Akash 2026: la domanda c’è, ma chi fornisce le GPU?
Su Akash la domanda di calcolo per l'AI cresce, ma i provider di GPU sono scesi al minimo storico. Viaggio nell'economia dell'offerta, tra Homenode, incentivi e il confronto con CoreWeave.
Michael Intrator, amministratore delegato di CoreWeave, ha ripetuto la stessa diagnosi alla presentazione dei conti trimestrali: il vincolo nell’AI non è più se le imprese e i laboratori vogliano procedere, ma quanto rapidamente si riesca a fornire capacità cloud affidabile e ad alte prestazioni (ne ha parlato ai risultati di CoreWeave). Greg Osuri, fondatore di Akash Network, lo dice da mesi con una formula più secca: «l’AI si muove in mesi, l’energia si muove in anni». Due frasi, la stessa idea: nel 2026 chi controlla la potenza di calcolo controlla il ritmo dell’intera industria.
Akash nasce esattamente da questa tensione. È un marketplace decentralizzato di calcolo: non possiede data center, non compra schede grafiche, si limita a mettere in contatto chi ha GPU inutilizzate con chi ne ha bisogno per addestrare o far girare modelli di AI. Il prezzo lo fissa un’asta al ribasso, in cui i fornitori competono per aggiudicarsi il carico di lavoro. Per il funzionamento nel dettaglio, dal manifest SDL alla stipula del contratto di lease, abbiamo pubblicato una guida dedicata al marketplace. Qui guardiamo l’altro lato della storia, quello che i comunicati trionfali tendono a saltare.
Perché nel 2026 su Akash succede una cosa scomoda: la domanda cresce, ma l’offerta si assottiglia. I contratti di nolo aumentano, il traffico di inferenza tocca record dopo record e, allo stesso tempo, il numero di chi mette a disposizione le GPU è sceso al minimo storico. È il paradosso su cui si gioca la credibilità del progetto, e la ragione per cui la partita più importante di Akash oggi non è convincere i clienti, ma convincere i fornitori.
Il paradosso del 2026: la domanda sale, l’offerta scende
I numeri del primo trimestre 2026, raccolti da Messari, raccontano due film diversi nello stesso fotogramma. Da un lato i nuovi contratti di lease sono saliti a 43.540, il 27,1% in più sul trimestre precedente: segno che l’interesse c’è. Dall’altro il numero medio di provider attivi è sceso a 58, il valore più basso mai registrato (erano 69 nel primo trimestre 2025 e 63 nel quarto), le GPU mediamente disponibili sono crollate a 334 (il 57,5% in meno sul trimestre) e i ricavi da lease sono scesi a circa 253.000 dollari, il 45% in meno.
La lettura di Messari è netta: i provider hanno tagliato capacità più in fretta di quanto sia calato l’utilizzo. Il tasso di occupazione delle GPU è rimasto sostanzialmente piatto, intorno al 33,7%, il che vuol dire che, in media, due terzi delle schede messe a disposizione restano ferme. Un marketplace in cui i clienti tornano ma i fornitori se ne vanno è un marketplace che ha un problema di offerta, non di domanda. E l’offerta, per Akash, è tutto: senza GPU collegate, il marketplace non ha nulla da vendere.
Va aggiunto subito un caveat sui numeri, perché Akash stessa alimenta la confusione. Nel report del primo trimestre l’azienda festeggia il superamento dei 5 milioni di dollari di spesa complessiva di calcolo dall’origine, una cifra che convive male con i circa 253.000 dollari di ricavi da lease del trimestre misurati on-chain da Messari. Le due grandezze non sono confrontabili (una è cumulata e comprende i prodotti gestiti come AkashML, l’altra è trimestrale e conta solo i lease registrati sulla catena), ma Akash non ha mai pubblicato una riconciliazione tra le due. Ci torneremo.
Akash non compra le GPU: le prende in prestito dal mondo
Per capire perché l’offerta è il tallone d’Achille del progetto, bisogna ricordare che cosa Akash non è. Non è un cloud che possiede hardware. CoreWeave, AWS, Microsoft e Google comprano le GPU, le installano nei propri data center, pagano l’energia e le rivendono con un margine. Akash fa l’opposto: è un livello di coordinamento software sopra hardware di altri. Chi possiede GPU (un piccolo data center, un operatore regionale, in prospettiva perfino un privato) le annuncia sul marketplace; chi ha bisogno di calcolo pubblica un manifest con i requisiti; i fornitori rispondono con un’offerta di prezzo e il cliente sceglie, non necessariamente la più economica, anche in base a reputazione e affidabilità.
