Rendimenti dei Treasury al 5%: cosa cambia per le crypto
Il decennale americano ai massimi da 24 anni mette sotto pressione Bitcoin, stablecoin e BTP. Guida ai rendimenti dei bond e ai canali che li legano alle crypto.
Il 7 ottobre 2026 il rendimento del Treasury americano a dieci anni ha toccato un massimo intorno al 5,36%, il valore più alto dal 2002. Nei giorni successivi è ripiegato verso il 5,08% circa (dato del 19 ottobre), ma resta oltre un punto percentuale sopra il 4,05% di un anno prima, secondo i dati di mercato. Nello stesso arco di tempo Bitcoin è scivolato di diversi punti percentuali, trascinato proprio dal mercato obbligazionario.
Per anni la narrativa dominante ha descritto le crypto come un’asset class scollegata dalla finanza tradizionale. Nel 2026 quella storia non regge più: secondo una ricerca di Fidelity ripresa dalla stampa di settore, la correlazione tra Bitcoin e il decennale ha raggiunto un massimo storico vicino a 0,6. Quando i rendimenti salgono, il prezzo di Bitcoin tende a soffrire; quando scendono, respira. Capire i bond yield è diventato, per chi investe in crypto, un prerequisito e non un lusso.
Questo articolo spiega che cosa sono i rendimenti obbligazionari, perché il decennale americano è salito ai massimi da ventiquattro anni e attraverso quali canali quel movimento arriva fino a Bitcoin, alle stablecoin, ai Treasury tokenizzati e al portafoglio del risparmiatore italiano che deve scegliere tra un BTP e un wallet.
Che cosa sono, davvero, i rendimenti obbligazionari
Un’obbligazione è, nella sua essenza, un prestito cartolarizzato. Quando il Tesoro americano, lo Stato italiano o un’azienda emettono un bond, incassano denaro oggi e si impegnano a restituire il capitale a una data futura, pagando nel frattempo una cedola, cioè un interesse periodico. Il rendimento (in inglese yield) non coincide con la cedola: è il tasso di interesse effettivo che l’investitore ottiene tenendo conto del prezzo realmente pagato per il titolo.
Un esempio chiarisce il punto. Un titolo con valore nominale di 100 euro e cedola fissa del 3% paga 3 euro l’anno. Se però quel titolo viene comprato sul mercato secondario a 90 euro, quei 3 euro valgono il 3,33% sul capitale investito, e a scadenza l’investitore incassa anche la differenza tra 90 e 100. Il rendimento a scadenza (yield to maturity) somma entrambe le componenti. È questo numero, non la cedola nominale, che il mercato guarda quando dice che un titolo rende tanto o poco.
Nel linguaggio quotidiano, quando i giornali scrivono che «i rendimenti salgono» intendono quasi sempre il rendimento a scadenza dei titoli di Stato di riferimento: il Treasury a dieci anni negli Stati Uniti, il BTP in Italia, il Bund in Germania. Sono questi i prezzi che fanno da bussola per l’intero sistema finanziario, perché definiscono quanto costa il denaro nel tempo per il debitore considerato più affidabile di un’economia. E da quella bussola, come vedremo, dipende anche la valutazione delle crypto.
Perché prezzo e rendimento vanno in direzioni opposte
La regola più importante del reddito fisso è contro-intuitiva: il prezzo di un’obbligazione e il suo rendimento si muovono in direzioni opposte. La cedola è fissata all’emissione e non cambia mai. Se dopo l’emissione i tassi di mercato salgono, i nuovi titoli pagano cedole più generose; perché un vecchio titolo con cedola bassa resti appetibile, il suo prezzo deve scendere fino a offrire un rendimento competitivo. Al contrario, quando i tassi scendono, i titoli già in circolazione con cedole alte diventano preziosi e il loro prezzo sale.
La grandezza che misura questa sensibilità si chiama duration. Più lontana è la scadenza, maggiore è la duration e più violento è l’effetto di un movimento dei tassi sul prezzo. Un titolo a trent’anni può perdere il 15-20% del valore a fronte di un rialzo di un punto percentuale dei rendimenti; un titolo a due anni se la cava con una frazione di quella perdita. È per questo che il sell-off obbligazionario del 2026 ha colpito con particolare durezza chi deteneva scadenze lunghe, dai fondi pensione alle assicurazioni.
