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● Regulation & Policy

Regulation Crypto Assets: la svolta della SEC e lo specchio MiCA

Il 18 agosto la SEC ha proposto Regulation Crypto Assets, la regola che sembrava rinviata al 2027. Ecco cosa prevede e perché conta per chi investe e costruisce dall'Italia.

Per cinque giorni, a metà agosto, la storia sembrava già scritta. Il 13 agosto la Securities and Exchange Commission (SEC), l’autorità che vigila sui mercati mobiliari statunitensi, aveva cancellato all’ultimo momento la riunione pubblica in cui i commissari avrebbero dovuto votare la proposta di «Regulation Crypto Assets»: il regolamento che, per la prima volta, avrebbe dato agli emittenti di token una strada ordinata per raccogliere capitale negli Stati Uniti senza registrarsi come emittenti di titoli. La motivazione ufficiale, «un imprevisto conflitto di calendario», non convinceva nessuno. Con la CLARITY Act arenata al Senato e la commissaria Hester Peirce annunciata in uscita a novembre, molti osservatori avevano concluso che la regola fosse di fatto rinviata al 2027.

Poi, il 18 agosto, la SEC ha fatto l’esatto contrario di quanto il rinvio lasciava presagire: ha proposto «Regulation Crypto Assets» comunque, per voto scritto, senza riunione pubblica e senza un solo voto contrario. La regola che sembrava morta è arrivata lo stesso, e con essa il singolo atto normativo più importante mai prodotto dalla SEC in materia di cripto-attività. Per chi guarda da Milano, da Roma o da Lugano la questione non è accademica: capire come Washington ha deciso di trattare i token aiuta a misurare quanto sia diversa, e per certi versi più severa, la strada che l’Europa ha imboccato con MiCA.

Il tutto mentre Bitcoin, dopo settimane sotto i 55.000 euro, risaliva sopra i 66.000 (66.663 euro secondo CoinGecko il 24 agosto), a ricordare che il vento dei mercati e quello della politica normativa, per una volta, soffiano nella stessa direzione. Questo articolo spiega che cosa ha proposto davvero la SEC, perché lo ha fatto in quel modo, chi contesta la svolta e, soprattutto, che cosa cambia (e che cosa no) per chi investe o costruisce un progetto cripto dall’Italia.

Cosa ha proposto la SEC il 18 agosto

La proposta, annunciata con il comunicato ufficiale 2026-76 e contenuta nel proposing release n. 33-11434 (un documento di circa 400 pagine), crea un regime «su misura» per i contratti di investimento che coinvolgono cripto-attività. In pratica, la SEC ammette che forzare i token dentro le regole pensate per azioni e obbligazioni degli anni Trenta era, per usare l’immagine del presidente Paul Atkins, come infilare «un piolo quadrato in un foro rotondo». Al posto di quella forzatura arrivano tre strumenti nuovi: due esenzioni dalla registrazione per raccogliere capitale e un safe harbor che permette a un token, a certe condizioni, di uscire del tutto dal perimetro dei titoli.

La modalità con cui la proposta è passata è quasi importante quanto il contenuto. Non c’è stata la riunione pubblica trasmessa in streaming a cui la SEC abitua i mercati: i tre commissari in carica (Atkins, Peirce e Mark Uyeda) hanno approvato il testo per voto scritto, e nessuno ha dissentito. Il motivo è strutturale: dopo l’uscita di Caroline Crenshaw il 2 gennaio 2026, la commissione a cinque poltrone ne ha solo tre occupate, tutte da nomine repubblicane. Il fronte scettico che negli anni di Gary Gensler firmava opinioni di minoranza semplicemente non esiste più. Il periodo per i commenti pubblici dura 60 giorni dalla pubblicazione in Federal Register e si chiude il 20 ottobre 2026; solo dopo, e non prima del 2027, potrà arrivare il voto sulla regola definitiva.

Le due esenzioni: la corsia startup e quella da 75 milioni

Il cuore operativo della proposta sono due esenzioni dall’obbligo di registrazione, pensate per due momenti diversi nella vita di un progetto. La prima è l’esenzione «startup»: consente di raccogliere fino a 5 milioni di dollari (circa 4,3 milioni di euro al cambio di fine agosto) in un arco di quattro anni, una sola volta per emittente e per lo stesso token. Non richiede bilanci certificati, ma una disclosure «basata su principi» prevista dalla proposta di Rule 103, che copre il contratto di investimento, le caratteristiche del token, il team, la rete o l’applicazione, il codice sorgente e la sicurezza, la tokenomics, la governance e i fattori di rischio. Si presenta con un modulo dedicato, il Form NOR.

La seconda è l’esenzione «fundraising», articolata in due livelli e riservata a soggetti statunitensi (con maggioranza di amministratori cittadini o residenti negli Stati Uniti, oltre metà degli asset in territorio americano e attività amministrata dagli USA). Il Tier 1 permette di raccogliere fino a 20 milioni di dollari ogni 12 mesi con bilanci non certificati; il Tier 2 alza il tetto a 75 milioni di dollari (circa 65 milioni di euro) ogni 12 mesi, ma pretende bilanci certificati e obblighi informativi continuativi, tramite un nuovo Form 1-CRYPTO. Come ricostruisce lo studio legale Sidley, è la prima volta che la SEC costruisce una scala di adempimenti proporzionata alla dimensione della raccolta, invece di applicare la stessa soglia a tutti.

MeccanismoTetto di raccoltaPeriodoBilanciModulo
Esenzione startup5 mln $ (circa 4,3 mln euro)4 anni, una tantumNon certificatiForm NOR
Fundraising Tier 120 mln $ (circa 17 mln euro)Ogni 12 mesiNon certificatiForm 1-CRYPTO
Fundraising Tier 275 mln $ (circa 65 mln euro)Ogni 12 mesiCertificatiForm 1-CRYPTO
Safe harborUscita dal perimetro titoliA completamento sforzi gestionaliCertificazioneForm TR
Le vie previste da Regulation Crypto Assets. Le soglie sono in dollari statunitensi; le conversioni in euro sono indicative, al cambio di fine agosto 2026.

Il safe harbor: come un token esce dal perimetro dei titoli

La parte più innovativa, e potenzialmente più contestata, non riguarda la raccolta ma l’uscita. La proposta introduce un safe harbor dalla definizione di «investment contract»: quando l’emittente ha completato (o interrotto in modo permanente) gli «sforzi gestionali essenziali» che aveva promesso, può depositare un Form TR che certifica il completamento. A quel punto il contratto di investimento che avvolgeva il token cessa di esistere e la cripto-attività sottostante esce dalla regolamentazione sui titoli. È la traduzione operativa di un concetto che la SEC aveva già enunciato nel suo interpretive release del marzo 2026 (release n. 33-11412): l’idea che una rete «matura» non richieda più lo sforzo imprenditoriale di un gruppo centrale, e che a quel punto scatti una «separazione» tra il token e il suo involucro giuridico iniziale.

È bene fissare i limiti. Il safe harbor non cancella il test di Howey, il criterio con cui dal 1946 i tribunali americani stabiliscono se qualcosa è un contratto di investimento: la proposta lo conserva come analisi di base e ribadisce che la qualificazione resta specifica per ogni singola operazione. Restano fuori dal perimetro dei titoli, se prese in sé, attività come il mining, lo staking e gli airdrop, coerentemente con la guidance di marzo. Nella sua dichiarazione di accompagnamento, intitolata «Filling the Regulatory Tank», la commissaria Peirce ha descritto la manovra come il riempimento di un serbatoio rimasto a secco per anni: la benzina, cioè le regole scritte, che finalmente sostituisce la spinta a mano dell’enforcement caso per caso.

La fine della «regolazione a colpi di cause»

Per capire la portata del cambio di passo serve un termine di paragone. Negli anni di Gensler la SEC ha trattato il settore soprattutto con le cause: secondo i dati di Cornerstone Research, tra aprile 2021 e la fine del 2024 l’agenzia ha avviato 125 azioni legate alle cripto per oltre 6 miliardi di dollari di sanzioni. Nel 2025 il quadro si è rovesciato: 13 azioni contro le 33 del 2024 (un calo del 60%), con sanzioni per circa 142 milioni di dollari, meno del 3% del totale dell’anno precedente. Non solo: cinque delle tredici azioni del 2025 erano state depositate ancora sotto Gensler, prima del suo addio a gennaio. La stagione delle cause bandiera, da Coinbase a Kraken fino a Ripple, si è chiusa quasi tutta con archiviazioni o rinunce.

Vale la pena ricostruire la sequenza, perché è la cornice in cui va letta la proposta di agosto. Il caso contro Coinbase, la battaglia simbolo dell’intera stagione, è stato archiviato all’inizio del 2025; nei mesi successivi sono cadute le azioni contro Kraken, ConsenSys e Cumberland, poi quella contro Binance, mentre nella disputa con Ripple entrambe le parti hanno ritirato gli appelli lasciando in piedi solo la sanzione sulle vendite istituzionali. Una dopo l’altra, le cause costruite sulla teoria della «registrazione mancante» sono state smontate, spesso con formule che ne impedivano la riproposizione. Regulation Crypto Assets nasce su quel terreno bonificato: senza le cause a fare da supplente, servivano regole scritte per riempire il vuoto.

Regulation Crypto Assets è la formalizzazione di questo abbandono: la SEC smette di dire cos’è illegale a suon di ingiunzioni e prova a scrivere in anticipo cosa è permesso. Nella sua dichiarazione del 18 agosto Atkins ha promesso «percorsi su misura per raccogliere capitale negli Stati Uniti, garantendo al tempo stesso adeguate tutele per gli investitori». Attenzione però a non leggere la svolta come un condono: lo stesso Atkins ha ribadito che l’enforcement contro chi commette frode continua. Il messaggio è che cambia l’obiettivo (frode e inganno, non il semplice mancato inquadramento come titolo), non che l’autorità abbandona il campo. La stessa logica di normalizzazione si è vista sul fronte dei prodotti quotati, dove la SEC ha rivisto il modo in cui approva gli ETF cripto, passando da un’apertura quasi automatica a una selezione più esplicita.

I cinque giorni in cui il voto è saltato e poi no

La sequenza tra il 13 e il 18 agosto merita un fermo immagine, perché racconta molto di come funziona oggi la SEC. Il 13 agosto la Commissione ha cancellato la riunione pubblica fissata per il 14, quella in cui i commissari avrebbero votato in diretta la proposta. Nessuna data alternativa, solo un vago riferimento a un conflitto di agenda. Le cronache del settore hanno raccontato che la mossa aveva colto tutti di sorpresa, alimentando l’ipotesi che dietro ci fossero divergenze interne o pressioni per aspettare il voto del Congresso.

Cinque giorni dopo la Commissione ha aggirato l’ostacolo nel modo più semplice: ha adottato la proposta per «written vote», la procedura scritta che consente ai commissari di approvare un atto senza convocare una seduta aperta. Con soli tre membri, tutti allineati, non serviva la scenografia della riunione: bastava la firma. È qui che si vede l’effetto pratico di una commissione dimezzata e monocolore. Da un lato accelera: nessun dissenso da mettere a verbale, nessun compromesso da negoziare. Dall’altro espone la regola a una critica di fondo, sulla quale torneremo: una scelta di questa portata è stata compiuta senza che nessuna voce di minoranza potesse metterla alla prova in pubblico.

CLARITY Act in panne: la SEC ha costruito il suo sostituto?

Il tempismo non è casuale. La CLARITY Act, la legge che dovrebbe ripartire le competenze tra SEC e CFTC e dare finalmente una cornice legislativa al settore, si è impantanata al Senato prima della pausa estiva. Le probabilità di approvazione entro il 2026 misurate dai mercati predittivi sono crollate: su Polymarket, secondo la ricostruzione di crypto.news, sono scivolate dall’82% al 16% nel giro di poche settimane. In quel vuoto la SEC si è mossa da sola, usando i poteri regolamentari che già possiede per costruire, di fatto, una parte di ciò che il Congresso non riesce a votare.

Atkins ha smentito la lettura più netta, definendo il regolamento «complementare alla legislazione, non un suo sostituto». La distinzione, però, non è formale. Una legge del Congresso è difficile da smontare: serve un’altra legge. Un regolamento della SEC, invece, può essere riscritto da una futura commissione con lo stesso strumento con cui è nato, cioè un nuovo procedimento di rulemaking. È la differenza tra scolpire nella pietra e scrivere sulla lavagna, ed è il motivo per cui l’industria continua, nonostante tutto, a spingere per una legge vera e non solo per regole d’agenzia.

Le critiche: la «Crypto Promotion Commission»

Non tutti applaudono. L’assenza di un fronte scettico dentro la Commissione non significa che le critiche non esistano: si sono semplicemente spostate fuori. La più dura arriva da Better Markets, l’organizzazione non profit che negli Stati Uniti si batte per la tutela degli investitori. Nel commento diffuso il giorno stesso della proposta, il direttore per la Securities Policy Benjamin Schiffrin ha scritto che «sotto il presidente Paul Atkins, la Securities and Exchange Commission è diventata la Crypto Promotion Commission». E ancora: «lungi dall’imporre tutele significative, la SEC sta esentando le cripto proprio dagli obblighi di registrazione che proteggerebbero gli investitori».

Il punto tecnico è serio. La registrazione, nel sistema americano, serve a imporre disclosure standardizzate, bilanci certificati e responsabilità civili precise. Sostituirla con esenzioni e disclosure «basate su principi» sposta parte del rischio sulle spalle del risparmiatore, che deve valutare da sé un white paper invece di leggere un prospetto vagliato. I difensori della proposta rispondono che la vecchia registrazione era pensata per le imprese, non per le reti aperte, e che pretenderla su ogni token significava semplicemente vietare l’attività. È lo stesso dilemma che l’Europa ha affrontato con MiCA, ma risolvendolo in modo opposto, come vedremo. Vale la pena ricordare che la diffidenza del pubblico resta alta: secondo i sondaggi citati da Better Markets, oltre il 70% degli americani ritiene che le cripto avvantaggino soprattutto addetti ai lavori, truffatori e criminali.

Quanto è solida questa svolta? Peirce, la Corte Suprema e la reversibilità

Chi in Italia guarda a queste regole per decidere dove tenere i propri asset dovrebbe porsi una domanda prima delle altre: quanto durerà? Tre elementi suggeriscono prudenza. Il primo è la composizione della Commissione: tre membri su cinque, tutti della stessa parte politica. Basta un cambio di maggioranza alla Casa Bianca, e le relative nomine, per invertire la rotta. Il secondo è l’uscita annunciata di Hester Peirce, la commissaria che più di tutti ha incarnato l’apertura verso il settore, prevista per novembre 2026: senza di lei, l’equilibrio interno cambia.

Il terzo elemento è il più tecnico e il più sottovalutato. Il 29 giugno 2026 la Corte Suprema, con la sentenza Trump v. Slaughter, ha ribaltato un precedente del 1935 (Humphrey’s Executor) e stabilito che il presidente può rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti anche senza giusta causa. La decisione riguardava formalmente la Federal Trade Commission, ma il suo ragionamento arriva dritto a SEC e CFTC (una sentenza gemella, Trump v. Cook, ha invece salvaguardato l’indipendenza della Federal Reserve). In pratica, l’insulazione che rendeva la SEC un’autorità difficile da piegare alla politica del momento si è indebolita. Paradossalmente, la stessa vittoria che ha reso possibile la svolta pro-cripto la rende anche più fragile: se un regolamento nasce dalla volontà di una commissione così esposta, può morire allo stesso modo.

C’è poi una questione che tocca da vicino chi possiede già token oggi scambiati sui mercati. Il meccanismo di «separazione» non riguarda solo le nuove emissioni: in teoria un token nato anni fa come contratto di investimento potrebbe oggi qualificarsi per l’uscita dallo status di titolo, se la rete che lo sostiene si è nel frattempo decentralizzata e il gruppo fondatore ha smesso di promettere sviluppi essenziali. È la codificazione di un’intuizione che il settore invocava da tempo, ma resta tutta da provare sul campo: chi decide quando una rete è «abbastanza matura»? La proposta affida molto all’autocertificazione dell’emittente tramite il Form TR, e sarà la prassi, più che il testo, a stabilire quanto rigoroso sarà il controllo.

Lo specchio europeo: MiCA sceglie un’altra strada

Qui entra in gioco il confronto che interessa davvero il lettore italiano. L’Europa è arrivata prima e ha scelto una filosofia opposta. MiCA (regolamento UE 2023/1114) non concede esenzioni a chi emette token: chiede autorizzazioni a chi offre servizi. Il periodo transitorio si è chiuso il 1 luglio 2026 e, come ha ribadito l’ESMA, da quella data offrire servizi su cripto-attività ai clienti europei senza licenza è una violazione del diritto UE, con l’obbligo di dismettere le attività in modo ordinato (si veda la dichiarazione ESMA). Il risultato pratico si è visto subito: piattaforme come Binance hanno riorganizzato l’offerta europea e stablecoin non conformi come USDT sono sparite dai book regolamentati per la clientela retail.

Le stablecoin sono l’esempio più netto di questa biforcazione. Negli Stati Uniti hanno una legge dedicata, il GENIUS Act, che le tratta come strumenti di pagamento con riserve interamente in contanti e titoli di Stato a breve. In Europa ricadono dentro MiCA come token di moneta elettronica o token collegati ad attività, con vincoli su riserve, rimborso alla pari e limiti operativi per quelle non denominate in euro. Il risultato è che un emittente come Tether, che non ha chiesto l’autorizzazione europea, resta pienamente operativo negli Stati Uniti mentre USDT è di fatto uscito dai listini regolamentati per il retail europeo: stesso asset, due destini opposti a seconda della sponda dell’Atlantico.

La differenza più profonda è concettuale. Nel modello americano appena proposto, un token può «uscire» dallo status di titolo quando la rete matura: è previsto un meccanismo di separazione. In MiCA questo concetto non esiste. Il token non entra e non esce da una categoria: è l’emittente o il fornitore di servizi (il CASP) a essere regolato, con un white paper da notificare (non da approvare) e, per le stablecoin, regole prudenziali stringenti su riserve e rimborso. Non c’è un test di Howey da superare né un Form TR da depositare per liberarsi degli obblighi. Bruxelles, intanto, ha già aperto il cantiere della revisione: una consultazione mirata sulla cosiddetta MiCA 2.0 si chiude il 31 agosto 2026, con l’obiettivo di colmare i vuoti su DeFi, staking e lending che il primo testo aveva lasciato scoperti.

AspettoRegulation Crypto Assets (USA)MiCA (UE / Italia)
Filosofia di baseEsenzioni e disclosure per chi emetteAutorizzazione di chi offre servizi
Classificazione del tokenTest di Howey, caso per casoCategorie predefinite (ART, EMT, altri)
Uscita dallo status di titoloPrevista (safe harbor, Form TR)Non prevista
Documento d’offertaDisclosure basata su principiWhite paper notificato, non approvato
StablecoinLegge federale dedicata (GENIUS Act)Regole su riserve e rimborso (EMT/ART)
Derivati criptoCompetenza CFTCMiFID II (in Italia, Consob)
Autorità in ItaliaNon applicabileConsob e Banca d’Italia
Due modelli a confronto: gli Stati Uniti puntano su esenzioni e uscita dal perimetro, l’Unione europea su autorizzazioni e categorie fisse.

Consob, Banca d’Italia e il perimetro italiano

In Italia MiCA è stata recepita con il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, che affida a Consob la vigilanza su condotta e tutela degli investitori e a Banca d’Italia il profilo prudenziale, comprese le stablecoin (i token di moneta elettronica e i token collegati ad attività). Alla scadenza del periodo transitorio, il comunicato congiunto di Consob e Banca d’Italia del 30 giugno 2026 ha certificato nove soggetti abilitati: otto CASP (CheckSig, Conio, CryptoSmart, Hercle, Hodlie, Olliv Italia, Riv Digital e Young Platform) più Banca Sella, che opera come intermediario già vigilato. Nell’intera area SEE i CASP autorizzati hanno superato quota 300 nell’estate 2026, perché la licenza ottenuta in un Paese vale come passaporto in tutti gli altri.

Due precisazioni contano per il lettore italiano. La prima: i derivati cripto (futures, perpetual, CFD) restano fuori da MiCA e ricadono sotto la MiFID II, quindi sotto Consob come regolatore dei mercati; l’ESMA nel febbraio 2026 ha chiarito che i perpetual sono assimilabili ai CFD, con leva massima 2:1 per la clientela retail. La seconda: l’elenco dei «nove soggetti» è solo la fotografia degli operatori con sede in Italia. Grazie al passaporto unico, un exchange autorizzato altrove nell’Unione (per esempio in Irlanda, a Malta o in Lussemburgo) può servire i clienti italiani senza una separata autorizzazione della Consob. È un dettaglio che cambia radicalmente la prospettiva di chi confronta il sistema americano con quello europeo.

Cosa cambia per chi investe dall’Italia

Sgombriamo subito il campo da un equivoco: Regulation Crypto Assets non apre nuove porte al risparmiatore italiano. Le esenzioni «fundraising» sono riservate a emittenti statunitensi e pensate per la raccolta presso investitori americani; un residente in Italia non può semplicemente sottoscrivere un’offerta condotta con Form 1-CRYPTO come farebbe con un’app europea. Vale, anzi, il principio inverso: un’offerta rivolta al mercato USA che non sia autorizzata in Europa non può fare sollecitazione attiva verso i clienti italiani, e affidarsi alla «reverse solicitation» (l’iniziativa spontanea del cliente) è una zona grigia che le autorità europee guardano con crescente sospetto.

In concreto, per il risparmiatore italiano la domanda pratica è una sola: la piattaforma che sto usando è autorizzata a servirmi? La risposta si trova nel registro pubblico dei CASP tenuto dall’ESMA, che elenca i soggetti autorizzati in tutta l’area SEE, e negli albi di Consob e Banca d’Italia. Un operatore che non compare in nessuno di questi elenchi, ma continua a sollecitare clienti italiani, sta operando fuori dalle regole, a prescindere da quanto sofisticato appaia il suo inquadramento negli Stati Uniti. La cornice americana, per quanto interessante, non conferisce alcun diritto di accesso al mercato europeo.

Il canale realistico per esporsi a queste dinamiche resta indiretto. I prodotti quotati statunitensi, gli ETP e gli ETF cripto, arrivano al risparmiatore europeo solo attraverso strumenti conformi alle regole UE: chi vuole capire i limiti concreti può leggere la nostra guida su come funziona l’accesso agli ETF cripto dall’Italia. Sul piano fiscale, nulla cambia per effetto della mossa americana: le plusvalenze su cripto restano tassate in Italia con l’imposta sostitutiva salita al 33% dal 1 gennaio 2026, e gli obblighi di monitoraggio nel quadro RW valgono a prescindere da dove sia domiciliato l’emittente. Per chi ragiona in ottica di portafoglio, la vera domanda non è «cosa fa la SEC» ma quanta esposizione al rischio abbia senso: un tema che abbiamo affrontato nell’analisi su quanto Bitcoin tenere in portafoglio.

Cosa cambia per chi costruisce un progetto in Europa

Per un fondatore la prospettiva si ribalta. Regulation Crypto Assets rende, sulla carta, gli Stati Uniti un luogo più prevedibile dove lanciare un token: c’è una via per raccogliere fino a 75 milioni di dollari con obblighi calibrati e, soprattutto, c’è la promessa che a rete matura il token possa uscire dallo status di titolo. In Europa quella via d’uscita non esiste: MiCA offre certezza sul perimetro dei servizi, ma non un percorso per «liberare» un token dagli obblighi una volta che il progetto si decentralizza. È il rovescio della medaglia della prevedibilità europea: più chiarezza sul presente, meno flessibilità sull’evoluzione.

Il rischio, per l’Unione, è la fuga di progetti verso giurisdizioni percepite come più agili. Non è un timore astratto. Ondřej Kovařík, europarlamentare tra i negoziatori di MiCA, ha messo in guardia sulla necessità di proporzionalità, sostenendo che non si può «trattare allo stesso modo» un colosso globale quotato e «una piccola startup che avvia un’attività cripto», e ha invocato regimi di equivalenza con Paesi come Regno Unito e Svizzera. La partita, insomma, non è solo tra Washington e Bruxelles: è anche dentro l’Europa, tra chi vuole semplificare per competere e chi teme che semplificare significhi indebolire le tutele. Per gli operatori tradizionali resta poi lo scoglio del capitale: le stesse ragioni per cui le banche faticano a detenere Bitcoin spiegano perché l’ingresso istituzionale, di qua e di là dell’Atlantico, resti più lento di quanto i titoli lascino pensare.

Le prossime tappe: commenti fino al 20 ottobre, poi il 2027

Cosa aspettarsi ora. La proposta della SEC è appena l’inizio di un percorso: il periodo di consultazione pubblica resta aperto 60 giorni e si chiude il 20 ottobre 2026. Solo dopo aver esaminato i commenti la Commissione potrà mettere ai voti una regola definitiva, che difficilmente arriverà prima del 2027 e che potrebbe uscire modificata rispetto al testo di agosto. Nel frattempo pesano le incognite già citate: l’uscita di Peirce a novembre, l’eventuale ripartenza (o definitiva morte) della CLARITY Act, la possibilità che un futuro assetto politico rimetta mano a tutto.

Sull’altra sponda, l’Europa corre in parallelo su una tabella di marcia diversa: la revisione di MiCA alimenterà una relazione della Commissione attesa intorno alla metà del 2027 e, forse, una proposta legislativa di «MiCA 2.0» nella finestra 2027-2028, con l’ipotesi di spostare parte della vigilanza direttamente in capo all’ESMA. Il risultato è che, per almeno un paio d’anni, chi opera nel settore dovrà convivere con due grandi blocchi normativi che si muovono in direzioni filosoficamente opposte: gli Stati Uniti che allentano e riscrivono, l’Unione che consolida e affina. Per l’investitore e il costruttore italiano la bussola resta quella europea, ma ignorare cosa accade a Washington sarebbe un errore: i due sistemi, piaccia o no, si osservano e si influenzano a vicenda.

Domande frequenti (FAQ)

Che cos’è Regulation Crypto Assets della SEC?

È il regolamento proposto dalla SEC il 18 agosto 2026 (comunicato 2026-76, release 33-11434) che crea un regime dedicato ai contratti di investimento in cripto-attività. Prevede due esenzioni dalla registrazione (fino a 5 milioni di dollari per le startup e fino a 75 milioni per la raccolta più strutturata) e un safe harbor che consente a un token, una volta matura la rete, di uscire dallo status di titolo. È una proposta: entrerà in vigore solo dopo la consultazione pubblica e un successivo voto sulla regola definitiva.

Quando entra in vigore Regulation Crypto Assets?

Non è ancora in vigore. Il testo è in consultazione pubblica per 60 giorni, con scadenza il 20 ottobre 2026. Solo dopo aver valutato i commenti la SEC potrà votare una versione definitiva, che gli analisti non attendono prima del 2027 e che potrebbe risultare modificata. Fino ad allora resta valido il quadro attuale, fatto di guidance interpretativa e di applicazione caso per caso del test di Howey.

Un investitore italiano può partecipare a un’offerta Regulation Crypto?

In pratica no. Le esenzioni «fundraising» sono riservate a emittenti statunitensi e rivolte al mercato USA; un residente in Italia non può sottoscriverle come farebbe con un’app europea. Un’offerta non autorizzata in UE non può inoltre fare sollecitazione attiva verso i clienti italiani. L’esposizione a queste dinamiche resta indiretta, tramite prodotti conformi alle regole europee, e la tassazione italiana delle plusvalenze (33% dal 2026) si applica comunque.

Che differenza c’è tra Regulation Crypto e MiCA?

La filosofia è opposta. La proposta americana concede esenzioni a chi emette token e prevede un meccanismo per uscire dallo status di titolo quando la rete matura. MiCA, invece, autorizza chi offre servizi (i CASP), usa categorie predefinite e non contempla alcuna «uscita»: il white paper si notifica, non si approva, e le stablecoin seguono regole prudenziali severe. In Italia vigilano Consob (condotta) e Banca d’Italia (profilo prudenziale).

Regulation Crypto Assets significa che la SEC ha smesso di fare enforcement?

No. La SEC ha spostato il bersaglio, non deposto le armi. Il presidente Atkins ha dichiarato che l’agenzia continuerà a perseguire frodi e violazioni delle leggi sui titoli. Ciò che cambia è che il semplice mancato inquadramento di un token come titolo non è più, di per sé, motivo di causa: l’enforcement si concentra su inganno e danno agli investitori, mentre le regole scritte sostituiscono la vecchia «regolazione a colpi di cause».

Anneke de Vries è corrispondente di HOGE Wire per la regolamentazione delle cripto-attività e segue da vicino MiCA, la Consob e le mosse dei regolatori statunitensi.

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