Akash e il rally di AKT: la domanda di GPU regge il prezzo?
AKT è salito di oltre un terzo in una settimana, trascinato dalla rotazione verso i token AI. Ma i dati Messari raccontano un marketplace di GPU dove domanda e prezzo non sempre coincidono.
Per gran parte del 2026 AKT, il token di Akash Network, ha raccontato una storia frustrante: uso della rete in crescita, prezzo fermo. Poi, nella seconda metà di settembre, qualcosa si è mosso. Secondo CoinGecko AKT scambia intorno a 0,69 dollari (circa 0,60 euro, al cambio EUR/USD vicino a 1,15), in rialzo di oltre il 36% in sette giorni e del 3% nelle ultime 24 ore, per una capitalizzazione di circa 205 milioni di dollari (179 milioni di euro) che lo colloca intorno al 184esimo posto per valore di mercato. Resta comunque oltre il 90% sotto il massimo storico di 8,07 dollari toccato nell’aprile 2021.
Non si è mosso da solo. Nella stessa settimana Render (RENDER) è salito di circa il 30%, Nosana (NOS) di oltre il 40% e io.net (IO) di oltre il 20%, mentre il mercato crypto nel suo complesso guadagnava circa l’11%. È una rotazione di capitali verso i token legati al compute per l’intelligenza artificiale, favorita da un mercato in ripresa: Bitcoin ha recuperato area 80.000 dollari e oltre dai minimi estivi, un contesto che abbiamo raccontato nel price action di settembre. Quando il rischio torna di moda, i token piccoli e ad alta volatilità come quelli del compute AI tendono a correre più del resto del listino.
La domanda che questo articolo si pone è semplice: il mercato sta finalmente prezzando una domanda reale di GPU, oppure è un rimbalzo guidato dai flussi che corre più veloce dei fondamentali? Per rispondere serve capire che cosa sia davvero il marketplace di GPU di Akash, come incassa, e che cosa dicono gli ultimi numeri disponibili.
Che cos’è Akash e perché lo chiamano supercloud
Akash Network nasce nel marzo 2018 da Overclock Labs, la società fondata da Greg Osuri e Adam Bozanich. La mainnet parte a settembre 2020 offrendo inizialmente solo CPU e storage; il salto sul terreno che oggi conta arriva il 31 agosto 2023, quando l’aggiornamento chiamato Supercloud aggiunge il marketplace di GPU, dalle Nvidia H100 e A100 di fascia data center fino alle schede consumer.
L’idea di fondo è un mercato del cloud senza permessi: chiunque possieda GPU o CPU inutilizzate può metterle in affitto, e chiunque abbia bisogno di potenza di calcolo può noleggiarle senza aprire un conto presso un fornitore centralizzato. La proposta di valore ruota attorno a tre punti: costi molto più bassi rispetto ai grandi cloud (Akash rivendica risparmi fino all’85% rispetto ad AWS, un dato da leggere come affermazione dell’azienda e non come misura indipendente), resistenza alla censura e assenza di vincoli con un singolo fornitore. Dove un iperscalatore possiede i data center e detta il listino, Akash coordina una rete di operatori indipendenti che competono tra loro.
Questa architettura spiega sia il fascino sia i limiti del progetto. La stessa apertura che abbatte i prezzi rende anche più difficile garantire continuità di servizio, identità certa del fornitore e livelli di prestazione contrattualizzati, tre elementi che le aziende tradizionali danno per scontati e che qui vanno costruiti in modo diverso.
Il contesto del 2026 rende la scommessa più interessante di quanto fosse qualche anno fa. La domanda di GPU per l’addestramento e l’inferenza dei modelli continua a superare l’offerta, i tempi di consegna dell’hardware di fascia alta restano lunghi e i prezzi dei grandi cloud non sono scesi come molti si aspettavano. In questo scenario, una rete capace di aggregare capacità inutilizzata e di indirizzarla dove serve ha un senso economico chiaro. Il punto non è se esista domanda di calcolo a basso costo, che c’è, ma se Akash riesca a intercettarne una quota abbastanza grande e stabile da giustificare la sua valutazione.
