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● Bitcoin & Layer-1s

Taproot, quattro anni dopo: cosa ha davvero cambiato

A oltre quattro anni dall'attivazione, Taproot resta l'upgrade più sottovalutato di Bitcoin. Oggi regge USDT su Lightning, gli Ordinals e la nuova ondata di layer 2 come BitVM.

Quando Bitcoin attivò Taproot il 14 novembre 2021, al blocco 709.632, buona parte del mercato guardava altrove: era il picco del toro e il prezzo correva verso i massimi storici. Quasi cinque anni dopo, con Bitcoin che nei primi giorni di luglio 2026 scambia intorno ai 53.000 euro secondo CoinGecko, quell’aggiornamento è diventato la fondazione silenziosa su cui poggiano stablecoin, token e la nuova generazione di layer 2. La sua adozione, però, resta parziale e i suoi effetti vengono spesso fraintesi. Vale la pena capire cosa Taproot ha davvero cambiato, e cosa no.

Che cos’è Taproot, in breve

Taproot è un soft fork, ossia un aggiornamento retrocompatibile del protocollo: i nodi non aggiornati continuano a validare i blocchi, mentre quelli aggiornati applicano le nuove regole. È il cambiamento più rilevante dai tempi di SegWit, nel 2017, e introduce un nuovo tipo di output chiamato Pay-to-Taproot (P2TR), riconoscibile dagli indirizzi che iniziano con ‘bc1p’. Un punto va chiarito subito: Taproot non tocca il tetto dei 21 milioni di bitcoin né il ritmo di emissione. Cambia soltanto il modo in cui le monete vengono bloccate e sbloccate, cioè come si costruiscono le condizioni di spesa. L’obiettivo dichiarato non era aggiungere funzioni appariscenti, ma rendere le transazioni complesse più economiche, più flessibili e più difficili da distinguere da un semplice pagamento.

Le tre BIP che formano l’aggiornamento

Sotto il nome Taproot convivono tre proposte di miglioramento, finalizzate nel gennaio 2020 e descritte nei documenti ufficiali del repository Bitcoin Improvement Proposals. La BIP 340 introduce le firme di Schnorr; la BIP 341 definisce le regole di spesa di Taproot, formalmente la versione 1 di SegWit; la BIP 342, nota come Tapscript, aggiorna il linguaggio di scripting per adattarlo alle nuove firme. Le firme di Schnorr sostituiscono l’algoritmo ECDSA usato fin dal 2009. Il vantaggio più immediato è dimensionale: una firma Schnorr occupa al massimo 64 byte, contro i circa 72 di una firma ECDSA. Ma il beneficio strutturale è un altro, la cosiddetta linearità, che consente di combinare più chiavi e più firme in un’unica firma valida e abilita la validazione in lotti da parte dei nodi, con guadagni sulla velocità di sincronizzazione.

Privacy ed efficienza: cosa migliora davvero

La linearità delle firme Schnorr abilita l’aggregazione delle chiavi tramite schemi come MuSig2. In pratica, un portafoglio multifirma tre-su-tre può produrre una singola firma che, sulla blockchain, appare identica a quella di un normale pagamento da un solo firmatario. Prima di Taproot, un multisig rivelava pubblicamente il numero di firmatari e le rispettive chiavi. Il secondo pilastro è il MAST (Merkelized Alternative Script Tree). Un contratto Bitcoin può prevedere molte condizioni di spesa alternative; con il MAST solo il ramo effettivamente utilizzato viene rivelato al momento della spesa, mentre gli altri restano nascosti dentro una radice di Merkle. Il risultato combinato è quello che gli sviluppatori chiamano spesa key-path: la tesoreria di un’azienda con una politica di firma articolata e un privato che invia due spiccioli possono assumere la stessa forma sulla catena. Meno dati pubblicati significano commissioni più basse e una privacy di insieme migliore.

Come fu attivato: lo Speedy Trial del 2021

Dopo le tensioni sulla scalabilità del 2017, la comunità scelse un percorso di attivazione deliberatamente prudente, battezzato Speedy Trial e incluso in Bitcoin Core 0.21.1. Il meccanismo richiedeva che il 90% dei blocchi in un periodo di ricalibrazione da 2.016 blocchi, circa due settimane, segnalasse il sostegno all’aggiornamento. La soglia fu raggiunta nel giugno 2021, il lock-in venne confermato e Taproot entrò in vigore mesi dopo, al blocco 709.632, come documentato sulla Bitcoin Wiki. Nessuna spaccatura, nessun hard fork e nessuna moneta duplicata: un contrasto voluto con le battaglie che avevano lacerato la comunità pochi anni prima.

I numeri dell’adozione

Qui arriva la parte scomoda. A differenza di SegWit, presente oggi in circa l’85-90% delle transazioni secondo il tracker di Spark, Taproot ha faticato a diffondersi in modo organico. All’inizio del 2026 le transazioni che spendono almeno un input Taproot rappresentano circa il 15-20% dell’attività di rete, secondo i grafici di mainnet.observer. Il picco, oltre il 40%, si toccò all’inizio del 2024, trainato non dai wallet ma da un uso imprevisto: gli Ordinals e il lancio del protocollo Runes.

PeriodoQuota di attività TaprootFattore trainante
Fine 2021 (attivazione)meno dell’1%Wallet non ancora aggiornati
Inizio 2023circa 5-10%Primi wallet P2TR, avvio degli Ordinals
Inizio 2024 (picco)oltre il 40%Ordinals più lancio di Runes
23 aprile 2024 (lancio Runes)oltre l’81% giornalieroConiazione di massa dei Runes
Inizio 2026circa 15-20%Adozione organica dei wallet

La lettura è duplice. Da un lato, la capacità di Taproot resta ampiamente sottoutilizzata dai pagamenti tradizionali; dall’altro, l’infrastruttura ha dimostrato di reggere ondate di domanda imponenti senza il minimo intoppo a livello di consenso.

