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● Macro & TradFi

Politica della Fed: come l’era Warsh muove le crypto

La Fed di Kevin Warsh ha alzato i tassi al 3,75-4% e ora valuta una pausa a ottobre. Ecco come funziona la politica monetaria del 2026 e perché conta per Bitcoin ed Ethereum.

Un anno fa, il 6 ottobre 2025, Bitcoin segnava il suo massimo storico a 126.198 dollari (circa 113.000 euro ai cambi odierni). Dodici mesi dopo la data torna sul calendario, ma lo sfondo macroeconomico è capovolto. La Federal Reserve non taglia i tassi: li alza. E a guidarla non c’è più Jerome Powell, bensì Kevin Warsh, un presidente che ha riscritto il modo stesso in cui la banca centrale americana parla ai mercati.

Per chi investe in asset digitali, capire la politica della Fed non è un esercizio accademico. È la variabile macro che, più di ogni altra, determina quanto costa il denaro, quanto rendono le alternative prive di rischio e quanta liquidità circola nel sistema. Nel 2026 questa variabile è tornata protagonista nel modo più brusco: dopo tre anni di tagli e pause, il 16 settembre la Fed ha rialzato il costo del denaro per la prima volta dal 2023. Poche settimane dopo, un mercato del lavoro che si è improvvisamente raffreddato ha riaperto il dibattito su una pausa già a ottobre.

Questa guida spiega come funziona la politica monetaria della Fed nel 2026, perché l’era Warsh ha cambiato le regole della comunicazione, come si legge un dot plot e attraverso quali canali una decisione presa a Washington arriva al prezzo di Bitcoin ed Ethereum. Non è un bollettino di mercato, è la mappa per leggere tutti i bollettini che verranno, a partire dalle minute del FOMC attese il 7 ottobre e dal dato sull’inflazione del 14 ottobre.

Il momento: la Fed ha alzato i tassi, e ora potrebbe fermarsi

Il punto di partenza è una decisione netta. Il 16 settembre 2026 il Federal Open Market Committee (FOMC), l’organo che fissa i tassi, ha portato il tasso di riferimento (il federal funds rate) all’intervallo 3,75-4,00% con un voto unanime di 12 a 0, un rialzo di 25 punti base. È stato il primo aumento dal luglio 2023 e il primo in assoluto firmato da Warsh come presidente. Nel comunicato il Comitato ha scritto che l’inflazione «rimane elevata» e che la mossa «sosterrà un ritorno più tempestivo all’obiettivo del 2 per cento».

A pesare più del singolo rialzo sono state le proiezioni. Nel documento trimestrale sulle stime economiche, 16 membri su 18 hanno indicato almeno un ulteriore rialzo entro fine anno, con una mediana vicina al 4,1% per fine 2026. In altre parole: la Fed ha alzato una volta e ha avvertito che probabilmente lo farà ancora. La riunione di dicembre (8-9) resta «viva», cioè un esito aperto.

Poi il quadro è cambiato in fretta. Il 30 settembre l’indice PCE di agosto, il parametro di inflazione preferito dalla Fed, è uscito più morbido del previsto: 3,4% annuo sul dato generale e 3,0% sul dato core, contro attese rispettivamente del 3,7% e del 3,3%. Il 2 ottobre è arrivato il colpo decisivo: il rapporto sull’occupazione di settembre ha mostrato appena 29.000 posti di lavoro creati contro attese intorno a 85-95.000, con il tasso di disoccupazione salito al 4,2% dal 4,1% e una revisione al ribasso di 60.000 posti sui due mesi precedenti. La crescita salariale annua è scesa al 3,0%, la più lenta dal 2021, secondo il Bureau of Labor Statistics.

Il risultato è un ribaltamento delle aspettative. A fine settembre i mercati prezzavano un secondo rialzo a ottobre come scenario più probabile; a inizio ottobre lo strumento CME FedWatch indicava circa l’80% di probabilità di una pausa alla riunione del 27-28 ottobre, contro meno del 20% per un nuovo aumento. Sette giorni prima la stessa probabilità di rialzo era al 70,9%. Chi volesse il dettaglio di questo scenario può leggere la nostra analisi sulla Fed verso la pausa di ottobre e il mercato del lavoro debole.

