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● Bitcoin & Layer-1s

Taproot quattro anni dopo: il bilancio sul layer 1 di Bitcoin

A quattro anni dall'attivazione, Taproot resta la base di Ordinals, Runes e del dibattito sulle covenant. Adozione, Taproot Assets e regole MiCA in Italia, con prezzi in euro.

A quasi quattro anni dall’attivazione, Taproot resta l’ultimo grande aggiornamento del consenso di Bitcoin e, allo stesso tempo, il punto di partenza di quasi tutto ciò che si discute oggi sul layer 1. Mentre il prezzo di Bitcoin oscilla intorno ai 54.000 euro (54.091 euro secondo CoinGecko il 3 luglio 2026), il confronto tra sviluppatori non ruota più attorno agli ETF o alle previsioni di prezzo, ma a ciò che quell’aggiornamento ha reso possibile e a ciò che manca ancora per portare contratti più articolati sulla catena principale.

Taproot non ha cambiato le regole monetarie di Bitcoin: non tocca l’offerta massima, la ricompensa dei blocchi o il tempo medio tra un blocco e l’altro. Ha invece riscritto il modo in cui le transazioni vengono firmate e il modo in cui gli script vengono nascosti e rivelati. Da quella base sono nati gli Ordinals, i token Runes, i Taproot Assets e l’attuale dibattito sulle covenant. Vale la pena ripercorrere che cosa è successo, con i numeri di adozione alla mano, per capire dove porta la discussione tecnica nel 2026.

Le tre BIP dietro l’aggiornamento

Taproot è stato attivato a novembre 2021, al blocco 709.632, dopo un percorso di segnalazione dei miner noto come Speedy Trial che aveva raggiunto la soglia del 90% a giugno di quello stesso anno. Come ricorda Bitcoin Optech, si tratta di un soft fork, quindi retrocompatibile: i nodi non aggiornati continuano a considerare valide le transazioni Taproot, pur senza applicarne le regole aggiuntive.

Sotto il nome Taproot convivono tre proposte distinte. La BIP 340 introduce le firme Schnorr al posto dell’ECDSA usato dalle firme tradizionali; la BIP 341 definisce il nuovo tipo di output Pay-to-Taproot (P2TR); la BIP 342, o Tapscript, aggiorna il linguaggio di scripting per le spese Taproot. Insieme, questi tre documenti sono il motore di tutto il resto.

Key path e script path: efficienza e privacy

La novità più elegante di Taproot è la possibilità di spendere un output in due modi alternativi. Con il key path la transazione viene sbloccata da una singola firma Schnorr, esattamente come un pagamento banale verso un solo destinatario. Con lo script path viene invece rivelato uno script più complesso (un multisig, un canale Lightning, un contratto con vincoli temporali), ma solo il ramo effettivamente usato diventa pubblico, grazie alla struttura ad albero nota come MAST.

Il risultato pratico è duplice. Sul fronte della privacy, un portafoglio aziendale a firma multipla e un pagamento personale possono apparire identici sulla catena, perché entrambi si presentano come una spesa key path. Sul fronte dei costi, le firme Schnorr hanno una dimensione fissa di 64 byte e sono lineari, una proprietà che consente di aggregare più firme in una sola tramite schemi come MuSig2. Gli indirizzi Taproot, riconoscibili dal prefisso bc1p del formato bech32m, sono la porta d’accesso a questo meccanismo.

Adozione: i numeri dopo quattro anni

L’adozione di Taproot ha seguito una curva tutt’altro che lineare. Nei primi mesi la quota di transazioni che usavano output P2TR era vicina all’1%, un valore che rifletteva la lentezza con cui portafogli ed exchange aggiornano l’infrastruttura. La svolta è arrivata con gli Ordinals e poi con i Runes, che hanno spinto l’uso di Taproot oltre il 40% all’inizio del 2024, prima di un progressivo rientro. I dati di Glassnode mostrano oggi una quota stabilizzata tra il 15% e il 20%, ora trainata più dall’adozione organica dei portafogli che dalla speculazione sulle iscrizioni.