Ordinals e Runes: l’uso imprevisto della witness

Il protocollo Ordinals, rilasciato da Casey Rodarmor all’inizio del 2023, sfrutta proprio Taproot. Le iscrizioni memorizzano dati arbitrari, immagini, testo, persino audio, all’interno del campo witness di una spesa script-path, beneficiando dello sconto sui dati testimoniali introdotto con SegWit. Ogni iscrizione è, tecnicamente, una transazione Taproot: è il motivo per cui il numero totale ha superato gli 80 milioni a metà 2026, come ricorda la documentazione ufficiale di Ordinals. Il dibattito che ne è seguito è tutt’altro che chiuso. Per una parte della comunità, riempire i blocchi di immagini e token snatura la funzione monetaria di Bitcoin e gonfia le commissioni; per un’altra, si tratta di transazioni che pagano il loro spazio come tutte le altre. Comunque la si veda, Ordinals e Runes hanno mostrato dal vivo cosa Tapscript rende possibile.

Taproot Assets: le stablecoin arrivano su Bitcoin

L’applicazione più concreta è arrivata dal lavoro di Lightning Labs. Taproot Assets, in origine chiamato Taro, è un protocollo che permette di emettere asset, tipicamente stablecoin, ancorandoli a output Taproot e spostandoli poi sulla Lightning Network con regolamento quasi istantaneo. Non nasce una nuova catena: le prove di validità degli asset restano fuori dalla blockchain e solo l’impegno crittografico finisce sulla catena. La versione 0.6, annunciata il 24 giugno 2025, è stata definita dal team il primo protocollo multi-asset su Lightning in mainnet; sono seguite la 0.7 a dicembre 2025, con indirizzi riutilizzabili e forniture verificabili, e la 0.8 a metà 2026. Il salto di scala è arrivato con Tether. Dopo l’annuncio al Plan B Forum di El Salvador del 30 gennaio 2025, il 21 marzo 2026 l’amministratore delegato Paolo Ardoino ha confermato che USDT è operativo su Lightning tramite Taproot Assets, al termine di un’integrazione durata quattordici mesi. In concreto, significa inviare dollari digitali sulla rete di Bitcoin con commissioni di base intorno a 1 sat/vB. La stablecoin più grande al mondo sul layer 1 più conservativo: un esito che pochi, nel 2021, avrebbero previsto.

BitVM e la nuova ondata di layer 2

Taproot è anche il presupposto tecnico di BitVM, il paradigma presentato da Robin Linus nell’ottobre 2023 per eseguire calcoli arbitrari verificabili su Bitcoin senza modificare il protocollo. L’idea sfrutta gli alberi di script di Taproot e il meccanismo delle prove di frode: la computazione avviene fuori catena e la blockchain interviene solo per dirimere le eventuali dispute. Le iterazioni successive, BitVM2 e BitVM3, puntano a bridge sempre più efficienti verso i layer 2. Attorno a questo filone è nata una piccola industria: progetti come Citrea, Alpen Labs, Bitlayer, Babylon e BOB stanno costruendo rollup e ponti a fiducia minimizzata ancorati a Bitcoin. Nessuno di questi sarebbe immaginabile senza le fondamenta poste da Taproot, e in particolare senza gli alberi di script che Tapscript ha reso pratici.

Il nodo regolamentare: MiCA, Consob e gli asset su Bitcoin

Un chiarimento è doveroso per i lettori italiani. Taproot in sé è un protocollo, non un soggetto vigilato: non ha un emittente, non offre un servizio e non rientra nel perimetro del regolamento MiCA, che disciplina i prestatori di servizi in criptoattività (CASP) e gli emittenti di token, non il codice di consenso. In Italia la vigilanza spetta a Consob e a Banca d’Italia, secondo il decreto legislativo 129/2024, con il regime transitorio per i CASP nazionali chiuso il 1 luglio 2026. Diverso è il discorso per ciò che viene costruito sopra Taproot. Una stablecoin come USDT, anche quando circola come Taproot Asset, resta un token di moneta elettronica ai sensi di MiCA: la sua distribuzione al dettaglio nell’Unione europea dipende dai requisiti di autorizzazione dell’emittente, non dal binario tecnico su cui viaggia. Sul piano fiscale, allo stesso modo, cedere o convertire criptoattività resta imponibile per i residenti italiani, con l’aliquota sulle plusvalenze salita al 33% dal 1 gennaio 2026. Il livello tecnologico e quello normativo vanno tenuti ben distinti.

Cosa aspettarsi

A quattro anni e mezzo dall’attivazione, il bilancio di Taproot è paradossale. L’obiettivo originario, portare privacy ed efficienza ai pagamenti ordinari, resta in gran parte inespresso: la spesa key-path per i multisig si diffonde lentamente e i wallet più diffusi aggiornano i loro parametri predefiniti senza fretta. Nel frattempo, gli usi che nessuno aveva messo in cima alla lista, iscrizioni, token e stablecoin, sono diventati i principali motori di adozione. Per l’ecosistema è una lezione utile: le fondamenta tecniche contano più delle previsioni su come verranno usate. Se BitVM manterrà le promesse e se le stablecoin su Lightning troveranno un pubblico oltre la nicchia, Taproot potrebbe rivelarsi l’aggiornamento più consequenziale della storia recente di Bitcoin, molto tempo dopo essere passato quasi inosservato. Per investitori e sviluppatori italiani, la variabile da monitorare non è tanto il prezzo di BTC quanto la quota di attività che, blocco dopo blocco, migra verso questi nuovi binari.

Analisi a cura della redazione di HOGE Wire.

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