Il vantaggio del modello è evidente: nessun capitale immobilizzato in server, nessun rischio di obsolescenza a carico del protocollo, prezzi che possono scendere sotto quelli dei grandi cloud perché sfruttano capacità altrimenti inutilizzata. Lo svantaggio è altrettanto evidente, ed è quello che il 2026 ha reso visibile: se l’offerta dipende dalla buona volontà di operatori indipendenti, e se per quegli operatori i conti smettono di tornare, l’offerta evapora. Un hyperscaler può decidere a tavolino di aggiungere mezzo gigawatt di capacità; Akash può solo sperare che qualcuno colleghi altre schede.
L’economia del provider: perché conviene sempre meno affittare GPU
Mettiamoci nei panni di chi possiede una GPU e valuta se collegarla ad Akash. Il ricavo dipende da due variabili: il prezzo orario che riesce a spuntare e la percentuale di tempo in cui la scheda è effettivamente affittata. Su entrambe le variabili il 2026 gioca contro il fornitore. Il prezzo lo comprime l’asta al ribasso, il meccanismo stesso su cui Akash costruisce la propria proposta di valore verso i clienti.
Un confronto aiuta. Una GPU Nvidia H100, la scheda di riferimento per l’addestramento e l’inferenza dei modelli, su Akash costa indicativamente intorno a 1,33 dollari l’ora (circa 1,15 euro), secondo i dati di mercato raccolti dalla stessa Akash; su AWS la stessa scheda, a seconda della formula, va da circa 3,93 dollari l’ora dei Capacity Blocks fino a quasi 6,88 dollari l’ora del listino on-demand P5. Il risparmio per il cliente, fino a due terzi, è reale. Ma quel risparmio è esattamente il margine che manca al fornitore.
| Fornitore | Prezzo per GPU H100/ora (USD) | Circa in EUR |
|---|---|---|
| Akash (asta al ribasso) | ~1,33 | ~1,15 |
| AWS Capacity Blocks | ~3,93 | ~3,41 |
| AWS P5 on-demand | ~6,88 | ~5,96 |
| Range su oltre 15 cloud | da 1,49 a 6,98 | da 1,29 a 6,05 |
Il secondo fattore è l’utilizzo. Con un tasso di occupazione medio del 33,7%, una GPU collegata ad Akash sta ferma circa due terzi del tempo, pur continuando a pesare (ammortamento, spazio, raffreddamento, energia in standby). Chi fa i conti scopre in fretta che, ai prezzi dell’asta e con quei tassi di utilizzo, il ritorno può essere inferiore a quello di un contratto stabile con un cliente enterprise o di un accordo di fornitura pluriennale con un cloud specializzato. Non stupisce che i provider più strutturati abbiano ridotto la capacità esposta sul marketplace: hanno semplicemente trovato usi più redditizi per le stesse schede.
Un conto molto approssimativo rende l’idea della pressione. Una H100 nuova costa sull’ordine dei 25.000-30.000 dollari; affittata su Akash intorno a 1,33 dollari l’ora, con quel tasso di occupazione medio, produce grosso modo 300-350 dollari lordi al mese, dai quali vanno tolti energia, connettività e manutenzione. Anche ipotizzando il pieno utilizzo il ritorno resta modesto rispetto all’investimento iniziale; a un terzo di utilizzo la matematica semplicemente non chiude. Ecco perché, per chi possiede hardware di fascia alta, un contratto stabile o la vendita di servizi gestiti battono quasi sempre il nolo spot sul marketplace. Sono numeri illustrativi, non un preventivo, ma spiegano la direzione del problema.
A questo si aggiunge una barriera tecnica non banale. Diventare provider serio su Akash ha storicamente richiesto la gestione di un cluster Kubernetes, cioè competenze da amministratore di sistema che escludono la stragrande maggioranza dei potenziali fornitori. Il risultato è un imbuto: pochi operatori capaci, prezzi bassi, utilizzo mediocre. È qui che si innestano le due mosse con cui Akash prova a spezzare il circolo, abbassare la barriera d’ingresso e sussidiare l’offerta.