Come funziona il marketplace: l’asta inversa
Il cuore di Akash è un’asta inversa. Chi ha bisogno di calcolo (il committente, o tenant) scrive un file di configurazione in un linguaggio chiamato SDL, lo Stack Definition Language, in cui descrive le risorse desiderate: quante GPU, di quale modello, quanta memoria, quanto storage, per quanto tempo. Questa richiesta viene pubblicata on-chain e i fornitori rispondono con le loro offerte di prezzo. A differenza di un’asta classica, qui vince chi chiede meno, ma il committente non è obbligato a scegliere l’offerta più bassa: può pesare la reputazione del fornitore, la posizione geografica del data center o la disponibilità di hardware specifico.
Una volta accettata un’offerta si crea un lease, cioè il contratto di noleggio. Il pagamento viene bloccato in un deposito a garanzia (escrow) sulla blockchain e rilasciato al fornitore in modo continuo, man mano che il servizio viene erogato. Se il fornitore smette di rispondere, il lease può essere chiuso e ricollocato. Per gestire tutto senza toccare la riga di comando esiste Akash Console, un’interfaccia grafica; lato fornitore, però, resta un requisito tecnico non banale: l’infrastruttura è basata su Kubernetes, l’orchestratore di container standard del settore, e configurarla correttamente è un ostacolo reale per chi non ha competenze da amministratore di sistema.
Vale la pena chiarire un equivoco frequente: un deployment su Akash non è una macchina virtuale eterna. È più simile a un container effimero, che vive finché il lease è attivo e i fondi in escrow bastano a coprirlo. Chi vuole persistenza deve progettare l’applicazione di conseguenza, appoggiandosi a storage persistente e a strategie di ridistribuzione automatica se un fornitore cade. Per un carico di addestramento a tempo determinato questo modello funziona bene; per un servizio in produzione che deve restare online per mesi, la mancanza di garanzie formali di continuità impone accorgimenti architetturali che sui grandi cloud non servono. È la differenza tra affittare capacità a consumo e comprare un servizio gestito con penali contrattuali.
Dall’affitto grezzo all’inferenza: la svolta AkashML
Nel 2026 Akash ha spostato il baricentro dal noleggio grezzo di GPU ai servizi gestiti di inferenza. Il prodotto di punta è AkashML, uno strato che permette di interrogare modelli linguistici già pronti (Llama 3.3 da 70 miliardi di parametri, DeepSeek V3, Qwen3) senza gestire manualmente le macchine sottostanti; a fianco c’è AkashChat, un’interfaccia di chat gratuita che gira sulla stessa flotta di GPU. È un cambio di prospettiva importante: invece di vendere ore-GPU a sviluppatori esperti, Akash vende token elaborati, la stessa unità di misura con cui fatturano OpenAI o Anthropic.
I volumi raccontano una crescita reale. Il traffico instradato tramite l’aggregatore OpenRouter è passato da circa 1,7 miliardi di token al giorno nel primo trimestre a oltre 10 miliardi al giorno all’inizio di luglio, con massimi ripetuti. Tra gli utenti citati compaiono Venice, ElizaOS, Morpheus e Prime Intellect. Questa è, in pratica, la vera macchina della domanda: capire chi paga davvero per questa inferenza è la questione centrale, un tema che abbiamo affrontato chiedendoci chi compra davvero l’inferenza decentralizzata. La differenza tra un grafico di token elaborati che sale e ricavi che si traducono in valore per il token è il filo conduttore di tutto il resto dell’analisi.