Diversi commentatori hanno osservato che «le obbligazioni sono tornate a comportarsi come obbligazioni», con oscillazioni di prezzo che per quindici anni erano state anestetizzate dai tassi a zero. Questo concetto, la duration, tornerà utile più avanti: è la chiave per capire perché Bitcoin e i token legati a progetti a forte crescita futura reagiscono ai tassi in modo così marcato, nonostante non abbiano nulla a che vedere con un titolo di Stato.
Il decennale americano, il tasso senza rischio del mondo
Il rendimento del Treasury a dieci anni è molto più di un numero che interessa agli operatori di Wall Street. È il tasso senza rischio di riferimento per l’economia globale, il parametro su cui vengono prezzati i mutui americani, il debito delle imprese, le azioni e, ormai, anche gli asset digitali. In qualsiasi modello di valutazione, i flussi di cassa futuri attesi vengono «scontati» a oggi usando un tasso che parte proprio dal rendimento dei titoli di Stato.
La logica è semplice. Se prestando denaro al governo degli Stati Uniti, considerato il debitore più sicuro al mondo, posso ottenere circa il 5% annuo senza rischio di credito, allora qualsiasi investimento rischioso deve promettermi molto di più per valere la pena. Quel 5% diventa la soglia minima, l’asticella che ogni attività alternativa deve superare. Quando l’asticella sale, il prezzo teorico di tutto ciò che è rischioso scende, perché il premio richiesto per abbandonare la sicurezza aumenta.
A metà ottobre 2026 quell’asticella viaggiava intorno al 5,08% secondo i dati della Federal Reserve di St. Louis, dopo aver sfiorato il 5,36% all’inizio del mese. Per avere un’idea di quanto sia cambiato il quadro, basti pensare che fino al 2021 lo stesso rendimento oscillava tra l’1% e il 2%. L’intera impalcatura di valutazione degli asset rischiosi, costruita in un decennio di tassi bassissimi, si è dovuta riparametrare in fretta, e le crypto non fanno eccezione.
Perché il decennale è ai massimi da ventiquattro anni
Il balzo dei rendimenti non ha una causa sola: è la somma di più forze che spingono nella stessa direzione. La prima è l’inflazione, ancora ostinatamente sopra l’obiettivo del 2% della Fed. I prezzi al consumo sono cresciuti del 3,4% nei dodici mesi fino a luglio 2026, un dato che ha convinto la banca centrale ad alzare i tassi a settembre. La seconda è la politica monetaria stessa: con il tasso ufficiale riportato al 3,75-4,00%, l’intera curva parte da una base più alta.
La terza forza, forse la più importante per le scadenze lunghe, è l’offerta. Il Tesoro americano deve finanziare deficit enormi e inonda il mercato di nuove emissioni; per collocarle tutte deve offrire rendimenti via via più alti. A questo si aggiunge un term premium in crescita, cioè il compenso extra che gli investitori pretendono per immobilizzare il capitale a lungo in un contesto incerto. Infine, un fattore più politico che economico: il mercato ha iniziato a riprezzare l’indipendenza della Fed, chiedendo un premio aggiuntivo di fronte alle pressioni dell’amministrazione sulla banca centrale.
Nessuno di questi fattori, da solo, giustificherebbe un rendimento al 5%. È la loro combinazione a spiegare perché il decennale sia tornato ai livelli dei primi anni Duemila. La tabella seguente riassume i principali motori del rialzo e il meccanismo con cui agiscono.
| Fattore | Effetto sui rendimenti | Meccanismo |
|---|---|---|
| Inflazione sopra il 2% | Al rialzo | Le cedole reali si erodono, si pretende più rendimento nominale |
| Rialzo Fed di settembre (3,75-4,00%) | Al rialzo (parte breve) | Il costo del denaro resta ancorato in alto |
| Offerta di titoli e deficit USA | Al rialzo (parte lunga) | Più emissioni richiedono rendimenti più generosi |
| Term premium e tassi reali | Al rialzo | Compenso per il rischio di detenere duration |
| Dubbi sull’indipendenza della Fed | Al rialzo | Premio al rischio politico lungo la curva |
Rendimenti reali e term premium, la parte che conta davvero
Il rendimento nominale che si legge sui giornali si può scomporre in due pezzi: il rendimento reale (al netto dell’inflazione attesa) e la componente di inflazione attesa. Per isolare il primo esistono titoli appositi, i TIPS americani, indicizzati all’inflazione. Ed è qui che si trova la notizia vera del 2026, quella che spesso sfugge a chi guarda solo il titolo del rendimento nominale.
