Akash nel 2026: dentro il marketplace di GPU decentralizzate
Come funziona davvero il marketplace di GPU decentralizzate di Akash Network: asta inversa, provider, token AKT e inferenza AI. E perché l'utilizzo reale resta la vera incognita del 2026.
La risorsa più contesa dell’era dell’intelligenza artificiale non è un modello né un dataset: è la GPU. Le liste d’attesa per i chip Nvidia si misurano in trimestri e persino i grandi fornitori di cloud faticano a stare dietro alla domanda. Basta guardare CoreWeave, il cloud specializzato quotato al Nasdaq: nel secondo trimestre 2026 ha dichiarato ricavi per circa 2,6 miliardi di dollari e un portafoglio ordini da 104 miliardi, in crescita del 246% su base annua (CNBC). In questo scenario si inserisce Akash Network, il progetto crypto che prova a costruire un mercato aperto dove chiunque abbia una GPU inutilizzata possa affittarla a chi deve addestrare o far girare un modello.
L’idea è facile da raccontare e difficile da realizzare: un mercato del calcolo permissionless, senza un intermediario che possieda i server o fissi i listini. Questa guida spiega come funziona davvero il marketplace di Akash nel 2026, pezzo per pezzo: l’asta inversa, i provider, il token AKT, lo strato di inferenza, l’addio alla blockchain Cosmos e, soprattutto, il divario tra le promesse e i numeri di utilizzo reale. Per i lettori italiani chiudiamo con il quadro normativo (Consob, Banca d’Italia, MiCA) e con quello fiscale.
Che cos’è Akash Network e da dove arriva
Akash Network è un marketplace di cloud computing decentralizzato e permissionless. È nato nel marzo 2018 da Overclock Labs, la società fondata da Greg Osuri e Adam Bozanich, e ha lanciato la mainnet nel settembre 2020, all’inizio solo per CPU e storage. La svolta è arrivata il 31 agosto 2023 con l’aggiornamento «Supercloud» (Mainnet 6), che ha aperto il mercato alle GPU, comprese le Nvidia H100 e A100 impiegate per l’addestramento e l’inferenza dei modelli.
L’intuizione di fondo è duplice. Da un lato ci sono data center e privati con capacità di calcolo inutilizzata; dall’altro sviluppatori e aziende che hanno bisogno di GPU e le trovano scarse o care presso i grandi cloud. Akash mette in contatto le due parti tramite una blockchain che registra domanda, offerta e pagamenti, senza un’azienda centrale al centro dello scambio. Il paragone che si sente più spesso è quello con un mercato tra pari, una sorta di Airbnb del calcolo.
A differenza di AWS, Google Cloud o Azure, Akash non possiede hardware: è un protocollo, non un fornitore. Questo lo rende in teoria più economico e più difficile da censurare, ma sposta sui provider la responsabilità dell’affidabilità e della continuità del servizio, un punto su cui torneremo più avanti. La promessa, insomma, è tanto ambiziosa quanto delicata da mantenere.
Il cuore del sistema: l’asta inversa
Il meccanismo che distingue Akash dalla maggior parte dei concorrenti è l’asta inversa (reverse auction). Chi ha bisogno di calcolo, il cosiddetto tenant, non sceglie da un listino prefissato: pubblica una richiesta e lascia che siano i fornitori a competere tra loro, al ribasso, per aggiudicarsi il lavoro.
Il processo, passo per passo, funziona così. Il tenant scrive un file SDL (Stack Definition Language, in formato YAML) che descrive il carico di lavoro: immagine del container, CPU, RAM, tipo di GPU, storage, porte di rete. La richiesta di deploy viene pubblicata sulla blockchain insieme a un deposito in escrow. I provider disponibili rispondono con delle offerte (bid), ognuna con il proprio prezzo. Il tenant sceglie l’offerta che preferisce e qui sta un dettaglio importante: non è obbligato a prendere la più economica, può privilegiare un provider più affidabile, con più reputazione o in una determinata regione geografica. Accettata l’offerta si apre il lease, il container viene eseguito e il pagamento fluisce dal deposito al provider man mano che il servizio viene erogato.