La logica strategica è chiara. Vendere ore-GPU grezze è un mercato di prezzo, dove il margine viene eroso dall’asta inversa; vendere inferenza gestita, agenti pronti all’uso e API compatibili con gli standard di settore sposta Akash più in alto nella catena del valore, dove i margini sono migliori e i clienti più fedeli. A marzo 2026 è arrivata anche una piattaforma per lanciare agenti AI con un clic, che cavalca l’ondata di interesse per gli agenti autonomi on-chain. Il rischio speculare è che, salendo di livello, Akash finisca per assomigliare a un fornitore di inferenza qualsiasi, perdendo per strada proprio quella decentralizzazione che dovrebbe distinguerlo.
Quanto costa una GPU su Akash
Il prezzo è l’argomento di vendita più forte di Akash. L’asta inversa spinge le tariffe verso il basso, e i confronti disponibili collocano una Nvidia H100 su Akash molto sotto il listino dei cloud tradizionali. Le stime variano quasi del doppio a seconda della fonte e del tipo di contratto, quindi conviene ragionare per fasce piuttosto che per cifre puntuali. I dati raccolti da yellow.com sul divario tra domanda e offerta nel compute AI aiutano a inquadrare l’ordine di grandezza.
| Fornitore | H100 (dollari/ora) | Circa in euro/ora | Note |
|---|---|---|---|
| Akash Network | 1,30 – 2,00 | 1,15 – 1,75 | asta inversa, fornitore spesso anonimo |
| io.net / Spheron | 1,70 – 3,00 | 1,50 – 2,60 | reti DePIN concorrenti |
| AWS Capacity Blocks | circa 3,90 | circa 3,40 | SLA e supporto enterprise |
| AWS P5 / Azure (on-demand) | 6,90 – 10,50 | 6,00 – 9,10 | listino cloud tradizionale |
Il risparmio è concreto e non è un dettaglio: per uno sviluppatore che deve addestrare o servire un modello, pagare un quarto o un terzo del prezzo cambia il conto economico. Ma il prezzo basso ha un rovescio della medaglia sul lato dell’offerta, come vedremo: se i fornitori guadagnano poco, la rete fatica ad attrarre e trattenere hardware di fascia alta.
AKT, inflazione e il burn che quasi non brucia
AKT è un token di utilità con tre funzioni: paga il compute, mette in sicurezza la catena tramite lo staking e serve per la governance. L’offerta è inflazionistica ma con un tetto: la Proposal 283 del marzo 2025 ha tagliato l’inflazione massima dal 13% all’8% annuo e il minimo dall’8% al 4%, alzando al 50% la quota di nuova emissione destinata al fondo comunitario, come spiega l’azienda nel blog sulla tokenomics. Il rendimento nominale dello staking si aggira intorno al 7,3%, ma poiché metà dell’emissione va al fondo comunitario e non agli staker, il rendimento reale per chi mette AKT in stake è di fatto vicino allo zero o leggermente negativo.
Il meccanismo più discusso è il Burn-Mint Equilibrium (BME), attivo dal 23 marzo 2026 con la Proposal 318. Funziona così: il committente paga il compute bruciando AKT, che viene convertito in un credito di regolamento ancorato al dollaro; il fornitore viene poi pagato in AKT al prezzo del momento del regolamento. Il punto delicato è che la distruzione netta di token avviene solo se AKT si apprezza tra il momento in cui viene bruciato e quello in cui viene coniato per pagare il fornitore. In pratica è un burn che quasi non brucia: l’effetto deflazionistico è molto più debole di quanto suggerisca la parola. Nei primi nove giorni sono confluiti circa 53.520 AKT nel meccanismo, ma il dato netto della distruzione non viene pubblicato.
Su questo punto è netta l’analista Zoha Imdad Ali, che in un pezzo per TECHi riassume il problema fin dal titolo: Akash fa girare compute AI reale, ma AKT non riesce a dimostrare di catturarne il valore. La sua critica centrale è proprio la mancanza di trasparenza sul burn netto: senza quel numero, è impossibile collegare in modo verificabile la crescita dell’uso della rete a una scarsità crescente del token. È la stessa domanda che aleggia sul settore quando si prova a tokenizzare un modello di AI: il valore economico esiste, ma catturarlo in un token è tutt’altro che automatico.
