h hoge.gg
Subscribe
BTC$67,432.18+2.34%ETH$3,521.44+1.08%SOL$178.62-0.62%BNB$612.30+0.41%XRP$0.6234-0.18%ADA$0.4521+3.12%DOGE$0.1623+1.86%AVAX$38.71-1.24%LINK$17.84+0.92%HOGE$0.00004120+4.21%
BTC$67,432.18+2.34%ETH$3,521.44+1.08%SOL$178.62-0.62%BNB$612.30+0.41%XRP$0.6234-0.18%ADA$0.4521+3.12%DOGE$0.1623+1.86%AVAX$38.71-1.24%LINK$17.84+0.92%HOGE$0.00004120+4.21%
● Bitcoin & Layer-1s

Taproot, l’ultimo soft fork: lo scisma Bitcoin del 31 ottobre

Taproot (novembre 2021) resta l'ultimo soft fork che Bitcoin abbia attivato. Il 31 ottobre Paul Sztorc forka la rete con le drivechain di ECX: ecco cosa dice sullo stallo della base layer.

Il 31 ottobre 2026 è Halloween, e per Bitcoin è una data doppiamente simbolica: diciotto anni prima, il 31 ottobre 2008, Satoshi Nakamoto pubblicava il white paper. Quello stesso giorno, intorno al blocco 973.728, si attiva la versione definitiva di ECX, l’hard fork drivechain costruita da Paul Sztorc per dimostrare una tesi scomoda: che Bitcoin, da quasi cinque anni, non riesce più a cambiare. L’ultima volta che ci è riuscito davvero, con un aggiornamento condiviso quasi all’unanimità, è stata con Taproot, nel novembre 2021. Per capire cosa succede a Halloween conviene ripartire da lì.

Il 31 ottobre, diciotto anni dopo il white paper

Primo chiarimento, perché l’equivoco è diffuso: ECX non tocca Bitcoin. È un hard fork che copia il registro della rete a un’altezza prestabilita e crea una catena separata, accreditando quasi tutti i possessori di BTC con un saldo 1:1 nella nuova moneta. Mantiene il proof-of-work SHA-256d (con un reset della difficoltà) e attiva le drivechain, le sidechain descritte nei BIP-300 e BIP-301. La rete Bitcoin, nel frattempo, prosegue identica a prima. Chi ha qualche anno di memoria riconoscerà lo schema: è lo stesso con cui nacque Bitcoin Cash nell’agosto 2017, alla fine delle block size wars.Sztorc ha spezzato il lancio in tre fasi per ridurre il rischio tecnico: una alpha il 23 agosto (blocco 963.648), una beta il 20 settembre (blocco 967.680) e la catena definitiva il 31 ottobre (blocco 973.728), come ha documentato news.bitcoin.com. La scelta della data non è casuale: Halloween coincide con il diciottesimo compleanno del white paper. È una provocazione calcolata, un modo per rivendicare che l’erede legittimo delle idee di Satoshi non è più la rete ufficiale.Il mercato, per ora, sbadiglia. Bitcoin vale circa 72.842 euro, in calo dello 0,3% in ventiquattro ore e quasi piatto sulla settimana secondo CoinGecko, lontano dal massimo storico di 107.662 euro toccato nell’ottobre 2025. Un airdrop da fork non muove più i prezzi come nove anni fa. Ma la posta di ECX non è il prezzo di un nuovo token: è una domanda sulla governance. Perché un ingegnere che ha speso undici anni a proporre le drivechain dentro Bitcoin ha smesso di chiederlo e ha deciso di forkare? La risposta passa, paradossalmente, dall’ultimo aggiornamento su cui Bitcoin è andato d’accordo per davvero.

