Stacks contro Rootstock: la più vecchia scommessa DeFi di Bitcoin
Rootstock e Stacks sono i due layer programmabili più vecchi di Bitcoin, con modelli opposti. Stesso limite di fondo: nessuna uscita unilaterale e un peg federato da sorvegliare.
Bitcoin torna a valere circa 75.700 euro, a un anno esatto dal record segnato nell’autunno del 2025, e con il prezzo risale la domanda più vecchia e scomoda dell’ecosistema: che cosa si può davvero fare con Bitcoin, oltre a conservarlo. La risposta, da anni, porta sempre lo stesso nome, Layer 2. Dietro quella sigla, però, convivono progetti profondamente diversi, e due in particolare si contendono il titolo di piattaforma programmabile più longeva costruita intorno a Bitcoin: Rootstock e Stacks.
Non sono nomi nuovi. Rootstock ha acceso la sua mainnet nel gennaio del 2018, Stacks nella versione attuale nel 2021, con radici che arrivano fino al 2017. Entrambe hanno attraversato almeno due cicli di mercato, l’esplosione della DeFi su Ethereum, la mania degli Ordinals e delle Runes e, nel 2026, una contrazione brutale del capitale depositato sulle catene legate a Bitcoin. Sopravvivere così a lungo, in un settore dove la vita media di un protocollo si misura in mesi, è già di per sé un dato. La domanda di questo confronto è un’altra: dei due modelli opposti con cui Rootstock e Stacks provano a rendere Bitcoin programmabile, quale regge meglio alla prova della fiducia?
Due strade verso la DeFi di Bitcoin
Il punto di partenza è lo stesso per entrambe. Il linguaggio di script di Bitcoin è volutamente limitato: niente cicli, memoria minima, nessuno stato complesso tra una transazione e l’altra. È una scelta di sicurezza, non un difetto, ma rende impossibile costruire direttamente sulla base di Bitcoin le applicazioni che hanno reso popolare la finanza decentralizzata, dai prestiti alle borse automatiche. Chi vuole prestare, scambiare o usare Bitcoin come garanzia deve spostare quella logica altrove, su uno strato aggiuntivo. È la stessa pressione, in fondo, che ha alimentato la stagione delle Runes e degli asset nativi: la domanda di fare di più con lo spazio a blocchi di Bitcoin non si è mai spenta.
Da qui in poi, Rootstock e Stacks imboccano strade opposte. Rootstock è una sidechain compatibile con la Ethereum Virtual Machine, i cui blocchi vengono prodotti dai miner di Bitcoin attraverso il merge mining: uno sviluppatore che conosce Solidity trova un ambiente familiare, e la catena eredita l’ordinamento garantito dalla potenza di calcolo di Bitcoin. Stacks fa il contrario: costruisce una catena a sé, con un linguaggio proprio (Clarity) e un consenso proprio (Proof of Transfer), ancorata a Bitcoin come strato di regolamento sottostante. Una importa il mondo di Ethereum sulla sicurezza di Bitcoin; l’altra costruisce un mondo nuovo che legge e scrive su Bitcoin. Questa divergenza di fondo spiega quasi tutto il resto del confronto.
La prova dell’uscita: quando un Layer 2 è davvero un Layer 2
Prima di mettere a confronto le due catene serve un metro di giudizio. Tra gli analisti si è consolidata una definizione piuttosto severa di che cosa renda qualcosa un vero Layer 2 di Bitcoin: deve derivare la sua sicurezza da Bitcoin e deve permettere all’utente di tornare sulla base (la cosiddetta prova dell’uscita) senza dipendere interamente da un terzo. Nella versione più rigida, l’uscita deve essere unilaterale, cioè imposta dal consenso di Bitcoin anche se tutti gli operatori dello strato superiore sparissero o facessero ostruzione. È il criterio che il progetto di ricerca Bitcoin Layers mette al centro della sua metodologia di valutazione del rischio.