Sul fronte crypto, la reazione è stata quasi controintuitiva: niente crollo, anzi. Dopo essere scivolato sotto i 75.000 dollari nei giorni della riunione, Bitcoin ha recuperato fino a tornare sopra gli 86.000 dollari (circa 77.000 euro) nella prima settimana di ottobre, con Ethereum intorno ai 2.720 dollari (circa 2.430 euro). Come vedremo, questa resilienza non è casuale: racconta quanto è cambiata la relazione tra la Fed e le crypto. Per il contesto di prezzo di questo ottobre si veda anche Bitcoin e l’Uptober un anno dopo il record.

Che cosa fa davvero la Fed: doppio mandato e cassetta degli attrezzi

Prima dei mercati, le istituzioni. La Federal Reserve è la banca centrale degli Stati Uniti e opera con un doppio mandato fissato dal Congresso: massima occupazione e stabilità dei prezzi. Nella pratica, la stabilità dei prezzi è tradotta in un obiettivo di inflazione del 2% misurato sull’indice PCE (le spese per consumi personali). I due obiettivi possono entrare in conflitto, ed è esattamente ciò che accade nel 2026: l’inflazione è ancora sopra target mentre l’occupazione inizia a indebolirsi. Da qui la tensione che rende incerta ogni riunione.

Lo strumento principale è il federal funds rate, il tasso al quale le banche si prestano riserve tra loro per una notte. La Fed non lo impone per decreto: lo guida fissando un intervallo obiettivo (oggi 3,75-4,00%) e manovrando alcuni tassi amministrati. Il più importante è l’IORB, l’interesse che la banca centrale paga sulle riserve che le banche parcheggiano presso di lei: alzandolo o abbassandolo, sposta il pavimento di tutti gli altri tassi a breve. Un secondo strumento è il tasso sui pronti contro termine inversi overnight (ON RRP), che fa da argine inferiore e assorbe la liquidità in eccesso dei fondi monetari.

Accanto ai tassi c’è il bilancio. Negli anni della pandemia la Fed ha gonfiato il proprio portafoglio di titoli di Stato e mutui cartolarizzati fino a circa 9.000 miliardi di dollari; dal 2022 lo sta riducendo con il cosiddetto quantitative tightening (QT), lasciando scadere i titoli senza reinvestirli. Il bilancio è ora intorno ai 6.700 miliardi, e Warsh ha dichiarato di volerlo portare verso un portafoglio composto solo da titoli di Stato. Ridurre il bilancio drena liquidità dal sistema, un fattore che conta molto per gli asset di rischio.

C’è infine la comunicazione. Per quindici anni la Fed ha usato la forward guidance, cioè promesse esplicite sul percorso futuro dei tassi, come strumento a sé. Dire «resteremo fermi a lungo» era, di fatto, politica monetaria. Proprio su questo punto l’era Warsh segna la rottura più profonda, e vale la pena capirla bene perché ha conseguenze dirette sul modo in cui i mercati, crypto comprese, reagiscono alle notizie.

La rivoluzione Warsh: la banca centrale che parla poco

Kevin Warsh non è un nome nuovo. È stato governatore della Fed tra il 2006 e il 2011, negli anni della crisi finanziaria, prima di passare al mondo accademico e della finanza. Nominato da Donald Trump, è stato confermato dal Senato con un voto strettissimo, 54 a 45, il più risicato mai registrato per un presidente della Fed in epoca moderna, e si è insediato il 22 maggio 2026 succedendo a Jerome Powell, il cui mandato era scaduto il 15 maggio.

La discontinuità vera non sta nell’orientamento sui tassi, ma nella filosofia della comunicazione. Warsh ha smontato la forward guidance, definendola una «sala degli specchi» in cui la Fed finisce per reagire alle aspettative che essa stessa ha creato. Il suo ideale è una banca centrale «più silenziosa», in cui, come ha detto al simposio di Jackson Hole di fine agosto, gli investitori «non dovrebbero guardare soprattutto alla Fed per la loro prossima operazione». Nello stesso intervento ha ribadito che l’obiettivo del 2% è «un bersaglio fermo e fisso» e ha attribuito alla banca centrale la responsabilità dei lunghi mesi di inflazione sopra target.

Alla conferenza stampa del 16 settembre il tono è rimasto lo stesso. «L’inflazione è troppo alta, e lo è da troppo tempo», ha detto Warsh secondo la trascrizione ufficiale della Fed; e ancora, le letture sull’inflazione dell’estate «non mi dicono che le tendenze di fondo siano migliorate in modo significativo». Ha persino proposto di ridurre le riunioni annuali del FOMC da otto a sei, per lasciare accumulare più dati tra un incontro e l’altro, e ha avviato cinque task force interne (compresa una su produttività e lavoro guidata dall’investitore Marc Andreessen) incaricate di ripensare comunicazione, bilancio e quadro dell’inflazione.