Taproot, il giorno in cui Bitcoin era ancora d’accordo

Taproot è stato l’ultimo soft fork attivato sulla rete Bitcoin. È arrivato con tre proposte tecniche complementari: il BIP-340, che introduce le firme Schnorr al posto dell’ECDSA; il BIP-341, che definisce il nuovo tipo di output Pay-to-Taproot (P2TR) e gli alberi di script MAST; e il BIP-342, che aggiorna il linguaggio di scripting (Tapscript). Gli autori sono gli stessi nomi che da anni tengono in piedi il protocollo: Pieter Wuille, Jonas Nick, Tim Ruffing, Anthony Towns. Le specifiche sono pubbliche e immutabili nel repository bitcoin/bips.Il percorso di attivazione fu quasi un manuale di buone maniere. Con il meccanismo Speedy Trial il segnale dei miner superò il 90% e il blocco di lock-in arrivò al numero 687.284 il 12 giugno 2021; l’attivazione vera e propria scattò al blocco 709.632, il 14 novembre 2021 verso le 05:15 UTC, come raccontava allora CoinDesk. Da quel giorno gli indirizzi che iniziano con bc1p sono la firma visibile di Taproot, accanto ai bc1q di SegWit.Vale la pena ricordare quanto fu diverso il clima rispetto al soft fork precedente. SegWit, nel 2017, era passato tra minacce di split, una guerra tra fazioni e la nascita di una catena rivale. Taproot, al contrario, fu accolto con un consenso raro: nessuno aveva qualcosa da perdere, tutti qualcosa da guadagnare in privacy ed efficienza. Per questo molti lo considerano il modello di come Bitcoin dovrebbe evolvere: lentamente, con ampio accordo, senza vincitori né vinti. Il problema è che, da allora, quel modello non ha più prodotto nulla.

Soft fork e hard fork: perché la differenza è tutto

Tutta la vicenda ruota su due parole che vale la pena fissare. Un soft fork è un aggiornamento retrocompatibile: stringe le regole, e i nodi che non si aggiornano continuano comunque a vedere valida la catena. È il modo con cui Bitcoin ha introdotto SegWit e Taproot senza spaccare la rete, perché basta che una maggioranza di hashrate lo applichi. Un hard fork, al contrario, allarga o cambia le regole in modo non retrocompatibile: i vecchi nodi rifiutano i nuovi blocchi, e se una parte della comunità non segue nasce una catena separata.
  • Soft fork: retrocompatibile, attivato dai miner, nessuna moneta nuova; esempi SegWit e Taproot.
  • Hard fork: non retrocompatibile, richiede che tutti aggiornino, può creare una moneta nuova; esempi Bitcoin Cash nel 2017 ed ECX nel 2026.
  • UASF: la variante in cui sono i nodi degli utenti, e non i miner, a imporre una nuova regola.
La preferenza storica di Bitcoin per i soft fork non è un vezzo. Un soft fork ben fatto non obbliga nessuno a muoversi e non mette a rischio i fondi di chi resta indietro; un hard fork, invece, è un salto coordinato che riesce solo se quasi tutti saltano insieme. È per questo che l’incapacità di attivare perfino un soft fork, dopo Taproot, è così significativa: se la via meno traumatica si è bloccata, resta solo quella più traumatica. ECX è esattamente questo, la via traumatica scelta da chi non crede più in quella dolce.

Cosa ha fatto davvero Taproot, e cosa no

Per capire la frattura del 2026 bisogna essere precisi su cosa Taproot ha consegnato e cosa ha lasciato fuori. Sul lato di ciò che ha dato, le firme Schnorr permettono di aggregare più firme in una sola: con schemi come MuSig2 (BIP-327) e FROST, un portafoglio multifirma 3-su-5 appare sulla catena identico a un pagamento da una sola chiave. MAST consente di scrivere molte condizioni di spesa alternative e di rivelarne una sola al momento dell’uso, nascondendo le altre. Il risultato è più privacy, transazioni più compatte e commissioni più basse per gli usi complessi.Sul lato di ciò che manca, invece, Taproot è stato deliberatamente timido. Non ha introdotto nuovi opcode per i covenant, cioè le regole che vincolano come una moneta potrà essere spesa in futuro. Non ha riattivato OP_CAT, l’istruzione che concatena elementi sullo stack, disabilitata nel 2010. Non ha aggiunto ricorsione né strumenti per costruire vault, bridge e contratti più ricchi direttamente sulla base layer. In una frase: Taproot ha reso Bitcoin più privato ed efficiente, non più espressivo. È questa la parte di lavoro rimasta a metà, e intorno a essa ruota tutto il resto.Nel frattempo Taproot lavora in silenzio dove conta. È lo standard per l’apertura dei canali Lightning di nuova generazione, è il fondamento di Taproot Assets (il protocollo con cui stablecoin come USDT viaggiano su Lightning) e la busta che racchiude ogni iscrizione Ordinal sfrutta proprio uno script Taproot. Paradossalmente, l’aggiornamento di cui gli utenti non parlano mai è diventato l’infrastruttura invisibile su cui gira buona parte dell’innovazione recente di Bitcoin. Non è il fallimento che la bassa quota on-chain lascerebbe pensare: è un successo poco appariscente.
PropostaCosa introduceEffetto pratico
BIP-340Firme SchnorrAggregazione delle firme: una multifirma indistinguibile da una firma singola
BIP-341Output P2TR e alberi MASTSi rivela solo la condizione di spesa usata: più privacy, meno dati on-chain
BIP-342TapscriptLinguaggio di script aggiornato per gli output Taproot
Le tre proposte che compongono Taproot, attivate insieme nel novembre 2021.

