Oro e Bitcoin un anno dopo il record: chi ha vinto il 2026
Il 6 ottobre 2025 Bitcoin segnava il record a 126.198 dollari. Dodici mesi dopo è un terzo sotto quel picco, mentre l'oro resta vicino ai massimi: ecco chi ha protetto il capitale.
Esattamente un anno fa, il 6 ottobre 2025, Bitcoin toccava il suo massimo storico a circa 126.198 dollari. Era il momento in cui la tesi dell’oro digitale sembrava confermata dai fatti: un asset scarso, sovranazionale, lanciato verso l’infinito mentre le banche centrali tenevano i bilanci gonfi e il debito pubblico occidentale continuava a crescere. Per molti, quel record era la prova che Bitcoin aveva ormai preso il posto dell’oro come rifugio dell’era digitale.
Dodici mesi dopo la fotografia è molto diversa. Bitcoin vale circa 84.000 dollari, poco meno di 77.000 euro, ovvero circa un terzo sotto quel picco; la sua capitalizzazione complessiva è intorno ai 1.720 miliardi di dollari. L’oro, invece, scambia intorno ai 4.168 dollari l’oncia (circa 3.700 euro), poco più del 6% sopra il livello di un anno fa e appena un quarto sotto il proprio massimo storico, segnato più tardi, a fine gennaio 2026. Il cambio euro-dollaro in questa fotografia è 1,1269, secondo il tasso di riferimento BCE del 6 ottobre.
Questo articolo non è l’ennesimo duello su chi vince tra i due. È un bilancio a dodici mesi. Prendiamo la data simbolo, il record di Bitcoin, e misuriamo cosa hanno fatto i due beni rifugio nell’anno che è seguito: quanto hanno reso, quanto hanno fatto soffrire chi li deteneva, chi li ha comprati e perché. Alla fine proviamo a capire cosa dice tutto questo a un investitore italiano che deve decidere quanto oro e quanto Bitcoin tenere in portafoglio, e dove guardare nei prossimi mesi. L’anniversario del record è una data utile proprio perché è scomoda: costringe a confrontare i due asset non nel momento più favorevole all’uno o all’altro, ma lungo dodici mesi interi, con tutte le fasi di euforia e di paura che li hanno attraversati. È il test più onesto che si possa chiedere a un presunto bene rifugio.
Il tabellone a dodici mesi: l’oro ha difeso, Bitcoin ha perso terreno
Partiamo dai numeri, perché sono impietosi e raccontano la storia meglio di qualsiasi tesi. Nella finestra esatta che va dal record di Bitcoin a oggi, l’oro ha guadagnato qualche punto percentuale e non si è mai allontanato troppo dai suoi massimi; Bitcoin ha ceduto circa un terzo del valore e, nei momenti peggiori del 2026, è arrivato a dimezzarsi rispetto al picco. Il titolo di bene rifugio, quest’anno, è calzato molto meglio al metallo giallo.
| Metrica (dal 6 ott 2025 a oggi) | Oro | Bitcoin |
|---|---|---|
| Prezzo al 6 ottobre 2025 | circa 3.928 $/oz | circa 126.198 $ |
| Prezzo attuale | circa 4.168 $/oz | circa 84.000 $ |
| Variazione su 12 mesi | circa +6% | circa -33% |
| Massimo storico | oltre 5.500 $ (28 gen 2026) | 126.198 $ (6 ott 2025) |
| Distanza dal proprio record | circa -25% | circa -33% |
| Minimo del periodo (circa) | intorno a 4.000 $ (estate 2026) | circa 63.000-65.000 $ (2026) |
La variazione annua dell’oro, poco più del 6%, nasconde un percorso spettacolare: il metallo è salito del 64% circa nel 2025, il miglior anno dal 1979, ha superato per la prima volta i 3.000 e poi i 4.000 dollari e ha segnato il massimo storico, oltre 5.500 dollari, il 28 gennaio 2026, prima di consolidare verso i livelli attuali. Bitcoin ha fatto il percorso inverso: ha segnato il record e poi è sceso, fino a un minimo intorno a 63.000-65.000 dollari, circa la metà del picco, per poi risalire parzialmente. Stesso anno, due traiettorie opposte.
Perché l’oro ha vinto l’anno
La forza dell’oro nel 2026 non è stata un caso, ma il prodotto di tre spinte che agiscono insieme e che hanno poco a che fare con la speculazione di breve periodo.
La prima spinta sono le banche centrali. Secondo il World Gold Council, nel secondo trimestre del 2026 gli acquisti netti del settore ufficiale hanno toccato 289 tonnellate, circa il 62% in più rispetto a un anno prima, dopo le 244 tonnellate del primo trimestre; la previsione per l’intero 2026 è di circa 850 tonnellate, in linea con il 2025. È una domanda strutturale, non emotiva: le banche centrali comprano in modo programmatico, spesso proprio nelle fasi di debolezza del prezzo, e la lista degli acquirenti si è allungata a Paesi che non avevano mai comprato prima, dall’Indonesia alla Malesia al Guatemala.
La seconda spinta è la de-dollarizzazione. Il congelamento delle riserve russe nel 2022 e la frammentazione del sistema finanziario globale hanno insegnato a molti governi che un attivo di riserva privo di rischio controparte vale più di un rendimento. L’oro, che nessuno può bloccare da remoto, è diventato la polizza assicurativa naturale contro quel rischio, e questa domanda tende a persistere per anni, non per trimestri.
La terza spinta è il timore di debasement, cioè l’erosione del potere d’acquisto della moneta. Con deficit pubblici elevati e nessun percorso credibile di rientro del debito, molti investitori hanno comprato oro come riserva di valore contro la svalutazione implicita delle valute. Vale la pena notare un dettaglio controintuitivo: l’oro è salito nonostante i tassi alti. Dopo il rialzo di settembre la Federal Reserve ha portato il costo del denaro al 3,75-4,00%, un contesto che in teoria penalizza un asset che non paga cedole; eppure la domanda di protezione ha prevalso. Chi segue la politica monetaria dell’era Warsh sa che è proprio questa combinazione, tassi alti e paura, a rendere il 2026 un anno insolito.
Perché Bitcoin è rimasto indietro
Bitcoin non ha fallito per ragioni interne al protocollo: la rete ha funzionato, l’offerta è rimasta prevedibile, l’halving del 2024 ha fatto il suo corso. Ha deluso rispetto all’oro perché, nell’anno trascorso, si è comportato come un asset di rischio, non come un rifugio.
Il primo motivo è proprio questo profilo di rischio. Bitcoin si muove con la liquidità globale, con l’indice Nasdaq e con il sentiment sugli attivi speculativi, molto più che con la paura geopolitica. Quando a fine febbraio sono salite le tensioni internazionali, i capitali sono andati sull’oro, non su Bitcoin. In un anno dominato dall’incertezza, questa differenza di natura ha pesato parecchio.
Il secondo motivo è ciò che è accaduto subito dopo il record. Nei giorni successivi al 6 ottobre 2025, una scossa sui dazi e un’ondata di liquidazioni hanno innescato una delle correzioni più rapide degli ultimi anni, e il 2026 è proseguito in salita, con un minimo attorno alla metà del valore di picco. Recuperare da un drawdown così profondo richiede molto tempo e molta forza.
Il terzo motivo sono i flussi degli ETF, che nel 2026 hanno raccontato una domanda fragile. Sull’intero anno gli ETF spot su Bitcoin hanno registrato deflussi netti per circa 4,76 miliardi di dollari; a fine maggio il fondo IBIT di BlackRock ha segnato la seconda maggiore uscita giornaliera della sua storia (circa 528 milioni), e in una sola settimana di giugno lo stesso IBIT ha pesato per il 73% dei deflussi del comparto. A differenza delle banche centrali, che comprano oro nelle discese, la domanda di ETF su Bitcoin tende a essere pro-ciclica: entra quando il prezzo sale ed esce quando scende, amplificando il movimento.
