Taproot a cinque anni: adozione, asset e rischio quantistico
A cinque anni dall'attivazione, Taproot resta il soft fork più sottoutilizzato di Bitcoin. Tra Taproot Assets, stablecoin su Lightning e timori quantistici, ecco dove siamo nel 2026.
Quando Taproot si è attivato sulla rete Bitcoin il 14 novembre 2021, al blocco 709.632, gran parte della community lo aveva accolto come il più importante aggiornamento dai tempi di SegWit. Cinque anni dopo il bilancio è più sfumato di quanto le previsioni iniziali lasciassero immaginare: la tecnologia ha mantenuto le promesse sul piano crittografico, ma l’adozione resta parziale e il contesto, fra Taproot Assets, stablecoin su Lightning e i primi timori legati al calcolo quantistico, è cambiato in profondità.
Con Bitcoin scambiato intorno ai 52.200 euro e in calo di circa il 37% sull’arco degli ultimi dodici mesi, vale la pena fare il punto su che cosa Taproot abbia davvero portato al layer 1 e su dove si stia muovendo l’ecosistema. Questa analisi è pensata per il cluster bitcoin-layer1, con uno sguardo anche alle ricadute per il gaming e i micropagamenti.
Che cos’è Taproot e perché conta ancora nel 2026
Taproot è un soft fork, cioè un aggiornamento retrocompatibile: i nodi che non si aggiornano continuano a funzionare, ma non leggono le nuove regole. L’obiettivo era triplice: rendere le transazioni complesse (multisig, contratti, canali Lightning) indistinguibili da un normale pagamento fra due indirizzi, ridurre il peso in byte di quelle transazioni e aprire spazio di progettazione per le applicazioni future. In sintesi: più privacy, meno commissioni e più flessibilità per gli sviluppatori.
Il cuore del meccanismo sta negli indirizzi Pay-to-Taproot (P2TR), riconoscibili dal prefisso bc1p e basati sulla codifica bech32m della BIP 350. A differenza dei vecchi script, un indirizzo Taproot può nascondere un intero albero di condizioni di spesa e rivelare soltanto il ramo effettivamente usato, lasciando tutto il resto invisibile sulla blockchain.
Le tre BIP che formano Taproot
Tecnicamente Taproot non è una singola modifica, ma un pacchetto di tre Bitcoin Improvement Proposal che lavorano insieme.
- BIP 340: introduce le firme Schnorr sulla curva secp256k1, in alternativa all’algoritmo ECDSA usato fino ad allora.
- BIP 341: definisce la struttura Taproot vera e propria, con il key path, lo script path e l’uso dei Merkelized Alternative Script Tree (MAST).
- BIP 342: nota come Tapscript, aggiorna il linguaggio di scripting per sfruttare Schnorr e semplificare l’aggiunta di nuove funzioni in futuro.
L’attivazione è avvenuta con il meccanismo Speedy Trial, una variante della BIP 8 che richiedeva il 90% di segnalazione da parte dei miner in un periodo di difficoltà. La soglia è stata raggiunta nel giugno 2021 e il blocco di attivazione è scattato a novembre, senza le tensioni che avevano accompagnato l’aggiornamento SegWit del 2017.
Firme Schnorr e aggregazione delle chiavi
La novità crittografica più rilevante sono le firme Schnorr. Rispetto a ECDSA offrono una proprietà preziosa, la linearità, che permette di combinare più firme e più chiavi pubbliche in una sola. Grazie a schemi come MuSig2 un portafoglio multisig 3-su-5, per esempio quello di una tesoreria aziendale o di un fondo, può comparire sulla blockchain esattamente come un comune pagamento a firma singola.
I vantaggi sono concreti: una transazione più piccola significa commissioni più basse, e l’indistinguibilità fra firma singola e firma aggregata migliora la privacy di tutti, non solo di chi usa il multisig. Per i canali Lightning, in particolare, apertura e chiusura diventano più economiche e più difficili da tracciare.