I numeri dell’offerta, letti senza filtri
Prima delle soluzioni conviene fissare la fotografia. La tabella riassume i dati del primo trimestre 2026 pubblicati da Messari, l’ultima rilevazione completa disponibile: il report del secondo trimestre, atteso da settimane, non è ancora uscito al momento in cui scriviamo.
| Indicatore | Q1 2026 | Variazione |
|---|---|---|
| Provider attivi (media) | 58 | minimo storico (69 nel Q1 2025) |
| GPU disponibili (media) | 334 | -57,5% sul trimestre |
| Tasso di utilizzo | 33,7% | sostanzialmente piatto |
| Nuovi lease | 43.540 | +27,1% sul trimestre |
| Ricavi da lease | ~253.250 USD | circa -45% sul trimestre |
| Commissioni totali di rete | ~257.580 USD | -44% sul trimestre |
| Ricavi da lease FY2025 | ~3,15 mln USD | +128% sull’anno |
Il dato più citato dai sostenitori è il +27,1% dei nuovi lease; quello più scomodo è il calo dei ricavi. Come possono i contratti salire e i ricavi scendere allo stesso tempo? Perché sono aumentati i contratti piccoli e a basso prezzo (spinti anche da campagne e crediti), mentre è calata la capacità di fascia alta che genera i ricavi maggiori. È la firma di un marketplace che si sposta verso il basso: più clienti, ticket più piccoli, meno hardware pregiato disponibile.
E qui torna la questione della trasparenza. Akash comunica i 5 milioni di dollari di spesa complessiva dall’origine come un traguardo, ma quel numero cumula prodotti diversi (i lease on-chain, ma anche i servizi gestiti come AkashML) e periodi diversi, mentre Messari misura solo i ricavi da lease registrati sulla catena in un singolo trimestre. Nessuna delle due cifre è falsa; il problema è che manca una riconciliazione che spieghi come si passa dall’una all’altra. Per un investitore che voglia stimare quanto valore reale passi dal marketplace, è un buco importante.
Homenode: una RTX 5090 di casa diventa un nodo
La prima mossa sul lato offerta si chiama Homenode. Il 25 febbraio 2026 Akash ne ha aperto l’accesso anticipato in beta: l’idea è permettere a chi possiede una GPU consumer di fascia alta di trasformarla in un nodo del network senza dover gestire Kubernetes né infrastruttura enterprise. La beta parte dalle schede Nvidia RTX 4090, RTX 5090 e Quadro RTX 6000 Ada, tra le più diffuse presso creator, gamer e piccoli studi.
Tecnicamente Homenode è distribuito come un sistema operativo dedicato: l’utente può installarlo in dual-boot o su una partizione separata, così la macchina resta usabile normalmente e diventa un provider sicuro solo quando serve. È parte di un’iniziativa più ampia, battezzata StarCluster, con cui Akash punta a costruire calcolo distribuito aggregando molte piccole macchine invece di poche grandi. In teoria è la risposta più diretta al problema dell’offerta: se anche una frazione dei milioni di RTX in circolazione si collegasse, il conteggio dei provider passerebbe da poche decine a numeri di un altro ordine di grandezza.
In pratica restano due domande aperte. La prima è di affidabilità: una scheda consumer in una cameretta non offre le garanzie di continuità, connettività e raffreddamento di un data center, e i carichi di inferenza seri pretendono uptime. La seconda è di fiducia: affidare un modello o dei dati alla GPU di uno sconosciuto solleva un problema che nessun sistema operativo risolve da solo, e su cui torneremo parlando di calcolo verificabile. Homenode allarga potenzialmente l’offerta, ma sposta il problema dalla quantità alla qualità.
StarCluster e gli incentivi: come Akash vuole moltiplicare i fornitori
La seconda mossa è economica: pagare per l’offerta. Già a febbraio 2025 Osuri aveva presentato un piano esplicito per scalare la capacità, con obiettivi ambiziosi: attingere a un bacino potenziale di 11.000 data center professionali e fino a 7 milioni di sedi edge nel mondo. Per attirare capacità, Akash ha proposto formule di finanziamento aggressive, tra cui la consegna gratuita di cluster edge da 40 GPU H200 ai provider che si impegnano a mettere quelle risorse sul network.
