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● Regulation & Policy

Regole stablecoin nel 2026: un mercato, molti regolamenti

Le stablecoin valgono quasi 293 miliardi di dollari, oltre il 99% in dollari USA. Nell'autunno 2026 cinque regolamenti diversi entrano in rotta di collisione, da MiCA all'Asia al Golfo.

Un mercato globale, una regola per ogni fuso orario

Le stablecoin sono nate con una promessa semplice: un token che vale sempre un dollaro, o un euro, spostabile in pochi secondi da un capo all’altro del mondo senza chiedere permesso a nessuno. A ottobre 2026 quella promessa regge sul piano tecnico, ma si scontra con una realtà che pochi avevano previsto. Lo stesso token, perfettamente fungibile su una blockchain, oggi risponde a regole diverse a seconda di dove vive chi lo emette e chi lo usa. Il mercato vale quasi 293 miliardi di dollari secondo CoinGecko ed è dominato per oltre il 99% da token legati al dollaro statunitense. Eppure non esiste un regolamento mondiale: esistono almeno cinque grandi quadri normativi, nazionali o regionali, che nell’autunno 2026 arrivano al pettine quasi tutti insieme.

Per l’investitore italiano la questione non è accademica. Mentre il Bitcoin viaggia oltre i 76.000 euro e l’Uptober riparte un anno dopo il record, le stablecoin restano l’infrastruttura silenziosa su cui passa gran parte degli scambi cripto: sono il conto corrente del mondo on-chain. Decidere quali token si possono detenere, con quali tutele, a quali condizioni fiscali e con quale diritto al rimborso dipende ormai da un intreccio di norme europee, americane, britanniche e asiatiche che non parlano la stessa lingua. Questo articolo prova a mettere ordine nella mappa, partendo dal calendario che la rende urgente proprio adesso.

Il punto di partenza è una constatazione scomoda: la stablecoin è l’unico strumento del mondo cripto nato per essere noioso, e proprio per questo è diventato il terreno regolatorio più caldo. Un token volatile come il Bitcoin preoccupa l’investitore; una stablecoin da miliardi di dollari che circola come mezzo di pagamento preoccupa le banche centrali, perché tocca la moneta, i depositi e la sovranità monetaria. Ecco perché le autorità, dall’Europa al Golfo, hanno smesso di osservare e hanno iniziato a scrivere.

L’autunno 2026: quando le scadenze si sovrappongono

Non è un caso che il tema esploda adesso. Nel giro di poche settimane, quattro continenti chiudono o avviano passaggi decisivi. In Europa la consultazione sulla revisione di MiCA si è chiusa il 30 settembre 2026, dopo una proroga dal 31 agosto, con 86 domande a cui la Commissione dovrà rispondere in una relazione attesa entro il 30 giugno 2027 (Commissione europea). Negli Stati Uniti il Tesoro e l’OCC stanno scrivendo le regole attuative del GENIUS Act, con una finestra di commenti pubblici aperta in ottobre e l’obiettivo di regole definitive entro novembre. A Singapore la consultazione dell’autorità monetaria si chiude il 16 ottobre. Nel Regno Unito la Bank of England punta a congelare le regole entro fine anno.

La conseguenza è che, tra ottobre 2026 e gennaio 2027, l’impianto globale delle regole sulle stablecoin passa dalla bozza alla legge applicata in mezzo mondo nello stesso trimestre. La tabella che segue riassume le scadenze che contano.