La promessa implicita: niente più hard fork

Dietro quella timidezza c’era una filosofia precisa, condivisa dalla maggior parte degli sviluppatori di Bitcoin Core. La base layer deve restare conservativa e piccola; si aggiungono solo i mattoni primitivi strettamente necessari; tutto il resto, cioè la scalabilità e l’espressività, accade altrove, fuori dalla catena principale (Lightning, poi rollup e statechain) oppure tramite soft fork approvati quasi all’unanimità. La promessa implicita era semplice: Bitcoin non avrebbe mai più avuto bisogno di un hard fork contestato come quello del 2017, perché si sarebbe costruito verso l’alto invece di spaccarsi di lato.In questa visione il minimalismo è una caratteristica, non un limite. Una base layer che cambia poco è difficile da attaccare, da catturare e da corrompere; la rigidità è il prezzo della neutralità. Taproot era il coronamento di questa idea: l’ultimo pezzo che mancava per rendere il livello di base abbastanza flessibile da reggere tutto ciò che sarebbe stato costruito sopra. È esattamente questa scommessa che ECX mette alla prova. Perché se la costruzione verso l’alto funziona, nessuno ha bisogno di forkare; se non funziona abbastanza in fretta, qualcuno prima o poi lo fa comunque.

Cinque anni di stallo

I numeri che cita Sztorc sono brutali. Nei primi sette-otto anni, dice, Bitcoin fece sedici soft fork; nei sette-otto successivi, due. SegWit impiegò ventisei mesi per attivarsi, Taproot quaranta. Dopo Taproot, nulla. La sua sintesi, in un’intervista del 17 settembre 2026 ripresa da crypto.news, è netta: «Bitcoin non può attivare alcun soft fork, per il prossimo futuro», e «tutti i soft fork dopo Taproot hanno fallito l’attivazione, e questo non ha fatto eccezione».Il motivo è nel meccanismo stesso. Un soft fork moderno si attiva con il segnale dei miner (lo schema BIP-9, poi lo Speedy Trial) e, come ultima risorsa, con una UASF in cui sono i nodi degli utenti a imporre la regola (il modello BIP-8). Ma la soglia tipica di segnalazione dei miner, intorno al 55%, è diventata irraggiungibile: i miner non vogliono esporsi, gli utenti non vogliono rifare lo scontro del 2017 e manca un meccanismo di coordinamento di cui tutti si fidino. Il risultato è una paralisi in cui anche le proposte più innocue restano ferme. Sztorc lo dice persino di OP_CAT, tredici righe di codice già presenti nel software originale: «Niente può farcela, nemmeno OP_CAT».Per capire quanto sia cambiato il clima basta tornare al 2017. Lo stallo su SegWit si sbloccò solo quando gli utenti minacciarono una UASF, costringendo i miner a cedere pochi giorni prima della scadenza; fu una prova di forza traumatica, che nessuno ha voglia di ripetere. Da allora la comunità ha imparato una lezione ambivalente: la UASF funziona, ma lascia cicatrici. Senza quella pressione, e senza miner disposti a segnalare per primi, ogni proposta resta sospesa in un limbo in cui ciascuno aspetta che si muova qualcun altro.Nel frattempo la quota di Taproot sulla catena racconta un’altra storia di aspettative disattese. Dopo il picco oltre il 40% all’inizio del 2024, trainato da Ordinals e Runes, l’uso si è assestato in una forbice ampia: i tracker come quello di Spark lo collocano intorno al 15-20% delle transazioni, mentre misure più severe come quelle di Glassnode scendono al 4-5%. Gran parte di quel volume, inoltre, è polvere legata alle iscrizioni, non pagamenti ordinari. Cinque anni dopo, non c’è stata nessuna migrazione di massa degli utenti verso bc1p.
AggiornamentoTipoAnnoStato a ottobre 2026
SegWitSoft fork2017Attivato
TaprootSoft fork2021Attivato (l’ultimo riuscito)
OP_CTV (BIP-119)Soft fork propostodal 2022Segnalazione vicina allo 0%, finestra fino al 30 marzo 2027
OP_CAT (BIP-347)Soft fork propostodal 2024Specifica completa, nessuna attivazione
BIP-54 (Consensus Cleanup)Soft fork proposto2025-2026In test su signet, contestato
BIP-110 (catena Blake2b)Hard fork2026Fallito al 2,53%, ora catena separata
ECX (drivechain)Hard fork2026Mainnet il 31 ottobre
Il registro degli aggiornamenti dopo Taproot: molti tentativi, nessun soft fork riuscito.