Sul fronte on-chain, la roadmap 2026 prevede un modulo dedicato agli incentivi ai provider (indicato come AEP-53), con completamento atteso entro fine anno, pensato proprio per premiare chi porta e mantiene capacità. La logica è quella di ogni marketplace a due lati: quando manca un lato, lo si sussidia finché la rete non raggiunge una massa critica che si autoalimenta. Osuri lo racconta come un vantaggio competitivo: mentre gli hyperscaler razionano la capacità e allungano le liste d’attesa, dice, Akash «è già operativa».
Il rischio è speculare al problema che vuole risolvere. Sussidiare l’offerta con nuovi token significa emissione, e l’emissione diluisce chi già detiene AKT. Akash ha passato l’ultimo anno a stringere la politica monetaria; aprire ora un nuovo rubinetto di incentivi tira nella direzione opposta. È il classico compromesso tra crescita e disciplina: senza incentivi l’offerta non cresce, con troppi incentivi il token si svaluta. La misura di quel bilanciamento sarà uno dei dati da osservare nei prossimi trimestri.
La domanda tira davvero: AkashML, gli agenti e la svolta inferenza
Se il lato offerta arranca, il lato domanda è la parte della storia che dà ragione agli ottimisti. Akash ha spostato il baricentro dal nolo grezzo di GPU all’inferenza gestita, cioè al far girare modelli pronti all’uso. Il prodotto di punta è AkashML: nel report del primo trimestre l’azienda dichiarava 1,7 miliardi di token al giorno processati tramite OpenRouter, con la rivendicazione di superare Cloudflare per traffico giornaliero; nei mesi successivi la cifra è stata data in crescita fino a oltre 10 miliardi di token al giorno.
Su AkashML girano modelli aperti molto richiesti (dalle famiglie Llama di Meta a DeepSeek e Qwen) e tra i clienti citati compaiono progetti di AI on-chain come Venice, Morpheus, Gensyn ed ElizaOS. Proprio gli agenti autonomi sono il segmento che Akash corteggia con più decisione: a marzo 2026 ha lanciato una piattaforma per il deployment con un clic di agenti, cavalcando l’ondata di software che agisce da solo e paga in crypto per il proprio calcolo (sul funzionamento e sui rischi di questi agenti dotati di wallet abbiamo scritto a parte).
Perché tutto questo conta per il problema dell’offerta? Perché la domanda aggregata e continua dell’inferenza è più appetibile, per un fornitore, del nolo spot a singhiozzo. Un provider che sa di avere carichi stabili da servire ha un ritorno più prevedibile, e quindi una ragione in più per restare collegato. La scommessa implicita di Akash è che l’inferenza gestita diventi il volano che rende di nuovo conveniente fornire GPU. In altre parole, la domanda potrebbe finire per curare la malattia dell’offerta.
CoreWeave, il contraltare: l’offerta comprata a colpi di miliardi
Per misurare la sfida di Akash conviene guardare chi risolve lo stesso problema con la strategia opposta. CoreWeave, quotata al Nasdaq, non aspetta che qualcuno colleghi schede: le compra. Nel secondo trimestre 2026 ha registrato ricavi per circa 2,6 miliardi di dollari, in crescita del 112% sull’anno e del 24% sul trimestre, con un portafoglio ordini arretrato salito a 104,2 miliardi di dollari, il 246% in più sull’anno.
Dietro quei numeri c’è capitale, tanto: 51 data center attivi, 1,5 gigawatt di potenza operativa (con quasi 500 megawatt aggiunti nel solo trimestre) e una spesa per investimenti prevista tra 35 e 39 miliardi di dollari l’anno. Intrator ha parlato di capacità «esaurita» a fronte di una domanda che continua a correre. È il modello inverso a quello di Akash: l’offerta come funzione del bilancio, non della comunità.
Il confronto è impietoso sulle dimensioni. L’intero settore delle reti GPU decentralizzate (Akash, io.net, Render e Nosana messe insieme) genera un fatturato annualizzato dell’ordine di poche centinaia di milioni di dollari; CoreWeave incassa più di quella cifra in pochi giorni. Ma preso alla lettera il paragone è fuorviante, perché le due proposte non servono lo stesso cliente: CoreWeave vende contratti pluriennali da centinaia di milioni ai grandi laboratori, Akash vende calcolo a consumo a sviluppatori, startup e agenti che vogliono pagare poco e senza vincoli. La domanda vera non è chi è più grande, ma se il modello leggero di Akash possa reggersi economicamente senza il capitale di un hyperscaler.