DataGiurisdizioneEvento
30 set 2026Unione europeaChiusura della consultazione sulla revisione di MiCA
16 ott 2026SingaporeChiusura della consultazione MAS sulle stablecoin
ottobre 2026Stati UnitiChiusura dei commenti sull’NPRM del Tesoro (Sez. 3 GENIUS Act)
novembre 2026Stati UnitiObiettivo di regola definitiva dell’OCC sul GENIUS Act
fine 2026Regno UnitoObiettivo di regole finali di Bank of England e FCA
H2 2026Unione europeaLancio previsto di Qivalis, stablecoin in euro di un consorzio bancario
18 gen 2027Stati UnitiEntrata in vigore operativa del GENIUS Act
30 giu 2027Unione europeaRelazione della Commissione sulla revisione di MiCA
~2029Unione europeaPossibile emissione dell’euro digitale

Europa: MiCA è legge, ma la riforma è già iniziata

L’Unione europea è arrivata prima di tutti. Il regolamento MiCA (Reg. UE 2023/1114) distingue due famiglie: gli e-money token (EMT, Titolo IV), ancorati a una sola valuta come USDC o EURC, e gli asset-referenced token (ART, Titolo III), legati a un paniere. In entrambi i casi l’emittente deve essere una banca o un istituto di moneta elettronica autorizzato, deve tenere riserve pari al 100% del circolante, deve rimborsare alla pari in qualsiasi momento e non può corrispondere interessi ai detentori. Il periodo transitorio si è chiuso il 1 luglio 2026, quindi oggi chi serve clienti europei deve essere un emittente autorizzato o un CASP abilitato.

Due regole in particolare segnano il carattere europeo. La prima è l’articolo 54, che impone di tenere almeno il 30% della riserva in depositi presso banche dell’area (il 60% per i token qualificati come significativi): una scelta pensata per proteggere i detentori, ma che paradossalmente lega le stablecoin al sistema bancario proprio quello da cui dovrebbero essere indipendenti. La seconda è l’articolo 23, il tetto che obbliga l’emittente a sospendere nuove emissioni se un token non in euro supera 1 milione di transazioni al giorno o 200 milioni di euro di valore giornaliero come mezzo di scambio: una leva esplicita per contenere la penetrazione del dollaro nei pagamenti europei.

Il fatto nuovo è che l’Europa sta già riscrivendo quelle regole. Nella settimana che ha preceduto la chiusura della consultazione, le tre grandi autorità hanno depositato richieste che vanno nella stessa direzione ma da angolazioni diverse. Il Sistema europeo di banche centrali (SEBC), in un documento del 22 settembre, ha chiesto di abolire la soglia del 30/60% sui depositi e di sostituirla con requisiti di liquidità per scadenze, oltre a estendere il divieto di rendimento a prestiti, staking e servizi non regolamentati. L’EBA, il 24 settembre, ha messo al primo posto gli schemi multi-emittente con entità di Paesi terzi, definiti a rischio da significativo a molto significativo, insieme alla revisione della regola sui depositi e a classificazione e reporting. L’ESMA, il 30 settembre, ha chiesto regole sugli influencer finanziari, obblighi informativi su staking e prestiti, una licenza per gli accessi alla DeFi e il potere di oscurare siti e congelare cripto-attività (FinanceFeeds, Freshfields). Lo avevamo raccontato quando la SEC americana si blindava a due commissari: le due sponde dell’Atlantico stanno irrigidendo le regole quasi in parallelo.

L’anomalia europea: il dollaro domina, l’euro resta sotto l’1%

Qui sta il paradosso che spiega mezzo dibattito regolatorio. L’Europa ha il quadro più completo al mondo, ma le stablecoin in euro valgono meno dell’1% del mercato. Secondo CoinGecko, EURC di Circle, il più grande token in euro, vale circa 470 milioni di dollari, contro i 184 miliardi di USDT e i quasi 74 di USDC. Oltre il 99% del mercato è in dollari. La combinazione di divieto di interessi, obbligo di depositi bancari e tetto sulle transazioni rende poco attraente emettere un token in euro su larga scala, mentre gli effetti di rete del dollaro fanno il resto.