PeriodoQuota transazioni TaprootFattore trainante
Fine 2021Circa 1%Attivazione e prime integrazioni
Inizio 2023Circa 4%Lancio degli Ordinals
Gennaio 2024Circa 40%BRC-20 e attesa dei Runes
202515-20%Raffreddamento delle iscrizioni
202615-20%Adozione organica dei portafogli
Fonte: elaborazione su dati Glassnode, quota di transazioni con almeno un output Taproot.

Per confronto, SegWit, l’aggiornamento del 2017 su cui Taproot si appoggia, viene toccato da circa l’85-90% delle transazioni. La distanza tra i due numeri racconta bene la differenza tra un aggiornamento diventato standard di fatto e uno ancora in fase di diffusione. Il dato interessante è che la quota attuale non dipende più dalle mode speculative: significa che portafogli, custodi e servizi di pagamento stanno integrando Taproot come impostazione predefinita, un segnale di maturità più solido dei picchi del 2024.

Ordinals, Runes e l’economia degli asset su Bitcoin

Il legame tra Taproot e la nuova ondata di asset su Bitcoin è diretto. Il protocollo Ordinals, presentato all’inizio del 2023, sfrutta lo spazio testimone (witness) reso più capiente da Taproot per inscrivere dati arbitrari, dalle immagini ai token in standard BRC-20, direttamente sulla catena. Nell’aprile 2024, in concomitanza con l’halving al blocco 840.000, è arrivato il protocollo Runes, pensato per creare token fungibili in modo più efficiente rispetto al BRC-20. La documentazione ufficiale di Ordinals descrive un meccanismo che combina un messaggio in OP_RETURN con la logica di trasferimento.

L’entusiasmo iniziale è stato notevole e poi si è sgonfiato. Nei giorni del lancio i Runes superavano le 750.000 transazioni giornaliere, per poi scendere sotto le 100.000 entro fine anno, come documentato dalla copertura di Cointelegraph. Il consolidamento del settore è proseguito nel 2026: a marzo un grande marketplace ha chiuso il supporto agli asset Ordinals e Runes, mentre nuove piattaforme unificate hanno raccolto l’utenza in cerca di un punto di riferimento. Per i miner questa volatilità si traduce in commissioni meno prevedibili, un tema sempre più rilevante dopo l’halving.

Taproot Assets: il ponte verso Lightning

Accanto all’uso speculativo, Taproot ha aperto anche una strada più orientata ai pagamenti. Il protocollo Taproot Assets, sviluppato da Lightning Labs ed erede del progetto un tempo chiamato Taro, permette di emettere e trasferire asset (comprese le stablecoin) ancorati alla catena Bitcoin e poi instradarli sulla rete Lightning. La documentazione di Lightning Labs spiega come gli asset vengano rappresentati sfruttando la struttura ad albero di Taproot, mantenendo un impatto minimo sulla dimensione delle transazioni on-chain.

L’obiettivo è portare su Lightning valute diverse dal solo Bitcoin, con pagamenti rapidi e a basso costo in dollari o euro tokenizzati. È un tassello che avvicina Bitcoin ai casi d’uso quotidiani, ma che intreccia subito il tema regolatorio: una stablecoin che circola su Lightning resta a tutti gli effetti una cripto-attività soggetta alle regole comuni, come vedremo più avanti.

Covenant: la partita ancora aperta

La discussione tecnica più accesa del 2026 riguarda le cosiddette covenant, ossia la possibilità di vincolare come e dove potranno essere spesi in futuro i fondi ricevuti. Tapscript ha lasciato di proposito alcuni spazi liberi (gli opcode OP_SUCCESS) proprio per consentire estensioni future senza un nuovo hard fork. La proposta più discussa è OP_CAT (BIP 347), che reintroduce un’operazione di concatenazione e ha raggiunto lo stato Complete, con versione 1.0.0 datata marzo 2026.

OP_CAT non è sola. Sul tavolo restano CTV (BIP 119), CSFS, il pacchetto LNHANCE e le architetture di verifica fuori catena come BitVM. Come nota The Block, il dibattito si è spostato dal vecchio schema covenant sì o covenant no alla domanda su quale combinazione di primitive offra più programmabilità con la minor modifica del consenso. Resta aperto il nodo del metodo di attivazione: diversi sviluppatori ritengono che lo Speedy Trial, adatto a Taproot perché poco controverso, non sia appropriato per cambiamenti su cui manca un consenso ampio.