AKT, inflazione e BME: il valore arriva al token?
Tutta questa attività arriva al token AKT? È la domanda da un milione di euro, ed è anche la ragione per cui il prezzo racconta una storia diversa da quella dell’utilizzo. Al 12 settembre 2026 AKT vale circa 0,53 dollari (poco meno di 0,46 euro), per una capitalizzazione intorno ai 157 milioni di dollari (circa 136 milioni di euro) e il 206esimo posto per valore di mercato, secondo CoinGecko; resta oltre il 93% sotto il massimo storico di 8,07 dollari toccato nell’aprile 2021.
Sul piano monetario Akash ha stretto le viti. La proposta di governance 283, approvata nel marzo 2025, ha abbassato l’inflazione massima annua dal 13% all’8% e la minima dall’8% al 4%; la proposta gemella 282 ha alzato dal 40% al 50% la quota di emissione destinata alla tesoreria di comunità invece che agli staker. Il risultato è uno staking dal rendimento nominale intorno al 7%, ma dal rendimento reale spesso negativo una volta scontata l’inflazione e la quota che non finisce ai validatori.
La novità più citata è il BME (Burn Mint Equilibrium), attivato il 23 marzo 2026 con la proposta 318. Il meccanismo funziona così: chi paga un servizio brucia AKT in cambio di un credito di regolamento agganciato al dollaro, e il provider viene pagato in AKT al momento del regolamento. In teoria più uso significa più AKT bruciati. In pratica è un «burn che quasi non brucia»: i token non vengono distrutti in modo permanente, servono a coprire un credito in dollari, e una distruzione netta si verifica solo se AKT si apprezza tra il momento in cui viene bruciato e quello in cui viene regolato. Non è, insomma, la leva deflazionistica che il nome suggerisce.
È il punto su cui insiste l’analista Zoha Imdad Ali in un’analisi per TECHi dal titolo eloquente, «Akash fa girare AI reale, ma AKT non riesce a dimostrare di catturarne il valore»: la critica centrale è che Akash non pubblica mai il dato del burn netto di AKT, lasciando gli investitori senza uno strumento per verificare se e quanto l’uso reale si traduca in valore per il token. Non è un dettaglio contabile: è la differenza tra una rete che cresce e un token che ne beneficia. Non a caso, nei giorni di mercato mosso AKT tende a muoversi con l’umore generale del rischio più che con i propri fondamentali, un fenomeno che abbiamo raccontato osservando la correlazione tra crypto e azioni.
La mappa dei concorrenti: Render, io.net e Nosana
Akash non è sola nel tentativo di costruire un cloud senza padrone. La tabella mette a confronto i principali token del settore, ai prezzi del 12 settembre 2026.
| Token | Prezzo (USD / EUR) | Cap. mercato (USD / EUR) | Rank | Circolante | Massimo storico |
|---|---|---|---|---|---|
| AKT (Akash) | ~0,53 / ~0,46 | ~157 mln / ~136 mln | #206 | 297,7 mln | 8,07 (apr 2021) |
| RENDER (Render) | ~1,38 / ~1,20 | ~717 mln / ~622 mln | #88 | 518,8 mln | 13,53 (mar 2024) |
| IO (io.net) | ~0,13 / ~0,11 | ~51 mln / ~44 mln | #445 | 397,4 mln | 6,43 (giu 2024) |
| NOS (Nosana) | ~0,29 / ~0,25 | ~29 mln / ~25 mln | #681 | 100 mln | 7,83 (mar 2024) |
Render (RENDER) è il più capitalizzato del gruppo: nato per il rendering grafico su commessa, si è progressivamente aperto ai carichi di AI e vale circa 1,20 euro per una capitalizzazione intorno ai 622 milioni di euro. io.net (IO), su Solana, si presenta come «la più grande rete di calcolo decentralizzata» e punta ad aggregare cluster di GPU per il machine learning; capitalizza circa 44 milioni di euro. Nosana (NOS), sempre su Solana, gioca su una nicchia più piccola (dai carichi CPU e DevOps verso l’inferenza) e vale circa 25 milioni di euro. Un discorso a parte merita Bittensor, che con il suo modello di sottoreti a premio non è un marketplace di nolo e non va confuso con questo gruppo.