Con questo metro, la Lightning Network supera l’esame: i canali si basano su contratti con blocco temporale e un utente può sempre chiudere il canale e riprendere i suoi fondi direttamente su Bitcoin. Né Rootstock né Stacks, invece, lo superano. In entrambe, per riportare i propri BTC sulla catena madre bisogna che gli operatori del ponte (la federazione PowPeg nel caso di Rootstock, l’insieme dei firmatari sBTC nel caso di Stacks) eseguano il prelievo. Se quel gruppo si blocca, l’utente resta fermo. Per questo i puristi preferiscono chiamarle sidechain ancorate a Bitcoin più che Layer 2 in senso stretto, e la distinzione non è solo terminologica.
La conseguenza pratica è che il punto più fragile di entrambe non è la logica degli smart contract, ma il peg, cioè il meccanismo che tiene uno a uno il BTC bloccato sulla base e la sua rappresentazione sullo strato superiore. È lì che si concentrano fiducia e rischio. Vitalik Buterin lo aveva messo nero su bianco già nel 2022, quando avvertiva che esistono limiti di sicurezza fondamentali ai ponti che attraversano più zone di sovranità rispetto al restare su una singola catena. Vale per i bridge tra blockchain diverse e vale, con le dovute differenze, anche per i peg che collegano Bitcoin alle sue sidechain. Tenere questo in mente è la chiave per leggere tutto il resto del confronto.
Rootstock: la sidechain più antica di Bitcoin
Rootstock (in origine RSK) ha avviato la mainnet il 2 gennaio 2018 ed è la sidechain compatibile con la EVM più longeva costruita su Bitcoin. L’idea è pragmatica: offrire agli sviluppatori lo stesso ambiente di Ethereum, con Solidity, i wallet e gli strumenti già noti, ma con BTC come moneta di base. Il token di gas è l’rBTC, agganciato uno a uno a Bitcoin, con un costo medio per transazione attorno ai venti centesimi di dollaro; i blocchi arrivano circa ogni trenta secondi, e accanto all’rBTC vive RIF, il token di utilità dei servizi dell’ecosistema. Chi arriva da Ethereum, insomma, si trova quasi a casa, come documenta l’analisi di Spark su Rootstock.
La vera particolarità è il consenso. Rootstock non ha un proprio insieme di validatori in competizione: i blocchi vengono prodotti tramite merge mining, cioè gli stessi miner di Bitcoin minano anche Rootstock senza spendere energia aggiuntiva. Secondo i dati del primo trimestre 2026, circa l’84% della potenza di calcolo di Bitcoin partecipa al processo. La filosofia che il team ripete da anni, incarnata dal cofondatore e amministratore delegato Diego Gutierrez Zaldivar (tornato alla guida a fine 2025), è quella della sicurezza per eredità: invece di costruire un nuovo sistema di validazione da difendere, Rootstock prende in prestito la potenza che già protegge Bitcoin, come spiega la stessa documentazione ufficiale del progetto.
Sul fronte delle applicazioni, la DeFi di Rootstock è concentrata in pochi protocolli maturi. Money on Chain, che emette la stablecoin DOC collateralizzata in Bitcoin e il prodotto a leva BPro, e Sovryn, che offre prestiti, trading a margine e una borsa decentralizzata, insieme rappresentano da soli circa tre quarti del capitale depositato. È un ecosistema piccolo ma funzionante, che ha retto per anni senza incidenti clamorosi sul contratto, e che proprio per questo offre un banco di prova interessante al confronto con Stacks.
Stacks: Bitcoin come strato di regolamento
Stacks nasce da Blockstack, il progetto fondato attorno al 2017 da Muneeb Ali e Ryan Shea; la catena nella forma attuale è partita nel 2021. A differenza di Rootstock, non prova a somigliare a Ethereum. Ha un linguaggio tutto suo, Clarity, deliberatamente privo di compilatore e decidibile, pensato perché il comportamento di un contratto sia prevedibile prima di eseguirlo, e capace di leggere direttamente lo stato di Bitcoin. La scommessa è concettuale: Bitcoin deve restare lo strato di regolamento e di consenso, mentre la logica programmabile vive su una catena separata che vi si ancora.
