Perché le banche non detengono Bitcoin: la regola del capitale
Le banche corrono sulle criptovalute, ma quasi nessuna detiene Bitcoin in bilancio. A decidere è una sola regola: la ponderazione del 1.250% di Basilea, che le spinge tutte verso custodia ed ETP.
Il paradosso delle banche e del Bitcoin
Nell’estate del 2026 il Bitcoin è tornato a correre: la settimana che si chiude oggi lo ha visto guadagnare oltre il 17% e riportarsi intorno ai 64.000 euro, mentre l’Ether ha superato quota 2.000 euro con un rialzo ancora più ampio. Ogni volta che i prezzi salgono, torna la stessa domanda: che cosa fanno davvero le banche con le criptovalute?
La risposta sorprende. Nonostante la corsa dei prezzi e nonostante quasi tutti i grandi gruppi europei abbiano ormai un progetto sulle cripto, quasi nessuna banca detiene Bitcoin nel proprio bilancio. Persino Intesa Sanpaolo, il primo istituto italiano ad averne comprati, mantiene un’esposizione diretta simbolica rispetto alle sue dimensioni. Non è timidezza, e non è scetticismo: è una singola regola contabile a decidere tutto.
Quella regola è la ponderazione del 1.250% fissata dal Comitato di Basilea. È la lente attraverso cui si capisce l’intera politica delle banche sulle cripto: non se «ci credono» oppure no, ma come toccano le cripto senza possederle. In questo articolo seguiamo quella regola per spiegare i quattro modelli operativi con cui gli istituti si muovono, perché il costo del capitale li spinge tutti nella stessa direzione, e che cosa cambia concretamente per chi ha un conto in Italia. Il contesto di prezzo, del resto, non è un dettaglio: il rialzo di queste settimane si muove insieme al dollaro debole e alla correlazione tra cripto e listini di Milano e Wall Street, e rende la domanda ancora più urgente.
Che cosa intendiamo per «bank crypto policy»
Con «bank crypto policy» non si intende l’opinione di un amministratore delegato sul Bitcoin, ma l’insieme delle scelte concrete su come un istituto entra in contatto con le cripto-attività. Al netto del marketing, queste scelte si riducono a quattro modelli operativi.
- Intermediazione: la banca distribuisce prodotti (ETP, ETN, certificati) che replicano l’andamento delle cripto, senza detenerle.
- Custodia in conto terzi: la banca tiene le chiavi per conto del cliente, che resta il proprietario delle cripto.
- Emissione di moneta sulla catena: la banca emette stablecoin o depositi tokenizzati, cioè passività digitali.
- Detenzione proprietaria: la banca compra e tiene cripto con fondi propri, iscrivendole tra le proprie attività.
Su questi modelli si sovrappongono tre livelli di regole: lo standard globale di Basilea, il diritto dell’Unione (il pacchetto CRR3 e CRD6 sul capitale, il regolamento MiCA sui servizi, il regolamento DORA sulla resilienza operativa) e la vigilanza nazionale, che in Italia è divisa tra Consob e Banca d’Italia. Dal 1 luglio 2026 il periodo transitorio di MiCA è terminato, e chi offre servizi cripto deve essere autorizzato: abbiamo ricostruito il quadro nel pezzo sul passaporto unico e la battaglia sulla vigilanza.
Vale la pena tenere separati questi piani, perché rispondono a domande diverse. Basilea e il CRR3 stabiliscono quanto capitale una banca deve mettere da parte per ogni tipo di esposizione; MiCA stabilisce chi può offrire quali servizi e con quali tutele per il cliente; DORA fissa gli standard di sicurezza informatica e di continuità operativa. Una banca può essere perfettamente in regola con MiCA e restare comunque frenata dal capitale richiesto da Basilea: sono vincoli che agiscono in parallelo, non in alternativa.