La frattura corre dentro i due colossi americani. Circle ha scelto la conformità: è stato il primo emittente globale ad adeguarsi a MiCA tramite un istituto di moneta elettronica francese autorizzato dall’ACPR nel 2024, e nel luglio 2026 ha ottenuto dall’OCC una charter di banca fiduciaria nazionale negli Stati Uniti. Tether ha scelto la via opposta: USDT è stato tolto dalle borse regolamentate dello Spazio economico europeo dal 1 luglio 2026, mentre il gruppo ha lanciato una versione statunitense conforme, USAT, lasciando USDT fuori dai perimetri più rigidi. Il CEO Paolo Ardoino ha spiegato a più riprese perché Tether non ha chiesto la licenza europea: a suo giudizio «un deposito bancario non equivale a liquidità immediatamente disponibile», e la regola sui depositi renderebbe il token meno sicuro spostando riserve dai titoli di Stato liquidi verso banche commerciali (FinanceFeeds). La tabella sintetizza chi è dentro e chi è fuori.

StablecoinEmittenteValutaCapitalizzazioneQuotaStato nell’UE
USDTTetherUSD~184 mld $62,8%Non conforme MiCA, fuori dalle borse SEE
USDCCircleUSD~74 mld $25,2%Conforme MiCA (EMI francese)
USDSSkyUSD~10 mld $3,4%Non conforme (decentralizzato)
USDeEthenaUSD~4,9 mld $1,7%Non conforme (dollaro sintetico)
DAISkyUSD~4,6 mld $1,6%Non conforme (decentralizzato)
EURCCircleEUR~470 mln $0,2%Conforme MiCA (EMT in euro)

L’Italia dentro MiCA: Consob, Banca d’Italia e i soggetti abilitati

In Italia MiCA è stata recepita con il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, che divide i compiti: la Consob vigila su condotta e tutela degli investitori, la Banca d’Italia sul profilo prudenziale e sulle stablecoin (ART ed EMT). Alla chiusura del periodo transitorio, il 30 giugno 2026, le due autorità hanno confermato 9 soggetti abilitati in Italia: otto CASP (CheckSig, Conio, CryptoSmart, Hercle, Hodlie, Olliv, Riv Digital, Young Platform) e Banca Sella, già intermediario vigilato (Consob). È bene ricordare che MiCA è a passaporto unico: un CASP autorizzato altrove nell’Unione (per esempio in Lussemburgo, Irlanda o Malta) può servire i clienti italiani senza una seconda autorizzazione della Consob, quindi i nove soggetti nazionali non esauriscono l’universo degli operatori che raggiungono l’Italia.

C’è poi un dettaglio fiscale che in Italia pesa più che altrove. Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze su cripto-attività sono tassate al 33%, ma le stablecoin in euro conformi a MiCA, trattate come e-money token cioè strumenti di pagamento, restano al 26%. È una differenza di sette punti che, sul piano teorico, spinge il risparmiatore verso i token in euro regolati. Nella pratica, però, quei token quasi non esistono su scala utile, e il mercato continua a girare in dollari: un esempio quasi perfetto di regola che indirizza la domanda in una direzione mentre l’offerta rimane bloccata nell’altra. La Consob, intanto, dispone dal 2019 del potere di oscurare i siti abusivi, uno strumento che l’ESMA ora chiede di estendere a tutta l’Unione, segno che il modello italiano di enforcement fa scuola.

Stati Uniti: il GENIUS Act e la corsa alle regole attuative

Gli Stati Uniti sono partiti dopo, ma hanno recuperato in fretta. Il GENIUS Act, firmato il 18 luglio 2025, impone riserve 1:1 in attività liquide di alta qualità (soprattutto titoli di Stato con scadenza residua non oltre 93 giorni), disclosure mensile, divieto di interessi ai detentori e rimborso in tempi rapidi. La sua logica sulle riserve è l’opposto di quella europea: niente obbligo di depositi bancari, ma concentrazione sui Treasury a breve, la lezione diretta del crollo di Silicon Valley Bank. La soglia dei 10 miliardi di dollari separa due regimi: sopra, la vigilanza federale dell’OCC; sotto, i regimi statali. Il confine tra competenza federale e statale è lo stesso nodo che alimenta lo scontro americano che abbiamo seguito tra le 300 lettere alla SEC e la battaglia sugli Stati.