Questa scelta ha un effetto pratico enorme. Se il presidente non segnala il percorso, i mercati devono triangolare leggendo gli altri membri del Comitato. Ed è esattamente ciò che è successo tra fine settembre e inizio ottobre: la svolta sulle aspettative di ottobre non l’ha innescata Warsh, ma due interventi di altri funzionari. Il presidente della Fed di New York, John Williams, il 29 settembre ha detto che un ulteriore rialzo entro fine anno «potrebbe essere appropriato», ma che «non c’è bisogno di avere fretta»; il vicepresidente Philip Jefferson, il 1 ottobre, ha aggiunto che i responsabili devono «valutare con attenzione le tendenze dei dati» e che arrivare a un giudizio «potrebbe richiedere più tempo», come riportato da Bloomingbit. Parole prudenti che, unite ai dati deboli, hanno fatto crollare le probabilità di un rialzo a ottobre.

Per chi opera sulle crypto, la lezione è concreta: nell’era Warsh il segnale non arriva più da una frase del presidente, ma dall’insieme di dati e dichiarazioni dei singoli membri. La volatilità si sposta dai giorni del FOMC ai giorni dei dati macro, e imparare a leggere i funzionari «minori» vale quanto ascoltare il capo.

Il dot plot spiegato: perché le proiezioni contano più della decisione

Quattro volte l’anno (marzo, giugno, settembre, dicembre) la Fed pubblica il Summary of Economic Projections, un documento che raccoglie le stime dei membri del Comitato su crescita, disoccupazione, inflazione e, soprattutto, tassi. La parte più osservata è il dot plot: un grafico in cui ogni partecipante segna con un punto il livello che ritiene appropriato per il tasso di riferimento a fine di ciascun anno. Non ci sono nomi, solo punti. La mediana di quei punti è il numero che i mercati leggono come bussola.

Il dot plot di settembre 2026 è stato il primo firmato dalla Fed di Warsh, e il suo messaggio era inequivocabile: 16 membri su 18 vedevano almeno un altro rialzo nel 2026 (due nessuno, dodici un rialzo, quattro due rialzi), con una mediana intorno al 4,1% sia per fine 2026 sia per fine 2027 e un tasso neutrale di lungo periodo stimato poco sopra il 3%. Tradotto: non solo un altro rialzo in arrivo, ma tassi destinati a restare alti più a lungo di quanto il mercato sperasse.

Qui sta un punto che molti investitori alle prime armi faticano a cogliere: spesso è il dot plot, non la decisione sui tassi, a muovere i prezzi. Il rialzo di 25 punti base del 16 settembre era ampiamente scontato; le proiezioni su un percorso più aggressivo no. Greg Cipolaro, responsabile globale della ricerca di BitGo, ha osservato che i 25 punti base erano prezzati ma il dot plot non lo era, e che il fatto che Bitcoin non sia crollato di fronte a due notizie negative in una settimana (il rialzo e lo stallo in Congresso sulla normativa crypto) andava letto come un segnale di forza, come riportato da cryptonews.

Due avvertenze per usare bene il dot plot. La prima: i punti sono proiezioni, non promesse; cambiano a ogni trimestre e Warsh stesso è storicamente scettico sul loro valore. La seconda: ciò che conta non è il livello assoluto, ma come il nuovo dot plot si confronta con le attese. Un dot plot meno aggressivo del previsto può far salire gli asset di rischio anche mentre i tassi salgono, e viceversa. È la regola della sorpresa, che merita una sezione a parte.

I quattro canali che collegano la Fed alle crypto

Come fa una decisione presa in una sala del Marriner Eccles Building a spostare il prezzo di un token scambiato ovunque nel mondo? Non per magia, ma attraverso quattro canali di trasmissione che conviene tenere a mente singolarmente, perché in una data riunione possono spingere nella stessa direzione o elidersi a vicenda.

Il primo è il dollaro. Tassi più alti negli Stati Uniti rendono più attraente detenere dollari e tendono a rafforzare la valuta americana. Un dollaro forte è un vento contrario per gli asset globali prezzati in dollari, Bitcoin incluso, perché li rende più cari per chi compra in altre valute e segnala condizioni finanziarie più restrittive. A inizio ottobre l’indice del dollaro (DXY) viaggiava intorno a 102, ai massimi da mesi, con l’euro sceso verso 1,12 contro il biglietto verde.