Il punto centrale è questo: la scelta tra i quattro modelli dipende meno dalla strategia commerciale e più dal costo in capitale. La tabella che segue anticipa la mappa; nelle prossime sezioni spieghiamo perché è fatta così.
| Modello | Che cosa fa la banca | In bilancio? | Costo patrimoniale | Esempio italiano |
|---|---|---|---|---|
| Intermediazione | Distribuisce ETP, ETN e certificati che replicano le cripto | No, il rischio resta al cliente | Basso | UniCredit (certificato su ETF Bitcoin) |
| Custodia in conto terzi | Detiene le chiavi per conto del cliente | No, fuori bilancio | Basso (solo rischio operativo) | Banca Sella, BG Conio |
| Emissione di moneta on-chain | Emette stablecoin o depositi tokenizzati | Sì, ma come passività | Medio (regime EMT/ART) | Consorzi europei (es. Qivalis) |
| Detenzione proprietaria | Compra e tiene cripto con fondi propri | Sì, come attività | Molto alto (1.250%) | Intesa Sanpaolo (in misura minima) |
La regola che decide tutto: il 1.250% di Basilea
Lo standard SCO60 del Comitato di Basilea è in vigore dal 1 gennaio 2026 e classifica le cripto-attività in gruppi. Nel Gruppo 1a rientrano le attività tradizionali tokenizzate (un’obbligazione registrata su una blockchain resta un’obbligazione); nel Gruppo 1b le stablecoin che superano un test rigoroso sul rischio di riscatto; nel Gruppo 2a alcune cripto con un mercato liquido e coperture riconosciute; nel Gruppo 2b tutto il resto, comprese le cripto non garantite come Bitcoin ed Ether. A quest’ultimo gruppo si applica una ponderazione per il rischio del 1.250%.
Che cosa significa in pratica? Una ponderazione del 1.250% moltiplica l’esposizione per 12,5 nel calcolo delle attività ponderate per il rischio; applicando il requisito minimo di capitale dell’8%, la banca deve accantonare capitale pari al 100% del valore detenuto. In altre parole, un euro di Bitcoin in proprietà richiede un euro di capitale. Nessun’altra classe di attività, nemmeno le azioni più volatili, è trattata così duramente.
A ciò si aggiunge un tetto quantitativo: l’esposizione complessiva al Gruppo 2 non può superare il 2% del capitale di classe 1 (Tier 1), con una soglia di allerta all’1% oltre la quale il trattamento si fa ancora più penalizzante. Chi supera il limite del 2% vede tutte le esposizioni del Gruppo 2 finire nella ponderazione massima. Il messaggio del regolatore è inequivocabile: tenete le cripto piccole.
Per avere un metro di paragone: un mutuo residenziale di buona qualità può pesare, in termini di attività ponderate, meno del 35% del suo valore, e un titolo di Stato dell’area euro spesso zero. Chiedere il 1.250%, cioè capitale pari all’intero importo, equivale a dire che la banca deve poter assorbire da sola la perdita totale della posizione senza intaccare i depositi. È il trattamento riservato alle esposizioni considerate più imprevedibili, e nasce dalla convinzione, maturata dopo i crac del 2022, che il valore di una cripto non garantita possa scendere molto in fretta.
Lo standard non è chiuso. Il Comitato ha avviato una revisione mirata i cui esiti sono attesi «più avanti nell’anno» e non erano ancora pubblicati a metà agosto; riguardano soprattutto i criteri che una stablecoin deve rispettare per ottenere il trattamento agevolato del Gruppo 1b. Nell’Unione, la stessa logica è recepita dal regolamento CRR3 (articolo 501d) con un regime transitorio, dettagliato dalle norme tecniche pubblicate dall’EBA ad agosto 2025.
