali, attribuiti a Satoshi Nakamoto e mai spostati dal 2010. Nessuno sa se Satoshi sia ancora vivo, se abbia perso l’accesso alle chiavi o se abbia semplicemente scelto per principio di non toccare più quei fondi. È una versione estrema di un problema che in realtà riguarda milioni di detentori più piccoli: cosa succede alle chiavi private quando il proprietario muore o perde l’accesso senza aver lasciato istruzioni, un tema che in Italia si intreccia sempre più spesso con le regole su eredità e donazione delle criptovalute, dove il problema pratico non è tanto la tassazione quanto la trasmissione stessa delle chiavi agli eredi.
La proposta di Changpeng Zhao accende la miccia
Il 4 luglio 2026 il dibattito, fino a quel momento confinato a sviluppatori e crittografi, è arrivato al grande pubblico grazie a Changpeng Zhao, fondatore di Binance. CZ ha proposto pubblicamente di dare a Satoshi una finestra di sei-dodici mesi per spostare volontariamente le proprie monete, trascorsa la quale la comunità dovrebbe poter decidere di congelarle. La sua argomentazione, riportata da CoinDesk, è diretta: «se non facciamo nulla, di fatto le stiamo regalando a chi riuscirà a violarle».
La reazione è stata immediata e in gran parte critica. Michael Terpin, CEO di Transform Ventures e figura nota nel settore, ha descritto l’idea come l’inizio di una china scivolosa che introduce un concetto di permesso dentro un sistema pensato per essere senza permessi, mettendo in dubbio che una comunità decentralizzata possa davvero raggiungere un consenso su una materia così divisiva. Jameson Lopp, che di BIP-361 è il primo firmatario, ha invece provato a smorzare i toni definendo la questione «non binaria»: tra il congelamento totale e il non fare nulla esistono, secondo lui, diverse sfumature intermedie che vale la pena esplorare prima di scegliere.
Adam Back e il fronte degli scettici
Tra le voci più autorevoli contrarie a qualunque forma di congelamento programmato c’è Adam Back, inventore di Hashcash (uno degli antecedenti diretti di Bitcoin) e attuale CEO di Blockstream. Intervenendo al Paris Blockchain Week il 16 aprile 2026, pochi giorni dopo la pubblicazione di BIP-361, Back ha sostenuto una linea diversa: aggiornamenti opzionali attivabili volontariamente, non scadenze forzate fissate con anni di anticipo. Le sue parole, riportate da CoinDesk, sono state tradotte così: «la preparazione è fondamentale; fare cambiamenti in modo controllato è molto più sicuro che reagire durante una crisi». Back ha aggiunto che la storia di Bitcoin dimostra che «i bug sono stati identificati e risolti nel giro di ore; quando qualcosa diventa urgente, l’attenzione si concentra e il consenso si forma di conseguenza», suggerendo che la governance informale della rete sarebbe comunque in grado di reagire in tempo a un’emergenza reale, senza bisogno di pianificarla con un calendario rigido anni prima che il pericolo sia concreto.
La posizione di Back non nega il rischio quantistico in sé, che come CEO di un’azienda che lavora su Bitcoin da oltre un decennio conosce bene; contesta piuttosto l’idea che convenga fissare oggi una scadenza vincolante per un evento la cui tempistica resta incerta, con il rischio di congelare prematuramente fondi che i legittimi proprietari avrebbero ancora anni per mettere in sicurezza con calma.
Vie di mezzo: il trust di Nic Carter e le PACTs di Dan Robinson
Tra i due estremi, congelamento forzato contro nessuna scadenza, sono spuntate diverse proposte di compromesso. Nic Carter, cofondatore del fondo Castle Island Ventures, ha suggerito di far confluire le monete di Satoshi e casi analoghi in un trust legale, gestito secondo regole tradizionali, fino a quando una prova storica sufficiente non ne stabilisca la proprietà effettiva. Matt Hougan, Chief Investment Officer di Bitwise, ha pubblicamente appoggiato questa strada perché, a suo giudizio, evita sia il problema filosofico del congelamento imposto dal protocollo sia il rischio opposto di lasciare che chiunque rubi quelle monete se un attacco quantistico dovesse davvero verificarsi, come riportato nello stesso articolo di CoinDesk sulla proposta di CZ.