Adozione reale: i numeri raccontano una storia complicata
Qui arriva la parte meno entusiasmante. A cinque anni dall’attivazione Taproot resta sottoutilizzato rispetto al potenziale. I dati on-chain raccolti da Glassnode descrivono una curva irregolare, fatta di picchi legati a mode passeggere e di lunghe fasi di stallo.
| Periodo | Quota Taproot | Contesto |
|---|---|---|
| Nov 2021 | circa 0% | Attivazione al blocco 709.632 |
| Mag 2023 | fino al 75% delle transazioni on-chain | Boom degli inscription e degli Ordinals |
| Gen 2024 | circa 39% | Spinta dei token BRC-20 |
| 2024 (media) | circa 42% | Picco del ciclo |
| 2025 | circa 20% | Calo, anche per i timori quantistici |
| Gen 2025 | 32,5% degli output, 0,74% della supply | Molti indirizzi, poco valore custodito |
Il dato più istruttivo è proprio l’ultimo: a inizio 2025 gli indirizzi Taproot rappresentavano circa il 32,5% degli output UTXO, ma custodivano appena lo 0,74% di tutti i bitcoin in circolazione. Tradotto: molti indirizzi nuovi, spesso legati a inscription e ad attività sperimentali, ma poco valore reale parcheggiato in P2TR. La maggioranza dei bitcoin resta su formati di indirizzo più datati.
L’andamento ricorda quello di SegWit, che impiegò anni per diventare maggioritario. La differenza è che parte del calo del 2025 dipende da una preoccupazione nuova, di cui parliamo fra poco: il rischio quantistico.
Taproot Assets: stablecoin e valute su Bitcoin
Se sul fronte dei pagamenti puri l’adozione è lenta, è sul versante degli asset che Taproot ha trovato l’applicazione più ambiziosa. Taproot Assets, il protocollo sviluppato da Lightning Labs, sfrutta la struttura di Taproot per emettere token (stablecoin, valute, asset da collezione) direttamente su Bitcoin e farli viaggiare sulla Lightning Network in modo quasi istantaneo e a basso costo.
Il 2025 è stato l’anno della maturità per il protocollo. La versione 0.6, uscita a giugno, ha portato fino a 20 canali Taproot Assets in entrata per ciascun ricevente, ampliando le possibilità di routing; la release di dicembre si è poi concentrata sull’irrobustimento delle prove di emissione e sulla semplificazione dei flussi on-chain. Nel frattempo Tether ha annunciato l’arrivo di USDT su Bitcoin proprio attraverso questo standard, come riportato da The Block.
Per il lettore italiano il punto è concreto: una stablecoin in euro o in dollari che si muove su Lightning con commissioni di frazioni di centesimo apre scenari di pagamento che la sola Bitcoin, volatile e con tempi di conferma di minuti, non poteva coprire.
Ordinals, Runes e l’eredità ingombrante di Taproot
C’è un capitolo che in pochi avevano previsto. Lo spazio di progettazione aperto da Taproot, in particolare la possibilità di inserire dati più flessibili nel campo witness, è stato sfruttato dal protocollo Ordinals per iscrivere immagini, testi e token direttamente nei blocchi. Da lì sono nati prima i BRC-20 e poi il protocollo Runes.
Il fenomeno ha avuto un impatto enorme sulle commissioni, ma di breve durata. Secondo Blockspace Media, nel 2025 le commissioni mensili aggregate sono crollate di circa il 50% su base annua (intorno ai 220 milioni di euro contro i circa 405 milioni del 2024) e le transazioni giornaliere sono scese dagli oltre 700.000 di metà 2024 a una media vicina alle 316.000. Runes, che a un certo punto pesava per quasi il 90% delle commissioni di rete, è finito sotto il 2%.
È una lezione utile sul layer 1: la stessa flessibilità che rende Taproot potente può tradursi in ondate speculative tanto intense quanto effimere, con effetti collaterali su chi usa Bitcoin per i pagamenti ordinari.
Il nodo quantistico: BIP 360 e l’ipotesi di rimuovere il key path
Il tema più discusso del biennio 2025-2026 riguarda la resistenza al calcolo quantistico. Gli indirizzi P2TR espongono nell’output una chiave pubblica (sia pure in forma modificata), e una chiave pubblica visibile è in teoria il bersaglio ideale per un futuro computer quantistico capace di risolvere il logaritmo discreto. Uno studio di Chaincode Labs ha stimato che circa 6,26 milioni di BTC sono potenzialmente esposti a causa di chiavi pubbliche riutilizzate, per un valore di centinaia di miliardi di euro.