| Gruppo | Che cosa comprende | Esempi | Trattamento patrimoniale |
|---|---|---|---|
| 1a | Attività tradizionali tokenizzate | Obbligazioni e fondi su DLT | Come il sottostante |
| 1b | Stablecoin che superano il test di riscatto | EMT conformi a MiCA | Come il sottostante, con add-on |
| 2a | Cripto con mercato liquido e coperture riconosciute | Alcune esposizioni con ETP o derivati idonei | Requisiti di mercato (più severi) |
| 2b | Cripto non garantite | Bitcoin, Ether | Ponderazione 1.250% (un euro per un euro) |
Dentro o fuori bilancio: la vera leva
Qui sta il cuore della questione. La ponderazione del 1.250% colpisce solo le cripto che la banca possiede in proprio, iscritte tra le sue attività. La custodia pura per conto terzi è un’altra cosa: se il cliente resta il proprietario, le cripto sono segregate e restano fuori dal bilancio della banca, esattamente come quando un istituto custodisce oro, azioni o obbligazioni altrui. In quel caso non scatta il 1.250%, ma solo il capitale a fronte del rischio operativo e gli obblighi di gestione del rischio.
Questa asimmetria spiega quasi tutto ciò che le banche fanno. Possedere è carissimo; custodire, distribuire ed emettere moneta è molto più leggero in termini di capitale. Il mantra del settore, «custodia, non proprietà», non è una scelta filosofica: è aritmetica patrimoniale. Le prossime quattro sezioni percorrono i modelli in ordine di costo, dal più economico al più oneroso, e mostrano che il comportamento delle banche italiane segue con precisione questa scala.
Modello 1: l’intermediazione (ETP, ETN e certificati)
Il modo più leggero per una banca di offrire cripto è, in un certo senso, non offrirle affatto: distribuire prodotti che ne replicano il prezzo. Un exchange-traded product o un certificato dà al cliente l’esposizione all’andamento del Bitcoin, mentre la banca incassa commissioni di collocamento e di gestione senza mai iscrivere una cripto tra le proprie attività.
L’esempio italiano più netto è UniCredit, che a luglio 2025 ha lanciato il primo certificato in Italia legato a un ETF su Bitcoin, l’iShares Bitcoin Trust di BlackRock. Secondo quanto riportato da Bloomberg, si tratta di un titolo quinquennale in dollari, con protezione del capitale al 100% a scadenza, rendimento massimo limitato all’85% della performance dell’ETF e taglio minimo di 25.000 dollari, riservato ai clienti professionali. È un prodotto costruito apposta per dare accesso a Bitcoin dentro una cornice regolata e con capitale protetto, cioè esattamente ciò che un risparmiatore prudente e la banca stessa possono digerire.
La differenza tra ETP, ETN e certificato è tecnica ma conta. Un ETP è in genere garantito da cripto reali detenute da un custode terzo per conto dell’emittente; un ETN è un titolo di debito che promette di replicare il prezzo; un certificato è uno strumento strutturato costruito da una banca, spesso con opzioni per aggiungere protezione del capitale o un tetto al rendimento. In tutti e tre i casi il cliente compra un titolo quotato o distribuito dalla banca, non una chiave privata. Per l’istituto è la via più semplice per incassare commissioni ricorrenti restando lontano dal 1.250%.
Anche le piattaforme bancarie che danno accesso agli ETP cripto quotati in Europa, come fa Fineco con la sua offerta di titoli negoziati in borsa, rientrano in questa logica: la banca è un distributore, non un detentore. Un’avvertenza tecnica: se per coprire un prodotto strutturato la banca dovesse davvero comprare e tenere l’ETF sottostante, quell’esposizione ricadrebbe nel Gruppo 2b per trasparenza e attirerebbe di nuovo il costo patrimoniale. Per questo le coperture si gestiscono con derivati e si tengono al minimo. La regola del capitale, ancora una volta, plasma la struttura del prodotto.
Modello 2: la custodia in conto terzi
La custodia in conto terzi è il punto dolce del capitale: fuori bilancio, con capitale richiesto solo a fronte del rischio operativo. È il servizio su cui più banche stanno investendo, perché permette di monetizzare il rapporto con il cliente senza appesantire lo stato patrimoniale. MiCA, all’articolo 75, impone la segregazione delle attività dei clienti, un registro delle posizioni, una politica di custodia scritta e un regime di responsabilità in capo al prestatore; le attività segregate restano protette anche in caso di insolvenza della banca.