La parte attuativa è il cantiere aperto di questo autunno. L’OCC ha proposto a marzo 2026 un pacchetto organico di regole su emittenti nazionali, emittenti esteri e attività di custodia, con l’obiettivo dichiarato dal Comptroller di una regola definitiva entro novembre (OCC). Il Tesoro, dal canto suo, ha pubblicato un NPRM che attua la Sezione 3 del GENIUS Act, definendo cosa significhi emettere, offrire o vendere una stablecoin di pagamento, con una finestra di commenti pubblici di 60 giorni. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che il Tesoro «accoglie il contributo degli operatori mentre lavoriamo per dare la certezza normativa di cui le imprese hanno bisogno per innovare e crescere in America, consolidare il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale e mantenere gli Stati Uniti capitale mondiale delle cripto» (U.S. Treasury).

Due date fanno da bussola. Il 18 gennaio 2027 il GENIUS Act entra pienamente in vigore; il 18 luglio 2028 scatta il divieto, per i fornitori di servizi su asset digitali, di offrire stablecoin di pagamento non autorizzate. In mezzo c’è la parte più delicata per il resto del mondo: la portata extraterritoriale. Un emittente estero potrà raggiungere il mercato americano solo se dimostra di poter ottemperare agli ordini legali statunitensi, e gli intermediari che convertono o quotano token non conformi rischiano di finire nel mirino. È la versione americana della stessa logica con cui l’Europa prova a controllare chi entra nel suo perimetro.

Regno Unito: il modello a due livelli e il tetto da 40 miliardi

Fuori dall’Unione, il Regno Unito ha scelto un disegno a due livelli che è forse il più prudente al mondo. La Financial Conduct Authority (FCA) regola emissione, custodia e ammissione alla negoziazione delle stablecoin qualificate emesse nel Regno Unito; la Bank of England si occupa invece di quelle che il Tesoro riconosce come sistemiche, in base alla Parte 5 del Banking Act 2009, mantenendo alla FCA la tutela dei consumatori. Con il documento di politica del 22 giugno 2026 e la bozza di Codice di condotta, Londra ha compiuto una scelta sorprendente: ha abbandonato i tetti individuali (20.000 sterline a persona, 10 milioni per le imprese) che aveva inizialmente proposto, sostituendoli con una barriera temporanea sull’emissione aggregata (Bank of England).

Il nuovo limite è fissato a 40 miliardi di sterline per ciascuna stablecoin sistemica, senza vincoli sulla dimensione o sulla frequenza delle singole operazioni. Sul fronte riserve, Londra ammette fino al 70% in titoli di Stato britannici a breve e impone almeno il 30% in depositi non remunerati presso la banca centrale, una struttura a metà strada tra la fiducia europea nei depositi bancari e quella americana nei Treasury. La Bank of England punta a finalizzare le regole entro fine 2026, con l’avvio del regime nel 2027. Il messaggio di fondo è chiaro: il Regno Unito vuole le stablecoin in sterline, ma a crescita controllata, un passo alla volta.

Hong Kong: soglia alta, pochissime licenze

Hong Kong ha fatto da apripista asiatico con la Stablecoins Ordinance, in vigore dal 1 agosto 2025. Il risultato racconta la filosofia meglio di qualsiasi slogan: a fronte di 36 domande presentate entro la scadenza, la Hong Kong Monetary Authority (HKMA) ha concesso ad aprile 2026 soltanto due licenze, ad Anchorpoint Financial (joint venture tra Standard Chartered Hong Kong, HKT e Animoca Brands) e a HSBC (HKMA). Un tasso di approvazione del 5,6%. Il Direttore generale dell’HKMA, Eddie Yue, aveva anticipato per mesi che la prima ondata avrebbe riguardato un numero molto ridotto di emittenti, e il governo lo ha confermato: il Segretario per i servizi finanziari e il Tesoro ha ribadito che «la soglia per la licenza resterà alta» e che «il numero complessivo di licenze resterà molto limitato», in nome della gestione del rischio e della sostenibilità del mercato.