Una soluzione più tecnica, e probabilmente la più elegante dal punto di vista crittografico, è arrivata il 2 maggio 2026 da Dan Robinson, general partner del fondo Paradigm, con la proposta PACTs, acronimo di Provable Address-Control Timestamps. Il meccanismo, descritto da CoinDesk, funziona così: un detentore genera oggi un dato segreto casuale, lo combina con una prova di proprietà creata secondo lo standard BIP-322 e registra il tutto come impegno on-chain tramite OpenTimestamps, il servizio che ancora i dati alla blockchain di Bitcoin senza rivelarne il contenuto. Se in futuro un soft fork dovesse effettivamente congelare gli indirizzi vulnerabili, il proprietario potrebbe presentare una prova STARK, resistente al calcolo quantistico, che dimostra di aver creato quell’impegno prima che l’hardware quantistico esistesse, senza mai rivelare pubblicamente indirizzo, importo o data. La rete rilascerebbe le monete senza che il detentore abbia dovuto esporsi mesi o anni prima che il rischio diventasse concreto, un modo, nelle parole con cui la proposta stessa viene presentata, per rendere meno binario il dibattito aperto da BIP-361.
Hourglass e le altre reti di sicurezza tecniche
Accanto alle proposte più discusse esistono meccanismi pensati non per risolvere il problema alla radice ma per limitarne i danni nel caso peggiore. Hourglass, nella sua versione più recente sviluppata dal programmatore Hunter Beast, lo stesso coautore di BIP-360, punta a rallentare artificialmente la velocità con cui le monete custodite in indirizzi vulnerabili possono essere spese in un singolo blocco, riducendo l’incentivo economico a un furto lampo e dando tempo alla rete di reagire se un attacco reale dovesse manifestarsi. Un secondo filone di proposte, riassunto nell’articolo di CoinDesk del 13 giugno già citato, limita semplicemente quante monete vulnerabili possono essere spostate per blocco, indipendentemente dal proprietario, per impedire che un singolo attore con accesso a un computer quantistico possa svuotare rapidamente più indirizzi contemporaneamente.
Nessuna di queste proposte elimina il rischio: al massimo lo rende più gestibile, comprando tempo prezioso per una migrazione ordinata o per un intervento d’emergenza della rete. Lo stesso articolo osserva che le diverse proposte, BIP-361, Hourglass e PACTs, non si escludono a vicenda e potrebbero in teoria essere combinate, un punto su cui converge anche il rapporto del Coinbase Quantum Advisory Council di cui parliamo nella prossima sezione. Prima di procedere, ecco una tabella riassuntiva delle proposte illustrate finora.
| Proposta | Chi la propone | Meccanismo in breve | Punto critico |
|---|---|---|---|
| BIP-361 (congelamento a scadenza) | Jameson Lopp e cinque coautori | Due fasi: blocco dei nuovi invii a indirizzi legacy, poi invalidazione delle firme non migrate | Criticato come una forma di confisca delle monete non migrabili |
| PACTs | Dan Robinson (Paradigm) | Prova crittografica privata registrata oggi tramite BIP-322 e OpenTimestamps, riscattabile in futuro con una prova STARK | Richiede comunque che un soft fork tipo BIP-361 venga poi attivato |
| Trust legale | Nic Carter (Castle Island Ventures) | Le monete non rivendicate confluirebbero in un trust legale tradizionale fino a prova di proprietà | Introduce una gestione esterna al protocollo, estranea alla cultura Bitcoin |
| Hourglass | Hunter Beast | Limita la velocità di spesa delle monete vulnerabili per blocco | Rallenta ma non elimina il rischio in caso di attacco riuscito |
| Upgrade opzionale, nessuna scadenza fissa | Adam Back (Blockstream) | La rete reagirebbe con un consenso rapido solo se e quando un attacco reale si materializzasse | Presuppone che la reazione d’emergenza arrivi comunque in tempo utile |
Il Coinbase Quantum Advisory Council: prudenza istituzionale
Non tutte le risposte al rischio quantistico arrivano da sviluppatori indipendenti o da fondatori di exchange con un’opinione forte. All’inizio del 2026 Coinbase ha convocato un proprio Quantum Advisory Council, un gruppo di crittografi ed esperti di sicurezza tra cui Dan Boneh, docente a Stanford, e Justin Drake, ricercatore della Ethereum Foundation. Il rapporto del gruppo, pubblicato il 21 aprile 2026 e ripreso da CoinDesk, evita deliberatamente di schierarsi tra le proposte concorrenti, definendole potenzialmente complementari piuttosto che alternative reciprocamente esclusive.