Il rendimento reale del decennale TIPS è salito intorno al 2,8%, un livello che secondo gli analisti di State Street non si vedeva da quasi vent’anni. Significa che oggi un investitore può bloccare un rendimento garantito del 2,8% sopra l’inflazione, senza rischio di credito. È un’enormità rispetto all’epoca dei tassi reali negativi, quando tenere liquidità o oro costava pochissimo in termini di rendimento a cui si rinunciava.
Secondo un’analisi di Russell Investments, oltre il 70% del rialzo del decennale da fine febbraio è arrivato proprio dalle componenti reali (le attese sui tassi reali di breve e il term premium reale), non dalle aspettative di inflazione. È un dettaglio tecnico con conseguenze profonde: sono i tassi reali, non la paura dell’inflazione, il principale nemico degli asset che non generano reddito, come l’oro e, per molti versi, Bitcoin. Un tasso reale alto rende costoso detenere qualcosa che non paga nulla, mentre un tasso reale negativo fa esattamente l’opposto.
Come i rendimenti arrivano fino alle crypto
Il meccanismo di trasmissione dai bond alle crypto passa per tre canali distinti, che spesso agiscono insieme e si rafforzano a vicenda.
- Il tasso di sconto. Ogni asset rischioso vale, in teoria, i suoi flussi futuri attesi scontati a oggi. Quando il tasso senza rischio sale, il denominatore di quel calcolo cresce e il valore attuale scende. L’effetto è più violento sugli asset a lunga duration, cioè quelli il cui valore dipende da promesse molto lontane nel tempo: le azioni tecnologiche in forte crescita, i token legati a infrastrutture ancora da costruire e, in cima alla lista, un asset come Bitcoin privo di cedole.
- Il costo opportunità. Se un BTP decennale rende oltre il 4% e un Treasury quasi il 5%, l’investitore ha di nuovo un’alternativa priva di rischio che per anni non esisteva. Detenere un asset che non paga interessi ha un costo implicito: il rendimento a cui si rinuncia tenendolo in portafoglio.
- Le condizioni finanziarie. Rendimenti più alti significano credito più caro, meno leva nel sistema e propensione al rischio in calo. In un contesto di condizioni più rigide, gli asset più speculativi sono i primi a essere alleggeriti dai portafogli.
Il primo canale è anche quello che accomuna le crypto ai titoli growth e ai token dei progetti di intelligenza artificiale decentralizzata, dove la valutazione poggia su ricavi attesi lontani nel tempo. È la stessa dinamica che abbiamo analizzato parlando di Gensyn e della trappola della duration: quando il costo del denaro sale, i progetti che promettono utili tra molti anni vengono rivalutati con più severità, perché quegli utili lontani valgono meno in moneta di oggi.
Bitcoin, un asset a lunghissima duration
Bitcoin non distribuisce cedole né dividendi. Tutto il suo valore risiede in aspettative future: adozione, scarsità programmata, ruolo di riserva di valore in un orizzonte di decenni. In linguaggio finanziario, questo lo rende un asset a duration lunghissima, estremamente sensibile al tasso di sconto. Quando i rendimenti reali salgono, il valore attuale di quelle promesse lontane si comprime, esattamente come accade a un titolo growth che non paga dividendi.
I numeri lo confermano. La correlazione tra Bitcoin e il rendimento del decennale ha toccato nel 2026 un massimo storico, segno che gli investitori trattano sempre più l’asset come una scommessa macro sui tassi. Questa lettura è una delle ragioni per cui il tema del disaccoppiamento tra azioni e crypto torna ciclicamente nel dibattito: finché Bitcoin si muove al ritmo dei bond e del Nasdaq, la promessa di decorrelazione resta sulla carta.
Esiste però una lettura opposta, e altrettanto seria. Se i rendimenti salgono perché il mercato teme che i deficit siano fuori controllo e che prima o poi la banca centrale dovrà tornare a stampare moneta per finanziarli, allora Bitcoin diventa una copertura contro la svalutazione della moneta, non una vittima dei tassi. È la tesi della «debasement trade». Arthur Hayes, co-fondatore di BitMEX, è tra i suoi sostenitori più convinti: secondo lui l’eccesso di investimenti nell’intelligenza artificiale finirà in un crollo e in un salvataggio pubblico, e quando arriverà quella nuova ondata di liquidità «avremo Bitcoin e le altre crypto ad assorbirla», come ha dichiarato alla CNBC. Quale delle due narrative prevalga dipende dal perché i rendimenti si muovono, non solo da quanto.