Lo strumento principale per orchestrare tutto questo è Akash Console, un’interfaccia web che nasconde gran parte della complessità sottostante; esistono anche dashboard e strumenti a riga di comando mantenuti dalla comunità. Il pagamento può avvenire in AKT ma, sempre più spesso, viene regolato in stablecoin come USDC, con il prezzo espresso in dollari.
Che cosa succede quando un lease finisce o un provider smette di rispondere? Il tenant può chiudere il deployment e recuperare il deposito residuo, oppure ridistribuire il carico presso un altro fornitore. È un modello elastico, ma privo delle garanzie di continuità di un contratto cloud tradizionale: la persistenza dei dati e la ridondanza vanno progettate a monte, perché la rete non promette da sola che un container resti sempre attivo.
Il vantaggio dell’asta inversa è la pressione competitiva costante sui prezzi. Il limite è strutturale: il mercato funziona bene solo se ci sono abbastanza fornitori a fare offerte. La profondità dell’offerta, cioè quante GPU sono davvero disponibili a competere in un dato momento, è proprio uno dei punti deboli emersi nel 2026.
Il lato dell’offerta: chi mette a disposizione le GPU
Sul versante dell’offerta, un provider Akash è chiunque colleghi capacità di calcolo alla rete e la renda affittabile. Storicamente questo ha significato gestire un cluster Kubernetes e installare il software del provider, una barriera tecnica tutt’altro che banale che ha limitato la platea ai data center professionali e agli operatori più esperti.
Per abbassare quella soglia Akash ha introdotto Homenode, un prodotto pensato per permettere anche a chi possiede una singola GPU di fascia alta (per esempio una RTX 4090 o 5090) di diventare provider senza dover configurare Kubernetes. L’accesso anticipato è partito nei primi mesi del 2026. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: allargare l’offerta dalle poche migliaia di data center professionali a un bacino potenzialmente enorme di macchine «edge» sparse nelle case e negli uffici.
Qui però si annida una tensione di fondo. Aggiungere tante GPU consumer fa salire i numeri grezzi dell’offerta, ma una scheda da gaming non è equivalente a un cluster di H100 con interconnessioni ad altissima velocità: per l’addestramento serio servono cluster densi e a bassa latenza, non schede sparse in salotti diversi. Homenode ha senso soprattutto per l’inferenza e per i carichi tolleranti alle interruzioni, molto meno per il training di frontiera. È una distinzione che conviene tenere a mente ogni volta che si legge un conteggio del numero totale di GPU sulla rete.
Per il tenant, non tutti i provider sono uguali, e qui la reputazione conta. Akash Console mostra informazioni come la disponibilità storica, la regione e l’eventuale stato di fornitori «auditati», così da poter scegliere operatori più solidi anche a un prezzo leggermente superiore. È il motivo per cui l’asta inversa non premia in automatico l’offerta più bassa: affidabilità e vicinanza geografica hanno un valore concreto per chi manda in produzione un servizio.
Quanto si risparmia davvero rispetto ai cloud tradizionali
Il principale argomento di vendita di Akash è il prezzo. La combinazione di asta inversa e capacità altrimenti inutilizzata dovrebbe produrre tariffe molto più basse di quelle degli hyperscaler. In linea di massima è così, ma i dati vanno letti con prudenza.
| GPU | Akash (indicativo) | Cloud tradizionale on-demand |
|---|---|---|
| Nvidia H100 80GB | circa 1,15-1,75 €/ora | circa 3,50-6,50 €/ora |
| Nvidia A100 | spesso sotto 1 €/ora | circa 2,50-4 €/ora |
| RTX 4090 (consumer) | frazioni di euro/ora | di norma non offerta |
I numeri variano molto in base a regione, provider, durata dell’impegno e disponibilità del momento, e stime diverse possono divergere anche del doppio. Secondo un’analisi di Yellow, le reti GPU decentralizzate offrono cluster di GPU professionali a tariffe orarie sensibilmente inferiori rispetto a un’istanza equivalente presso i grandi cloud. Resta il fatto che gran parte del risparmio riguarda le GPU on-demand e i carichi flessibili, non i contratti pluriennali con SLA che le grandi aziende firmano con i fornitori tradizionali.
