Taproot, l’upgrade silenzioso di Bitcoin quattro anni dopo
A oltre quattro anni dall'attivazione, Taproot ha cambiato in silenzio firme, privacy e scripting di Bitcoin. Adozione ferma al 15-20% e BTC intorno ai 53.700 euro: ecco un bilancio.
A oltre quattro anni dall’attivazione, Taproot resta l’aggiornamento più sottovalutato della storia recente di Bitcoin. Non ha spinto il prezzo verso nuovi record e non ha prodotto un’ondata di entusiasmo paragonabile a quella di altre reti, eppure ha riscritto in silenzio il modo in cui Bitcoin firma, verifica e nasconde le proprie transazioni. Con BTC scambiato intorno ai 53.700 euro, secondo i dati di CoinGecko, e ancora a circa metà strada dal massimo storico di 107.103 euro, è il momento giusto per un bilancio tecnico e di mercato.
Un aggiornamento silenzioso in un mercato debole
Il contesto aiuta a inquadrare il tema. Nell’ultimo mese BTC si è mosso in una forbice ampia, tra un minimo di circa 50.677 euro e un massimo di 63.516 euro, con una media intorno ai 54.700 euro. È un mercato laterale, lontano dagli eccessi del 2024, in cui l’attenzione degli operatori si è spostata dai token speculativi costruiti su Bitcoin verso l’infrastruttura di base. Bitcoin ha perso quasi la metà del valore rispetto al picco, il volume delle inscriptions si è sgonfiato e i riflettori mediatici sono altrove. Eppure è spesso nei mercati laterali che le fondamenta tecniche contano di più, e a quel livello, quello del protocollo, Taproot continua a produrre effetti: ogni portafoglio moderno, ogni canale Lightning e ogni progetto di secondo livello ne sfrutta le proprietà.
Che cos’è Taproot e perché Bitcoin ne aveva bisogno
Taproot è stato attivato nel novembre 2021, al blocco 709.632, dopo un processo di consenso noto come Speedy Trial. Era il primo aggiornamento rilevante del protocollo dai tempi di SegWit, nel 2017, e nasceva da anni di ricerca crittografica firmata tra gli altri da Pieter Wuille, Tim Ruffing e Anthony Towns. L’obiettivo era triplice: rendere le transazioni più efficienti in termini di spazio, migliorare la privacy degli smart contract e ampliare la flessibilità dello scripting senza intaccare il modello di sicurezza di Bitcoin. Come ricorda un’analisi di Chainalysis, Taproot non è un singolo cambiamento ma un pacchetto di tre proposte di miglioramento (BIP) che lavorano insieme.
Schnorr, Tapscript e MAST: la meccanica
Il cuore dell’aggiornamento sono le firme Schnorr, introdotte con la BIP 340 in sostituzione dello standard ECDSA usato dal 2009. La proprietà chiave delle firme Schnorr è la linearità: più firme possono essere aggregate in una sola. Grazie a schemi come MuSig2, un portafoglio multifirma o un gruppo di partecipanti può presentare alla rete una singola firma e una singola chiave pubblica, indistinguibili da quelle di un normale trasferimento tra due persone. Il risultato è meno spazio occupato, commissioni potenzialmente più basse e molta più privacy.
La BIP 341 definisce Taproot vero e proprio, basato su una struttura chiamata MAST (Merkelized Alternative Script Trees). In pratica una transazione può nascondere molte condizioni di spesa alternative in un albero di Merkle, rivelando soltanto quella effettivamente usata. Se tutte le parti sono d’accordo, la spesa avviene lungo il cosiddetto key path e appare come la più banale delle transazioni; solo in caso di disaccordo si scende lungo lo script path, mostrando il ramo di codice necessario. La BIP 342, infine, aggiorna il linguaggio di scripting (Tapscript) per far funzionare tutto questo.