Dietro l’etichetta «custodia» c’è un lavoro operativo complesso: chiavi conservate in moduli hardware sicuri (HSM) o suddivise con tecniche crittografiche, procedure di firma a più mani, backup geografici, coperture assicurative contro furto e dolo, verifiche indipendenti periodiche. Sono attività che richiedono competenze molto lontane da quelle di uno sportello tradizionale, ed è questo, come vedremo, a spiegare perché quasi nessuna banca le sviluppa internamente da zero.
In Italia il caso più avanzato è Banca Sella, prima banca italiana a completare a fine maggio 2026 la notifica a Banca d’Italia prevista da MiCA e ad annunciare servizi di custodia e trasferimento di cripto, con avvio graduale entro il 2026 per categorie selezionate di clienti. Il trasferimento, va detto, fa scattare gli obblighi antiriciclaggio e la cosiddetta Travel Rule, un capitolo di compliance tutt’altro che banale. Banca Generali, dal canto suo, offre da tempo BG Conio, un servizio costruito su una struttura multi-firma a tre chiavi in cui la banca custodisce una chiave di recupero per conto del cliente; il gruppo ha investito circa 14 milioni di dollari in Conio. Attenzione però alle sfumature: la stessa Banca Generali, tramite BG Saxo, offre esposizione alle cripto solo via CFD, che sono strumenti derivati sotto la MiFID II e non cripto «spot».
La domanda di questi servizi è tale che perfino i vertici del settore la danno per scontata. Julian Sawyer, amministratore delegato di Zodia Custody, ha dichiarato a CoinDesk che «ogni singola banca dovrà presto saper detenere attività digitali». Come vedremo, però, saperle detenere non significa costruire in casa il caveau.
Modello 3: emettere moneta sulla catena
C’è un modo per stare sulla blockchain senza mai possedere cripto rischiose: emettere moneta. Una stablecoin o un deposito tokenizzato è una passività della banca, non un’attività del Gruppo 2b, quindi non attira la ponderazione del 1.250%. Ha però un regime tutto suo. Sotto MiCA, gli e-money token (EMT) e gli asset-referenced token (ART) possono essere emessi solo da banche o istituti di moneta elettronica, con riserve a copertura totale, riscatto alla pari e divieto di corrispondere interessi ai detentori.
Vale la pena distinguere due cose spesso confuse. Una stablecoin è moneta elettronica emessa contro riserve segregate e accessibile in teoria a chiunque; un deposito tokenizzato è invece un normale deposito bancario rappresentato su una blockchain, che resta dentro il perimetro della banca e del suo bilancio. Le banche preferiscono di gran lunga il secondo: mantiene il rapporto con il cliente, resta all’interno delle regole prudenziali che già conoscono e non sposta la liquidità verso un emittente terzo. È la ragione per cui gruppi come JPMorgan hanno puntato con decisione sui depositi tokenizzati.
Su questo fronte l’Europa si sta muovendo. Il consorzio Qivalis riunisce decine di banche europee attorno a una futura stablecoin in euro, mentre Société Générale (con EURCV) e la tedesca AllUnity (con EURAU, controllata di DWS del gruppo Deutsche Bank) hanno già emesso token conformi. In parallelo cresce la strada dei depositi tokenizzati, guidata da JPMorgan con la piattaforma Kinexys, che ha già trattato migliaia di miliardi di dollari in transazioni cumulate. Abbiamo analizzato in dettaglio le regole sulle riserve nel pezzo sullo scontro tra MiCA e GENIUS Act.
Qui si annida una delle paure più grandi dei regolatori: la disintermediazione dei depositi. Se la moneta tokenizzata dovesse spostare fondi fuori dai conti correnti, le banche perderebbero la materia prima con cui finanziano il credito. Non a caso Christine Lagarde, presidente della BCE, ha messo in guardia contro il rischio di «dollarizzazione digitale», dato che circa il 99% delle stablecoin è denominato in dollari e che, in periodi di stress, questi strumenti possono trasmettere tensioni ai mercati sottostanti. Sul peso del dollaro nel sistema torna utile il nostro spiegatore sull’indice della valuta americana, richiamato più sopra.