Un ordine di grandezza aiuta a inquadrare il divario: le analisi di settore collocano il costo orario di un cluster di GPU professionali sulle reti decentralizzate ben al di sotto di un’istanza multi-GPU equivalente presso un grande cloud, spesso a una frazione del prezzo. La differenza si spiega con la struttura dei costi (hardware già ammortizzato, energia a basso costo, nessun margine da hyperscaler) e con l’asta inversa che spinge i fornitori a competere. Ma è un vantaggio che si assottiglia quando servono grandi cluster coerenti e a bassissima latenza, il terreno su cui i data center centralizzati restano avanti.
C’è poi un aspetto che i confronti a colpi di euro per ora tendono a nascondere: su Akash si noleggia calcolo grezzo, non il pacchetto di servizi gestiti (database, load balancer, backup, supporto con garanzie contrattuali) che arriva incluso con AWS o Azure. Il risparmio è reale, ma si stanno confrontando prodotti diversi. Per un ricercatore che deve addestrare un modello per qualche settimana la differenza di prezzo è enorme; per un’azienda che ha bisogno di continuità e responsabilità certe, il conto cambia.
Il token AKT e la sicurezza della rete
AKT è il token nativo di Akash e svolge tre funzioni principali: è un mezzo di pagamento (anche se ormai molti pagamenti passano per le stablecoin), serve per lo staking che protegge la rete (i validatori bloccano AKT e votano le proposte di governance) e funge da incentivo economico per l’ecosistema. All’11 settembre 2026 AKT vale circa 0,45 € (0,53 $), per una capitalizzazione intorno ai 157 milioni di dollari, oltre il 93% sotto il massimo storico di 8,07 $ toccato nell’aprile 2021 (CoinGecko).
La politica monetaria del token è stata rivista al ribasso. Fino al 2025 l’emissione annua poteva arrivare al 13%. La Proposal 283 (marzo 2025) ha abbassato il tetto di inflazione all’8% e il minimo dall’8% al 4%, mentre una proposta companion ha aumentato dal 40% al 50% la quota di emissione destinata alla community pool (Akash). È una scelta che ha una conseguenza scomoda per chi fa staking.
Sul fronte dell’offerta, circolano circa 297,7 milioni di AKT su un massimo di 388,5 milioni, quindi una quota del token deve ancora entrare in circolazione (CoinGecko). La governance passa da proposte on-chain votate da validatori e delegatori: è così che sono state approvate la revisione dell’inflazione, l’attivazione del BME e la direzione stessa della migrazione. Chi fa staking, quindi, non ottiene solo un rendimento, ma esercita anche un potere di voto sulle scelte del protocollo.
Lo staking di AKT rende nominalmente intorno al 7% l’anno, ma con metà dell’emissione dirottata verso la community pool e con l’inflazione che erode il valore, il rendimento reale per chi mette in stake è spesso negativo. Detto in modo diretto: bloccare AKT protegge la rete, ma non è di per sé un buon affare finanziario. È una delle ragioni per cui la migrazione verso un modello di sicurezza condivisa, di cui parliamo più avanti, viene presentata come un modo per rendere questo capitale meno «inefficiente».
BME: il «burn» che quasi non brucia
Nel marzo 2026 Akash ha attivato il Burn Mint Equilibrium (BME) con l’aggiornamento Mainnet 17, approvato in governance con una larghissima maggioranza. Il meccanismo nasce per legare più strettamente il valore del token all’uso reale della rete, un obiettivo che accomuna diversi progetti DePIN.
Ecco come funziona. Quando un tenant paga, una quantità di AKT viene «bruciata» in cambio di un credito di regolamento agganciato al dollaro; il provider viene poi pagato in AKT al prezzo del momento del regolamento. In teoria, più cresce l’uso, più token vengono distrutti, con un effetto potenzialmente deflazionistico.
Il punto critico, spesso frainteso, è proprio qui: non si tratta di un burn deflazionistico classico. I token distrutti servono a coprire un credito espresso in dollari, e la distruzione netta si verifica solo se AKT si apprezza tra il momento del mint e quello del regolamento. Nei primi giorni sono state immesse nel meccanismo decine di migliaia di AKT, ma Akash non pubblica un dato chiaro e ricorrente sul burn netto. È il cuore della critica di chi sostiene che sia difficile dimostrare, cifre alla mano, che l’uso della rete si traduca davvero in valore per il token.