La novità di ottobre 2026 è che Hong Kong prova a dare uno sbocco a quelle licenze. Il Policy Address del 16 settembre ha indirizzato la Securities and Futures Commission a promuovere la negoziazione delle stablecoin regolate sulle piattaforme per asset virtuali autorizzate e il loro uso nel regolamento dei fondi monetari tokenizzati. HSBC prepara un lancio tramite l’app di pagamento PayMe, mentre Anchorpoint ha avviato in agosto la beta istituzionale del token HKDAP. Resta però un limite onesto da segnalare: al momento nessuna piattaforma autorizzata ha ancora quotato una stablecoin licenziata, quindi Hong Kong ha per ora emittenti e una linea di indirizzo politico, non ancora mercati di scambio attivi. È il ritmo tipico di una piazza che preferisce arrivare tardi e solida piuttosto che presto e fragile.

Singapore, Giappone ed Emirati: l’Asia e il Golfo scrivono le proprie regole

Il baricentro regolatorio non è più solo euro-americano. A Singapore l’Autorità monetaria (MAS) ha pubblicato il 1 settembre 2026 una consultazione per modificare il Payment Services Act e dare forza di legge alle regole sulle stablecoin, in chiusura il 16 ottobre. Le regole per le stablecoin a valuta singola ricalcano lo schema globale: riserve pari ad almeno il 100% del valore nominale, rimborso alla pari entro tempi stabiliti, divieto di corrispondere interessi. La novità, rispetto alla posizione del 2023, è l’apertura: MAS consentirebbe di emettere lo stesso token fungibile da Singapore e da uno o più Paesi esteri e riconoscerebbe un numero limitato di stablecoin straniere ben regolate (Sidley).

Il Giappone è arrivato ancora prima, per via normativa. Dal giugno 2023 una legge sui servizi di pagamento riformata classifica le stablecoin come strumenti di pagamento elettronici, con requisiti su licenza, copertura delle attività e segregazione dei fondi dei clienti. Nel novembre 2025 JPYC Inc. è diventata il primo emittente a ottenere l’approvazione della FSA per una stablecoin ancorata allo yen, registrandosi come fornitore di servizi di trasferimento fondi (CoinDesk). Il modello giapponese impone di proteggere oltre il 100% delle attività gestite e apre, con gradualità, anche alle stablecoin estere.

Il Golfo gioca una partita diversa, più orientata ai pagamenti sovrani. Negli Emirati Arabi Uniti la Payment Token Services Regulation della banca centrale (CBUAE) è in vigore dal luglio 2024: per i pagamenti al dettaglio sul territorio sono ammessi solo i token di pagamento approvati, in particolare quelli ancorati al dirham. Gli emittenti devono mantenere riserve al 100% in attività liquide di alta qualità, con almeno metà in contanti presso banche degli Emirati, e rimborsare alla pari entro un giorno lavorativo; algoritmiche e privacy coin sono vietate. AE Coin, primo token di pagamento ancorato al dirham, ha ottenuto la licenza piena ed è stato indicato come metodo di pagamento per le autorità federali a febbraio 2026 (FRV Advisory). La tabella mette a confronto i sette quadri principali.

GiurisdizioneNorma principaleAutoritàRiserveRendimentoStato (ott 2026)
Unione europeaMiCAESMA, EBA, BCE; Consob e Banca d’Italia in Italia100%, 30/60% in depositi bancariVietatoIn vigore, revisione in corso
Stati UnitiGENIUS ActOCC o Stati (soglia 10 mld $)100% HQLA, Treasury fino a 93 ggVietatoIn vigore dal 18 gen 2027
Regno UnitoBanking Act 2009, Parte 5Bank of England e FCAFino 70% gilt, almeno 30% depositi banca centraleVietato (sistemiche)Regole finali attese fine 2026
Hong KongStablecoins OrdinanceHKMA100%, alta qualitàVietatoIn vigore, 2 licenze
SingaporePayment Services ActMAS100% del valore nominaleVietatoConsultazione chiude 16 ott 2026
GiapponePayment Services Act (EPI)FSAOltre 100%, segregatiLimitatoIn vigore, JPYC prima licenza
Emirati Arabi UnitiPayment Token Services Reg.CBUAE100%, almeno 50% cash in banche UAEVietatoIn vigore da lug 2024