Il documento si distingue però per la franchezza con cui affronta un problema tecnico spesso sottovalutato: le firme post-quantistiche sono strutturalmente molto più grandi di quelle attuali, da decine a centinaia di volte secondo le stime citate nel rapporto, il che potrebbe richiedere una crescita della dimensione dei blocchi fino a 38 volte quella attuale in assenza di tecniche di compressione più efficienti. Il rapporto conclude con un’affermazione che ha fatto notizia più delle singole proposte tecniche: gli autori dichiarano alta fiducia nel fatto che un computer quantistico su larga scala e tollerante ai guasti verrà prima o poi costruito, su un orizzonte stimato tra pochi anni e oltre un decennio, e considerano la raccomandazione dell’ente statunitense NIST di completare la migrazione entro il 2035 potenzialmente troppo ottimistica per un sistema decentralizzato come Bitcoin, che non può imporre una scadenza dall’alto come farebbe una singola azienda o una banca centrale.
Bitcoin contro Ethereum: due filosofie di governance a confronto
Il problema della resistenza quantistica non è esclusivo di Bitcoin: riguarda qualunque sistema basato su crittografia a curva ellittica, quindi anche Ethereum. Il confronto tra i due approcci è però istruttivo. Il 26 febbraio 2026 Vitalik Buterin ha presentato una roadmap quadriennale, soprannominata Lean Ethereum, per sostituire ECDSA, BLS e KZG con alternative basate su funzioni hash e STARK ricorsivi, con l’infrastruttura post-quantistica di base attesa attorno al 2029, secondo quanto riportato da CoinDesk. Si tratta di un processo guidato dall’alto dalla Ethereum Foundation, con una roadmap pubblica e scadenze indicative fissate centralmente.
Bitcoin non ha un equivalente della Ethereum Foundation in grado di fissare una roadmap vincolante: ogni cambiamento richiede un soft fork discusso pubblicamente e un consenso informale tra sviluppatori, miner e nodi economici, lo stesso processo con cui fu attivato Taproot nel 2021. È esattamente questa differenza strutturale a rendere il dibattito su BIP-361 così aspro: non esiste un’autorità capace di imporre la soluzione, quindi la scelta finale dipenderà da quanto ampio sarà il consenso che una delle proposte, o una loro combinazione, riuscirà a costruire nei prossimi mesi.
Cosa cambia (e cosa no) per chi possiede Bitcoin in Italia
Per il detentore comune, che con ogni probabilità non possiede milioni di bitcoin fermi dal 2010, il rischio quantistico resta oggi teorico: le stime più caute di Google collocano un computer in grado di eseguire l’attacco descritto non prima della fine del decennio, e nessuna delle proposte in discussione è ancora stata attivata sulla rete principale. Ci sono comunque due accorgimenti pratici che non richiedono attese. Il primo è evitare il riutilizzo degli indirizzi: ogni volta che un indirizzo, di qualunque tipo, viene usato in uscita, la sua chiave pubblica diventa permanentemente visibile sulla blockchain, esattamente come accade per default con Taproot; la maggior parte dei wallet moderni genera già un nuovo indirizzo per ogni transazione, ma vale la pena controllare le impostazioni. Il secondo è tenersi informati sull’evoluzione di BIP-360, perché quando i primi wallet inizieranno a supportare i nuovi formati di indirizzo, spostare fondi da un vecchio indirizzo esposto a uno nuovo protetto sarà semplicemente un trasferimento tra i propri stessi indirizzi.
- Controlla che il tuo wallet generi un indirizzo nuovo per ogni ricezione, invece di riutilizzare sempre lo stesso.