I fondamentali dietro il prezzo: i numeri di Messari
Per capire se il rally poggia su basi solide bisogna guardare i dati indipendenti. L’ultimo report trimestrale completo è lo State of Akash Q1 2026 di Messari, e racconta una rete in chiaroscuro. La domanda cresce (i nuovi lease salgono del 27,1% rispetto al trimestre precedente), ma l’offerta si contrae bruscamente e i ricavi da noleggio calano.
| Metrica (Q1 2026) | Valore | Variazione trim/trim |
|---|---|---|
| Fornitori attivi | 58 (minimo storico) | -8,4% |
| GPU disponibili | 334 | -57,5% |
| Tasso di utilizzo | 33,7% | stabile |
| Nuovi lease | 43.540 | +27,1% |
| Ricavi da lease | 253.250 dollari | -45% |
| Commissioni totali di rete | 257.580 dollari | -44% |
| Ricavi FY2025 | 3,15 milioni di dollari | +128% su base annua |
C’è poi un divario di trasparenza che va spiegato con cura. Nel proprio report Q1 Akash rivendica un traguardo di 5 milioni di dollari di spesa in compute, una cifra circa venti volte i 253.250 dollari di ricavi da lease tracciati da Messari nello stesso periodo. La differenza non è necessariamente disonestà: i 5 milioni sono una spesa cumulata di sempre e su tutti i prodotti (compresi i servizi gestiti come AkashML), mentre il dato Messari è il ricavo da lease on-chain di un solo trimestre. Sono metriche con perimetro e orizzonte temporale diversi. Il problema è che Akash non ha mai pubblicato una riconciliazione tra le due, e questo lascia spazio a interpretazioni molto diverse dello stesso business. Va inoltre segnalato che il report Messari del secondo trimestre 2026 non risulta ancora pubblicato: il rally, cioè, corre senza dati aggiornati che lo confermino.
C’è un dettaglio nei dati che merita attenzione, perché è facile leggerlo al contrario. Nel primo trimestre l’utilizzo delle GPU è rimasto sostanzialmente piatto, mentre quello delle CPU è salito: non perché la domanda sia esplosa, ma perché i fornitori hanno tagliato capacità più in fretta di quanto scendesse l’uso. Un tasso di utilizzo che sale può quindi indicare tanto una rete in salute quanto una rete che si sta restringendo. Per distinguere i due scenari serve incrociare utilizzo, numero di fornitori e ricavi, e il quadro d’insieme del primo trimestre resta quello di una piattaforma con domanda vivace ma offerta in ritirata.
Rally di flussi o di fondamentali?
Guardando alla natura del movimento, gli indizi puntano più verso i flussi che verso un cambio di passo nei fondamentali. L’analisi di AMBCrypto attribuisce il balzo, arrivato fino al 14% in una singola giornata, a due fattori: la rotazione dei capitali verso i token del compute AI e gli acquisti di grandi portafogli. I dati di CryptoQuant citati nel pezzo mostrano ordini di taglia elevata (le cosiddette whale) e una domanda aggressiva lato acquirenti, con i volumi in aumento di quasi il 190% in 24 ore, a 21,9 milioni di dollari. Sono tutti segnali di mercato, non un annuncio di ricavi record.
Il fatto che l’intero paniere dei token GPU sia salito nella stessa settimana rafforza questa lettura: AKT si è comportato come espressione ad alta beta di un rinnovato appetito per l’infrastruttura AI decentralizzata, non come un caso isolato trainato da notizie proprietarie. La domanda di calcolo su Akash è reale e in crescita, come mostra il +27,1% di nuovi lease, ma i ricavi da noleggio sono comunque scesi del 45% per effetto della concorrenza sui prezzi e del mix di clienti. Finché non arriveranno i dati del secondo e terzo trimestre, la conclusione più onesta è che il prezzo sta correndo davanti ai fondamentali dimostrabili, scommettendo che la crescita dei volumi si traduca prima o poi in ricavi e in valore per il token.