Il quadro complessivo è quello di un settore ancora minuscolo rispetto al mercato che vuole aggredire, con ricavi reali che restano una frazione delle valutazioni. In una fase di razionalizzazione non è scontato che tutti i progetti sopravvivano: chi non riuscirà a far quadrare l’economia dell’offerta rischia di restare un token senza rete. Per Akash, avere il fatturato più discusso e la svolta inferenza più avanzata è al tempo stesso un vantaggio competitivo e un peso, perché la espone al confronto sui numeri veri.
L’addio a Cosmos e il problema della fiducia
A complicare il quadro c’è una transizione infrastrutturale di fondo. Akash ha deciso di lasciare la propria blockchain sovrana basata su Cosmos SDK per migrare verso un modello di sicurezza condivisa, con la proposta AEP-79. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’inefficienza di capitale legata allo staking di AKT e passare a una sicurezza pagata a consumo. A settembre 2026 la scelta della catena ospitante non è ancora stata compiuta: si valutano una quindicina di ecosistemi, con Solana indicata tra i candidati più forti, e l’obiettivo di completamento resta la fine dell’anno.
A dare la spinta è stato anche un episodio spiacevole: il cambio di licenza di un componente enterprise di Cosmos SDK, passato da una licenza aperta a una che ne limita l’uso commerciale. Osuri ha definito «ostile» la mossa in un intervento pubblico, spiegando che avrebbe impedito ad Akash di usare quel componente in produzione. La migrazione, insomma, è in parte spinta e in parte subita, e per gli investitori aggiunge un fattore di incertezza esecutiva proprio mentre il progetto dovrebbe concentrarsi sull’offerta.
C’è poi un limite più profondo, che l’espansione verso i provider casalinghi rende urgente. Akash affitta potenza di calcolo, ma non dimostra che il calcolo sia stato eseguito in modo onesto: il cliente si fida che il provider abbia fatto girare davvero il modello richiesto, senza barare né spiare i dati. Finché i fornitori erano data center reputati il problema era gestibile; con Homenode e le GPU di sconosciuti diventa centrale. Akash ha in roadmap il calcolo confidenziale (indicato come AEP-65, con obiettivo estate 2026 ma finora in ritardo), che userebbe ambienti di esecuzione protetti per cifrare i carichi; è un tassello diverso dalle prove crittografiche del calcolo verificabile, ma va nella stessa direzione: dare ai clienti una ragione per fidarsi di hardware che non controllano.
Consob, MiCA e il fisco italiano
Per il lettore italiano vale la pena chiarire la cornice normativa. Akash è un’infrastruttura, e AKT si legge come un token di utilità periferico rispetto al cuore del regolamento europeo MiCA, che disciplina soprattutto gli emittenti di token collegati ad attività o di moneta elettronica e i prestatori di servizi (CASP). In Italia la vigilanza è divisa: Consob per la trasparenza e la condotta di mercato, Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali e le stablecoin, secondo il decreto legislativo 5 settembre 2024, n. 129 che ha adattato l’ordinamento a MiCA. Chi volesse operare come piattaforma di scambio o custodia in Italia deve ottenere l’autorizzazione come CASP, un percorso che abbiamo descritto nel dettaglio.
Sul fisco, il 2026 ha alzato l’asticella. Dal 1° gennaio le plusvalenze e i proventi sulle cripto-attività sono tassati con l’aliquota ordinaria del 33% (era il 26%), e la Legge 30 dicembre 2024, n. 207 ha eliminato la vecchia soglia di esenzione dei 2.000 euro: oggi è imponibile il 100% della plusvalenza realizzata. Fanno eccezione i token di moneta elettronica in euro, che restano al 26%. Le cripto vanno monitorate nel quadro RW della dichiarazione e le plusvalenze liquidate nel quadro RT; anche le eventuali ricompense da staking o i proventi di chi fornisce calcolo concorrono a formare reddito quando realizzati. Sulle scadenze e sulla compilazione abbiamo pubblicato una guida dedicata. Il messaggio pratico: chi mette AKT in staking o guadagna fornendo GPU deve mettere in conto un carico fiscale non trascurabile, oltre agli obblighi di monitoraggio.