Il secondo canale, il più sottovalutato, è il tasso reale, cioè il rendimento al netto dell’inflazione attesa. Quando i titoli di Stato americani a dieci anni offrono rendimenti reali positivi e in salita (il decennale nominale a inizio ottobre viaggiava intorno al 5%), il costo-opportunità di detenere un asset che non paga cedole, come oro e Bitcoin, aumenta. È il canale che più spesso spiega perché le crypto soffrono in regimi di tassi crescenti: non la paura della recessione, ma la concorrenza di un rendimento sicuro.

Il terzo è la liquidità. Il bilancio in contrazione e le riserve bancarie in calo riducono il carburante disponibile per gli attivi speculativi. Gli operatori guardano alla «liquidità netta» (il bilancio della Fed meno i depositi del Tesoro e i pronti contro termine inversi): quando scende, la marea che solleva tutte le barche si ritira, e gli asset più volatili sono i primi a sentirlo.

Il quarto canale è nuovo e specifico di questo ciclo: i flussi degli ETF e la leva finanziaria. Dal 2024 gli ETF spot su Bitcoin ed Ethereum hanno creato un ponte diretto tra capitale istituzionale e prezzo spot; con masse in gestione superiori ai 100 miliardi di dollari, i loro afflussi e deflussi amplificano i movimenti dettati dalla macro. A questo si somma la leva dei mercati perpetui, che trasforma una notizia della Fed in liquidazioni a catena quando il posizionamento è troppo sbilanciato. La tabella che segue riassume i quattro canali.

CanaleMeccanismoEffetto tipico sulle crypto
Dollaro (DXY)Tassi USA più alti rafforzano il dollaroDollaro forte, vento contrario per gli asset in dollari
Tassi realiRendimenti reali in salita (decennale ~5%)Cresce il costo-opportunità di oro e Bitcoin
LiquiditàQT e riserve in calo drenano liquidità nettaMeno carburante per gli attivi speculativi
ETF e levaFlussi ETF spot e posizioni a leva sui perpetuiAmplificano i movimenti, in alto e in basso

La regola d’oro dei mercati: conta la sorpresa, non il livello

Se c’è un principio da interiorizzare prima di ogni riunione, è questo: i mercati non si muovono sul livello dei tassi, ma sulla differenza tra l’esito e ciò che era già scontato. In formula spiccia, la reazione è funzione della sorpresa, cioè esito meno aspettative. Un rialzo atteso al 100% è già nei prezzi; quando si materializza, non succede quasi nulla. Al contrario, una pausa data per certa che si trasforma in rialzo può provocare un terremoto.

È esattamente ciò che spiega la reazione delle crypto al rialzo del 16 settembre. L’aumento era prezzato da settimane, quindi la notizia in sé non ha fatto crollare Bitcoin; la delusione è arrivata dal dot plot più aggressivo, ma anche questa è stata assorbita in pochi giorni. Nel linguaggio degli operatori si chiama buy the news: una volta rimossa l’incertezza, il capitale rientra. Nelle due settimane successive Bitcoin è passato da sotto 75.000 a oltre 86.000 dollari.

Per sapere cosa è scontato prima di una riunione, gli strumenti sono due. Il primo è il CME FedWatch, che ricava le probabilità di rialzo o pausa dai contratti future sui fed funds: è il termometro che le redazioni citano quando scrivono «l’80% di probabilità di pausa». Il secondo sono i mercati di previsione come Polymarket e Kalshi, spesso più rapidi ma più volatili. Confrontarli aiuta a capire quanto consenso ci sia davvero. Quando i due divergono molto, la sorpresa potenziale, e quindi la volatilità, è maggiore.

La conseguenza operativa è semplice: non chiedersi «la Fed alzerà i tassi?», ma «la Fed farà qualcosa di diverso da ciò che il mercato già prezza?». A inizio ottobre, con la pausa di ottobre data per probabile all’80%, il vero rischio per i prezzi non è la pausa in sé, ma l’ipotesi che un dato di inflazione caldo il 14 ottobre riporti sul tavolo un rialzo che quasi nessuno sta più prezzando.

Il tasso privo di rischio e il costo di non rendere nulla

Torniamo sul canale dei tassi reali, perché è il cuore della relazione tra Fed e crypto. In finanza esiste un concetto di riferimento chiamato tasso privo di rischio: il rendimento che un investitore ottiene senza assumersi rischi, tradizionalmente identificato con i titoli di Stato americani a breve termine. Quel tasso è la soglia che ogni altro investimento deve superare per avere senso. Se un buono del Tesoro a tre mesi rende oltre il 4% garantito, qualsiasi asset rischioso deve promettere molto di più per giustificare il rischio.

Bitcoin ed Ethereum, nella loro forma base, non pagano cedole né dividendi. Il loro valore dipende interamente dall’apprezzamento del prezzo. Questo li rende particolarmente sensibili al tasso privo di rischio: più alto è il rendimento sicuro, più caro diventa, in termini di costo-opportunità, detenere qualcosa che non rende nulla nell’attesa che salga. È la stessa logica che governa l’oro, e non a caso i due asset si muovono spesso in sintonia nei regimi di politica monetaria.

C’è però un paradosso che il 2026 ha reso evidente: il tasso «privo di rischio» non è così privo di rischio come la teoria assume. Il debito pubblico americano ha superato i 39.000 miliardi di dollari e la spesa per interessi è diventata una delle voci più pesanti del bilancio federale; in Europa, gli spread sui titoli sovrani raccontano che il mercato distingue eccome tra un emittente e l’altro. Abbiamo analizzato questo tema nel pezzo su CDS, spread dei BTP e il mito del tasso privo di rischio, dove emerge un dato sorprendente: la Francia è arrivata a pagarsi il debito più dell’Italia. Quando persino i titoli di Stato incorporano un premio al rischio crescente, parte della tesi su Bitcoin come riserva di valore alternativa trova nuovo terreno.

Per misurare le aspettative di inflazione incorporate nei tassi, gli operatori guardano ai titoli indicizzati all’inflazione (i TIPS) e al loro differenziale rispetto ai titoli nominali, il cosiddetto breakeven. È da lì che si capisce se il mercato crede davvero che la Fed riporterà l’inflazione al 2% o se sta prezzando un’inflazione strutturalmente più alta. Nel secondo caso, la tesi del cosiddetto debasement, cioè della perdita di potere d’acquisto della moneta, torna a sostenere gli asset scarsi, come vedremo parlando di indipendenza della banca centrale.

Fed contro BCE: dalla divergenza alla stretta sincronizzata

Per un lettore italiano la Fed non è l’unica banca centrale che conta. La Banca Centrale Europea fissa il costo del denaro in euro, e la relazione tra le due istituzioni determina il cambio euro-dollaro, cioè la lente attraverso cui ogni prezzo in dollari si traduce in euro. Nel 2026 questa relazione è cambiata in modo significativo.

Per gran parte dell’anno c’era divergenza: la Fed teneva fermi i tassi mentre la BCE iniziava a rialzarli, spinta da uno shock energetico legato alle tensioni in Medio Oriente. Poi, il 10 settembre, la BCE ha alzato per la seconda volta, portando il tasso sui depositi al 2,50% (tasso principale al 2,65%, marginale al 2,90%), con un voto unanime. Christine Lagarde ha definito la decisione un «no brainer», una scelta ovvia, di fronte a un’inflazione dell’area euro al 3,3% ad agosto con la componente energetica in forte rialzo, come riportato anche dalla CNBC e confermato dal comunicato ufficiale della BCE. Sei giorni dopo la Fed ha fatto lo stesso: da divergenza a stretta sincronizzata.

La tabella mette a confronto le due banche centrali a inizio ottobre 2026.

VoceFederal ReserveBCE
Tasso principale3,75-4,00% (fed funds)2,50% (tasso sui depositi)
Ultimo intervento+25 pb il 16 settembre+25 pb il 10 settembre
Primo rialzo del ciclo dalluglio 2023giugno 2026
Driver dell’inflazionemercato del lavoro, energiashock energetico, Medio Oriente
Orientamentorestrittivo, dicembre resta apertorestrittivo, riunione per riunione

Perché questo conta per chi compra crypto in euro? Per due motivi. Primo, la trasmissione interna: le decisioni della BCE si riflettono sull’Euribor (e quindi sui mutui a tasso variabile) e sui rendimenti dei BTP, cambiando il costo del denaro per famiglie e Stato italiani. Secondo, l’effetto cambio: se il dollaro si rafforza e l’euro si indebolisce, un Bitcoin fermo in dollari può comunque salire se misurato in euro. A inizio ottobre, con l’euro sceso verso 1,12, un prezzo di 86.000 dollari corrispondeva a circa 77.000 euro; con l’euro più forte, lo stesso prezzo in dollari varrebbe meno euro. Chi ragiona in euro deve tenere a mente questa sovrapposizione valutaria, che può amplificare o attenuare i movimenti del sottostante.

L’indipendenza sotto attacco: il caso Cook e la dominanza fiscale

C’è uno strato più profondo che un investitore attento non può ignorare: l’indipendenza della Fed è sotto pressione politica come non accadeva da decenni, e questo ha implicazioni dirette sulla tesi di investimento in Bitcoin. Il caso simbolo è quello della governatrice Lisa Cook, oggetto del primo tentativo nella storia di rimuovere un membro in carica del board, sulla base di contestate dichiarazioni relative a immobili (accuse che Cook respinge). La Corte Suprema, con una decisione 5 a 4, ha bloccato la rimozione in attesa del giudizio di merito, atteso nei primi mesi del 2027. L’esito stabilirà se un presidente può licenziare un governatore della Fed senza una giusta causa, un precedente che riguarda il cuore stesso dell’indipendenza monetaria.

In parallelo corre il tema della dominanza fiscale, cioè la situazione in cui il debito pubblico è così grande da condizionare le scelte della banca centrale. Con un debito federale oltre i 39.000 miliardi di dollari e una spesa per interessi in crescita strutturale, il Tesoro guidato da Scott Bessent ha raddoppiato i riacquisti di titoli a lunga scadenza, una mossa che molti osservatori hanno letto come il Tesoro che agisce sul terreno della Fed per calmierare i rendimenti. Quando la politica fiscale e quella monetaria iniziano a sovrapporsi, cresce il sospetto che l’inflazione venga tollerata più a lungo del dichiarato.

È qui che si innesta il cosiddetto debasement trade. Se gli investitori temono che la moneta perda potere d’acquisto, perché la banca centrale è meno indipendente o perché il debito va in qualche modo diluito, gli asset a offerta scarsa (oro e Bitcoin su tutti) diventano una copertura. Nel 2026 questa narrazione è diventata una delle più citate tra i gestori di asset digitali, e aiuta a spiegare un fenomeno altrimenti paradossale: Bitcoin che tiene, o addirittura sale, proprio mentre la Fed alza i tassi. La stretta è un vento contrario di breve periodo; la sfiducia nelle istituzioni monetarie è un vento favorevole di lungo periodo. La tensione tra queste due forze è il vero sottotesto del 2026.

Perché le crypto non tremano più a ogni mossa della Fed

Chi ha vissuto il 2022 ricorda crypto che si muovevano come un titolo tecnologico iper-indebitato: ogni rialzo della Fed era una mazzata, la correlazione con il Nasdaq era quasi perfetta, e Bitcoin perse oltre il 70% del suo valore. Nel 2026 quel copione non si è ripetuto, e capire perché è essenziale per non proiettare meccanicamente il passato sul presente.

Il primo motivo è strutturale: gli ETF spot hanno portato nel mercato una domanda istituzionale più stabile e meno reattiva alle oscillazioni intraday della macro. Intorno alla riunione di settembre si sono visti prima deflussi, nei giorni dell’incertezza, poi afflussi robusti una volta rimossa l’incognita, un segno che il capitale di lungo periodo compra la debolezza anziché fuggirla. Il secondo motivo è il cambio di regime nelle correlazioni: nei giorni della decisione il legame con l’azionario e con l’oro si è allentato, e Bitcoin ha reagito più alle proprie vicende che al FOMC.

Quelle vicende, nel settembre 2026, erano soprattutto normative. Al Senato è naufragata la mozione sul CLARITY Act, la grande riforma sulla struttura del mercato crypto, mentre la CFTC ha segnalato l’intenzione di procedere con regole proprie sulla base dei poteri esistenti. Il risultato è che, in diverse sedute, le crypto hanno scambiato più sulle proprie notizie di regolamentazione che sui tassi, come raccontiamo nell’analisi su le regole crypto della SEC e lo scontro sugli Stati. La conseguenza è un mercato che, pur restando volatile, risponde alla Fed in modo più sfumato rispetto al ciclo precedente: assorbe il rialzo e ne mette in prezzo le implicazioni di medio periodo invece di capitolare sull’annuncio.

Attenzione, però, a non scambiare la resilienza per immunità. Tassi più alti più a lungo restano un freno alla valutazione di tutti gli asset a lunga durata, crypto comprese. La differenza è che oggi questo freno agisce lentamente, attraverso i flussi e i tassi reali, e non con il panico improvviso del 2022.

Il 2022 non è il 2026: perché questa stretta è diversa

La distinzione più utile per inquadrare il ciclo attuale è tra aggiustamento di metà ciclo e cambio di ciclo. Nel 2022 la Fed partì da tassi vicini allo zero e li portò oltre il 5% in poco più di un anno, la stretta più rapida di una generazione: un vero cambio di regime, che prosciugò la liquidità e travolse gli asset speculativi. Nel 2026 la Fed ha alzato una volta, da un livello già restrittivo, e ne prospetta forse un’altra. È un ordine di grandezza completamente diverso.

Zach Pandl, responsabile della ricerca di Grayscale, ha riassunto bene questa differenza definendo la mossa di settembre «un aggiustamento di metà ciclo, non un cambio di ciclo». Il suo paragone storico è il 1997: allora la Fed di Alan Greenspan alzò i tassi una volta, al 5,5%, e poi si fermò, con la mossa successiva (un taglio) arrivata solo nel settembre 1998, mentre la borsa proseguiva la sua corsa. L’argomento di Grayscale è che una Fed che fa una piccola mossa e ne segnala al massimo un’altra fa troppo poco per drenare capitale dalle crypto.

È una tesi, non una certezza, e va soppesata con la cautela dovuta. Se l’inflazione dovesse riaccelerare, il percorso «una sola mossa» salterebbe e torneremmo in un territorio più vicino al cambio di ciclo. Ma allo stato attuale, con la crescita dell’occupazione quasi ferma, lo scenario di una stretta misurata e prossima alla fine è il più coerente con i dati. Per questo il mercato, dopo lo spavento iniziale, ha scelto di comprare anziché vendere.

La tabella di marcia fino a dicembre

Nell’era Warsh, in cui il presidente evita di anticipare le mosse, il calendario dei dati diventa la vera guida. Ecco gli appuntamenti che decideranno il percorso dei tassi, e quindi l’umore dei mercati, da qui a fine anno. Il primo è imminente: il 7 ottobre escono le minute della riunione del 15-16 settembre, il verbale che rivela quanto fosse acceso il dibattito interno e quanto solida la determinazione a rialzare ancora.

Il passaggio più delicato è il 14 ottobre, con l’indice dei prezzi al consumo di settembre. È l’unico dato di inflazione importante prima della riunione: se dovesse mostrare una riaccelerazione, lo scenario della pausa, oggi quasi scontato, verrebbe rimesso in discussione in poche ore. Abbiamo dedicato a questo bivio un’analisi specifica su il CPI del 14 ottobre e le crypto.

DataEventoCosa guardare
7 ottobreMinute del FOMC (riunione 15-16 settembre)Tono del dibattito interno e solidità del consenso
14 ottobreInflazione CPI di settembreSe riaccelera, il rialzo di ottobre torna sul tavolo
27-28 ottobreRiunione del FOMCPausa data all’80%, ma conta il tono di Warsh
8-9 dicembreRiunione del FOMC e nuovo dot plotLa riunione «viva» per l’ultimo rialzo del 2026

Un dettaglio importante: anche una pausa a ottobre non chiuderebbe la partita. Finché il dot plot continuerà a indicare un altro rialzo, dicembre resterà «vivo», e gli operatori parleranno di skip (un salto temporaneo) piuttosto che di stop (la fine del ciclo). La distinzione non è semantica: cambia completamente il modo in cui i mercati prezzano i mesi successivi.

Tre scenari per la riunione di ottobre

Mettendo insieme la regola della sorpresa e la tabella di marcia, si possono delineare tre scenari per il 28 ottobre. Le probabilità indicate sono orientative e discendono dalla ripartizione di mercato (circa 80% pausa, 20% rialzo) rilevata dal CME FedWatch a inizio ottobre; servono a ragionare sulle reazioni, non a prevederne l’esito.

ScenarioCosa significaProbabilità indicativaReazione probabile delle crypto
Pausa accomodanteStop ai tassi con segnali che il ciclo è vicino alla fine~35%Positiva, possibile allungo oltre i massimi recenti
Pausa da falco (skip)Stop, ma dicembre resta chiaramente aperto~45%Neutra o lievemente negativa
Rialzo a sorpresaUn CPI caldo forza un aumento non prezzato~20%Negativa, con forte volatilità

Lo scenario più insidioso non è il più probabile, ma il terzo. Proprio perché quasi nessuno lo prezza, un rialzo a sorpresa avrebbe l’impatto maggiore: è la pura applicazione della regola secondo cui conta la sorpresa, non il livello. Per questo il dato del 14 ottobre pesa più della riunione stessa. Al contrario, nel caso più verosimile di una pausa, buona parte del movimento potrebbe arrivare non dalla decisione, ma dalle parole con cui verrà accompagnata.