Il collo di bottiglia dell’offerta
Il paradosso più interessante di Akash nel 2026 è che la domanda sale mentre l’offerta si assottiglia. I fornitori attivi sono scesi a 58, il minimo storico, e le GPU disponibili sono crollate del 57,5% in un trimestre. Con un utilizzo al 33,7% la rete non è satura in media, ma la base di offerta è sottile e concentrata, il che la rende fragile: bastano pochi operatori che spengono le macchine per spostare gli equilibri.
La causa sta nell’economia del fornitore. Un calcolo puramente illustrativo aiuta a capire il problema: una H100 costa sull’ordine dei 25.000-30.000 dollari, a circa 1,33 dollari l’ora con un utilizzo del 33,7% genera all’incirca 300-350 dollari lordi al mese, e con questi numeri il solo ammortamento della scheda richiede molti anni, senza contare energia, raffreddamento e banda. Per l’hardware professionale i conti spesso non tornano, e la barriera tecnica di Kubernetes scoraggia i piccoli operatori.
Akash sta rispondendo su due fronti. Dall’alto c’è StarCluster, una rete di GPU di proprietà del protocollo: la prima fase è stata finanziata tramite gli Starbonds (uno strumento di investimento regolamentato negli Stati Uniti, con un tetto d’offerta fino a 75 milioni di dollari) per acquistare circa 7.200 GPU Nvidia GB200 di generazione Blackwell, gestite da operatori selezionati chiamati Nodekeepers, come documentato nel report State of Akash Q3 2025 di Messari. Dal basso c’è Homenode, che dai primi mesi del 2026 consente ai proprietari di schede consumer come le RTX 4090 e 5090 di diventare fornitori senza dover gestire Kubernetes. A questi si aggiungono gli incentivi on-chain ai fornitori previsti dalla proposta AEP-53, che però pagano in AKT e quindi introducono un rischio di diluizione. È una tenaglia dall’alto e dal basso per invertire il calo dei fornitori.
Sullo sfondo c’è una competizione più ampia per i megawatt. Diversi operatori che un tempo minavano Bitcoin hanno riconvertito impianti e contratti energetici verso l’AI, dove i ricavi per unità di potenza sono più alti, e i grandi cloud stanno bloccando in anticipo gigawatt di capacità per anni. Una rete come Akash compete per lo stesso hardware e la stessa energia, ma senza la potenza di fuoco finanziaria di un iperscalatore. La sua unica via realistica è aggregare capacità che altrimenti resterebbe inutilizzata, dai data center regionali fino alle schede dei singoli, trasformando in offerta ciò che il mercato centralizzato ignora.
L’addio a Cosmos: la caccia a una nuova catena
Sopra tutto questo pende una decisione strutturale. Nell’ottobre 2025 Akash ha annunciato che dismetterà la propria catena sovrana basata su Cosmos SDK per migrare verso un modello di sicurezza condivisa, come riportato da The Block. La proposta formale è la AEP-79, descritta sul sito di Akash: l’obiettivo è passare da una sicurezza pagata bloccando AKT in staking (giudicata inefficiente dal punto di vista del capitale) a una sicurezza a consumo fornita da una Layer 1 esterna. A settembre 2026 la catena di destinazione non è ancora stata scelta: Solana è indicata come forte candidata tra circa quindici ecosistemi in valutazione, in quella che il team definisce una delle più ampie valutazioni mai fatte nel settore DePIN.
Conviene spiegare che cosa significhi in concreto sicurezza condivisa. Oggi Akash paga per la propria sicurezza remunerando i validatori che bloccano AKT: capitale immobilizzato che frutta poco e che, sostiene il progetto, potrebbe essere impiegato meglio. In un modello di sicurezza condivisa la rete affitta la sicurezza da una Layer 1 già consolidata, pagandola a consumo, sul modello di soluzioni come l’Interchain Security di Cosmos, le parachain di Polkadot o i livelli di disponibilità dei dati di tipo Celestia. Akash intende mantenere la compatibilità con lo standard di comunicazione tra catene IBC. Il compromesso è netto: si guadagna in efficienza del capitale e in sicurezza ereditata da una rete più grande, ma si cede sovranità, perché il destino tecnico di Akash finisce per dipendere dalle scelte della catena ospitante.