Oltre il noleggio grezzo: AkashML, Akash Chat e gli agenti
Nel 2026 Akash ha spostato parte del proprio baricentro dal noleggio grezzo di GPU ai servizi gestiti di inferenza. AkashML è un servizio di inferenza AI completamente gestito che gira sulle GPU decentralizzate della rete e ospita modelli aperti come Llama, DeepSeek e Qwen. È un cambio di passo: invece di chiedere all’utente di scrivere un file SDL e configurare un container, gli offre un endpoint pronto all’uso.
I volumi sono cresciuti in fretta. Secondo i dati dell’azienda, il throughput è passato da circa 1,7 miliardi di token al giorno nel primo trimestre 2026 a oltre 10 miliardi all’inizio di luglio (Akash). A marzo 2026 è arrivata anche una piattaforma per lanciare agenti AI «con un clic». Tra gli utenti citati da Akash figurano progetti come Venice, Morpheus ed ElizaOS.
Accanto ad AkashML c’è Akash Chat, l’applicazione rivolta agli utenti finali che consente di dialogare con modelli aperti facendoli girare sull’infrastruttura della rete, senza passare per i servizi delle grandi aziende di AI. È la faccia più consumer del progetto: nasconde del tutto asta inversa, container e wallet, e serve soprattutto a dimostrare che le GPU decentralizzate reggono carichi di inferenza reali e continui.
Proprio gli agenti AI che gestiscono un wallet e operano in autonomia sono uno dei casi d’uso più discussi, e sollevano un problema di fiducia non banale: un agente che muove fondi e prende decisioni per conto dell’utente pone domande su chi controlla la logica e su come si verificano i suoi comportamenti, come abbiamo raccontato analizzando il framework Eliza e il nodo della fiducia degli agenti con wallet. Per Akash il senso strategico è chiaro: i servizi gestiti generano ricavi più stabili del noleggio spot e avvicinano un pubblico che non vuole toccare la riga di comando. Il rovescio della medaglia è che spingono il progetto verso un modello sempre più simile a quello di un’azienda cloud tradizionale, con la differenza che l’hardware resta distribuito.
L’addio a Cosmos: la scommessa sulla shared security
La notizia più importante del 2026 per Akash non riguarda le GPU, ma la blockchain sottostante. Nell’ottobre 2025 Osuri ha annunciato che Akash abbandonerà la propria sovereign chain basata su Cosmos SDK per migrare verso un modello di «shared security» (sicurezza condivisa), ospitandosi su una Layer 1 esistente (The Block).
La proposta formale è AEP-79, «Akash on Shared Security» (Akash). L’argomento è economico: mantenere una catena sovrana obbliga a bloccare grandi quantità di AKT in staking solo per garantire la sicurezza, un capitale considerato inefficiente; con la sicurezza condivisa la si pagherebbe a consumo. La valutazione, sostiene Akash, coinvolge circa 15 ecosistemi, con Solana indicata come «strong contender». A settembre 2026, però, non c’è ancora né una scelta definitiva, né una specifica tecnica pubblica, né un voto vincolante.
In pratica, «sicurezza condivisa» significa non far più dipendere la sicurezza della rete solo dal valore di AKT bloccato in staking, appoggiandosi invece a quella di una blockchain più grande e liquida. Il vantaggio potenziale è duplice: meno capitale immobilizzato per difendere la catena e un’integrazione più stretta con l’ecosistema ospitante, per esempio in termini di liquidità e strumenti per gli sviluppatori. Il prezzo da pagare è una minore sovranità, perché Akash diventerebbe un’applicazione su una catena altrui, con tutto ciò che comporta in termini di dipendenza tecnica e di governance.
L’acceleratore inatteso è arrivato ad aprile 2026, quando la licenza di un modulo Enterprise del Cosmos SDK è passata da Apache-2.0 a una «Source Available Evaluation License» che ne vieta l’uso commerciale senza un accordo separato. Osuri ha reagito su X definendo «ostile» la mossa: la nuova licenza, ha scritto, impedirebbe ad Akash di «distribuirlo in produzione, usarlo commercialmente in qualsiasi modo, offrirlo come servizio a terzi» (X). Il futuro dello staking resta la grande incognita: Osuri sostiene che non sparirà ma si trasformerà «in qualcosa di superiore», senza però indicare ancora come.