Sicurezza, quantum e nodi ancora aperti

Non tutto è filato liscio. Un tema emerso con forza riguarda il fatto che gli output Taproot espongono la chiave pubblica direttamente sulla catena, a differenza dei vecchi indirizzi che ne mostravano solo l’hash fino al momento della spesa. In uno scenario di calcolo quantistico avanzato, una chiave pubblica esposta è teoricamente più vulnerabile, e parte del rientro nell’uso di Taproot nel 2025 è stata attribuita anche a questa preoccupazione, oltre che al calo delle iscrizioni.

Va detto che si tratta di un rischio prospettico, non attuale: nessun computer quantistico oggi disponibile è in grado di minacciare le firme di Bitcoin. Il tema alimenta però la ricerca su schemi post-quantistici e su come un’eventuale migrazione delle firme potrebbe convivere con la struttura introdotta da Taproot. Nel frattempo, tecnologie come le firme a soglia FROST e i descrittori Miniscript continuano a beneficiare del modello a doppio percorso di spesa, segno che il potenziale dell’aggiornamento è lontano dall’essere esaurito.

MiCA, Consob e gli asset nati sul layer 1

Il layer 1 di Bitcoin non vive in un vuoto normativo. Dal primo luglio 2026 si è chiuso in Italia il periodo transitorio previsto dal Regolamento (UE) 2023/1114, noto come MiCA: chi offre servizi su cripto-attività al pubblico deve ora essere autorizzato come CASP, e finora il numero di operatori abilitati resta ristretto. La Consob vigila su condotta e integrità del mercato, mentre alla Banca d’Italia spettano i profili prudenziali e antiriciclaggio, come indicato nell’elenco ufficiale dei soggetti operanti in cripto-attività.

Che rapporto c’è con Taproot? Un token Runes o un asset emesso via Taproot Assets non è regolato dal codice di Bitcoin, ma dal suo profilo economico. Se una stablecoin costruita su questi standard è ancorata a una sola valuta, ricade nella categoria dei token di moneta elettronica; se è collegata a un paniere di attività, in quella dei token collegati ad attività. In pratica l’infrastruttura tecnica è neutra, ma il modo in cui un asset viene commercializzato in Italia determina quali obblighi scattano verso Consob e Banca d’Italia. Per chi emette o distribuisce questi strumenti, ignorare la distinzione non è più un’opzione.

Prezzo, mercato e prospettive per il 2026

Sul mercato il contesto resta prudente. Il 3 luglio 2026 Bitcoin viene scambiato intorno ai 54.091 euro, in progresso di circa il 2,2% sui sette giorni ma ancora quasi il 50% sotto il massimo storico di 107.103 euro. Nel mese tra inizio giugno e inizio luglio la forbice si è mossa tra un minimo di 50.677 euro e un massimo di 63.516 euro, secondo i dati di CoinGecko. Un intervallo ampio, che pesa sulle scelte di chi costruisce sul layer 1.

Il filo che lega prezzo e tecnologia passa dalle commissioni. Con l’attività di iscrizione in calo e la ricompensa dei blocchi dimezzata dopo l’ultimo halving, i miner dipendono di più dalle commissioni per sostenere i ricavi. Ogni nuovo uso dello spazio di blocco, che sia una covenant, un asset Taproot o un canale Lightning più efficiente, entra quindi in un equilibrio economico delicato. La domanda per i prossimi mesi non è se Bitcoin adotterà nuove funzioni, ma quali, con quale metodo di attivazione e con quale effetto sulle commissioni.

Taproot ha dimostrato che un aggiornamento tecnicamente conservativo può generare, negli anni, effetti che i suoi stessi autori non avevano previsto. La prossima mossa del layer 1 dirà se la comunità saprà ripetere quell’equilibrio tra prudenza e ambizione.

A cura della redazione di HOGE Wire, desk Bitcoin e layer 1.

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