Un fattore ha accelerato la decisione. Nell’aprile 2026 la licenza di un modulo chiave di Cosmos SDK è passata da Apache-2.0 a una licenza che vieta l’uso commerciale senza un accordo separato; Osuri l’ha definita ostile su X, spiegando che avrebbe impedito ad Akash di usare quel componente in produzione e di offrirlo come servizio a terzi. Resta aperta la questione più delicata per chi detiene il token: il futuro dello staking di AKT in un modello di sicurezza condivisa non è ancora stato definito nei dettagli tecnici, e la migrazione comporta un rischio di esecuzione tutt’altro che trascurabile.
Calcolo riservato, ma non verificabile
Per attrarre carichi di lavoro seri, il prezzo non basta: serve fiducia. Quando si noleggia una GPU da un fornitore anonimo gli si consegnano dati e, spesso, i pesi del modello, cioè la proprietà intellettuale più preziosa di un progetto AI. La risposta di Akash è il calcolo riservato: la proposta AEP-83, che il sito Akash indica come completata, usa micro-macchine virtuali basate su Kata Containers su hardware con enclavi sicure (AMD SEV-SNP o Intel TDX), in modo che il fornitore non possa leggere i dati in chiaro.
Qui però va fatta una distinzione che spesso si perde: riservato non significa verificabile. Le enclavi proteggono la confidenzialità dei dati e attestano l’integrità dell’immagine eseguita, ma non dimostrano al committente che sia stato fatto girare esattamente il modello richiesto sulla GPU pagata. Un fornitore potrebbe nascondere i dati e comunque eseguire il modello sbagliato o su hardware inferiore. Dimostrare la correttezza del calcolo è un problema diverso e molto più pesante, affrontato da tecnologie come lo zkML o i sistemi ottimistici; è il terreno su cui lavora Gensyn per verificare l’AI su nodi non fidati. Akash risolve la confidenzialità, non la verificabilità, e questa è una lacuna importante da tenere presente.
La concorrenza e il metro di CoreWeave
Akash non è solo. Sul fronte dei token, i concorrenti più diretti girano quasi tutti su Solana e nella stessa settimana hanno vissuto un rally analogo, secondo CoinGecko. Render punta sul rendering grafico oltre che sull’AI, io.net sull’aggregazione di GPU sparse, Nosana sull’inferenza. C’è poi Phala Network, costruita fin dall’inizio attorno alle enclavi sicure e quindi rivale naturale sul calcolo riservato, mentre Bittensor va tenuto a parte perché segue un modello diverso, basato sulla ricompensa dei contributi ai modelli e non sul semplice noleggio.
| Token | Prezzo (dollari) | Capitalizzazione | Catena | Focus |
|---|---|---|---|---|
| AKT (Akash) | circa 0,69 | circa 205 mln | Cosmos (in migrazione) | marketplace GPU e inferenza |
| RENDER (Render) | circa 1,74 | circa 903 mln | Solana | rendering e AI |
| IO (io.net) | circa 0,148 | circa 59 mln | Solana | aggregazione GPU |
| NOS (Nosana) | circa 0,385 | circa 38,5 mln | Solana | inferenza |
Il vero metro di paragone, però, è centralizzato. CoreWeave (quotata al Nasdaq), il cloud specializzato in GPU, ha chiuso il secondo trimestre 2026 con circa 2,58 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 112% su base annua, e un portafoglio ordini da 104 miliardi, secondo CNBC. L’intero settore delle reti GPU decentralizzate vale, annualizzato, circa 180-220 milioni di dollari: CoreWeave incassa di più in un solo trimestre di quanto l’intera concorrenza on-chain faccia in un anno. Come ha sintetizzato l’amministratore delegato di CoreWeave Michael Intrator, il vincolo dell’AI non è più se le aziende vogliano usare il cloud, ma quanto in fretta si riesca a mettere a disposizione capacità affidabile e ad alte prestazioni. Akash gioca in una fascia di mercato diversa, sensibile al prezzo e alla decentralizzazione, ma la sproporzione va tenuta a mente prima di parlare di rivoluzione.
Resta allora la domanda di fondo: perché decentralizzare, se un operatore centralizzato è così più grande ed efficiente? Le risposte plausibili sono tre. La prima è il prezzo, per i carichi meno sensibili alle garanzie di servizio. La seconda è la resistenza alla censura e alla dipendenza da un singolo fornitore, un tema che pesa per chi teme il blocco di un account o vuole diversificare geograficamente. La terza è l’accesso a capacità di coda, cioè hardware sparso che i grandi cloud non catturano. Sono nicchie reali, ma nicchie: è probabile che il compute decentralizzato conviva con gli iperscalatori servendo domande specifiche, più che sostituirli.
MiCA, Consob e il fisco italiano
Per il lettore italiano il quadro normativo conta. Il regolamento europeo MiCA è recepito in Italia dal D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, che affida a Consob la vigilanza su trasparenza e condotta di mercato e a Banca d’Italia gli aspetti prudenziali legati a stablecoin e token di moneta elettronica. AKT, in questo schema, si legge come un token di utilità infrastrutturale, periferico rispetto al cuore di MiCA, che disciplina soprattutto gli emittenti di stablecoin e i fornitori di servizi cripto (i CASP). Il protocollo in sé, come per la finanza decentralizzata, resta in larga parte fuori dal perimetro: è un tema che abbiamo trattato spiegando perché la DeFi resta fuori da MiCA.
Attenzione a un’eccezione: gli Starbonds che finanziano StarCluster sono uno strumento di investimento regolamentato negli Stati Uniti, quindi assimilabile a un titolo, e non sono offerti al pubblico retail europeo. Sul piano fiscale, invece, dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze cripto in Italia sono tassate con aliquota ordinaria del 33% (la Legge 30 dicembre 2024, n. 207 ha rimosso la vecchia soglia di esenzione, rendendo imponibile l’intera plusvalenza), mentre le stablecoin in euro qualificabili come moneta elettronica restano al 26%. Il monitoraggio degli asset va indicato nel quadro RW della dichiarazione e le plusvalenze nel quadro RT: chi ha cavalcato il rally di AKT dovrà farne i conti a fine anno.
Per l’investitore italiano la distinzione tra token di utilità e strumento finanziario non è accademica. Un token come AKT, usato per pagare un servizio e per la governance, è trattato diversamente da un’azione o da un’obbligazione, e questo incide sugli obblighi informativi di chi lo offre e sulle tutele di chi lo compra. La conseguenza pratica è che gran parte del rischio ricade sul singolo: non c’è un prospetto approvato né una vigilanza sul protocollo, solo la trasparenza (o l’opacità) che il progetto sceglie di adottare. È un motivo in più per dare peso proprio a quei dati che, come il burn netto, Akash non pubblica.
Rischi e prospettive per fine 2026
I rischi sono speculari alle opportunità. Un rally guidato dai flussi può invertirsi con la stessa velocità con cui è arrivato, soprattutto se la rotazione verso i token AI si raffredda. Sul piano dei fondamentali pesano tre incognite: la contrazione dei fornitori, la mancata dimostrazione che AKT catturi davvero il valore generato (il burn netto non pubblicato) e il rischio di esecuzione della migrazione di catena, con il futuro dello staking ancora da definire. A questi si aggiungono la concorrenza, sia decentralizzata sia dei colossi centralizzati, e il fatto che i dati del secondo trimestre potrebbero deludere le attese incorporate nel prezzo.