Utilizzo reale contro hype: cosa dicono i numeri
Qui sta il nodo più scomodo. Nonostante il racconto di crescita, i dati on-chain tracciati da Messari raccontano una storia più fredda. Nel primo trimestre 2026, l’ultimo report completo disponibile (il Q2 non era ancora stato pubblicato a settembre), i provider attivi medi sono scesi a 58, il minimo storico; le GPU disponibili sono crollate del 57,5% a una media di 334; l’utilizzo si è fermato intorno al 33,7%; i ricavi da lease sono calati del 45% a circa 253.250 dollari, che annualizzati fanno circa un milione (Messari).
| Metrica (Q1 2026) | Valore | Variazione |
|---|---|---|
| Provider attivi (media) | 58 | minimo storico |
| GPU disponibili (media) | 334 | -57,5% QoQ |
| Utilizzo GPU | 33,7% | sostanzialmente stabile |
| Nuovi lease | 43.540 | +27,1% QoQ |
| Ricavi da lease | circa 253.250 $ | -45% QoQ |
| Ricavi FY2025 | circa 3,15 mln $ | +128% a/a |
Perché questi numeri contano? Perché la tesi d’investimento su Akash si regge sull’idea che l’uso reale della rete cresca e si traduca in domanda per il token. Un utilizzo intorno a un terzo della capacità e un numero di provider ai minimi raccontano invece un mercato ancora sottile, in cui l’offerta si è ritirata più in fretta di quanto sia cresciuta la domanda. I nuovi lease in aumento del 27% sono un segnale incoraggiante, ma su una base di ricavi in calo indicano che i prezzi medi si sono compressi parecchio.
C’è poi un divario di trasparenza che alimenta lo scetticismo. Il report trimestrale di Akash rivendica cifre di spesa di calcolo molto più alte, nell’ordine di alcuni milioni di dollari cumulativi su tutti i prodotti, circa venti volte i ricavi da lease on-chain misurati da Messari (Akash). Non è necessariamente disonestà: quasi certamente si tratta di perimetri diversi (AkashML e servizi gestiti da un lato, i soli lease on-chain dall’altro), ma Akash non ha mai pubblicato una riconciliazione chiara tra le due cifre.
L’analista Zoha Imdad Ali, in un’analisi su TECHi, ha sintetizzato così il problema: Akash fa girare calcolo AI reale, ma non riesce a dimostrare che AKT ne catturi il valore, anche perché non rende pubblico il burn netto del BME (TECHi). È lo stesso motivo per cui il prezzo del token resta lontano dai massimi anche quando i volumi di inferenza salgono: il mercato compra e vende AKT sulla narrazione dell’AI più che su fondamentali misurabili, un fenomeno che ricorda quanto scritto sulla correlazione tra azioni e crypto nei giorni macro.
Akash e i concorrenti: la mappa del calcolo decentralizzato
Akash non è solo. Il settore delle reti GPU DePIN comprende diversi progetti, quasi tutti costruiti su Solana, ciascuno con un’inclinazione leggermente diversa. La tabella seguente mette a confronto i principali per prezzo e capitalizzazione.
| Progetto | Token | Prezzo (11 set 2026) | Cap. mercato | Blockchain |
|---|---|---|---|---|
| Akash Network | AKT | circa 0,45 € (0,53 $) | circa 157 mln $ | Cosmos SDK (in migrazione) |
| Render | RENDER | circa 1,19 € (1,38 $) | circa 716 mln $ | Solana |
| io.net | IO | circa 0,11 € (0,128 $) | circa 50 mln $ | Solana |
| Nosana | NOS | circa 0,25 € (0,29 $) | circa 29 mln $ | Solana |
| CoreWeave | CRWV (azione) | società quotata, non un token | ricavi circa 2,6 mld $/trim. | cloud centralizzato |
Render è storicamente legato al rendering grafico e si è esteso ai carichi AI; io.net aggrega GPU di terzi in cluster on-demand; Nosana punta sull’inferenza. Presi insieme, però, questi network valgono una frazione di un singolo attore centralizzato. Il termine di paragone che ridimensiona tutto è di nuovo CoreWeave: da sola, in un solo trimestre, la società quotata al Nasdaq genera più ricavi di quanti l’intero settore GPU decentralizzato ne produca in un anno. Non è un token e non è decentralizzata, ma è la misura della scala che al calcolo distribuito ancora manca.