| Componente | BIP | Funzione principale |
|---|---|---|
| Firme Schnorr | BIP 340 | Firme aggregabili e più compatte, base per la privacy multifirma |
| Taproot | BIP 341 | Struttura MAST con spesa via key path o script path |
| Tapscript | BIP 342 | Aggiornamento del linguaggio di scripting per le nuove regole |
L’adozione reale, numeri alla mano
Le buone idee crittografiche non si traducono automaticamente in utilizzo. Nel primo anno di vita Taproot ha viaggiato attorno all’1-2% delle transazioni, un tasso quasi simbolico. La svolta è arrivata con casi d’uso imprevisti: il lancio degli Ordinals a inizio 2023 ha portato la quota intorno al 4%, poi lo standard BRC-20 e soprattutto il protocollo Runes l’hanno spinta oltre il 39% entro gennaio 2024, come mostrano i dati on-chain raccolti da Glassnode. Nel primo semestre del 2026 la quota si è stabilizzata tra il 15% e il 20%. Per confronto, SegWit compare oggi in circa l’85-90% delle transazioni: Taproot resta quindi minoritario, ma ormai strutturale.
| Periodo | Evento | Quota Taproot |
|---|---|---|
| Nov 2021 | Attivazione al blocco 709.632 | circa 1-2% |
| Inizio 2023 | Lancio degli Ordinals | circa 4% |
| Gen 2024 | BRC-20 e Runes | oltre 39% |
| Apr 2024 | Picco Runes (23 aprile) | oltre 40% |
| 2026 (I semestre) | Raffreddamento | 15-20% |
Il motore involontario di Ordinals, BRC-20 e Runes
Uno degli effetti più curiosi di Taproot è stato abilitare qualcosa che i suoi autori non avevano in mente. Lo sconto sul peso dei dati testimoniali (witness) e la maggiore capacità degli script hanno reso possibile inscrivere immagini, testo e metadati direttamente nella blockchain di Bitcoin: sono nati così gli Ordinals e le inscriptions, seguiti dai token nello standard BRC-20. Il culmine è arrivato con Runes, il protocollo per token fungibili lanciato da Casey Rodarmor in coincidenza con l’halving dell’aprile 2024.
L’entusiasmo è stato tanto intenso quanto effimero. Il 23 aprile 2024 Runes ha toccato 753.584 transazioni in un solo giorno, arrivando in alcune giornate a rappresentare oltre l’80% dell’attività della rete e regalando ai miner uno dei periodi più redditizi di sempre. Diciotto mesi dopo il quadro è ribaltato: secondo The Block, Runes vale meno del 2% delle transazioni giornaliere, le commissioni generate sono scese sotto i 250.000 dollari al giorno e la media mobile a sette giorni delle transazioni è crollata intorno a 316.000, ai minimi da un anno e mezzo. La documentazione ufficiale del protocollo, ospitata sul sito degli Ordinals, resta un riferimento tecnico, ma il mercato ha voltato pagina.
Taproot e Lightning Network
Dove Taproot mostra il valore più duraturo è nei livelli superiori. Sulla Lightning Network sono arrivati i cosiddetti simple taproot channels, che sfruttano MuSig2 per far apparire l’apertura e la chiusura di un canale come una comunissima transazione a firma singola. In prospettiva, il passaggio dagli attuali HTLC ai PTLC (Point Time Locked Contracts), reso possibile proprio dalle firme Schnorr, promette pagamenti instradati più privati e meno correlabili tra loro. La rete di gossip che annuncia i canali dovrà adattarsi e i portafogli stanno integrando il supporto in modo graduale, ma nessuno strappo brusco è previsto: è l’approccio incrementale che Bitcoin predilige. La direzione, però, è chiara: meno metadati esposti e una superficie di analisi più ridotta per chi osserva la catena.
Privacy e fungibilità: una promessa a metà
La privacy, però, è un gioco collettivo. Taproot permette a un contratto complesso di assomigliare a un pagamento qualsiasi, ma questo vantaggio si materializza solo se un numero sufficiente di utenti usa le spese via key path: se poche transazioni sono di tipo Taproot, il semplice fatto di usarlo diventa a sua volta un segnale. Con una quota ferma tra il 15% e il 20%, l’insieme anonimizzante (anonymity set) resta più piccolo del potenziale. Il beneficio concreto oggi si vede soprattutto nelle chiusure cooperative dei canali e nei portafogli multifirma aziendali, che smettono di esibire pubblicamente la propria struttura. La fungibilità di Bitcoin ne guadagna, ma la promessa piena resta legata a un’adozione più ampia.