Il meccanismo che tiene insieme il tutto è il Proof of Transfer. I miner di Stacks non bruciano energia: spendono BTC per ottenere il diritto di produrre blocchi, e quei BTC vengono poi girati a chi blocca i propri STX nel processo chiamato stacking. L’aggiornamento Nakamoto, attivato nell’ottobre 2024, ha portato i tempi di blocco a circa cinque secondi e, soprattutto, ha legato le transazioni di Stacks alla finalità di Bitcoin: per riscrivere un blocco Stacks ormai confermato bisognerebbe riorganizzare Bitcoin stesso. L’sBTC, lanciato nel dicembre 2024, completa il quadro portando BTC uno a uno dentro gli smart contract di Stacks, come ricostruisce la stessa fotografia trimestrale pubblicata da Stacks.
La visione di Muneeb Ali è esplicita da tempo. Sul palco di Consensus 2023, il cofondatore di Stacks sosteneva che occorresse rendere Bitcoin programmabile attraverso i Layer 2, mettere quei BTC dentro i contratti intelligenti e darli in mano agli sviluppatori. È l’opposto speculare della filosofia di Rootstock: non portare Bitcoin dove sono già gli sviluppatori, ma portare gli sviluppatori dove è Bitcoin, con strumenti nuovi e un linguaggio costruito apposta.
PowPeg contro i firmatari sBTC: dove vive la fiducia
Se il peg è il punto critico, vale la pena guardarlo da vicino in entrambe le catene. Rootstock usa il PowPeg: un multisig a cinque firme su nove, con le chiavi custodite in moduli hardware di sicurezza (HSM) prodotti da Ledger e distribuite tra un gruppo di funzionari chiamati pegnatari, tra cui figurano nomi come Luxor, Sovryn e Xapo Bank. Depositare BTC verso Rootstock richiede circa cento conferme, quindi circa diciassette ore; riportarli indietro ne richiede circa trentaquattro. La lentezza è una scelta prudenziale, pensata per ridurre il rischio di riorganizzazioni.
Stacks affida l’sBTC a un insieme di quindici firmatari eletti, che operano con una soglia di circa il 70%: nessuna singola entità custodisce i fondi, ma serve comunque che una maggioranza qualificata del gruppo firmi un prelievo. In cambio di questa struttura, i tempi sono molto più rapidi, circa trenta minuti per il deposito e sessanta per il prelievo, come dettaglia la ricostruzione di Hiro sui firmatari sBTC previsti dalla SIP-028. La differenza di numeri (cinque su nove contro quindici) non è un dettaglio: una soglia più ampia distribuisce la fiducia su più mani, ma entrambe restano, in sostanza, pegs federati. La tabella seguente riassume i due modelli.
| Caratteristica | Rootstock | Stacks |
|---|---|---|
| Mainnet | gennaio 2018 | 2021 (upgrade Nakamoto ott. 2024) |
| Consenso | merge mining (PoW di Bitcoin) | Proof of Transfer (PoX) |
| Tempo di blocco | circa 30 secondi | circa 5 secondi (obiettivo) |
| Meccanismo del peg | PowPeg | firmatari sBTC |
| Firmatari e soglia | multisig 5 su 9, chiavi in HSM | 15 firmatari eletti, soglia circa 70% |
| Deposito / prelievo | circa 17 h / circa 34 h | circa 30 min / circa 60 min |
| Token del gas | rBTC (1:1 con BTC) | STX |
| Uscita unilaterale | no | no |
Che cosa compra davvero il merge mining
Qui si annida l’equivoco più diffuso su Rootstock. Sentire che l’84% della potenza di calcolo di Bitcoin protegge la catena fa pensare che anche i propri rBTC siano protetti da quella stessa potenza. È vero solo a metà. Il merge mining mette in sicurezza il ledger, cioè l’ordine dei blocchi e la resistenza alle riorganizzazioni: per riscrivere la storia di Rootstock servirebbe una quantità di hashrate paragonabile a quella di Bitcoin, un attacco proibitivo. Ma il merge mining non protegge il peg. I BTC veri restano bloccati sulla base, in custodia al multisig cinque su nove del PowPeg. La potenza di calcolo garantisce la cronologia delle transazioni, non la cassaforte.