Il CEO di CoreWeave, Michael Intrator, commentando i conti del secondo trimestre 2026 ha parlato di un «punto di svolta» in cui la scala inizia a tradursi in leva operativa, con la domanda dei clienti in accelerazione (CNBC). È esattamente la dinamica, capacità che attira altra capacità, che le reti decentralizzate faticano a innescare quando i loro provider diminuiscono invece di aumentare.
Il tassello mancante: noleggiare non è calcolare in modo verificabile
C’è un equivoco frequente da chiarire. Akash affitta GPU, ma non garantisce che il calcolo eseguito sia onesto. Quando un tenant lancia un carico su un provider, deve fidarsi che quel provider esegua davvero il modello richiesto, con i pesi corretti, senza barare o manomettere i risultati. Akash offre un mercato di capacità, non una prova crittografica del calcolo.
È qui che si vede la differenza con il filone del «verifiable compute» (calcolo verificabile) e dell’AI on-chain. Tecnologie come le prove a conoscenza zero applicate al machine learning (zk-ML), gli ambienti di esecuzione fidati (TEE) o l’optimistic ML puntano proprio a dimostrare che un’inferenza è stata eseguita correttamente. Progetti come Ritual lavorano su inferenza verificabile e riservata, un tassello che Akash oggi non copre, come abbiamo spiegato raccontando l’AI on-chain verificabile e riservata di Ritual.
La distinzione è più di una sottigliezza accademica. Per un’azienda che tratta dati riservati, o per un agente autonomo che gestisce denaro, sapere che il carico gira su hardware di terzi senza alcuna prova di correttezza o riservatezza è un ostacolo serio all’adozione. Il noleggio economico risolve il problema del costo, non quello della fiducia: sono due mercati diversi, e Akash per ora presidia solo il primo.
Akash ha in roadmap il «confidential computing», cioè la protezione dei carichi eseguiti su provider indipendenti, ma la scadenza indicata (31 luglio 2026) è passata senza rilascio: sul sito ufficiale il progetto risulta ancora in lavorazione a settembre (Akash roadmap). Per i casi d’uso sensibili, dai dati sanitari agli agenti autonomi che gestiscono fondi, questo limite non è un dettaglio.
Cosa cambia per investitori e utenti italiani
Dal punto di vista normativo, in Italia il quadro è definito dal regolamento europeo MiCA, recepito con il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, che assegna la vigilanza a Consob (condotta di mercato e tutela degli investitori) e a Banca d’Italia (profili prudenziali, stablecoin ART ed EMT). AKT si presenta come un utility token infrastrutturale, periferico rispetto al cuore di MiCA, che disciplina soprattutto gli emittenti di stablecoin e i fornitori di servizi in cripto-attività, i cosiddetti CASP (Consob).
Chi in Italia vuole comprare AKT lo fa in genere tramite un exchange autorizzato come CASP: il periodo transitorio di MiCA si è chiuso il 1 luglio 2026 e la prestazione di questi servizi è ora riservata agli operatori autorizzati. Vale la pena capire come si ottiene quel via libera, un percorso che abbiamo ricostruito nella guida alla licenza CASP e all’autorizzazione MiCA in Italia.
Sul fronte fiscale, dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze su cripto-attività come AKT sono tassate con imposta sostitutiva al 33% (contro il 26% precedente), senza più la vecchia franchigia. Chi fa staking di AKT deve fare attenzione a un doppio livello: i premi da staking sono redditi diversi, tassati al valore in euro al momento della percezione (quadro RT), e la successiva vendita del token genera un’ulteriore plusvalenza tassabile. Le cripto vanno inoltre monitorate nel quadro RW e scontano l’imposta patrimoniale dello 0,2% annuo; rientrano ormai anche nel calcolo dell’ISEE. Per orientarsi tra scadenze e adempimenti resta utile la guida alla dichiarazione crypto 2026 e al quadro T.
Rischi e limiti da tenere a mente
Un marketplace decentralizzato porta con sé rischi che i grandi cloud, con tutti i loro difetti, tendono ad assorbire. Vale la pena elencarli con franchezza.
- Affidabilità senza SLA. Un provider può andare offline e il carico va ridistribuito su un altro; senza garanzie contrattuali di continuità, la ridondanza resta responsabilità dell’utente.