Ottobre 2026, il sell-off dei bond e la reazione di Bitcoin
Il mese di ottobre ha offerto un caso di studio quasi da manuale. Il 1° ottobre un dato di inflazione più morbido del previsto aveva spinto Bitcoin verso quota 76.000 euro (circa 85.500 dollari), ma il rimbalzo è svanito nel giro di ore perché i rendimenti si sono rifiutati di scendere. Il 7 ottobre, con il decennale al picco del sell-off, Bitcoin è crollato sotto i 74.000 euro (circa 83.000 dollari).
La pressione è proseguita fino al 15 ottobre, quando il prezzo ha segnato la prima discesa sotto gli 80.000 dollari (circa 71.400 euro) in un mese, per poi rimbalzare verso i 73.000 euro. Al 20 ottobre, secondo CoinGecko, Bitcoin quotava circa 73.150 euro, con un cambio euro-dollaro intorno a 1,12.
Un dettaglio tecnico ha catturato l’attenzione degli operatori: l’indice MOVE, che misura la volatilità attesa sul mercato dei Treasury, è salito sopra quota 110 mentre il VIX azionario restava intorno a 15-16. Questa divergenza segnala che lo stress si concentrava nel reddito fisso, il vero epicentro della fase. La tabella ricostruisce le tappe principali del mese.
| Data (2026) | Evento | Treasury 10 anni | Bitcoin (circa, EUR) |
|---|---|---|---|
| 1 ottobre | Rimbalzo sul dato di inflazione, poi svanito | ~5,2% | ~76.000 |
| 7 ottobre | Picco del sell-off obbligazionario | ~5,36% | sotto 74.000 |
| 15 ottobre | Prima discesa sotto gli 80.000 dollari | ~5,10% | rimbalzo a ~73.000 |
| 19-20 ottobre | Stabilizzazione in attesa della Fed | ~5,08% | ~73.150 |
La Fed di Warsh, il Tesoro di Bessent e il prezzo dell’indipendenza
Dietro i numeri c’è una partita politica. A settembre la Federal Reserve guidata da Kevin Warsh ha alzato i tassi di 25 punti base con un voto unanime, portando l’intervallo obiettivo al 3,75-4,00%: è stato il primo rialzo dal 2023. La maggioranza dei membri del comitato prevede almeno un altro ritocco entro fine anno, segno che la lotta all’inflazione non è considerata conclusa.
Alla riunione del 27-28 ottobre, però, il mercato si aspetta una pausa: le probabilità di un secondo rialzo consecutivo erano scese intorno al 16-18%. Warsh, intervenendo a un evento del Fondo Monetario a Bangkok, si è limitato a ribadire l’impegno della banca centrale per la stabilità dei prezzi, senza smentire le attese di un hold. La riunione di dicembre, invece, resta pienamente aperta.
Sul fronte opposto si muove il Tesoro. Il segretario Scott Bessent ha aumentato i riacquisti di debito a lunga scadenza, alzando il tetto massimo da 2 a oltre 4 miliardi di dollari per operazione, nel tentativo di contenere i rendimenti lunghi. La mossa ha riacceso il dibattito su chi debba davvero controllare la curva dei tassi e su quanto sia solida l’indipendenza della banca centrale. Per gli investitori crypto questo intreccio tra politica monetaria e fiscale conta quanto i dati macro: è lo stesso filo che abbiamo seguito analizzando il percorso del dollaro verso quota 103 dopo un dato di inflazione più caldo del previsto.
Le stablecoin, i nuovi giganti del mercato dei Treasury
C’è un punto in cui il mondo dei rendimenti e quello delle crypto non si limitano a correlarsi, ma si fondono: le stablecoin. Gli emittenti dei principali dollari digitali investono le riserve soprattutto in titoli del Tesoro a breve, trasformandosi in compratori sistemici di debito americano. Tether deteneva circa 115 miliardi di dollari in Treasury al 30 giugno 2026, secondo i rendiconti ripresi dalla stampa, con un’esposizione complessiva, diretta e indiretta, stimata intorno ai 141 miliardi a inizio anno. Circle, l’emittente di USDC, ne deteneva altri 24 miliardi circa.
Messi insieme, i due emittenti controllano oltre 160 miliardi di dollari di debito pubblico americano, una cifra che colloca Tether tra i primi venti detentori mondiali, davanti a interi Stati sovrani. E con rendimenti vicini al 5%, quel portafoglio è una macchina da profitti: Tether ha dichiarato un utile di oltre un miliardo di dollari nel solo primo trimestre del 2026.