La risposta della community si muove su due binari. Il primo è la BIP 360, che propone un nuovo tipo di indirizzo, pensato per ospitare algoritmi post-quantistici, così da rendere Taproot più resistente. Il secondo, più radicale, è una proposta nota come P2MR (Pay-to-Merkle-Root), descritta da CryptoSlate e integrata nel repository delle BIP l’11 febbraio 2026: in pratica un Taproot a cui viene tolto il key path, lasciando solo lo script path.
Il compromesso non è gratuito. Oggi fra il 60% e l’80% delle spese P2TR usa il key path perché è più piccolo ed economico (circa 66 byte di witness). Rimuoverlo porterebbe la dimensione minima a 103 byte, con commissioni più alte e meno privacy, perché ogni spesa rivelerebbe l’uso di un albero di script. Nessun nodo ha ancora adottato la proposta e non esiste un calendario di attivazione: è un dibattito aperto, non una decisione presa.
Che cosa cambia per il gaming e i micropagamenti
Per un pubblico che segue tanto le criptovalute quanto il gaming, la combinazione Taproot, Lightning e Taproot Assets è forse la parte più stimolante. I micropagamenti istantanei e quasi gratuiti abilitano modelli che le carte di credito non reggono: pagare a partita, a vita guadagnata, al secondo di streaming, oppure distribuire mance e premi in tempo reale.
Con le stablecoin su Taproot Assets uno studio di sviluppo può prezzare oggetti e abbonamenti in euro o in dollari, evitando di esporre il giocatore alla volatilità di Bitcoin, e regolare i pagamenti su un binario aperto e senza intermediari. Gli inscription, dal canto loro, hanno dimostrato (con tutti i loro eccessi) che è possibile rappresentare oggetti digitali da collezione direttamente sul layer 1, anche se per gli asset di gioco soluzioni più leggere restano spesso preferibili.
Il quadro normativo italiano: Consob, MiCAR e la scadenza del 1° luglio
Le innovazioni tecniche non vivono in un vuoto regolatorio. In Italia il perimetro è fissato dal regolamento europeo MiCAR (Regolamento UE 2023/1114), recepito con il Decreto legislativo 129/2024 che individua in Consob e Banca d’Italia le autorità competenti. Il periodo transitorio si chiude il 1° luglio 2026: da quella data i prestatori di servizi privi dell’autorizzazione CASP non potranno più operare legalmente verso il pubblico europeo.
Sul fronte fiscale, come segnalato da MilanoFinanza, dal 2026 ogni plusvalenza in cripto va dichiarata e tassata dal primo euro: salta la vecchia soglia di esenzione dei 2.000 euro e l’aliquota sale al 33% dal 1° gennaio 2026 (resta al 26% per i token di moneta elettronica in euro conformi a MiCA). La prima autorizzazione CASP italiana è stata rilasciata da Consob a maggio 2026.
Per chi emette stablecoin o asset tramite Taproot Assets il messaggio è netto: la tecnologia abilita, ma la conformità resta un prerequisito per offrire servizi al pubblico italiano.
Prospettive: covenant, privacy e una curva lenta
Dove va Taproot da qui? Tre direzioni sembrano già delineate. La prima è l’irrobustimento contro la minaccia quantistica, con il confronto su BIP 360 e P2MR destinato a durare anni. La seconda è il consolidamento di Taproot Assets come binario per stablecoin e pagamenti, dove il vero banco di prova sarà l’integrazione con i wallet e le applicazioni di uso quotidiano. La terza riguarda i covenant, le proposte (da OP_CAT a CTV) che costruiscono sul terreno preparato da Taproot per abilitare contratti più espressivi senza sacrificare la semplicità.
La sintesi è quella di un aggiornamento riuscito sul piano dell’ingegneria ma ancora in cerca della sua adozione di massa. Taproot ha fatto ciò che prometteva; ora tocca all’ecosistema, e in parte ai regolatori, decidere quanto in fretta il layer 1 saprà sfruttarlo. Come per SegWit, la risposta si misurerà in anni, non in mesi.
Di Marco Ferri, redattore senior di HOGE Wire, cluster bitcoin-layer1.