- Concentrazione dell’offerta. Con 58 provider attivi medi, la rete dipende da pochi operatori: se qualcuno esce, capacità e concorrenza sui prezzi ne risentono subito.
- Volatilità del token. AKT è oltre il 93% sotto il massimo del 2021, e il suo valore incide sia sugli incentivi ai provider sia sulla percezione del progetto.
- Rischio di esecuzione. Diverse tappe della roadmap sono in ritardo, a partire dal confidential computing; la migrazione a una nuova chain è un cantiere aperto e non privo di incognite tecniche.
Nulla di tutto questo condanna il progetto, ma sono fattori che un utente professionale o un investitore dovrebbero pesare prima di affidare ad Akash carichi critici o una posizione rilevante in portafoglio.
Cosa guardare nel resto del 2026
I prossimi mesi diranno se Akash è un’infrastruttura in fase di maturazione o un token in cerca di una tesi solida. Tre cose meritano attenzione.
- La scelta della chain. La migrazione AEP-79 ha come obiettivo dichiarato la fine del 2026. Una decisione (Solana o altro) e, soprattutto, un piano credibile per il futuro dello staking sposterebbero il racconto in modo netto.
- I numeri del Q2 e Q3 di Messari. Se l’utilizzo e il numero di provider risalgono, la tesi dell’uso reale prende forza; se continuano a scendere mentre l’azienda parla di record, il divario di trasparenza diventa il tema centrale.
- I rilasci in ritardo. Confidential computing, mercato dei servizi gestiti e incentivi on-chain per i provider sono tutti in roadmap per fine anno. Il confidential computing è già slittato, e ritardi ripetuti peserebbero sulla credibilità delle scadenze.
Come ha sintetizzato lo stesso Osuri, «l’AI si muove in mesi, l’energia in anni»: Akash scommette sul fatto che una rete flessibile e distribuita possa adattarsi più in fretta di un data center che richiede anni per essere costruito. È una scommessa affascinante, ancorata a una domanda di calcolo che non accenna a rallentare. Ma nel 2026, tra provider in calo, un burn che quasi non brucia e una migrazione ancora sulla carta, resta appunto una scommessa, non ancora una certezza.
Domande frequenti
Che cos’è Akash Network in parole semplici?
Akash Network è un mercato decentralizzato di cloud computing: mette in contatto chi possiede GPU e capacità di calcolo inutilizzata con chi ne ha bisogno per l’intelligenza artificiale, senza un’azienda centrale che fissi i prezzi. Il prezzo emerge da un’asta inversa in cui i fornitori competono al ribasso.
Conviene affittare GPU su Akash rispetto ai cloud tradizionali?
Sui costi orari delle GPU on-demand Akash è tipicamente molto più economico, anche di diverse volte, ma si noleggia calcolo grezzo senza i servizi gestiti, gli SLA e il supporto dei grandi cloud. Per prototipi, inferenza e carichi flessibili il risparmio è concreto; per infrastrutture critiche con garanzie contrattuali il confronto è meno diretto.
A cosa serve il token AKT?
AKT serve per la governance e la sicurezza della rete tramite lo staking e come mezzo di pagamento, anche se molti pagamenti avvengono ormai in stablecoin. Con il meccanismo BME una parte degli AKT viene «bruciata» in cambio di crediti agganciati al dollaro quando si paga per il calcolo, con l’obiettivo di legare il valore del token all’uso reale.
Perché Akash abbandona la blockchain Cosmos?
Akash intende migrare a un modello di sicurezza condivisa su una L1 esistente per non dover più bloccare grandi quantità di AKT solo per garantire la sicurezza della propria catena. La proposta AEP-79 valuta circa 15 ecosistemi, con Solana tra i favoriti, ma a settembre 2026 non c’è ancora una scelta definitiva né una specifica tecnica pubblica.
Come sono tassate in Italia le plusvalenze su AKT?
Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze su cripto-attività come AKT sono tassate al 33% con imposta sostitutiva, senza franchigia. I premi da staking sono tassati come redditi diversi al momento della percezione e vanno indicati in dichiarazione; le cripto vanno inoltre monitorate nel quadro RW e scontano l’imposta patrimoniale dello 0,2% annuo.
Di Marcus Okafor, redazione HOGE Wire.