C’è infine una dinamica riflessiva da tenere d’occhio, che lega prezzo e fondamentali in un circolo che può girare in entrambi i sensi. Se AKT sale, gli incentivi pagati in token ai fornitori valgono di più, il che dovrebbe attrarre nuova offerta di GPU e, a valle, sostenere la rete; se AKT scende, quegli stessi incentivi si svuotano e il collo di bottiglia dell’offerta rischia di stringersi ancora. Un rally può quindi avere effetti reali sulla capacità, ma anche un ribasso può avvitarsi su se stesso. Per questo il movimento di prezzo di settembre non è solo un fatto speculativo: nel bene e nel male, tocca la parte più fragile del modello, cioè la disponibilità di hardware.
I catalizzatori da monitorare nei prossimi mesi sono chiari: la scelta della catena per la AEP-79, la pubblicazione dei report Messari del secondo e terzo trimestre, l’adozione effettiva del calcolo riservato da parte dei fornitori, la conferenza Token2049 di Singapore (in programma il 7 e 8 ottobre 2026) e la capacità di StarCluster e Homenode di far risalire l’offerta di GPU. Sullo sfondo resta la filosofia con cui Osuri inquadra la partita: nel report del primo trimestre ha osservato che l’AI si muove in mesi mentre l’energia si muove in anni, un modo per ricordare che le infrastrutture di calcolo si costruiscono su tempi lunghi. Il rally di settembre ha rimesso Akash sotto i riflettori; se dietro i riflettori ci siano fondamentali all’altezza è la domanda a cui solo i prossimi trimestri potranno rispondere.
Domande frequenti
Che cos’è Akash Network?
Akash Network è un marketplace di cloud computing decentralizzato, avviato nel 2018 da Overclock Labs. Chiunque abbia GPU o CPU inutilizzate può metterle in affitto, e chiunque abbia bisogno di potenza di calcolo può noleggiarle tramite un’asta inversa in cui i fornitori competono al ribasso. Dal 2023 il marketplace include GPU Nvidia adatte ai carichi di intelligenza artificiale.
Perché il prezzo di AKT è salito a settembre 2026?
Secondo l’analisi di AMBCrypto, il rialzo è stato trainato dalla rotazione dei capitali verso i token legati al compute per l’AI e dagli acquisti di grandi portafogli (whale), con i volumi in aumento di quasi il 190% in un giorno. È un movimento guidato più dai flussi di mercato che da un salto verificabile nei ricavi della rete, dato che l’ultimo report trimestrale completo di Messari resta quello del primo trimestre 2026.
Akash è davvero più economico di AWS?
Sì, in genere lo è: una GPU Nvidia H100 su Akash costa all’incirca 1,30-2 dollari l’ora (circa 1,15-1,75 euro) contro i 4-7 dollari l’ora e oltre delle offerte on-demand dei grandi cloud. Il risparmio è reale, ma va soppesato con l’assenza di garanzie di servizio formali e con il fatto che il fornitore è spesso anonimo.
Che cos’è il modello Burn-Mint Equilibrium (BME)?
Il BME, attivo dal 23 marzo 2026, converte i pagamenti per il compute in un credito ancorato al dollaro: il committente brucia AKT, il fornitore viene pagato in AKT al prezzo di regolamento. La distruzione netta di token avviene solo se AKT si apprezza tra emissione e regolamento, per cui l’effetto deflazionistico è molto più debole di un semplice burn, e Akash non pubblica il dato netto.
Akash sta lasciando la blockchain Cosmos?
Sì. Con la proposta AEP-79, Akash ha deciso di dismettere la propria catena sovrana basata su Cosmos SDK e di migrare verso un modello di sicurezza condivisa. A settembre 2026 la catena di destinazione non è ancora stata scelta: Solana è indicata come forte candidata tra circa quindici ecosistemi in valutazione.
Marcus Okafor è redattore di HOGE Wire e segue le infrastrutture AI-crypto e i mercati del compute decentralizzato.