Rischi e cosa guardare nel Q4 2026
Tirando le fila, la salute di Akash nel resto del 2026 si misura quasi tutta sul lato offerta. Il rischio principale è semplice: se il numero di provider non risale, un marketplace con clienti ma senza abbastanza GPU perde di rilevanza, per quanto elegante sia la tecnologia. Le contromisure (Homenode, StarCluster, incentivi on-chain) sono ragionevoli, ma introducono a loro volta rischi: diluizione da nuove emissioni, affidabilità dell’hardware consumer e la solita distanza tra roadmap e consegne, con il calcolo confidenziale già in ritardo sui tempi.
Alcuni indicatori concreti da tenere d’occhio nei prossimi mesi:
- Il report Messari del secondo trimestre 2026, in ritardo: dirà se il numero di provider ha smesso di scendere o se il minimo di 58 è stato superato al ribasso.
- La scelta della catena per AEP-79: quale ecosistema (Solana o altri) e con quali garanzie per lo staking di AKT.
- Il passaggio di Homenode dalla beta alla disponibilità generale e i primi numeri reali sui nodi domestici collegati.
- L’uscita del calcolo confidenziale, che sbloccherebbe carichi sensibili oggi preclusi.
- La pubblicazione di un dato di burn netto del BME, la trasparenza che finora è mancata.
Akash resta uno degli esperimenti più interessanti del filone AI-crypto: fa girare calcolo reale, ha una narrazione coerente e un fondatore che il problema lo ha inquadrato bene. Ma la storia del 2026 non è quella di una rete che ha già vinto; è quella di una rete che deve convincere il mondo a collegare le proprie GPU prima che i clienti si stanchino di aspettare. La domanda, per una volta, non è se qualcuno vorrà comprare calcolo a poco. È chi accetterà di venderlo.
Domande frequenti
Che cos’è Akash Network e come funziona?
Akash Network è un marketplace decentralizzato di potenza di calcolo. Non possiede data center né GPU: mette in contatto chi ha schede grafiche inutilizzate con chi ha bisogno di calcolo per l’AI, e il prezzo lo fissa un’asta al ribasso in cui i fornitori competono per aggiudicarsi il carico di lavoro. Il pagamento avviene tramite il token AKT.
Perché il numero di provider su Akash è in calo nel 2026?
Perché l’economia del fornitore si è fatta difficile. L’asta al ribasso comprime i prezzi (una GPU H100 su Akash costa una frazione del prezzo di AWS) e il tasso di utilizzo medio, intorno al 33,7%, lascia le schede ferme per due terzi del tempo. Molti operatori strutturati hanno trovato usi più redditizi per lo stesso hardware, e nel primo trimestre 2026 i provider attivi sono scesi a 58, il minimo storico.
Come si diventa provider su Akash con Homenode?
Homenode, in accesso anticipato dal 25 febbraio 2026, permette a chi possiede una GPU consumer di fascia alta (Nvidia RTX 4090, RTX 5090 o Quadro RTX 6000 Ada) di diventare fornitore senza gestire Kubernetes. È distribuito come sistema operativo dedicato, installabile in dual-boot, che trasforma la macchina in un nodo sicuro. Resta in beta e va valutato con attenzione per affidabilità e continuità.
Quanto costa una GPU H100 su Akash rispetto ad AWS?
Sul marketplace di Akash una Nvidia H100 costa indicativamente intorno a 1,33 dollari l’ora (circa 1,15 euro), contro i circa 3,93 dollari l’ora dei Capacity Blocks di AWS e fino a quasi 6,88 dollari l’ora del listino on-demand P5. Il prezzo su Akash oscilla perché è fissato da un’asta, e il risparmio è massimo quando l’offerta di GPU supera la domanda.
Come vengono tassate in Italia le plusvalenze e le ricompense su AKT nel 2026?
Dal 1° gennaio 2026 le plusvalenze sulle cripto-attività sono tassate al 33%, senza più la soglia di esenzione dei 2.000 euro abolita dalla Legge n. 207 del 2024; i token di moneta elettronica in euro restano al 26%. Le cripto vanno indicate nel quadro RW per il monitoraggio e le plusvalenze nel quadro RT; anche staking e proventi da fornitura di calcolo concorrono al reddito quando realizzati.
Marcus Okafor è redattore senior di HOGE Wire e segue infrastrutture crypto, AI decentralizzata e mercati del calcolo.