Il futuro conteso: covenant, OP_CTV e BitVM2
Il dibattito tecnico più acceso del 2026 riguarda i covenant, ossia la possibilità di vincolare come potranno essere spesi in futuro determinati bitcoin. La discussione, riassunta dal materiale di Bitcoin Optech, si è spostata dal vecchio schema binario (covenant sì o no) alla scelta di quali primitive introdurre. La proposta OP_CTV (BIP 119) ha ora un client di attivazione con parametri conservativi discussi sul forum Delving Bitcoin: segnalazione via BIP9 a partire dal 30 marzo 2026, soglia al 90% e altezza minima di attivazione fissata nel 2027. Va detto con chiarezza: a oggi nessun covenant è attivo sulla mainnet di Bitcoin, e OP_CTV resta allo stato di bozza.
Sul fronte più ambizioso, OP_CAT ha ottenuto la BIP 347, ma incontra resistenze legate a complessità, sicurezza e possibili nuovi rischi di MEV. Chi non vuole legare i propri tempi a un soft fork contestato guarda invece a BitVM2, che non richiede alcuna modifica del consenso: proprio su questa architettura si basa il bridge di Citrea, il primo ZK-rollup di Bitcoin, la cui mainnet è partita il 27 gennaio 2026. Sullo sfondo cresce un tema di lungo periodo, la vulnerabilità delle firme (Schnorr comprese) davanti a un futuro computer quantistico, che ha già aperto discussioni su formati di indirizzo resistenti come quelli abbozzati nella BIP 360.
Il nodo regolatorio: Consob, Banca d’Italia e MiCA
Per il lettore italiano la cornice normativa conta quanto la tecnologia. Bitcoin, in quanto asset realmente decentralizzato e privo di un emittente, sfugge in larga parte agli obblighi che il regolamento europeo MiCA impone a chi emette stablecoin o altri crypto-asset; restano invece pienamente soggetti alle regole i prestatori di servizi, i CASP come exchange e custodi. In Italia il decreto di adeguamento è il D.lgs. 129/2024, che affida a Consob la vigilanza su trasparenza e correttezza dei comportamenti e a Banca d’Italia i profili prudenziali e quelli legati agli stablecoin. Il periodo transitorio più breve previsto dalla normativa si è chiuso il 1° luglio 2026: da ieri gli operatori attivi verso il pubblico italiano devono essere autorizzati oppure interrompere il servizio. I derivati su Bitcoin, come futures e perpetual, restano invece fuori dal perimetro di MiCA e ricadono sotto la disciplina MiFID II. Non a caso Consob, insieme all’AMF francese e alla FMA austriaca, ha proposto una vigilanza europea più uniforme, con un ruolo diretto dell’ESMA sui CASP di maggiori dimensioni.
Un’infrastruttura che aspetta i suoi casi d’uso
Oltre quattro anni di dati raccontano un aggiornamento maturo ma ancora sottoutilizzato. Taproot ha fatto il suo lavoro sul piano ingegneristico: firme più leggere, contratti più privati, uno scripting più flessibile. Ciò che manca non è la tecnologia, ma le applicazioni capaci di sfruttarla su larga scala e in modo duraturo, oltre la parabola effimera dei token speculativi. Il destino di Taproot si deciderà più in alto, nei livelli secondari e nell’eventuale arrivo dei covenant, più che nella quota di transazioni di un singolo trimestre. Chi cerca rendimenti rapidi lo ignorerà ancora a lungo; chi ragiona in anni, invece, sa che gli aggiornamenti di Bitcoin si misurano in decenni, non in trimestri. Per ora Taproot resta quello che è sempre stato: un pezzo di idraulica silenziosa su cui, prima o poi, verrà costruito qualcosa di importante.
A cura di Marco Trevisan, redazione Bitcoin e Layer 1 di HOGE Wire.