Qui emerge un paradosso regolatorio. La legge americana GENIUS Act, in vigore dal 2025, vieta agli emittenti di girare quel rendimento ai possessori dei token: l’interesse resta all’emittente, l’utente che tiene la stablecoin riceve zero. È una scelta pensata per impedire che le stablecoin diventino sostituti dei depositi bancari, ma crea un enorme incentivo a cercare il rendimento altrove. Il legame tra stablecoin e debito pubblico solleva anche una domanda sistemica: che cosa succederebbe se un’ondata di rimborsi costringesse gli emittenti a vendere di colpo decine di miliardi di T-bill? È lo stesso nodo di governance e di controllo che abbiamo esaminato a proposito di GAFI, congelamento e stablecoin.
| Emittente / strumento | Tipo | Titoli del Tesoro (USD) |
|---|---|---|
| Tether (USDT) | Stablecoin | ~115 mld (giu), ~141 mld esposizione totale |
| Circle (USDC) | Stablecoin | ~24 mld |
| Circle USYC | Fondo tokenizzato | ~2,41 mld |
| Ondo USDY | Fondo tokenizzato | ~2,30 mld |
| BlackRock BUIDL | Fondo tokenizzato | ~2,25 mld |
Treasury tokenizzati, quando il rendimento sale on-chain
Se gli emittenti di stablecoin non possono pagare interessi, il mercato ha trovato la via d’uscita: portare i Treasury direttamente sulla blockchain. I fondi di Treasury tokenizzati permettono di detenere, in forma di token, quote di portafogli di titoli di Stato a breve che distribuiscono il rendimento. Al 6 ottobre 2026 questo segmento valeva circa 14,9 miliardi di dollari on-chain, secondo i dati riportati dal settore.
I tre prodotti più grandi sono USYC di Circle (circa 2,41 miliardi di dollari), USDY di Ondo (circa 2,30 miliardi) e BUIDL di BlackRock (circa 2,25 miliardi), secondo un confronto tra i fondi. È il modo in cui l’ecosistema crypto cattura il rendimento senza rischio e lo rende programmabile, utilizzabile come collaterale nei protocolli DeFi, dove i prestiti in USDC rendono tra il 4 e il 7% annuo.
Il rialzo dei rendimenti, in questo senso, ha reso i Treasury tokenizzati molto più interessanti di un anno fa: quando il tasso privo di rischio era vicino allo zero, non c’era alcun rendimento da tokenizzare e il settore languiva. Oggi quel 5% è il motore di un intero comparto, e la sua regolamentazione, dai rendimenti on-chain ai requisiti sulle riserve, è diventata uno dei terreni di scontro più caldi tra innovazione e vigilanza.
L’Italia, i BTP e lo spread: il fronte domestico
Per il risparmiatore italiano la storia dei rendimenti ha un capitolo locale. Il BTP decennale rendeva il 4,52% il 19 ottobre 2026, dopo aver toccato all’inizio del mese un massimo di tre anni intorno al 4,74%, secondo i dati di mercato. Lo spread con il Bund tedesco, il termometro del rischio Italia, si è allargato fino a 131 punti base nei giorni più tesi, per poi rientrare intorno ai 105-107 punti, lontano dai 60 punti di gennaio secondo le rilevazioni sul premio al rischio.
Il quadro resta tuttavia più solido che in passato. Moody’s ha promosso l’Italia a Baa2 da Baa3, il primo miglioramento del rating in oltre vent’anni, premiando una traiettoria di bilancio con un surplus primario intorno allo 0,9% del PIL e l’obiettivo di un deficit sotto il 3%. Il ministro dell’Economia Giorgetti ha accolto la promozione come un segnale di fiducia, pur a fronte di un contesto obbligazionario globale che resta nervoso e sensibile a ogni scossone in arrivo da Washington.
Per chi mette i soldi da parte, il nodo è concreto. Con il BTP Valore e gli altri titoli di Stato che offrono rendimenti intorno al 4% con la garanzia pubblica e una scadenza certa, l’alternativa priva di rischio è tornata a esistere dopo anni di tassi a zero. Bitcoin, che non paga nulla e oscilla di parecchi punti in una settimana, compete per gli stessi euro di quel risparmiatore. Vale la pena ricordare che la Consob, l’autorità che vigila sui mercati finanziari italiani e che, insieme alla Banca d’Italia, supervisiona l’applicazione del regolamento europeo MiCA sulle cripto-attività, richiama con regolarità alla prudenza sugli investimenti ad alto rischio. La fiscalità aggiunge un ulteriore strato di complessità, come abbiamo raccontato parlando della Manovra 2027 e del mancato taglio dell’aliquota crypto al 26%.