- Non considerare Taproot di per sé pericoloso: il rischio riguarda l’esposizione della chiave pubblica, non l’aggiornamento in quanto tale, e resta teorico finché non esisterà hardware quantistico realmente in grado di sfruttarlo.
- Segui l’evoluzione di BIP-360 e dei wallet che lo supporteranno, per poter eventualmente migrare fondi importanti senza fretta quando sarà il momento.
Vale la pena chiarire anche cosa non è di competenza di nessuna autorità italiana o europea. La Consob, che sotto il regolamento MiCA vigila su condotta e tutela degli investitori dei prestatori di servizi in cripto-attività, e la Banca d’Italia, competente sul fronte prudenziale, non hanno alcun potere di approvare, bloccare o imporre un soft fork come BIP-360 o BIP-361: MiCA regola gli intermediari e gli emittenti di token, non il protocollo di consenso di Bitcoin, che resta governato esclusivamente dal processo di sviluppo open source e dal consenso dei partecipanti alla rete. Anche in questo senso, il paragone con la politica monetaria delle banche centrali, che pure continua a muovere il prezzo di Bitcoin più di qualunque discussione tecnica sulla resistenza quantistica, resta parziale.
Il mercato prezza già questo rischio?
Nonostante la quantità di articoli, ricerche e prese di posizione pubblicate nel 2026, il prezzo di Bitcoin non sembra aver reagito in modo significativo alla discussione sulla resistenza quantistica. Al momento della scrittura BTC/EUR scambia intorno a 56.900 euro secondo CoinGecko, un livello che riflette soprattutto le dinamiche macroeconomiche, a partire dai tassi d’interesse americani e dai flussi verso gli ETF spot, più che il timore di un attacco quantistico collocato, nella migliore delle ipotesi, a fine decennio. Come abbiamo raccontato parlando di come la politica della Fed muova Bitcoin nel 2026, sono le decisioni sui tassi USA a dominare l’attenzione degli investitori istituzionali nel breve periodo, relegando il rischio quantistico a una discussione per addetti ai lavori.
Questo non significa che il mercato ignori del tutto il tema: alcuni analisti on-chain hanno iniziato a distinguere, nei loro report, tra bitcoin custoditi in indirizzi esposti e bitcoin al sicuro in indirizzi mai riutilizzati, un dettaglio che fino a un anno fa quasi nessuno considerava rilevante ai fini della valutazione del rischio di un singolo portafoglio. Che questa distinzione si traduca in un vero sconto di prezzo per le monete più vulnerabili, un’idea che circola informalmente da mesi, resta per ora più una curiosità da conferenza che un fattore misurabile nei book degli exchange.
Le prossime tappe del dibattito
Nessuna delle proposte descritte in questo articolo è, al momento, vicina all’attivazione sulla rete principale. BIP-360 ha lo status di proposta formale unita al repository di riferimento ma non attivata; BIP-361 è ancora oggetto di revisione pubblica tra sviluppatori, con osservazioni tecniche arrivate anche da autori di proposte concorrenti. Il prossimo passaggio concreto, secondo chi segue da vicino il processo, sarà un consenso preliminare su quale combinazione di misure, tra migrazione volontaria, congelamento a scadenza, trust legali e soluzioni crittografiche come le PACTs, la comunità è disposta a sostenere, prima ancora di discutere i dettagli tecnici di un singolo BIP. Per orientarsi nella cronologia di un dibattito che si è mosso rapidamente nel giro di pochi mesi, la tabella seguente riassume le tappe principali registrate finora.