La guerra dell’OP_RETURN: Core contro Knots

Lo stallo non riguarda solo i fork. Nell’ottobre 2025 la versione 30 di Bitcoin Core ha alzato il limite di dati inseribili in un output OP_RETURN da 80 byte a circa 100.000, di fatto rimuovendolo. La motivazione tecnica è discutibile quanto si vuole, ma l’effetto politico è stato immediato: una parte della comunità ha letto la mossa come una resa agli interessi di chi vuole usare Bitcoin come archivio di dati arbitrari, lontano dalla sua funzione monetaria. L’implementazione alternativa Bitcoin Knots, che ha mantenuto il vecchio tetto come deterrente, è diventata il rifugio di quella fazione.I numeri raccontano una spaccatura reale. Secondo Unchained, la quota di nodi pubblici che gira su Knots è salita fino al 23-25% all’inizio del 2026, mentre Core è scesa da circa il 98% all’88%. È la stessa faglia che attraversa il dibattito su Ordinals e Runes, la questione di cosa Bitcoin debba contenere oltre al denaro. La chiamano la guerra dell’OP_RETURN, e il punto non è il singolo parametro: è che nel 2026 persino un valore predefinito di configurazione basta a dividere la rete in due campi. Quando anche la scelta di un default diventa una guerra di religione, l’idea di far passare un soft fork appare ancora più remota.

I covenant, il lavoro non finito di Taproot

Esiste una via per completare ciò che Taproot ha iniziato senza alcun hard fork: i covenant, aggiunti con un soft fork. Le proposte in campo sono diverse. OP_CTV (BIP-119), firmata da Jeremy Rubin, è la più vicina a un’attivazione tecnica e viene presentata come il covenant «sicuro», utile per vault e controllo della congestione; ha una finestra di segnalazione aperta fino al 30 marzo 2027, ma il consenso dei miner è vicino allo zero. OP_CAT (BIP-347) riaprirebbe la porta a covenant ricorsivi e contratti più ricchi, ma dopo aver completato la specifica nel marzo 2026 non ha ottenuto alcun calendario di attivazione. Accanto ci sono OP_CSFS (BIP-348) e il pacchetto di correzioni BIP-54.Un esempio rende l’idea di cosa sia in gioco. Con un covenant come CTV si potrebbe costruire un vault, un portafoglio in cui i fondi, se mossi da un ladro, finiscono per forza in un indirizzo di sicurezza predefinito dopo un ritardo, dando al proprietario il tempo di reagire. Oggi su Bitcoin un vault del genere si può solo approssimare con firme pre-calcolate e chiavi da distruggere, una costruzione fragile. I covenant lo renderebbero nativo e affidabile, e con essi diventerebbero più solidi anche i bridge verso i livelli due, che è poi la ragione per cui tanti progetti aspettano quel soft fork che non arriva.Chi difende questa strada ha un nome di peso. Adam Back, amministratore delegato di Blockstream e una delle poche persone citate nel white paper di Satoshi, ha definito gli opcode covenant un possibile «ultimo soft fork»: un aggiornamento che, una volta fatto, renderebbe superflui molti cambiamenti futuri, perché darebbe a Bitcoin Script abbastanza espressività e, unito alla verifica formale e a linguaggi come Simplicity, abbastanza sicurezza da bastare a lungo. La sua posizione, riportata da Cryptobriefing, è l’esatto opposto di quella di Sztorc: non «nessun soft fork è più possibile», ma «ne serve ancora uno, e poi basta». L’ironia è che nemmeno il covenant benedetto dal numero uno di Blockstream riesce a muoversi di un millimetro.

La strada verso l’alto: BitVM, Citrea, Ark, Spark

Mentre i covenant restano bloccati, una parte dell’ecosistema ha preso alla lettera la promessa di Taproot e ha costruito verso l’alto, senza chiedere alcun fork. È la risposta tecnica allo stallo. BitVM, ideato da Robin Linus, usa le prove di frode per far verificare a Bitcoin la correttezza di un calcolo complesso senza eseguirlo, aprendo la porta a bridge e rollup. Su questa base, Citrea è diventato il primo rollup ZK che regola su Bitcoin, con mainnet il 27 gennaio 2026 secondo The Block: comprime l’attività in prove che vengono poi ancorate alla catena, un meccanismo affine ai mercati che producono prove crittografiche nel resto del settore. Ark e Spark, dal canto loro, spingono i pagamenti fuori catena con statechain e strutture a foglie.Tutti questi progetti condividono due cose. La prima è che sfruttano ciò che Taproot ha già dato (firme Schnorr, MAST, firme adattatrici) invece di aspettare nuovi opcode. La seconda, meno comoda da ammettere, è che ciascuno introduce un’assunzione di fiducia: un insieme di firmatari onesti su N nei bridge in stile BitVM, un gruppo di operatori nelle statechain, l’impossibilità di provare crittograficamente che una chiave sia stata distrutta. Non è fiducia azzerata, è fiducia ridotta e resa esplicita. Il campo dei soft fork risponde così a chi vuole forkare: non serve spaccare la rete, serve ingegneria. Il campo opposto ribatte che l’ingegneria, da sola, non ha ancora prodotto un livello due abbastanza semplice e sicuro da imporsi davvero.Spark è l’esempio che chiarisce il compromesso. È una statechain lanciata da Lightspark in mainnet nel maggio 2025, pensata per pagamenti istantanei e stablecoin come la USDB; sposta la proprietà di una moneta ruotando le chiavi tra l’utente e un gruppo ristretto di operatori, con un’uscita unilaterale verso la catena principale come garanzia. La sua stessa documentazione ammette il punto debole: non esiste modo di provare crittograficamente che un operatore abbia davvero distrutto la propria quota di chiave. È fiducia minimizzata, non eliminata, e in questo somiglia più a una drivechain di quanto i due campi amino riconoscere.

La strada laterale: le drivechain e l’hard fork di Sztorc

Paul Sztorc propone le drivechain da più di un decennio. Le descrisse per la prima volta nel 2015, le formalizzò nel BIP-300 («Hashrate Escrows») nel 2017 e aggiunse il BIP-301 («Blind Merged Mining») nel 2019. L’idea è far custodire ai miner i bitcoin depositati in una sidechain e far decidere loro, con un voto spalmato su una finestra molto lunga, quali prelievi approvare; il blind merged mining consente ai miner di incassare le commissioni della sidechain senza eseguirne il software. Per anni Sztorc ha provato a farle entrare in Bitcoin per vie pacifiche, fino al CUSF (il «Core Untouched Soft Fork»), un programma che i miner avrebbero potuto eseguire accanto a un Core non modificato per attivare le drivechain senza che Core unisse una sola riga di codice.Il lancio stesso è una dimostrazione di metodo. Le due fasi di prova, alpha e beta, servivano a far emergere i bug e a dare un prezzo al nuovo asset prima che la difficoltà di mining si fissasse; Sztorc ha spiegato che dovevano somigliare il più possibile alla versione finale. Al debutto, con la difficoltà azzerata, la catena ha macinato oltre venticinquemila blocchi in poche ore, un effetto atteso finché il mining non si stabilizza. L’airdrop ricalca il saldo di quasi tutti gli indirizzi, con un’eccezione pesante: gran parte delle monete attribuite a Satoshi resta esclusa, per non riversare sul mercato un’offerta potenziale enorme.Non ha funzionato. La pull request di Luke Dashjr che implementava il BIP-300 è stata chiusa senza merge nel marzo 2024, e il resto è la storia dello stallo. A quel punto Sztorc ha cambiato strategia: se la rete non si muove, si forka. Il sito di ECX non usa giri di parole e accusa gli sviluppatori di Core di essere diventati «timidi, egoisti, pigri e corrotti», come ha riportato Bitcoin Takeover. La tesi di fondo è che le drivechain avrebbero reso inutile persino Bitcoin Cash: chi voleva blocchi più grandi avrebbe potuto usare una sidechain dedicata invece di spaccare la rete. La meccanica completa della peg, del voto dei miner e delle sette drivechain previste è il cuore della nostra guida dedicata a ECX; qui interessa il suo significato politico.

«Fiducia cieca nei miner»: la critica di Peter Todd

La critica tecnica alle drivechain è vecchia quanto la proposta, e porta una firma autorevole. Nel 2023 Peter Todd, pagato dalla stessa LayerTwo Labs per una revisione indipendente, concluse che le drivechain sostituiscono «l’attento disegno degli incentivi che vediamo negli altri protocolli di Bitcoin, e in Bitcoin stesso, con una fiducia cieca nei miner». Il problema, spiegato nel suo saggio, è l’assenza di prove di frode: una maggioranza di hashrate potrebbe votare per approvare un prelievo che svuota la peg, e non esisterebbe alcun rimedio. Il paper sulle pegged sidechain di Blockstream del 2014, ricorda Todd, prevedeva almeno in teoria prove di frode per annullare un prelievo malevolo durante un periodo di contestazione; il BIP-300 le rimuove.Sztorc non ignora l’obiezione, la ribalta. Il suo argomento è che i miner hanno già oggi il potere di riorganizzare la catena e censurare le transazioni, e che non lo fanno perché distruggerebbero il valore da cui dipendono i loro ricavi; la stessa logica economica, sostiene, protegge una peg in stile drivechain. Dove Todd vede fiducia cieca, Sztorc vede incentivi allineati e una finestra di voto così lunga da rendere un furto visibile e contrastabile. Chi abbia ragione non è una questione tecnica pulita: è una scommessa su quanto ci si possa fidare della razionalità economica dei miner, la stessa domanda che divide i due campi su tutto il resto.Qui sta il nocciolo del confronto con Taproot. Ogni strada per estendere Bitcoin sposta il bersaglio della fiducia. I covenant nativi chiederebbero di fidarsi solo della matematica e del consenso. I rollup in stile BitVM chiedono di fidarsi che almeno un firmatario su N sia onesto, più le prove. Le statechain chiedono di fidarsi che gli operatori cancellino le loro chiavi. Le drivechain chiedono di fidarsi che i miner non colludano per rubare. Non esiste la fiducia zero: esistono ipotesi di fiducia diverse, ed è su quale sia accettabile che il dibattito si è incagliato. La tabella che segue mette in fila le quattro risposte.
StradaDi chi ci si deve fidareServe un fork?
Covenant nativi (CTV, CAT)Matematica e consenso della reteSì, un soft fork
Rollup e bridge (BitVM, Citrea)Almeno un firmatario onesto su N, più le proveNo
Statechain (Spark, Ark)Operatori che cancellano le chiaviNo
Drivechain (ECX)I miner, che non devono colludereSì, un hard fork
Quattro modi di estendere Bitcoin, quattro ipotesi di fiducia diverse.

Due filosofie, un solo hashrate

ECX non è l’unico fork del 2026, ed è istruttivo confrontarlo con il suo opposto speculare. Pochi mesi prima, la cosiddetta catena Blake2b (BIP-110) aveva tentato la strada contraria: una filosofia sottrattiva, pensata per limitare i dati sulla catena, ridurre il tetto dell’OP_RETURN e cancellare di fatto iscrizioni e Ordinals. Dopo essersi fermata al 2,53% dei segnali l’8 agosto, come ricostruisce ecashblog, ha cambiato il proof-of-work da SHA-256 a Blake2b il primo settembre, recidendo ogni legame con la sicurezza di Bitcoin.ECX fa il contrario: è additivo (aggiunge le drivechain) e, soprattutto, mantiene SHA-256. Questa scelta ha un peso enorme. Significa che i miner di Bitcoin possono minare ECX con lo stesso hardware, anche in merged mining, ma significa pure che la sicurezza della nuova catena dipende da hashrate preso in prestito: finché i miner non la considerano abbastanza remunerativa, resta esposta. È il nodo che rende l’hashrate una vera classe di attivo contesa, non un dettaglio tecnico. Entrambi i fork, quello sottrattivo e quello additivo, hanno dimostrato la stessa cosa: senza i miner non si va da nessuna parte, e chi controlla l’hashrate controlla quali regole contano davvero.C’è un’ultima asimmetria da notare. ECX eredita il modello di sicurezza di Bitcoin solo se i miner scelgono di dedicargli hashrate, e il merged mining rende quella scelta quasi gratuita; ma gratis non vuol dire garantito. Una catena che vive di hashrate altrui è esposta a riorganizzazioni finché la potenza dedicata resta bassa, ed è proprio questa fragilità iniziale che il lancio a fasi cercava di attenuare. Per Bitcoin il rischio è speculare: se un domani le drivechain generassero commissioni ricche, i miner avrebbero un incentivo nuovo e potente, e non è ovvio che punti sempre nella stessa direzione degli utenti.

Cosa succede ai tuoi bitcoin, e al fisco

Sul piano pratico, chi possiede Bitcoin si trova davanti a un airdrop e a qualche insidia. Chi controlla le proprie chiavi riceverà un saldo ECX pari ai propri BTC al momento del fork; chi tiene le monete su un exchange dipende dalle scelte della piattaforma, che potrebbe non accreditare né supportare ECX. Attenzione poi alla protezione dal replay, che nel lancio di ECX è opzionale e non automatica: una transazione mal gestita può propagarsi su entrambe le catene. In generale, muovere i propri bitcoin tra tipi di indirizzo diversi (da bc1q a bc1p, per esempio) non è una vendita e non ha effetti fiscali; ricevere una nuova moneta da un fork, invece, è un’altra faccenda.Qui entra il quadro italiano. Né Consob né Banca d’Italia approvano o bloccano un fork: sotto MiCA vigilano sui prestatori di servizi (gli exchange, i custodi) e sugli emittenti di token, non sul protocollo o sul consenso di Bitcoin. Un hard fork come ECX, però, fa comparire un nuovo asset nel portafoglio di chi lo riceve, con possibili conseguenze fiscali che dipendono dal valore al momento dell’accredito e dalla successiva cessione. È un tema che si inserisce nel dibattito ancora aperto sulla tassazione delle cripto in Italia, dall’aliquota alla Manovra 2027 arrivata senza il taglio annunciato. Nulla di quanto scritto qui è una consulenza fiscale: davanti a un airdrop da fork conviene fare due conti con un professionista.

Taproot era la fine di un’era, o l’inizio di un’altra?

Ci sono due letture di quel che accade il 31 ottobre, ed entrambe partono da Taproot. La prima è pessimista: ECX è la prova che Taproot è stato l’ultimo aggiornamento di Bitcoin, che la base layer si è ossificata e che da qui in avanti l’azione si sposta sui fork e sui livelli due, mentre il protocollo resta immobile. La seconda è l’opposto: ECX è una comparsa, e il suo stesso bisogno di forkare conferma che la cautela di Bitcoin funziona; il rifiuto di cambiare in modo avventato è la caratteristica, non il difetto, e il futuro vero è la strada verso l’alto, i covenant un domani e BitVM o Citrea già oggi.Conviene allora chiarire cosa distinguerebbe un ECX riuscito da uno fallito. Un fallimento somiglia alle decine di fork precedenti: nessun exchange serio lo quota, i miner non gli dedicano hashrate stabile, il prezzo crolla e la catena resta un esperimento. Un successo, invece, non si misura in capitalizzazione, ma in imitazione: se le drivechain funzionassero senza furti per mesi, l’argomento di Sztorc guadagnerebbe forza e qualcun altro potrebbe tentare la stessa strada, erodendo l’idea che la base layer vada lasciata immobile. È per questo che la domanda vera non è quanto varrà ECX, ma se dimostrerà qualcosa.C’è però una scadenza che nessuno dei due campi può ignorare, e che un giorno costringerà Bitcoin a decidere se sa ancora mettersi d’accordo: il calcolo quantistico. La proposta BIP-360, con il suo nuovo tipo di output resistente ai quanti, è stata inserita nel repository nel febbraio 2026, ma resta allo stadio di proposta; nel frattempo si stima che circa 6,9 milioni di BTC siedano su indirizzi con chiave pubblica esposta. Se è vero, come sostiene Sztorc, che Bitcoin non riesce più ad attivare alcun soft fork, allora l’orologio quantistico non è un problema teorico: è la prova d’esame finale. Il 31 ottobre, più che il prezzo di ECX, converrà guardare un’altra cosa: se qualcuno lo seguirà.

Domande frequenti

Che cos’è ECX e perché se ne parla per il 31 ottobre?

ECX è un hard fork di Bitcoin creato da Paul Sztorc che attiva le drivechain (BIP-300 e BIP-301). Copia il registro di Bitcoin e accredita ai possessori un saldo 1:1 nella nuova moneta, senza modificare la rete Bitcoin. La versione definitiva si attiva intorno al blocco 973.728, il 31 ottobre 2026, data scelta perché coincide con il diciottesimo anniversario del white paper.

Taproot è stato davvero l’ultimo soft fork di Bitcoin?

Sì. Taproot, attivato al blocco 709.632 il 14 novembre 2021, è l’ultimo soft fork che la rete Bitcoin sia riuscita ad attivare. Da allora nessuna proposta, da OP_CTV a OP_CAT, ha raggiunto le soglie di segnalazione necessarie, e diversi sviluppatori parlano apertamente di uno stallo della governance.

Che differenza c’è tra la strada dei covenant e quella delle drivechain?

I covenant (come OP_CTV o OP_CAT) estenderebbero Bitcoin con un soft fork, aggiungendo regole di spesa native senza spaccare la rete. Le drivechain di ECX arrivano invece con un hard fork e delegano ai miner la custodia e l’approvazione dei prelievi dalle sidechain. La differenza di fondo è su chi riporre la fiducia: la matematica e il consenso, oppure l’onestà dei miner.

Se ho dei bitcoin, ricevo automaticamente ECX?

Solo se controlli le tue chiavi private al momento del fork: in quel caso ti spetta un saldo ECX 1:1. Se tieni i bitcoin su un exchange, dipende dalla piattaforma, che potrebbe non supportare né distribuire ECX. Va inoltre gestita con cautela la protezione dal replay, che nel lancio di ECX è opzionale.

Perché Bitcoin non riesce più ad attivare soft fork?

Perché manca un meccanismo di coordinamento condiviso: i miner non vogliono segnalare e raggiungere la soglia tipica (intorno al 55%) è diventato impraticabile, mentre gli utenti sono riluttanti a imporre una UASF come nel 2017. A questo si aggiunge una comunità divisa su cosa Bitcoin debba essere, come mostra anche la guerra dell’OP_RETURN tra Core e Knots.Di Marcus Okafor, redazione HOGE Wire. Questo articolo è analisi giornalistica e non costituisce consulenza finanziaria o fiscale.
Share 𝕏 Post Telegram