Che cosa significa per chi investe in Italia

La politica della Fed arriva all’investitore italiano filtrata da due livelli: il quadro regolatorio europeo e quello fiscale nazionale. Sul piano delle regole, le cripto-attività spot in Italia ricadono sotto il regolamento europeo MiCA, con la Consob competente sulla condotta di mercato e la tutela degli investitori e la Banca d’Italia sui profili prudenziali e sulle stablecoin (token di moneta elettronica e token collegati ad attività). Il decreto di recepimento è il D.lgs. 129/2024, e il periodo transitorio per i fornitori di servizi si chiude il 1 luglio 2026. I derivati crypto, come future e perpetui, restano invece fuori da MiCA e ricadono sotto la direttiva MiFID II, sempre vigilata dalla Consob: una distinzione che conta per chi usa la leva per cavalcare i giorni macro.

Sul piano fiscale, dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate con un’imposta sostitutiva del 33% (prima era il 26%), e la franchigia da 2.000 euro è stata abolita, come ricostruisce Agenda Digitale. Fanno eccezione i redditi da stablecoin ancorate all’euro conformi a MiCA, che restano al 26%. È un dettaglio che cambia il calcolo del rendimento netto di qualsiasi strategia, tanto più in un contesto di tassi alti in cui la liquidità in euro offre già un rendimento concorrente.

In pratica, per un risparmiatore italiano la lezione macro si traduce in tre regole di buon senso. Primo: non reagire d’impulso ai titoli sul singolo rialzo, ma guardare al percorso complessivo dei tassi e al dot plot. Secondo: ricordare che il cambio euro-dollaro può amplificare o smorzare i movimenti, e che un prezzo in dollari non è un prezzo in euro. Terzo: dimensionare la leva in funzione dei giorni di calendario, perché le minute del 7 ottobre, il CPI del 14 e la riunione del 28 sono finestre di volatilità note in anticipo. La Fed non si controlla, ma si può smettere di esserne sorpresi.

Domande frequenti

Perché la Fed alza i tassi se l’inflazione sta rallentando?

L’inflazione, pur in calo, resta sopra l’obiettivo del 2%: ad agosto il PCE core era al 3,0% e quello generale al 3,4%. Per Warsh è «troppo alta, e da troppo tempo», e un rallentamento non basta: la Fed vuole vederla tornare verso il target. Il rialzo di settembre serviva proprio a ribadire questo impegno, anche se i dati deboli sul lavoro hanno poi spostato l’orientamento di breve verso una pausa.

La Fed farà una pausa a ottobre 2026?

A inizio ottobre i mercati prezzavano circa l’80% di probabilità di una pausa alla riunione del 27-28 ottobre, dopo i deboli dati sull’occupazione (29.000 posti a settembre) e un’inflazione PCE più morbida del previsto. Il dot plot indica però ancora un altro rialzo entro fine anno, quindi dicembre resta aperto e il dato CPI del 14 ottobre può cambiare il quadro.

Come influenzano le crypto i tassi della Fed?

Attraverso quattro canali: il dollaro (tassi alti lo rafforzano, creando un vento contrario per gli asset in dollari), i tassi reali (aumentano il costo-opportunità di asset che non rendono, come Bitcoin e oro), la liquidità (il quantitative tightening la drena) e i flussi degli ETF insieme alla leva (che amplificano i movimenti). A muovere i prezzi è però la sorpresa rispetto alle attese, non il livello assoluto dei tassi.

Chi è Kevin Warsh e come ha cambiato la Fed?

Kevin Warsh, ex governatore della Fed tra il 2006 e il 2011, è presidente dal maggio 2026 dopo Jerome Powell. Ha smontato la forward guidance, punta a una banca centrale «più silenziosa» e ha proposto di ridurre le riunioni annuali del FOMC da otto a sei. Il risultato è che i mercati devono interpretare i dati e gli altri funzionari, non le promesse del presidente.

Un rialzo dei tassi fa sempre scendere Bitcoin?

No. Nel 2022 una stretta rapida e violenta affondò le crypto, ma nel 2026 Bitcoin ha assorbito il rialzo di settembre ed è tornato sopra gli 86.000 dollari. La reazione dipende da quanto l’esito si discosta dalle attese e dal contesto (ETF, liquidità, narrazione sul debasement), non dal rialzo in sé.

Alessandro Riva segue la macroeconomia e i mercati dei capitali per HOGE Wire, con un’attenzione particolare all’intersezione tra politica monetaria e asset digitali.

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