La stessa distinzione, specularmente, vale per Stacks. L’aggiornamento Nakamoto regala alla catena la finalità di Bitcoin, un risultato notevole sul piano della sicurezza del ledger, ma la custodia dell’sBTC resta affidata all’insieme dei firmatari. In altre parole, in tutte e due le architetture lo strato che registra chi possiede cosa è robusto, mentre il ponte che tiene agganciati i BTC reali è il punto molle. Chi valuta dove depositare dovrebbe quindi smettere di chiedersi quanta potenza di calcolo protegge la catena e cominciare a chiedersi chi tiene le chiavi del peg e che cosa succede se quel gruppo si blocca. È una domanda molto meno rassicurante, e molto più utile.
Vale anche la pena notare che i due sistemi distribuiscono il rischio in modo diverso lungo l’asse tempo-fiducia. Rootstock accetta prelievi lenti in cambio di una maggiore cautela contro le riorganizzazioni; Stacks privilegia la rapidità, ma affida la custodia a un insieme di firmatari più numeroso e dinamico. Non esiste una risposta giusta in assoluto: esiste solo un diverso compromesso, e un investitore informato dovrebbe scegliere sapendo quale dei due sta accettando.
PoX e il rendimento più onesto di Bitcoin
C’è un terreno su cui Stacks offre qualcosa che Rootstock non ha: un rendimento nativo pagato in BTC veri. Nel Proof of Transfer, i BTC che i miner spendono per produrre blocchi non vengono bruciati, ma distribuiti a chi effettua lo stacking degli STX. Dal 2021 sono così finiti migliaia di BTC nelle tasche degli stacker, con rendimenti annui che oscillano a seconda della domanda e che, con il programma sperimentale di Bitcoin staking (il cosiddetto Dual Staking legato all’evoluzione PoX), possono arrivare fino a circa il 10% annuo denominato in Bitcoin, secondo i dati raccolti nella comparativa di Spark sulle sidechain di Bitcoin.
La parola chiave è veri. In un 2026 in cui gran parte del cosiddetto rendimento di Bitcoin arriva da emissioni di token nuovi (è il caso, per esempio, dello staking di Babylon, che remunera in token BABY e non in BTC) oppure da spread di prestito, il PoX di Stacks ha un pregio di onestà contabile: ciò che lo stacker incassa è Bitcoin reale, riciclato dalla produzione dei blocchi. Non è denaro gratis, sia chiaro: è un trasferimento dai miner agli stacker, soggetto al prezzo di STX e, come sempre, al rischio del peg. Ma la fonte del rendimento è trasparente, il che è più di quanto si possa dire di molti prodotti concorrenti.
Rootstock, dal canto suo, non ha un meccanismo equivalente incorporato nel protocollo. Il rendimento, lì, nasce dentro le applicazioni: fornendo liquidità su Sovryn, prestando su Money on Chain, partecipando ai mercati dei suoi protocolli. È il modello classico della DeFi, con i suoi rischi di contratto e di liquidità, senza quel flusso di BTC che in Stacks scende direttamente dal livello del consenso. Chi cerca un rendimento in Bitcoin con una provenienza chiara, su questo punto, trova in Stacks la proposta più lineare.
Il tabellone della DeFi: capitale e protocolli
I numeri raffreddano gli entusiasmi. Il capitale depositato nella DeFi di Rootstock si aggira intorno ai 90-100 milioni di dollari, in calo da un picco di circa 260 milioni toccato nell’aprile 2025, secondo i dati di DefiLlama, con Sovryn e Money on Chain a fare la parte del leone. Stacks si colloca poco più in alto, attorno ai 120 milioni di dollari di DeFi attiva, con Zest Protocol a circa 76 milioni (il più grande mercato di prestiti in BTC su qualsiasi layer di Bitcoin), seguito da Granite e StackingDAO; l’sBTC complessivo, che a fine primo trimestre 2026 aveva toccato circa 545 milioni, è poi sceso intorno ai 190 milioni, come riportano la sintesi di Benzinga sul primo trimestre di Stacks e i tracciati di DefiLlama.