Il filo comune: cinque regole che tornano ovunque

Nonostante la frammentazione, chi legge i sette regolamenti in fila nota una sorprendente convergenza di fondo. Al netto dei dettagli, cinque principi si ripetono quasi identici da Bruxelles ad Abu Dhabi, perché rispondono alla stessa paura: evitare che una stablecoin di massa salti il peg e trascini con sé risparmiatori e, nei casi peggiori, banche.

  • Riserve pari al 100% del circolante, in attività liquide e di alta qualità, separate dal patrimonio dell’emittente.
  • Rimborso alla pari su richiesta del detentore, entro tempi prestabiliti.
  • Divieto di corrispondere interessi o rendimento per il solo fatto di detenere il token.
  • Emittente autorizzato e vigilato: una banca, un istituto di moneta elettronica o un soggetto equivalente, non un anonimo protocollo.
  • Obblighi antiriciclaggio, adeguata verifica della clientela e trasparenza periodica sulla composizione delle riserve.

Dove le regole divergono: riserve, rendimento ed extraterritorialità

La convergenza sui principi nasconde divergenze profonde sui dettagli, e nella finanza i dettagli sono tutto. Il primo fronte è la composizione delle riserve. Lo stesso obiettivo, proteggere il detentore, porta a prescrizioni opposte: l’Europa spinge le riserve nei depositi bancari, gli Stati Uniti le spingono fuori dalle banche verso i Treasury a breve, il Regno Unito mescola gilt e depositi presso la banca centrale, gli Emirati vogliono metà in contanti nelle banche locali. Un emittente globale che volesse rispettare tutti e quattro i regolamenti dovrebbe costruire quattro riserve diverse per lo stesso token, il che è economicamente assurdo. È la ragione tecnica per cui il mercato tende a spezzarsi in versioni locali dello stesso marchio, come USDT e la sua variante americana USAT.

Il secondo fronte è il rendimento. Tutti vietano all’emittente di pagare interessi, ma il confine di quel divieto è mobile. Il SEBC vorrebbe estenderlo a prestiti, staking e programmi di ricompensa, mentre altrove gli exchange possono ancora offrire incentivi che somigliano a un rendimento indiretto. Questa zona grigia è un invito all’arbitraggio regolamentare: la stessa attività, vietata in un fuso orario, resta praticabile in un altro. Lo abbiamo analizzato in dettaglio parlando della guerra sul rendimento che riscrive le regole.

Il terzo fronte è la portata extraterritoriale e il problema delle emissioni multi-emittente. Quando lo stesso token fungibile viene emesso da un’entità europea e da una non europea, con riserve separate e regole diverse, basta uno shock su un lato per generare arbitraggio sui rimborsi e tensioni che rimbalzano oltre confine. L’EBA ha definito questi schemi a rischio da significativo a molto significativo proprio perché un detentore corre al rimborso dove conviene, scaricando lo stress sull’anello più debole della catena. Ironia della sorte, mentre Bruxelles alza le difese, Singapore si muove nella direzione opposta e apre esplicitamente all’emissione dello stesso token da più giurisdizioni: la prova che non esiste nemmeno un consenso su quale sia il rischio, figurarsi sulla cura.

Il rischio frammentazione: cosa dicono BIS e FSB

Che la somma di tanti regolamenti rigorosi possa produrre un sistema fragile non è una tesi di parte: lo sostengono le istituzioni che di stabilità finanziaria si occupano per mestiere. La Banca dei regolamenti internazionali (BIS) e il Financial Stability Board (FSB) hanno avvertito che regole frammentate rischiano di amplificare i rischi di mercato e di incoraggiare l’arbitraggio normativo, perché le differenze su rimborso, custodia, tempi di disclosure e collateralizzazione delle riserve diventano un rompicapo per qualunque stablecoin operi su più Paesi (CoinDesk). L’FSB, nella sua revisione tematica, ha fotografato il ritardo: ad agosto 2025 solo 11 giurisdizioni avevano un quadro completo per le cripto-attività e appena 5 per le stablecoin, con lacune su gestione del rischio, buffer di capitale e piani di risoluzione (FSB).

C’è poi un livello di frammentazione che le regole non toccano affatto: quello tecnico. Lo stesso token su Ethereum e su Solana vive su registri separati, e i ponti che li collegano aggiungono rischio su rischio. La BIS ha spinto la critica fino in fondo, sostenendo che un mercato da centinaia di miliardi può erodere il controllo delle banche centrali e indebolire il credito bancario drenando depositi verso token privati, e che le stablecoin non superano il test della singolarità della moneta: un euro deve valere un euro ovunque, mentre un token che a volte rimborsa alla pari e a volte no introduce una crepa. La proposta alternativa della BIS è un registro unificato che combini moneta di banca centrale e di banca commerciale tokenizzate su piattaforme regolate, l’opposto filosofico della stablecoin privata. Non tutti concordano, ma è il segno che la posta in gioco è salita dal recinto cripto al cuore del sistema monetario.

La risposta pubblica e quella privata: euro digitale e Qivalis

L’Europa non si limita a regolare le stablecoin altrui: prova a costruire due alternative in euro, una pubblica e una privata. La via pubblica è l’euro digitale, la valuta digitale della banca centrale su cui lavora la BCE. Il Parlamento europeo, con la commissione ECON, ha approvato la propria posizione il 23 giugno 2026 e il negoziato a tre è iniziato a luglio, con l’obiettivo di un accordo entro fine anno e un’eventuale emissione intorno al 2029. Non è una stablecoin privata: è moneta di banca centrale, con limiti di detenzione pensati per non svuotare i depositi, senza interessi e senza essere moneta programmabile. L’idea è dare ai cittadini un ancoraggio digitale al denaro pubblico, nel caso i token privati in dollari diventassero il binario di pagamento prevalente.

La via privata ha un nome e una data: Qivalis, la joint venture di un consorzio bancario europeo che punta a emettere una stablecoin in euro conforme a MiCA nella seconda metà del 2026, sotto la vigilanza della banca centrale olandese. Il progetto, annunciato nel settembre 2025 da nove banche tra cui le italiane UniCredit e Banca Sella insieme a CaixaBank, Danske Bank, DekaBank, ING, KBC, Raiffeisen e SEB, si è poi allargato fino a coinvolgere decine di istituti in una quindicina di Paesi (Qivalis). Il token sarà emesso su Ethereum con riserve interamente coperte e una quota significativa in depositi bancari, esattamente la struttura che MiCA premia e che il dollaro, finora, non ha avuto bisogno di adottare in Europa. Se l’euro digitale è la scommessa delle istituzioni, Qivalis è quella delle banche: entrambe nascono dalla stessa constatazione, cioè che un mercato in euro quasi inesistente è un problema di sovranità, non solo di tecnologia.

Cosa cambia per l’investitore italiano

Tolta la cornice geopolitica, restano le domande concrete di chi usa le stablecoin tutti i giorni. La prima è quali token si possano ancora detenere e scambiare legalmente da clienti europei. In pratica USDC resta pienamente disponibile sulle piattaforme regolate, mentre USDT è stato rimosso dalle borse regolamentate dello Spazio economico europeo: non è illegale possederlo in autocustodia, ma è sempre più difficile trovarlo quotato su un operatore autorizzato in Italia. La regola d’oro è semplice: usare un CASP abilitato, che si tratti di uno dei nove soggetti italiani o di un operatore autorizzato altrove nell’Unione con passaporto MiCA.