Che cosa guardare da qui in avanti
Nei prossimi mesi i rendimenti resteranno la variabile macro più importante per chi investe in crypto. Il primo appuntamento è la riunione della Fed del 28 ottobre: una conferma della pausa, accompagnata da toni accomodanti nella conferenza di Warsh, allenterebbe la pressione sui rendimenti e darebbe ossigeno agli asset rischiosi. Un rialzo a sorpresa, o toni duri, avrebbe l’effetto opposto. La riunione di dicembre resta «viva», con il mercato che prezza ancora una probabilità concreta di un ulteriore ritocco.
Il secondo segnale da monitorare è la direzione dei rendimenti reali e del term premium, più che quella dell’inflazione nominale. Tom Lee di Fundstrat ritiene che i rendimenti possano «normalizzarsi» nei prossimi sei mesi man mano che le pressioni sui prezzi si attenuano, e stima che un decennale sotto il 5% verrebbe letto dai mercati come un segnale nettamente favorevole al rischio. Se avesse ragione, il 2026 passerebbe da vento contrario a vento a favore per Bitcoin.
Infine, vanno tenuti d’occhio i segnali di stress: l’indice MOVE sopra i livelli di guardia, l’ampiezza dei riacquisti del Tesoro, le notizie sull’indipendenza della Fed e, sul fronte crypto, i flussi degli ETF e l’andamento del dollaro. La chiave interpretativa resta quella del perché i rendimenti si muovono. Se salgono per la forza dell’economia e la disciplina monetaria, Bitcoin soffre come ogni asset a lunga duration. Se salgono perché il mercato dubita della tenuta dei conti pubblici, la narrativa della riserva di valore torna in primo piano. È una distinzione sottile, ma è quella che separa un ribasso da un’occasione.
Domande frequenti
Perché i rendimenti dei bond influenzano il prezzo di Bitcoin?
Perché il rendimento del Treasury a dieci anni è il tasso di riferimento su cui si prezza ogni attività rischiosa. Quando sale, aumenta il costo opportunità di detenere un asset che non paga cedole come Bitcoin e si riduce il valore attuale dei flussi futuri attesi. Nel 2026 la correlazione tra Bitcoin e il decennale ha toccato livelli record, segno che il legame è più stretto che in passato.
Che cos’è il rendimento del Treasury a 10 anni?
È il tasso di interesse annuo effettivo che un investitore ottiene prestando denaro al governo americano per dieci anni. Si muove in direzione opposta al prezzo del titolo ed è considerato il tasso senza rischio globale, il parametro su cui si valutano mutui, azioni, obbligazioni societarie e, sempre più, le crypto.
Conviene di più un BTP o Bitcoin oggi?
Sono strumenti diversi. Un BTP decennale rende intorno al 4,5% con la garanzia dello Stato italiano e una scadenza certa, mentre Bitcoin non paga cedole e ha una volatilità molto più alta. Con i tassi reali ai massimi da quasi vent’anni, l’obbligazione offre un rendimento certo che prima non c’era: la scelta dipende dall’orizzonte temporale e dalla tolleranza al rischio, e questo articolo non costituisce un consiglio di investimento.
Perché i rendimenti americani sono ai massimi da 24 anni?
Per un insieme di fattori: inflazione ancora sopra il target del 2%, il rialzo dei tassi della Fed a settembre, l’enorme offerta di titoli legata ai deficit, un term premium in aumento e i dubbi del mercato sull’indipendenza della banca centrale. Gran parte dell’aumento recente arriva dalle componenti reali del rendimento, non dalle attese di inflazione.
Le stablecoin guadagnano dai rendimenti dei Treasury?
Sì. Gli emittenti come Tether e Circle investono le riserve in titoli del Tesoro a breve e ne incassano il rendimento, ma la legge americana GENIUS Act vieta loro di girarlo ai possessori dei token. Con tassi vicini al 5%, questo rende l’attività molto profittevole per gli emittenti e alimenta il mercato dei Treasury tokenizzati e dei rendimenti on-chain.
A cura della redazione macro di HOGE Wire. Questo articolo ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria.