Tasse crypto e manovra 2027: cosa può cambiare sul 33%
La sessione di bilancio 2027 si apre a settembre e il 33% sulle plusvalenze cripto torna sul tavolo politico. Ecco cosa è già blindato, cosa può ancora muoversi e come prepararsi.
Ad agosto Roma si svuota, ma la macchina del bilancio non va mai davvero in ferie. Mentre gli investitori tornano dalle vacanze, il governo prepara la sessione di bilancio per il 2027, e per chi detiene cripto-attività la scadenza non è un dettaglio politico qualsiasi: l’aliquota al 33% sulle plusvalenze, entrata in vigore il 1° gennaio 2026, non è affatto una questione chiusa. Ogni autunno la legge di bilancio riapre il capitolo, e la manovra 2027 arriva proprio mentre il nuovo regime completa il suo primo anno pieno di applicazione.
C’è un motivo in più per cui il 2027 sarà l’anno spartiacque. È la prima dichiarazione in cui il 33% morde davvero, ed è anche il primo anno in cui il Fisco vede i dati degli exchange in automatico grazie alla DAC8. Le due cose arrivano insieme. In questo articolo mettiamo in fila cosa è ormai blindato, cosa può ancora muoversi nella manovra e cosa conviene fare adesso, con il Bitcoin che nel momento in cui scriviamo vale circa 68.000 euro (CoinGecko), dopo lo short squeeze di agosto che ha rimesso molti portafogli in territorio di plusvalenza.
La finestra della manovra 2027 si apre adesso
Il calendario di bilancio, ricostruito a fine agosto da Sky TG24, scandisce le prossime settimane con tappe molto ravvicinate. Il 22 settembre l’Istat pubblica le revisioni ufficiali dei conti italiani sul 2025, il dato da cui dipende lo spazio effettivo della manovra. A fine settembre il Parlamento fissa la presentazione del Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP), che ha sostituito la vecchia Nadef dopo la riforma della governance economica europea.
Da lì la corsa si fa serrata: entro il 15 ottobre il Documento programmatico di bilancio va trasmesso a Commissione europea ed Eurogruppo, intorno al 20 ottobre il disegno di legge di bilancio arriva in Parlamento, il 30 novembre Bruxelles dà la sua prima valutazione, e il voto finale alla Camera è atteso a metà dicembre, con l’approvazione definitiva entro il 31 dicembre per evitare l’esercizio provvisorio. Tutto ciò che riguarda le tasse sulle cripto, aliquote comprese, passa esattamente da questo imbuto. È la ragione per cui ogni autunno il tema torna, e perché conviene seguirlo mentre prende forma, non a giochi fatti. Per il quadro regolatorio più ampio in cui si inserisce, dalla vigilanza dei mercati alle regole sui token, rimandiamo alla nostra analisi sulla svolta della SEC e lo specchio MiCA.
Il contesto conta. Le nuove regole europee di governance impongono una traiettoria di spesa netta pluriennale, e ogni riduzione di gettito va compensata in modo credibile agli occhi di Bruxelles. Tradotto per le cripto: uno sconto sull’aliquota non è impossibile, ma va finanziato, e in una manovra che parte con margini stretti le entrate già iscritte a bilancio si toccano malvolentieri. È il motivo per cui, al netto degli annunci, gli osservatori danno per più probabile un intervento mirato su qualche nicchia che non una revisione del 33% di base. Ma la politica ha le sue logiche, e in una legge di bilancio i dossier si intrecciano: un tema piccolo come le cripto può diventare merce di scambio per equilibri più grandi.
Da dove parte il 2027: 33%, EMT al 26%, addio franchigia
Per capire cosa può cambiare serve fissare il punto di partenza. Dal 1° gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate con un’imposta sostitutiva del 33%, contro il 26% applicato dal 2023 al 2025. L’aumento era stato programmato dalla legge di bilancio 2025 (legge 207/2024) e confermato dalla legge di bilancio 2026. Le cripto restano inquadrate come redditi diversi di natura finanziaria, ai sensi dell’art. 67, comma 1, lettera c-sexies del TUIR.
Attorno a questo numero ruotano alcuni tasselli che il 2027 eredita così come sono. La soglia di esenzione da 2.000 euro è stata cancellata dal 2025: oggi ogni plusvalenza è tassabile dal primo euro. Sul valore del portafoglio al 31 dicembre grava una patrimoniale dello 0,2% annuo (l’imposta sul valore delle cripto-attività), dovuta anche in autocustodia. In dichiarazione servono il quadro RT per le plusvalenze e il quadro RW (ridenominato quadro W nei modelli più recenti) per il monitoraggio, senza soglia minima. La permuta cripto contro cripto con «eguali caratteristiche e funzioni» resta fiscalmente irrilevante, secondo la circolare 30/E del 27 ottobre 2023, mentre il costo di carico segue il criterio LIFO e, in assenza di documentazione, viene azzerato con tassazione sull’intero corrispettivo.
Il percorso storico aiuta a capire perché il tema resti caldo: fino al 2022 le cripto seguivano il regime delle valute estere (26% solo oltre una giacenza di 51.645,69 euro per sette giorni lavorativi consecutivi), poi la legge di bilancio 2023 introdusse il 26% con la franchigia da 2.000 euro, cancellata a sua volta due anni dopo. In parallelo, dal 2026 le cripto pesano anche sull’ISEE come patrimonio mobiliare, il che le fa entrare nel calcolo di bonus e agevolazioni legate al reddito familiare. Un’unica eccezione di rilievo sull’aliquota: gli EMT, i token di moneta elettronica in euro conformi a MiCA, restano al 26% perché trattati come strumento di pagamento e non come asset speculativo.
Un tassello ormai storico ma utile a capire il presente: tra la fine del 2024 e il 30 novembre 2025 è rimasta aperta una finestra di rideterminazione del costo di carico, che permetteva di rivalutare le cripto al valore di inizio 2025 pagando un’imposta sostitutiva agevolata del 18%. Chi l’ha usata ha in pratica congelato una base imponibile più alta, riducendo la plusvalenza futura tassabile al 33%. Quella porta è chiusa, e al momento non risultano nuove finestre di affrancamento nel disegno della prossima manovra, anche se è uno degli strumenti che periodicamente riaffiora nelle trattative di bilancio come contropartita a un inasprimento.
Il doppio binario 2025-2026 e la dichiarazione del 2027
Qui si annida l’equivoco più diffuso. Il 33% di cui tutti parlano non è l’aliquota che gli italiani hanno pagato nel 2026. L’imposta versata con l’F24 tra giugno e luglio 2026 riguarda le plusvalenze realizzate nel 2025, ancora al 26% e senza franchigia. Il 33% colpisce per la prima volta i guadagni realizzati nel 2026, che si dichiarano e si pagano nel 2027. Vale la pena ripeterlo: chi ha venduto in perdita o in pareggio nel 2025 non ha toccato con mano il 33%, e lo scoprirà solo con la prossima stagione dichiarativa.
Ecco perché il 2027 è l’anno chiave, e perché la manovra che si costruisce in queste settimane pesa più di quanto sembri. È la prima volta che il nuovo regime produce un conto reale, su operazioni fatte in un anno, il 2026, che a metà strada ha già visto il Bitcoin oscillare parecchio. Chi ha comprato nei minimi di inizio anno e ha venduto sui rimbalzi estivi si troverà una base imponibile significativa, tassata a un’aliquota più alta di quella a cui era abituato. Il doppio binario ha anche un risvolto sanzionatorio: chi ha saltato il versamento sui guadagni 2025 può ancora regolarizzare con il ravvedimento operoso, pagando una sanzione ridotta più gli interessi al tasso legale, sceso all’1,60% annuo nel 2026. Prima si interviene, meno si paga, perché la frazione della sanzione cresce con il passare del tempo dalla scadenza.
Un esempio concreto: 26% contro 33%
Prendiamo un caso semplice e puramente illustrativo, con prezzi vicini a quelli attuali. Un investitore compra 1 Bitcoin a 40.000 euro e lo vende a 68.000 euro, realizzando una plusvalenza di 28.000 euro. La tabella mostra la differenza tra realizzare quel guadagno nel 2025 (dichiarazione 2026, aliquota 26%) e nel 2026 (dichiarazione 2027, aliquota 33%).
| Voce | Realizzo nel 2025 (dich. 2026) | Realizzo nel 2026 (dich. 2027) |
|---|---|---|
| Prezzo di acquisto | 40.000 euro | 40.000 euro |
| Prezzo di vendita | 68.000 euro | 68.000 euro |
| Plusvalenza imponibile | 28.000 euro | 28.000 euro |
| Aliquota | 26% | 33% |
| Imposta sostitutiva | 7.280 euro | 9.240 euro |
| Guadagno netto | 20.720 euro | 18.760 euro |
La differenza, 1.960 euro su questo esempio, è il costo puro dell’aumento di aliquota a parità di guadagno. Su portafogli più grandi la cifra cresce in proporzione, e a essa vanno aggiunti lo 0,2% di patrimoniale sul valore di fine anno e, dove dovuti, gli interessi in caso di versamento tardivo. I prezzi qui sono un’istantanea al 28 agosto 2026 e servono solo a rendere leggibile il meccanismo, non a prevedere quotazioni.
Perché il 33% è tornato sul tavolo politico
Il 33% non è mai stato un numero pacifico. La sua storia è fatta di marce indietro: nell’ottobre 2024 il governo aveva ipotizzato un salto addirittura al 42%, poi ridimensionato al 33% con decorrenza 2026. E anche dopo l’approvazione la maggioranza ha continuato a litigarci sopra. A gennaio 2026, in sede di conversione del decreto Milleproroghe, la Lega ha presentato emendamenti per rinviare l’aumento, con primo firmatario il deputato Giulio Centemero, che chiedeva di far slittare al 2027 il passaggio dal 26% al 33% sui redditi legati ai token di moneta elettronica in euro.
Quel tentativo non ha spostato l’aliquota generale, entrata comunque in vigore. Ma ha lasciato un segno: il tema è rimasto una moneta di scambio nelle trattative di bilancio, e ogni manovra è l’occasione buona per riaprirlo. La domanda che aleggia sulla sessione 2027 è quindi triplice. Il 33% verrà confermato senza ritocchi? Verrà ammorbidito per qualche categoria di asset? Oppure la finestra agevolata al 26% verrà estesa o ristretta? Nessuna di queste opzioni è oggi esclusa, ed è per questo che vale la pena distinguere ciò che è strutturale da ciò che è ancora negoziabile.
C’è poi una frattura interna alla maggioranza che tiene vivo il dossier. La linea che aveva spinto per il 42% guardava soprattutto al gettito; quella che ha ottenuto il ridimensionamento al 33% e la salvaguardia del 26% sugli EMT guarda invece alla competitività del fintech italiano. Sono due filosofie diverse dentro lo stesso governo, e ogni manovra le rimette una contro l’altra. Per l’investitore il messaggio pratico è doppio: non dare nulla per scontato fino al testo definitivo, ma nemmeno farsi illusioni, perché finora, ogni volta che si è dovuto scegliere tra un taglio d’imposta e un’entrata certa, ha prevalso la seconda.
Il nodo degli EMT e l’ipotesi di un’aliquota agevolata
Il fronte più caldo è quello delle stablecoin in euro. Gli EMT conformi a MiCA hanno conservato il 26% proprio perché il legislatore li considera più simili a un mezzo di pagamento che a un investimento. È un’eccezione che diversi parlamentari vorrebbero allargare, e attorno a cui ruotano le proposte più concrete di modifica.
In un’analisi pubblicata da MilanoFinanza, Davide Zanichelli, tra le voci più note del dibattito fiscale sulle cripto in Italia, ha definito «draconiana» l’aliquota al 33% e ha messo in guardia dal rischio di «emigrazione di capitali» verso operatori meno rigorosi, proponendo di prorogare il 26% al 2027 e di introdurre un trattamento agevolato, nell’ordine del 12,5%, per le stablecoin in euro. È un’idea che, se raccolta dalla manovra, cambierebbe il modo in cui molti gestiscono la liquidità tra un’operazione e l’altra, perché oggi parcheggiare valore in una stablecoin al momento sbagliato può far scattare comunque un evento fiscale. La distinzione tra token di pagamento e asset speculativo, del resto, è la stessa che attraversa buona parte delle regole su tracciabilità e antiriciclaggio, come abbiamo visto parlando di come funzionano davvero KYC e AML nel 2026.
Cosa è blindato e cosa può ancora muoversi
Non tutto ciò che compone il regime cripto ha lo stesso grado di rigidità. Alcune scelte sono ormai strutturali e difficilmente reversibili nel giro di una manovra; altre restano tecnicamente contendibili. La tabella prova a separare i due piani, con la cautela d’obbligo: finché il testo del disegno di legge non è depositato, ogni previsione resta tale.
| Elemento | Stato verso il 2027 | Note |
|---|---|---|
| Aliquota 33% sulle plusvalenze | Strutturale | Resa stabile dalle leggi di bilancio 2025 e 2026; una riduzione richiederebbe copertura finanziaria |
| EMT in euro al 26% | Contendibile | Eccezione già esistente; proposte per estenderla o agevolarla ulteriormente |
| Franchigia 2.000 euro | Rimossa | Abolita dal 2025, difficile un ritorno |
| Cripto nell’ISEE | In vigore | Introdotta dalla legge di bilancio 2026, come patrimonio mobiliare |
| Patrimoniale 0,2% | Stabile | Imposta sul valore delle cripto-attività, dovuta anche in autocustodia |
| DAC8 e scambio dati | Blindata | Prima trasmissione 30 giugno 2027, non modificabile dalla manovra nazionale |
| Flat tax neo-residenti | Aggiornata | Salita a 300.000 euro dal 2026; stop al cumulo con impatriati dal 2027 |
| Tavolo permanente cripto | In attesa | Previsto dalla legge di bilancio 2026, decreto attuativo ancora non pubblicato |
Il messaggio della tabella è semplice: l’aliquota di base è la parte più difficile da spostare, perché ogni sconto va finanziato, mentre i margini di trattativa si concentrano sulle nicchie, a partire dalle stablecoin. Sul fronte della residenza, il decreto legge 38/2026 ha già fissato un paletto per il 2027, vietando il cumulo tra il regime dei neo-residenti (art. 24-bis TUIR) e quello degli impatriati per chi trasferisce la residenza in Italia a partire da quell’anno (Fiscomania). Un dettaglio che riguarda soprattutto chi valuta di spostarsi con un patrimonio cripto rilevante.
DAC8, il conto alla rovescia: il 2026 è il primo anno che il Fisco vede
Se c’è un elemento davvero non negoziabile, è la trasparenza. L’Italia ha recepito la direttiva DAC8 con il decreto legislativo 194 del 10 dicembre 2025, agganciandosi al Crypto-Asset Reporting Framework dell’OCSE. La prima comunicazione dei dati, relativa al periodo d’imposta 2026, va trasmessa entro il 30 giugno 2027; il primo scambio automatico tra amministrazioni fiscali è fissato al 30 settembre 2027. Le regole operative per i fornitori di servizi (registrazione, canali telematici, formato XML) sono state definite dal provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 22 giugno 2026.
La conseguenza è netta, e va letta insieme al calendario fiscale. Il 2026 è contemporaneamente il primo anno tassato al 33% e il primo anno che gli exchange comunicano in automatico. Come nota lo studio De Berti Jacchia, con la DAC8 le cripto iniziano ad assomigliare ai conti finanziari esteri sotto il Common Reporting Standard: si passa dall’autodichiarazione a un modello guidato dai dati, in cui il Fisco incrocia quanto dichiarato con quanto trasmesso dai prestatori. Nella stagione dichiarativa 2027, insomma, aliquota più alta e occhio automatico dell’Agenzia arrivano nello stesso momento.
C’è però un rovescio della medaglia già noto agli addetti ai lavori: l’incrocio automatico dei dati produrrà anche falsi positivi. Trasferimenti tra wallet dello stesso proprietario e permute tra cripto con «eguali caratteristiche e funzioni» risultano come movimenti agli occhi dell’exchange, pur non essendo tassabili in Italia. Non a caso l’Agenzia ha già iniziato a inviare lettere di compliance basate sui vecchi dati OAM, e con la DAC8 il fenomeno è destinato a crescere. Conservare le prove dei trasferimenti interni sarà decisivo per non pagare su operazioni che imponibili non sono, esattamente la documentazione che la nuova tracciabilità rende essenziale.
Che il conto alla rovescia abbia denti lo dimostra ciò che è già successo senza DAC8. In poco più di tre anni di indagini la Guardia di Finanza ha recuperato decine di milioni di euro di plusvalenze cripto non dichiarate, incrociando analisi della blockchain, vecchi dati del registro OAM e movimenti bancari legati alle conversioni in euro. La Cassazione, dal canto suo, ha chiarito che i guadagni speculativi erano tassabili anche prima del 2023, togliendo ai contribuenti l’alibi del vuoto normativo. Con la DAC8 a questo arsenale si aggiunge un flusso di dati strutturato e automatico, che parte proprio dalle operazioni del 2026. Chi conta sull’opacità sta scommettendo contro la direzione esplicita in cui si muove tutto il sistema.
Minusvalenze e compensazioni: la parte che molti dimenticano
In un anno volatile come il 2026, chi ragiona solo sui guadagni rischia di lasciare soldi sul tavolo. Dal 2023 le minusvalenze da cripto (lettera c-sexies) si possono compensare solo con altre plusvalenze della stessa natura, con riporto fino a quattro anni, il cosiddetto «zainetto fiscale». È una regola più stretta di quella che vale per il paniere ordinario dei titoli (azioni, obbligazioni, ETP), dove le compensazioni sono più ampie.
Il risvolto pratico è che una perdita realizzata nel 2026 può abbattere una plusvalenza cripto del 2027, ma non tocca, ad esempio, il capital gain su un’azione. Per usare questo scudo servono due cose: documentare la minusvalenza nel quadro RT dell’anno in cui si realizza e non dimenticarla negli anni successivi. In vista di un’aliquota al 33%, portarsi dietro un credito di minusvalenza ben tracciato vale più che in passato, perché ogni euro compensato è un euro sottratto a un prelievo più pesante. È il tipo di ottimizzazione lecita che la manovra non può togliere, ma che dipende interamente dall’ordine dei propri conti.
La pressione dell’industria e il rischio «fuga di capitali»
Il settore non ha mai nascosto la propria contrarietà. In audizione parlamentare sulla legge di bilancio, AssoCASP, l’associazione dei prestatori di servizi in cripto-attività presieduta da Fabrizio Vedana, ha sostenuto che un’aliquota al 33% rischia di spingere i risparmiatori italiani verso l’autocustodia o verso giurisdizioni estere meno trasparenti e meno protette, con l’effetto paradossale di ridurre il gettito invece di aumentarlo. È lo stesso argomento della «fuga di capitali» rilanciato da Zanichelli su MilanoFinanza.
Secondo l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, in Italia l’adozione si ferma intorno al 7% dei consumatori, circa 2,8 milioni di persone, la quota più bassa tra i grandi mercati europei; e oltre la metà di chi investe in cripto non usa alcun altro strumento finanziario. È un pubblico giovane e facile da spaventare, argomentano gli operatori, per il quale un’aliquota percepita come punitiva può bastare a spingerlo fuori dai canali tracciati. Al tempo stesso l’appetito istituzionale cresce, come mostra il caso del portafoglio cripto da 235 milioni di Intesa Sanpaolo. La tesi dell’industria è che tassare troppo un mercato ancora piccolo significhi soffocarlo prima che maturi; quella del Tesoro è che, con il gettito da trovare, difficilmente si rinuncia a un’entrata già iscritta a bilancio. La manovra 2027 è il punto in cui le due logiche si incontrano.
Il paradosso che il settore mette in fila è questo: una tassa troppo alta non solo può ridurre il gettito, ma indebolisce anche gli operatori italiani a vantaggio dei grandi player esteri, meglio attrezzati a competere su scala continentale grazie al passaporto MiCA. Se il risparmiatore, per limare qualche punto d’imposta o per pura percezione, sposta i propri asset su piattaforme meno vigilate o in autocustodia senza le competenze necessarie, il risultato è un mercato più opaco e meno protetto, l’opposto di ciò che la stessa stretta fiscale dice di voler ottenere. È un argomento che pesa, ma che finora non ha spostato la linea del Tesoro.
Il regime amministrato come polizza contro l’incertezza
Qualunque cosa decida la manovra, l’aliquota si applica lo stesso: ciò su cui il contribuente ha margine è la fatica della compliance. Ed è qui che entra il regime amministrato. Nel regime dichiarativo, quello ordinario per chi usa wallet o exchange esteri, è l’investitore a calcolare plusvalenze, imposta e monitoraggio e a versare con l’F24. Nel regime amministrato, invece, è l’intermediario a fare da sostituto d’imposta: calcola, trattiene e versa lui, operazione per operazione.
Cryptosmart è stato il primo exchange italiano a offrire il regime amministrato completo sulle cripto. Il fondatore e amministratore delegato Alessandro Frizzoni lo ha presentato come un modo per cui «l’utente accede automaticamente al regime amministrato e a un ecosistema italiano che integra in un’unica soluzione sicurezza, operatività e gestione fiscale, con assistenza clienti in lingua italiana» (Arena Digitale). Attenzione ai limiti: il regime amministrato copre solo i redditi diversi degli investitori privati, non l’attività riqualificata come impresa, e a oggi resta un’offerta ancora rara sul mercato italiano. Ma per chi teme di sbagliare i conti proprio nell’anno in cui aliquota e DAC8 alzano l’asticella, delegare il calcolo è una forma di assicurazione.
Per chi resta nel regime dichiarativo, le alternative pratiche sono due: affidarsi a un commercialista esperto di cripto o usare uno dei software fiscali che ricostruiscono le plusvalenze importando la cronologia degli exchange. In entrambi i casi la scadenza da segnare è quella ordinaria di fine giugno per il saldo delle imposte, con la possibilità di slittare di trenta giorni pagando una piccola maggiorazione. La differenza rispetto al regime amministrato è chi si assume la responsabilità del calcolo: nel dichiarativo resta in capo al contribuente, che risponde di eventuali errori. In un anno in cui l’Agenzia incrocia i dati in automatico, sbagliare per distrazione costa più che in passato.
Lo sfondo europeo: MiCA, Consob e la spinta all’armonizzazione
La fiscalità viaggia su un binario, la vigilanza su un altro. Sul piano regolatorio, il periodo transitorio di MiCA si è chiuso il 1° luglio 2026: in Italia la condotta di mercato e la tutela degli investitori spettano alla Consob, mentre gli aspetti prudenziali e le stablecoin (ART ed EMT) fanno capo alla Banca d’Italia. Alla scadenza risultavano nove soggetti abilitati in Italia, ma il passaporto unico consente ai CASP autorizzati altrove nell’Unione di servire comunque i clienti italiani.
La direzione di marcia è verso più armonizzazione. Consob, insieme all’AMF francese e alla FMA austriaca, ha proposto una vigilanza MiCA più uniforme, con una supervisione diretta dell’ESMA sui grandi CASP. È lo stesso movimento che sta ridisegnando le regole contro gli abusi di mercato applicate anche alle cripto, tema che abbiamo affrontato parlando della stretta MiCA su insider e manipolazione. Per il contribuente la distinzione è pratica: MiCA decide chi può offrirti un servizio e con quali garanzie, ma quanto paghi di tasse lo stabilisce la legge di bilancio, non il regolatore. Ecco perché la manovra resta l’appuntamento che conta.
Come tassano gli altri: il confronto internazionale
L’argomento della competitività fiscale ha senso solo se confrontato con i vicini. Qui l’Italia, con il suo 33% piatto e senza periodo minimo di detenzione, si colloca nella fascia alta europea. La tabella riassume come trattano le plusvalenze cripto alcune giurisdizioni di riferimento, con l’avvertenza che ogni regime ha regole di dettaglio (soglie, compensazioni, periodi di possesso) che la sintesi non può rendere.
| Paese | Aliquota di riferimento | Nota chiave |
|---|---|---|
| Italia | 33% | Piatta, nessun periodo minimo di possesso; 26% solo per EMT in euro |
| Francia | 31,4% | PFU dal 2026, esenzione fino a 305 euro l’anno |
| Germania | 0% oltre 1 anno | Spekulationsfrist: esente se detenuto oltre 12 mesi, altrimenti aliquota ordinaria |
| Portogallo | 28% sotto 365 giorni | Esente oltre l’anno; le permute non azzerano il conteggio |
| Regno Unito | 18% / 24% | Capital Gains Tax, esenzione annua ridotta a 3.000 sterline |
| Stati Uniti | fino al 37% | Cripto come property; 0/15/20% oltre un anno, aliquote ordinarie sotto |
La lettura è a doppio taglio. Da un lato ci sono regimi più leggeri, come quello tedesco che azzera l’imposta dopo un anno di detenzione o quello francese poco sotto l’Italia (impots.gouv.fr). Dall’altro, spostare la residenza per motivi fiscali è tutt’altro che gratis, richiede un trasferimento reale e documentabile, e la stessa Italia ha ristretto alcune leve per il 2027. Il confronto serve soprattutto a spiegare perché l’industria insista tanto sull’aliquota: non è solo una questione di gettito, ma di dove i capitali scelgono di restare.
Vale la pena notare una peculiarità italiana: il 33% si applica a prescindere da quanto a lungo si è detenuto l’asset. Modelli come quello tedesco premiano invece il possesso di lungo periodo, azzerando l’imposta dopo dodici mesi, una scelta che incoraggia a tenere anziché a movimentare. L’impianto italiano, piatto e senza sconti temporali, è più semplice da applicare ma anche meno indulgente verso il piccolo risparmiatore che accumula nel tempo. È uno degli argomenti che il settore porta nelle audizioni: non solo il livello dell’aliquota, ma la sua forma incide su come e dove gli italiani decidono di detenere cripto.
Cosa fare adesso, prima che la manovra prenda forma
In attesa del testo, ci sono mosse che non dipendono da come andrà la trattativa e che conviene fare comunque. Alcune riducono il rischio, altre semplicemente tengono i conti in ordine per la stagione dichiarativa più impegnativa degli ultimi anni.
- Conservare la documentazione di ogni operazione: prezzi di acquisto, date, cronologia dei trasferimenti. Senza prova del costo di carico, l’imponibile diventa l’intero corrispettivo.
- Riconciliare i wallet e gli exchange prima che parta la DAC8: i dati trasmessi al Fisco dal 2027 devono combaciare con quanto si dichiara.
- Se una scadenza è saltata, valutare il ravvedimento operoso, che riduce le sanzioni tanto più si interviene presto.
- Tracciare le minusvalenze nel quadro RT, perché possono abbattere le plusvalenze cripto future entro quattro anni.
- Scegliere consapevolmente il regime, dichiarativo o amministrato, per le operazioni del 2026 che si dichiareranno nel 2027.
- Seguire il DPFP di fine settembre e il disegno di legge di bilancio del 20 ottobre per intercettare eventuali norme dedicate alle cripto.
- Non confondere il 26% pagato adesso, sui guadagni 2025, con il 33% che arriva nel 2027 sui guadagni 2026.
Nessuna di queste mosse anticipa l’esito politico, ma tutte spostano a proprio favore l’unica variabile davvero controllabile: l’ordine dei propri dati. In un anno in cui il Fisco vede di più e l’aliquota pesa di più, è la miglior difesa disponibile.
Domande frequenti
Qual è l’aliquota sulle plusvalenze cripto in Italia nel 2026?
Dal 1° gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate al 33% con imposta sostitutiva, contro il 26% degli anni 2023-2025. Fanno eccezione i token di moneta elettronica in euro (EMT) conformi a MiCA, che restano al 26%. Attenzione al doppio binario: l’imposta versata nel 2026 riguarda ancora i guadagni 2025 al 26%, mentre il 33% si applica ai guadagni 2026 dichiarati nel 2027.
La manovra 2027 può cambiare la tassazione delle cripto?
Sì, in teoria. Le regole fiscali sulle cripto passano dalla legge di bilancio, la cui sessione si apre a settembre e si chiude entro il 31 dicembre. L’aliquota di base al 33% è però strutturale e difficile da ridurre senza copertura, mentre i margini di trattativa si concentrano su nicchie come le stablecoin in euro. Fino al deposito del disegno di legge, ogni ipotesi resta tale.
Perché il 2027 è considerato l’anno chiave per le tasse cripto?
Perché è la prima stagione dichiarativa in cui il 33% si applica davvero, sui guadagni realizzati nel 2026, ed è anche il primo anno in cui gli exchange comunicano i dati al Fisco in automatico grazie alla DAC8 (prima trasmissione entro il 30 giugno 2027). Aliquota più alta e maggiore trasparenza arrivano insieme.
Cosa cambia con la DAC8 dal 2027?
La DAC8, recepita in Italia con il decreto legislativo 194/2025, obbliga i prestatori di servizi cripto a comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati dei clienti e delle operazioni. La prima trasmissione riguarda il 2026 ed è fissata al 30 giugno 2027, con primo scambio internazionale al 30 settembre 2027. Il Fisco potrà così incrociare i dati degli exchange con le dichiarazioni dei contribuenti.
Le stablecoin in euro pagano davvero meno tasse?
Sì. I token di moneta elettronica in euro conformi a MiCA (EMT) restano tassati al 26% e non al 33%, perché considerati strumento di pagamento più che asset speculativo. Alcune proposte politiche puntano a estendere questa finestra o a introdurre un’aliquota ancora più bassa per le stablecoin, ma al momento si tratta di ipotesi in discussione, non di norme in vigore.
Anneke de Vries è senior editor di HOGE Wire e segue regolamentazione e fiscalità delle cripto-attività per l’edizione italiana.