La correlazione che inganna
Qui serve cautela, perché chi guarda solo la correlazione di breve rischia di trarre la conclusione sbagliata. A inizio 2026 la correlazione tra oro e Bitcoin era scesa fino a circa meno 0,88, il livello più basso dal mercato orso del 2022: i due si muovevano in direzioni opposte. Ma già a fine agosto la correlazione a 90 giorni era risalita a circa più 0,50, un massimo di sei anni, mentre il legame di Bitcoin con il Nasdaq scendeva verso il 33%.
Come si conciliano questi dati con il tabellone a dodici mesi, che mostra traiettorie opposte? Semplice: muoversi nella stessa direzione in una finestra di tre mesi non significa essere lo stesso asset. Nel breve periodo oro e Bitcoin possono salire o scendere insieme perché reagiscono a un fattore comune, la liquidità, l’offerta di moneta, le attese sulla Fed. Ma sull’arco di un anno i rendimenti totali e i ruoli divergono nettamente. La correlazione misura il ritmo giorno per giorno; il tabellone misura chi ha protetto il capitale. Per chi investe, il secondo conta più del primo.
Due modi diversi di perdere: volatilità e drawdown
Rendimento e rischio sono due facce della stessa moneta, e qui la differenza tra i due asset è enorme. L’oro ha una volatilità storicamente contenuta, tipicamente tra il 15 e il 20% annualizzato; Bitcoin viaggia spesso tra il 60 e l’80%, cioè tre o quattro volte tanto. Questo significa che Bitcoin può regalare rialzi molto più ampi, ma anche cadute che l’oro non conosce.
| Dimensione di rischio (ultimo anno) | Oro | Bitcoin |
|---|---|---|
| Volatilità annualizzata (storica) | circa 15-20% | circa 60-80% |
| Massimo drawdown dai massimi | circa -25% | circa -45/-50% |
| Recupero necessario dal minimo | moderato (circa +33%) | elevato (dopo -50% serve +100%) |
| Rendimento da cedola | nessuno | nessuno |
| Comportamento sotto stress geopolitico | rifugio | asset di rischio |
La matematica dei drawdown è spietata e spesso sottovalutata: una perdita del 25% si recupera con un rialzo di circa il 33%, ma una perdita del 50% richiede un raddoppio, cioè un più 100%. Chi ha comprato Bitcoin vicino al record ha dovuto digerire proprio questa asimmetria. L’oro, al contrario, ha offerto un profilo molto più dolce, con cadute più piccole e recuperi più rapidi. Non a caso, in un anno in cui entrambi gli asset hanno faticato a comportarsi da rifugio perfetto, è stato Bitcoin a far suonare più spesso l’allarme, non l’oro.
La scarsità a confronto: emissione fissa contro flusso minerario
Sul piano della scarsità i due asset giocano campionati diversi, e vale la pena capire come. Bitcoin ha un tetto rigido: non esisteranno mai più di 21 milioni di unità, oltre il 95% delle quali è già stato emesso, e il ritmo di creazione si dimezza circa ogni quattro anni. L’ultimo halving è avvenuto nel 2024, il prossimo è atteso intorno al 2028, e già oggi l’inflazione dell’offerta di Bitcoin è scesa sotto l’1% annuo. L’oro, al contrario, non ha alcun tetto: le miniere continuano a estrarre metallo ogni anno, facendo crescere lo stock sopra terra di circa l’1-2%, un ritmo lento ma perpetuo che nessun codice può fermare.
Questa differenza ha alimentato modelli come lo stock-to-flow, che legavano il prezzo di Bitcoin alla sua crescente scarsità e proiettavano traguardi molto elevati. Nella pratica quei modelli hanno fallito ripetutamente: il prezzo del 2026 è lontano dalle traiettorie che prevedevano, e l’ultimo anno lo conferma. La scarsità programmata è una proprietà reale e preziosa di Bitcoin, ma non è una macchina che produce prezzo in automatico; a decidere è la domanda, e nell’anno della paura la domanda ha premiato l’asset con la storia più lunga alle spalle.
La vera differenza, in fondo, non è quanto siano scarsi i due asset, ma da quanto tempo lo sono. L’oro porta con sé millenni di fiducia accumulata, guerre, imperi e crisi monetarie attraversate senza mai valere zero. Bitcoin ha poco più di sedici anni e deve ancora dimostrare di saper attraversare un ciclo macro completo nel ruolo di rifugio. La scarsità è una condizione necessaria per una riserva di valore, non sufficiente: serve anche il tempo, ed è l’unica materia prima che Bitcoin non può produrre in fretta.
Chi compra cosa: banche centrali contro ETF e tesorerie
Una delle chiavi di lettura più utili dell’ultimo anno riguarda la base di acquirenti, perché spiega perché i due asset si comportano in modo così diverso. L’oro ha un compratore paziente e strategico: il settore ufficiale. Le banche centrali comprano per motivi di riserva, non di trading, e nel sondaggio del World Gold Council l’89% si attende riserve auree in aumento nei prossimi dodici mesi. È una domanda che tende a rafforzarsi quando il prezzo scende, perché il metallo diventa più conveniente da accumulare.
Bitcoin, invece, poggia soprattutto su ETF e tesorerie aziendali. Sono compratori più sofisticati rispetto al passato, ma anche più sensibili al sentiment: i flussi degli ETF entrano con l’euforia ed escono con la paura, come ha mostrato il 2026. È una differenza strutturale, e un dato interessante emerso durante l’anno è che i due asset non competono più per lo stesso dollaro: l’oro va alle banche centrali, Bitcoin ai fondi orientati alla tecnologia e alle tesorerie. Questo spiega perché la loro correlazione può restare bassa a lungo. Sullo sfondo, il dollaro digitale privato prende forma con le prime regole vincolanti sulle stablecoin, un terzo incomodo che cambia lentamente il modo in cui circola il valore.
C’è poi un piano, quello delle riserve statali, dove il divario è quasi totale. Praticamente tutte le banche centrali del mondo detengono oro, e molte lo stanno aumentando; quasi nessuna detiene Bitcoin come riserva ufficiale, con El Salvador che resta l’unico vero esperimento sovrano di rilievo. È la prova più concreta che, per ora, nel linguaggio delle riserve pubbliche la parola rifugio si scrive ancora oro. Perché Bitcoin colmi quel divario servirebbe un cambio di mentalità delle autorità monetarie che, nell’anno appena trascorso, non si è visto.
La tesi dell’oro digitale alla prova dei fatti
A questo punto la domanda è inevitabile: l’ultimo anno ha smontato la tesi dell’oro digitale? La risposta onesta è: in parte, e per il motivo giusto. La narrazione dice che Bitcoin, più scarso dell’oro (tetto fisso a 21 milioni di unità), portabile e verificabile, dovrebbe ereditarne il ruolo di riserva di valore in un mondo di valute svalutate. Nell’anno appena trascorso questo ruolo non si è manifestato: quando la paura è salita, il capitale ha scelto l’oro.
Ma la tesi dell’oro digitale è, per sua natura, una scommessa di lungo periodo, non un verdetto a dodici mesi. Quando Larry Fink definisce Bitcoin un asset di paura legato al timore di debasement, parla di un orizzonte pluridecennale, non di un trimestre. Su finestre più lunghe Bitcoin ha largamente sovraperformato l’oro, proprio grazie alla volatilità che oggi lo penalizza. La lettura più equilibrata è questa: l’oro è la riserva di valore consolidata, a bassa volatilità, con domanda sovrana alle spalle; Bitcoin è una opzione call ad alta volatilità sul debasement, con un potenziale di rialzo superiore e un rischio di ribasso altrettanto superiore. La solidità monetaria di Bitcoin nel lunghissimo periodo dipenderà anche dal suo budget di sicurezza, cioè da quanto la rete riuscirà a remunerare i miner quando i sussidi caleranno. L’anno appena trascorso non ha bocciato la tesi; ha separato con chiarezza i due ruoli.
Il contesto macro: Fed, lavoro debole e il CPI del 14 ottobre
Nessuno dei due asset si muove nel vuoto. Lo sfondo del 2026 è una Federal Reserve insolitamente aggressiva, che a settembre ha alzato i tassi al 3,75-4,00%, per poi trovarsi di fronte a dati sul lavoro in rapido raffreddamento. A settembre l’economia americana ha creato appena 29.000 posti di lavoro, contro attese superiori agli 80.000, e la probabilità implicita di nessun movimento alla riunione del 27-28 ottobre è salita verso l’83%. Il mercato, che una settimana prima scontava un possibile secondo rialzo, ora si aspetta una pausa a ottobre e un eventuale ritocco spostato a dicembre.
Il prossimo bivio è il dato sull’inflazione del 14 ottobre. Se il CPI dovesse riaccelerare, la narrazione del debasement si rafforzerebbe, con effetti tendenzialmente favorevoli all’oro e più ambigui per Bitcoin. Il meccanismo è asimmetrico: per l’oro i tassi alti sono un freno (nessuna cedola), eppure la domanda di protezione ha prevalso tutto l’anno; per Bitcoin, che vive di liquidità, una pausa o un futuro taglio sarebbero un vento a favore, mentre una Fed di nuovo aggressiva toglierebbe ossigeno proprio all’asset più speculativo.
Un ultimo tassello macro riguarda il dollaro. Di norma un biglietto verde forte e tassi reali elevati pesano sull’oro, che non offre cedole; nel 2026, con il cambio euro-dollaro intorno a 1,13, il dollaro è rimasto relativamente solido eppure l’oro è salito lo stesso. È il segnale più chiaro di quanto sia stata potente la domanda di protezione e di riserva, capace di travolgere i freni che in un anno normale avrebbero tenuto fermo il metallo. Per Bitcoin, invece, il dollaro e la liquidità restano la bussola principale, il che spiega perché l’asset abbia sofferto proprio mentre le condizioni finanziarie si irrigidivano.
Cosa dicono gli esperti
Le voci più autorevoli del settore restano divise, e le loro posizioni aiutano a inquadrare il dibattito senza semplificarlo.
Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, al DealBook Summit del dicembre 2025 ha definito Bitcoin un asset di paura: mentre la maggior parte degli attivi gestiti dal suo gruppo rappresenta speranza, ha spiegato, Bitcoin lo si possiede per il timore del debasement, dell’instabilità finanziaria e del caos geopolitico. Un endorsement sui generis, che colloca Bitcoin nella stessa famiglia dell’oro, quella della protezione, pur riconoscendogli una natura diversa. Vale la pena ricordare che proprio BlackRock gestisce il più grande ETF al mondo su Bitcoin.
Ray Dalio, fondatore di Bridgewater, rappresenta la posizione più scettica. A marzo 2026 ha ribadito che c’è un solo oro, definendolo la moneta più consolidata e la seconda valuta di riserva detenuta dalle banche centrali. Pur detenendo circa l’1% del portafoglio in Bitcoin e raccomandando intorno al 15% complessivo in hard money (oro o Bitcoin), Dalio avverte che Bitcoin ha una correlazione piuttosto alta con i titoli tecnologici e che tecnologie come il quantum computing potrebbero un giorno minacciarne la sicurezza.
All’estremo opposto c’è Michael Saylor, presidente esecutivo di Strategy, per il quale Bitcoin è proprietà digitale superiore a oro, azioni e immobili perché digitale, disponibile ovunque e globale. Per Saylor, insomma, il confronto è già chiuso a favore di Bitcoin; la differenza con Dalio non è sui fatti dell’ultimo anno, ma sull’orizzonte temporale con cui li si guarda.
Come esporsi in Italia: fisico, ETC, ETP e il fisco
Dalla teoria alla pratica. In Europa non esiste un ETF UCITS spot su una singola criptovaluta, perché le regole di diversificazione UCITS vietano un prodotto monoasset; l’esposizione passa quindi da ETP o ETN physically-backed, oppure da exchange e autocustodia. L’oro, invece, si compra fisico (esente IVA come oro da investimento), oppure tramite ETC quotati su Borsa Italiana. Sul piano regolatorio, in Italia Consob vigila su condotta e tutela dell’investitore e Banca d’Italia sugli aspetti prudenziali e sulle stablecoin, entrambe nel perimetro MiCA; i derivati su crypto restano sotto MiFID II, e il periodo transitorio MiCA si è chiuso il 1 luglio 2026.
Il nodo più sensibile per l’investitore italiano è il fisco, e qui c’è un’asimmetria importante. L’oro fisico da investimento sconta il 26% di imposta sostitutiva ed è esente IVA; lo stesso 26% si applica agli ETC e, in generale, agli strumenti finanziari. Le plusvalenze sulle criptovalute spot, invece, dal 1 gennaio 2026 sono tassate al 33%, con la franchigia abolita e l’eccezione del 26% riservata ad alcuni token di moneta elettronica in euro. Il paradosso è che esporsi a Bitcoin tramite un ETP, cioè uno strumento finanziario, può risultare fiscalmente più leggero (26%) che detenerlo direttamente (33%).
| Strumento | Sottostante | Costo tipico | Fisco IT (2026) | Controparte |
|---|---|---|---|---|
| Oro fisico (lingotti, monete) | oro | spread + custodia | 26% (esente IVA) | nessuna (possesso diretto) |
| ETC su oro (Borsa Italiana) | oro fisico allocato | molto basso (annuo) | 26% (redditi diversi) | emittente/depositario |
| Bitcoin su exchange CASP | BTC | commissioni di trading | 33% | exchange |
| Bitcoin in autocustodia | BTC | hardware wallet | 33% | nessuna (chiavi proprie) |
| ETP/ETN su Bitcoin | BTC fisico | basso (annuo) | 26% (strumento finanziario) | emittente |
Due avvertenze. La prima: la custodia conta quanto il fisco. L’oro fisico e il Bitcoin in autocustodia azzerano il rischio controparte ma spostano su chi detiene la responsabilità della sicurezza; ETC, ETP ed exchange la delegano a un terzo. La seconda: le aliquote e le regole dichiarative cambiano spesso, per cui prima di decidere conviene verificare la normativa aggiornata e, nel dubbio, rivolgersi a un professionista.
Due poste nello stesso portafoglio, non due rivali
La lezione più utile dell’ultimo anno è che oro e Bitcoin non sono alternative da scegliere in blocco, ma strumenti con mestieri diversi. L’oro fa la zavorra a bassa volatilità, sostenuta dalla domanda sovrana, che tiene il portafoglio quando la paura domina. Bitcoin fa l’opzione ad alta volatilità sul debasement e sulla liquidità, che può moltiplicare il capitale nei cicli espansivi ma che va dimensionata con prudenza.
Non esiste una percentuale giusta per tutti. Chi, come Dalio, tratta i due come complementari parla di circa l’1% in Bitcoin e intorno al 15% complessivo in hard money; altri approcci suggeriscono che anche una piccola quota di Bitcoin, nell’ordine dell’1-3%, sia sufficiente a migliorare il profilo rischio-rendimento di un portafoglio tradizionale senza stravolgerlo. Il punto non è indovinare il vincitore dell’anno, ma capire che i due fanno lavori diversi e vanno pesati di conseguenza. Nulla di quanto scritto qui è un consiglio di investimento.
Un’ultima avvertenza pratica riguarda il ribilanciamento. Proprio perché oro e Bitcoin hanno volatilità così diverse, la quota di Bitcoin in un portafoglio può gonfiarsi in fretta nei rialzi e sgonfiarsi altrettanto in fretta nelle discese, spostando il rischio complessivo senza che l’investitore lo abbia deciso. Fissare in anticipo le percentuali obiettivo e riportarle periodicamente ai livelli scelti, alleggerendo ciò che è salito troppo e rafforzando ciò che è sceso, conta spesso più della scelta iniziale tra i due. L’anno appena trascorso, con la sua ampia forbice tra metallo e cripto, è un promemoria di quanto in fretta le proporzioni possano cambiare da sole.
Cosa guardare nei prossimi mesi
Il calendario dei prossimi mesi può riscrivere il tabellone del prossimo anno. Il primo appuntamento è la riunione della Federal Reserve del 27-28 ottobre: una pausa confermata alimenterebbe la liquidità e darebbe ossigeno soprattutto a Bitcoin, l’asset più sensibile alle condizioni finanziarie. Prima ancora, il dato sull’inflazione del 14 ottobre dirà se la spinta del debasement, finora favorevole all’oro, è ancora viva.
Più avanti ci sono la riunione Fed di dicembre, ancora aperta a un rialzo, e a fine ottobre i dati trimestrali del World Gold Council, utili a capire se le banche centrali continuano ad accumulare al ritmo visto finora. Il 28 gennaio 2027 cadrà poi l’anniversario del record dell’oro, che chiuderà il ciclo annuale del metallo come oggi stiamo chiudendo quello di Bitcoin.
A dodici mesi dal picco di Bitcoin il verdetto è chiaro ma non definitivo: l’oro ha vinto l’anno della paura, Bitcoin resta la scommessa sul decennio. Chi li tiene entrambi, nelle giuste proporzioni, non deve indovinare quale avrà ragione; deve solo ricordare che fanno due mestieri diversi.
Domande frequenti
Conviene di più l’oro o Bitcoin nel 2026?
Nell’anno trascorso dal record di Bitcoin l’oro ha protetto meglio il capitale, con un progresso di qualche punto percentuale contro un calo di circa un terzo di Bitcoin. Su orizzonti più lunghi, però, Bitcoin ha reso molto di più con una volatilità molto maggiore: la risposta dipende dall’orizzonte temporale e dalla tolleranza al rischio.
Perché Bitcoin non si è comportato come oro digitale?
Nell’ultimo anno Bitcoin si è mosso come un asset di rischio legato alla liquidità e al Nasdaq, mentre l’oro ha raccolto la domanda di rifugio di banche centrali e investitori impauriti. La correlazione tra i due resta instabile e questo spiega perché il titolo di bene rifugio, quest’anno, sia andato all’oro.
Quanto oro e quanto Bitcoin tenere in portafoglio?
Non esiste una regola valida per tutti. Investitori come Ray Dalio parlano di circa l’1% in Bitcoin e intorno al 15% complessivo in hard money, trattando oro e Bitcoin come poste complementari e non come alternative. Si tratta di riferimenti generali e non di consigli di investimento.
Come si tassano oro e Bitcoin in Italia nel 2026?
L’oro fisico da investimento sconta il 26% di imposta sostitutiva ed è esente IVA, stessa aliquota prevista per gli ETC e gli strumenti finanziari. Le plusvalenze sulle criptovalute spot sono invece tassate al 33% dal 2026, con l’eccezione del 26% per alcuni token di moneta elettronica in euro.
Bitcoin tornerà al record di 126.000 dollari?
Nessuno può garantirlo. Il prezzo dipende dalla liquidità globale, dai flussi degli ETF e dalla politica della Federal Reserve. A un anno dal picco del 6 ottobre 2025, Bitcoin resta circa un terzo sotto quel livello.
A cura di Lorenzo Bianchi, redazione macro e mercati tradizionali di HOGE Wire.