| Metriche 2026 | Rootstock | Stacks |
|---|---|---|
| TVL della DeFi | circa 90-100 mln $ | circa 120 mln $ |
| Picco recente | circa 260 mln $ (apr. 2025) | sBTC circa 545 mln $ (Q1 2026) |
| Protocolli guida | Sovryn, Money on Chain | Zest (circa 76 mln $), Granite, StackingDAO |
| BTC rappresentato sulla catena | rBTC | sBTC (circa 190 mln $) |
| Rendimento nativo | no (solo via DeFi) | sì, il PoX paga BTC reali |
Due osservazioni servono a leggere questi numeri senza illusioni. La prima è che si tratta di cifre modeste rispetto alla DeFi di Ethereum, e persino rispetto alla finanza su Bitcoin nel suo complesso, che nel 2026 vale circa 4 miliardi di dollari dopo essere scesa dai circa 9 miliardi del picco di ottobre 2025. La seconda è che entrambe le catene si sono contratte durante la correzione del 2026: non è una storia di crescita lineare, ma di sopravvivenza attraverso un mercato ostile. In questo quadro, il sorpasso di Stacks su Rootstock in termini di capitale è reale ma non schiacciante, e dipende in buona parte dal successo di un singolo protocollo di prestito.
Sovryn, il protocollo che gira su entrambe
Un dettaglio spesso trascurato racconta molto della maturità (e dei limiti) di questo settore: Sovryn, uno dei principali protocolli di finanza su Bitcoin, non vive solo su Rootstock. Ha esteso la sua operatività anche all’ambiente di Stacks, diventando un raro ponte tra i due ecosistemi. Per gli sviluppatori è un segnale pragmatico: invece di scommettere tutto su una sola catena, si copre, portando la stessa applicazione dove c’è liquidità. Il confronto tra Rootstock e Stacks, visto da chi costruisce, è meno un duello a somma zero e più una scelta di distribuzione del rischio.
C’è però un risvolto che riguarda la concentrazione. Sovryn non è soltanto un’applicazione su Rootstock: figura anche tra i pegnatari del PowPeg, cioè tra i firmatari che custodiscono le chiavi del peg. Significa che la stessa entità è al tempo stesso una delle app più grandi della catena e un pezzo della sua infrastruttura di custodia. Non è di per sé un allarme (la federazione resta un cinque su nove), ma è il tipo di sovrapposizione che un investitore attento dovrebbe mappare, perché quando gli stessi nomi ricorrono in più ruoli, la decentralizzazione effettiva è inferiore a quella apparente.
Il token è un titolo? La lezione Blockstack e il nodo Consob
La storia di Stacks porta con sé un precedente regolatorio pesante. Nel luglio 2019 Blockstack divenne la prima offerta di token qualificata dalla SEC statunitense sotto il regime Regulation A+, raccogliendo circa 28 milioni di dollari in contanti più una quota in token destinata al suo programma App Mining, dopo circa dieci mesi di revisione. Fu un evento spartiacque, documentato all’epoca da Crowdfund Insider e analizzato dallo studio legale Jones Day: per la prima volta un token veniva venduto con il via libera del regolatore anziché in aperta sfida ad esso. In seguito il progetto avrebbe sostenuto che la rete era ormai abbastanza decentralizzata da non richiedere più quegli obblighi informativi.
Perché conta oggi, e per un lettore italiano. La domanda se un token di sidechain o di Layer 2 (STX, RIF) sia un titolo o uno strumento finanziario resta aperta e si decide a colpi di casi e di linee guida. Negli Stati Uniti il contesto è in movimento, tra la ridefinizione della postura della SEC, lo scontro sulla preemption tra autorità federale e singoli Stati e l’uscita di Hester Peirce da una commissione ormai a ranghi ridotti, un quadro che continua a dettare l’umore globale del mercato.
In Italia e nell’Unione Europea la cornice è diversa e più definita. Le cripto-attività spot e i relativi servizi ricadono sotto il regolamento MiCA, con la vigilanza ripartita tra Consob per la condotta di mercato e la tutela dell’investitore e Banca d’Italia per i profili prudenziali e per le stablecoin, secondo l’assetto fissato dal decreto legislativo 129 del 2024. Un token di utilità o di governance come STX o RIF viene trattato come cripto-attività ai sensi di MiCA, a meno che non presenti le caratteristiche di uno strumento finanziario; in quel caso scatterebbe invece la MiFID II, la stessa che governa i derivati su cripto, vigilati appunto dalla Consob e non da MiCA. Per chi investe, la conseguenza è pratica: la qualificazione giuridica del token cambia obblighi, tutele e trattamento, e non va data per scontata.
La lezione di Liquid: il peg federato e il congelamento
Se qualcuno pensa che il rischio del peg sia teorico, il 2026 ha fornito un promemoria costoso. All’inizio di settembre un attaccante ha sfruttato un bug di collisione nella cache di verifica delle prove crittografiche nel codice di Elements, la base software della Liquid Network di Blockstream, per coniare circa 4.000 L-BTC non coperti e portarli fuori attraverso il peg, drenando circa il 95% delle riserve, all’incirca 320 milioni di dollari, in circa trentacinque minuti. Nessuna chiave della federazione era stata rubata: il punto debole era il codice, non la custodia, come hanno ricostruito crypto.news e l’analisi forense di Chainalysis.
Il seguito è istruttivo quanto l’attacco. Liquid ha fermato la produzione dei blocchi, l’ha ripresa il 10 settembre con una versione aggiornata di Elements, ma ha lasciato sospesi i prelievi dal peg. Blockstream ha rifiutato la richiesta di riscatto dell’attaccante sui circa 600 BTC rimasti in suo possesso, come riportato da The Block, mentre l’amministratore delegato Adam Back ha dichiarato che l’ancoraggio uno a uno tra L-BTC e BTC sarebbe stato comunque coperto. Rassicurazione importante, ma che arriva da un soggetto centrale: è esattamente il tipo di garanzia che un vero Layer 2 non dovrebbe richiedere.
La lezione per Rootstock e Stacks è diretta. Liquid è una federazione diversa (undici su quindici) e il suo bug stava in un’altra parte del codice, ma la struttura di fondo è la stessa: un peg custodito da un gruppo ristretto, senza uscita unilaterale. Quando quel peg si congela, chi detiene il token rappresentativo non può forzare un prelievo sulla base di Bitcoin, deve aspettare. In un peg federato si ripone fiducia tanto nei firmatari quanto nel codice, e se uno dei due cede non ci si può semplicemente alzare e andarsene. Chiunque depositi BTC su Rootstock o su Stacks accetta, in forme diverse, la stessa classe di rischio.
Dove ha senso ciascuna
Messi uno accanto all’altro, i due progetti non si escludono: servono profili diversi. Rootstock è la scelta naturale per chi arriva dal mondo EVM, per i team che vogliono portare su Bitcoin una DeFi già collaudata su Ethereum senza reimparare tutto, e per chi dà valore alla sicurezza del ledger ereditata dal merge mining e a strumenti familiari. Stacks parla invece a chi vuole un regolamento ancorato a Bitcoin, la prevedibilità del linguaggio Clarity, la possibilità di leggere lo stato di Bitcoin e, soprattutto, un rendimento pagato in BTC reali. Sul piano del peg, i quindici firmatari di Stacks offrono una ridondanza maggiore del cinque su nove di Rootstock, anche se si tratta di un sistema più giovane e in evoluzione.
| Se cerchi… | Scegli | Perché |
|---|---|---|
| Strumenti EVM e DeFi collaudata | Rootstock | compatibilità con Solidity, sicurezza del ledger dal merge mining |
| Rendimento in BTC reali | Stacks | il PoX distribuisce Bitcoin, non emissioni di nuovi token |
| Finalità ancorata a Bitcoin | Stacks | l’upgrade Nakamoto lega i blocchi a Bitcoin |
| Un peg più ridondante | Stacks (15 firmatari) | soglia più ampia del 5 su 9 di Rootstock |
| Massima minimizzazione della fiducia | nessuna delle due | servirebbe un bridge BitVM o un covenant, non ancora pronti |
L’avvertenza di fondo resta valida per entrambe: avvolgere BTC in rBTC o in sBTC significa accettare il rischio del ponte. Non è un argomento per restare alla larga, ma per dimensionare le posizioni con consapevolezza e non trattare quei token come se fossero Bitcoin in autocustodia, perché non lo sono.