| Data | Evento |
|---|---|
| 11 febbraio 2026 | BIP-360 (Pay to Merkle Root) viene unito al repository bitcoin/bips |
| 14 aprile 2026 | Jameson Lopp e cinque coautori pubblicano BIP-361 |
| 16 aprile 2026 | Adam Back critica il congelamento forzato al Paris Blockchain Week |
| 21 aprile 2026 | Il Coinbase Quantum Advisory Council pubblica il proprio rapporto |
| 24 aprile 2026 | Giancarlo Lelli vince il Q-Day Prize di Project Eleven |
| 2 maggio 2026 | Dan Robinson presenta la proposta PACTs |
| 13 giugno 2026 | Nuovo confronto pubblico tra crittografi sulle diverse proposte |
| 4 luglio 2026 | Changpeng Zhao propone di congelare le monete di Satoshi dopo un preavviso |
Quello che emerge, mettendo in fila questi eventi, è un dibattito che si è spostato in pochi mesi dai forum tecnici alle prime pagine, senza però avvicinarsi a una soluzione condivisa. Taproot, l’aggiornamento che nel 2021 doveva semplicemente rendere Bitcoin più privato ed economico, si trova oggi al centro di una discussione sulla natura stessa della proprietà in un sistema che non prevede un’autorità capace di arbitrarla. Qualunque cosa la comunità deciderà, il modo in cui ci arriverà, per consenso informale come sempre accaduto in passato, sarà a sua volta un test della capacità di governance di Bitcoin tanto quanto lo è il problema crittografico che l’ha originato.
Domande frequenti
Cos’è Taproot e perché viene collegato al rischio dei computer quantistici?
Taproot è l’aggiornamento del protocollo Bitcoin attivato il 14 novembre 2021, composto dalle proposte BIP 340, 341 e 342, che ha introdotto le firme Schnorr e gli indirizzi P2TR. È collegato al rischio quantistico perché, a differenza degli indirizzi legacy e SegWit, la spesa key path di un indirizzo Taproot rivela per intero la chiave pubblica sulla blockchain fin dal momento della ricezione dei fondi, non solo al momento della spesa, rendendo quegli indirizzi teoricamente esposti a un attacco crittografico più a lungo.
Cosa succederebbe ai bitcoin di Satoshi Nakamoto se BIP-361 venisse attivato così com’è oggi?
Se BIP-361 venisse attivato senza modifiche, gli indirizzi di Satoshi Nakamoto, mai utilizzati dal 2010 e stimati in circa 1,1 milioni di BTC, rientrerebbero tra quelli soggetti al congelamento dopo il periodo di transizione previsto dalla proposta, a meno che qualcuno in grado di dimostrare il controllo delle chiavi non li migri prima della scadenza. È proprio questo scenario ad aver acceso il dibattito pubblico, con proposte alternative come il trust legale di Nic Carter o le PACTs di Dan Robinson pensate in parte per gestire casi come questo senza un congelamento definitivo.
I miei bitcoin sono a rischio se uso un wallet moderno?
Nella grande maggioranza dei casi il rischio pratico oggi resta minimo. I wallet moderni generano un nuovo indirizzo per ogni transazione in entrata, quindi la chiave pubblica non viene esposta finché non si spende da quell’indirizzo, e nessun computer quantistico esistente è vicino ad avere la potenza necessaria per l’attacco descritto dai ricercatori di Google. Il consiglio pratico più diffuso resta evitare il riutilizzo degli indirizzi e seguire l’evoluzione di BIP-360 per quando i wallet inizieranno a supportarlo.
Che differenza c’è tra BIP-360 e BIP-361?
BIP-360 è la proposta tecnica che ristruttura gli output Taproot per eliminare la spesa key path che espone la chiave pubblica, aprendo la strada a future firme resistenti al calcolo quantistico. BIP-361 è la proposta, più controversa, che stabilisce un calendario per obbligare la migrazione da schemi di firma vulnerabili, con il rischio di congelare le monete che non verranno spostate entro le scadenze previste. La prima è una base tecnica quasi universalmente accettata; la seconda è al centro dello scontro sulla governance descritto in questo articolo.
La Consob o un regolatore europeo possono bloccare o imporre un aggiornamento come questo?
No. La Consob e la Banca d’Italia, così come le altre autorità nazionali competenti sotto il regolamento MiCA, vigilano sui prestatori di servizi in cripto-attività e sugli emittenti di token, non sul protocollo di consenso di Bitcoin. Una decisione come l’attivazione di BIP-360 o BIP-361 dipende esclusivamente dal consenso tecnico tra sviluppatori, miner e nodi economici della rete, lo stesso meccanismo che ha attivato Taproot nel 2021, e nessun regolatore ha voce in capitolo diretta su questo processo.
Marco Bellini, redazione HOGE Wire Italia.