La seconda domanda è fiscale. Le plusvalenze cripto in Italia sono al 33% dal 2026, con la finestra al 26% riservata alle stablecoin in euro conformi. Attenzione a un punto spesso trascurato: convertire una cripto-attività in una stablecoin può configurare un evento fiscalmente rilevante, perché non si tratta sempre di una permuta tra beni con eguali caratteristiche e funzioni; chi fa trading frequente dovrebbe tenerne conto nel quadro RT. La terza domanda riguarda le tutele. Il valore vero di MiCA, per il detentore, è il diritto al rimborso alla pari e la riserva segregata: se l’emittente è autorizzato, in caso di crisi il token è coperto 1:1 da attività separate, una garanzia che l’autocustodia da sola non offre. Non è un dettaglio: è la differenza tra un dollaro digitale regolato e un pagherò anonimo.

C’è infine un filo macro che conviene tenere d’occhio. Le stablecoin in dollari sono ormai tra i maggiori acquirenti di titoli di Stato americani a breve, quindi la loro crescita intreccia la politica monetaria: ogni decisione sui tassi cambia il rendimento delle riserve e quindi i margini degli emittenti. Per questo vale la pena leggere l’evoluzione delle regole insieme al ciclo della Fed, come quando ci siamo chiesti se la Fed andasse verso la pausa di ottobre e cosa significasse per le cripto. Le stablecoin non vivono in una bolla normativa: sono un pezzo della finanza, con tutto ciò che ne consegue.

Domande frequenti

Che cosa cambia per le stablecoin con MiCA in Italia?

MiCA impone che le stablecoin siano emesse da una banca o da un istituto di moneta elettronica autorizzato, con riserve al 100%, rimborso alla pari e divieto di interessi. In Italia la Consob vigila su condotta e tutela degli investitori e la Banca d’Italia sul profilo prudenziale, e dal 1 luglio 2026 i servizi possono essere offerti solo da CASP abilitati o da operatori autorizzati altrove nell’Unione con passaporto MiCA.

USDT è legale in Italia nel 2026?

Possedere USDT in autocustodia non è vietato, ma Tether non si è adeguata a MiCA e USDT è stato rimosso dalle borse regolamentate dello Spazio economico europeo dal 1 luglio 2026. In pratica è sempre più difficile acquistarlo o scambiarlo su un operatore autorizzato in Italia, mentre USDC, conforme a MiCA, resta disponibile.

Le stablecoin in euro pagano meno tasse?

Sì. Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze cripto in Italia sono tassate al 33%, ma le stablecoin in euro conformi a MiCA, trattate come strumenti di pagamento (e-money token), restano al 26%. La differenza di sette punti è però in gran parte teorica, perché i token in euro valgono ancora meno dell’1% del mercato.

Cos’è il GENIUS Act americano sulle stablecoin?

Il GENIUS Act è la legge federale statunitense sulle stablecoin di pagamento, firmata il 18 luglio 2025. Impone riserve 1:1 in attività liquide, soprattutto titoli di Stato a breve, disclosure mensile e divieto di interessi; gli emittenti sopra i 10 miliardi di dollari sono vigilati dall’OCC, gli altri dai regimi statali. Entra pienamente in vigore il 18 gennaio 2027.

Esiste una regola mondiale unica sulle stablecoin?

No. Esistono almeno sette grandi quadri regolatori (Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito, Hong Kong, Singapore, Giappone ed Emirati) che condividono alcuni principi di base ma divergono su riserve, rendimento e portata extraterritoriale. BIS e FSB hanno avvertito che questa frammentazione può amplificare i rischi e incoraggiare l’arbitraggio normativo.

Anneke de Vries segue regolamentazione e policy per HOGE Wire, con un focus su MiCA, GENIUS Act e le regole globali sulle stablecoin.

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