Che cosa guardare nel 2026 e oltre
Tre cantieri decideranno i prossimi mesi. Sul fronte Stacks, pesano l’avanzamento del Bitcoin staking legato all’evoluzione del PoX, l’eventuale rimozione dei tetti ai depositi di sBTC e la tenuta della crescita di Zest nel credito. Su Rootstock, contano la ripresa del capitale depositato, l’effetto del ritorno di Diego Gutierrez Zaldivar alla guida e la stabilità della partecipazione dei miner al merge mining. Sono metriche noiose, ma è dalla noia (uptime, prelievi che funzionano, protocolli che non saltano) che si misura la sopravvivenza di un’infrastruttura.
La vera incognita, però, è comune a entrambe e viene da fuori: i bridge a fiducia minimizzata. Se le tecnologie basate su BitVM (come il ponte Clementine che alimenta il rollup Citrea, primo rollup a conoscenza zero in produzione su Bitcoin) o un eventuale soft fork sui covenant come OP_CTV dovessero maturare, i peg a cinque su nove e a quindici firmatari comincerebbero a sembrare datati. A quel punto Rootstock e Stacks si troverebbero sotto pressione per aggiornare i propri ponti verso modelli che richiedono di fidarsi di una sola parte onesta, non di una maggioranza. È lo scenario che più di ogni altro potrebbe ridisegnare il confronto, trasformando la domanda da quale federazione preferisci a perché una federazione.
Sullo sfondo, infine, resta la macroeconomia. L’appetito per il rischio sulla DeFi di Bitcoin segue il prezzo di BTC, la traiettoria dei tassi della Fed e il modo in cui le cripto si muovono rispetto ai mercati azionari; il verdetto sulla correlazione tra azioni e cripto dopo Fed e CLARITY dice molto su quanto capitale nuovo possa affluire verso questi strati. Un Bitcoin forte porta capitali e tolleranza alla sperimentazione; un Bitcoin debole li prosciuga, e sono proprio le infrastrutture piccole come queste a soffrirne per prime. Rootstock e Stacks hanno già dimostrato di saper attraversare l’inverno. La domanda, ora, è se sapranno sfruttare la primavera.
Domande frequenti
Rootstock e Stacks sono veri Layer 2 di Bitcoin?
In senso stretto no. Nessuna delle due consente l’uscita unilaterale verso la base di Bitcoin: per riprendere i propri BTC serve l’intervento dei gestori del ponte, la federazione PowPeg per Rootstock o i firmatari sBTC per Stacks. Per questo molti analisti le classificano come sidechain ancorate a Bitcoin più che come Layer 2 in senso rigoroso.
Che differenza c’è tra merge mining e Proof of Transfer?
Il merge mining di Rootstock fa sì che i miner di Bitcoin producano anche i blocchi di Rootstock senza energia aggiuntiva, ereditando l’ordinamento garantito dalla potenza di calcolo di Bitcoin. Il Proof of Transfer di Stacks fa invece spendere BTC ai miner per produrre blocchi, BTC che vengono poi distribuiti a chi blocca i propri STX. Il primo eredita la sicurezza del ledger, il secondo crea un rendimento in Bitcoin reali.
Il rendimento di Stacks è vero rendimento in Bitcoin?
Sì, nel senso che i BTC distribuiti ai partecipanti provengono dai miner che li spendono per produrre blocchi, non da emissioni di nuovi token. Resta però un trasferimento dai miner agli stacker, non denaro gratis, ed è comunque esposto al rischio del peg e all’andamento del prezzo di STX.
Che cosa rischia chi deposita BTC su Rootstock o Stacks?
Il rischio principale è il peg: in entrambi i casi i BTC sono custoditi da un gruppo ristretto di firmatari e non si possono ritirare in autonomia. L’attacco da circa 320 milioni di dollari alla Liquid Network nel settembre 2026 ha mostrato che anche un bug nel codice, e non solo il furto delle chiavi, può congelare una rete federata.
Come sono trattati STX e rBTC dalla normativa italiana?
STX e rBTC sono considerati cripto-attività e in Italia ricadono sotto il regolamento europeo MiCA, con Consob per la condotta di mercato e Banca d’Italia per i profili prudenziali e sulle stablecoin. I derivati su cripto restano invece sotto la MiFID II. Le plusvalenze seguono le regole fiscali italiane sulle cripto-attività, e per il quadro dichiarativo conviene farsi assistere.
Marco Ferri scrive di infrastruttura Bitcoin, Layer 2 e mercati cripto per HOGE Wire.