Modello 4: la detenzione proprietaria (la strada che quasi nessuno prende)
Arriviamo alla strada più costosa, e quindi la meno battuta. L’unico grande istituto italiano che ha davvero comprato cripto in proprio è Intesa Sanpaolo, che nel gennaio 2025 ha acquistato 11 Bitcoin, prima banca italiana a farlo direttamente. Da allora ha costruito un’esposizione più ampia, ma quasi interamente tramite ETF e trust regolamentati. Secondo quanto disclosato a inizio 2026, il valore si aggirava sui 100 milioni di dollari a fine 2025; secondo i dati sul primo trimestre è più che raddoppiato, arrivando a circa 235 milioni al 31 marzo 2026, con posizioni su ETF Bitcoin (ARK 21Shares e iShares Bitcoin Trust), un primo ingresso in Ether tramite un trust in staking, una quota in XRP da circa 26 milioni e le prime opzioni call, il tutto affiancato da una copertura corta su Strategy.
Anche così, per Intesa si tratta di una frazione minuscola del capitale, ben sotto la soglia dell’1% del Tier 1. Ed è proprio questo il punto: persino la banca italiana più esposta tiene le cripto in proprietà a livello di errore di arrotondamento, e lo fa quasi sempre tramite ETF e trust regolamentati, perché ogni euro detenuto direttamente costa un euro di capitale. La scrivania sulle attività digitali del gruppo esiste, opera e cresce, ma dentro binari strettissimi. Quando si legge che «una banca compra Bitcoin», quasi sempre si intende questo: piccole esposizioni indirette, non tesorerie in stile azienda quotata.
C’è anche una ragione contabile più sottile. Anche un ETF su Bitcoin, se detenuto dalla banca, viene guardato in trasparenza e ricondotto al sottostante del Gruppo 2b: non è un modo per aggirare il 1.250%, ma solo per accedervi in forma più liquida e regolamentata. Ecco perché la dimensione conta più della forma: finché l’esposizione totale resta ben sotto le soglie di Basilea, il costo in capitale è gestibile; se crescesse, diventerebbe rapidamente proibitivo.
Le banche non costruiscono il caveau, lo affittano
C’è un dettaglio poco noto che cambia il modo di leggere l’intera partita: la banca il cui logo compare sull’app quasi mai custodisce davvero le chiavi. La tecnologia di custodia viene affittata da una manciata di fornitori specializzati, che restano invisibili al cliente ma reggono l’infrastruttura di mezzo settore.
| Fornitore | Tecnologia | Chi lo usa | Nota |
|---|---|---|---|
| Fireblocks | MPC (multi-party computation) | Oltre 80 banche in produzione (dato aziendale) | Infrastruttura white-label |
| Taurus | Custodia e tokenizzazione | Deutsche Bank | La banca ha investito nella società |
| Ripple (ex Metaco) | Piattaforma Harmonize | Citi, BNP Paribas, DZ Bank | Custodia e asset tokenizzati per banche |
| BitGo | Custodia qualificata | Trust bank con licenza federale (OCC) | Prima infrastruttura digitale quotata (NYSE) |
| Komainu | Custodia regolata | Joint venture Nomura, Ledger, CoinShares | Focus istituzionale |
| BNY | Custodia e staking | Grandi asset manager | Staking aggiunto nel 2026 via Galaxy |
Il caso più emblematico è Standard Chartered, che sta assorbendo l’attività di custodia regolamentata di Zodia scorporandone la piattaforma tecnologica in una società separata, Zodia Solutions, destinata a vendere infrastruttura ad altre banche. La stessa persona che parlava di banche costrette a detenere attività digitali, Julian Sawyer, guiderà proprio questo nuovo business software. Deutsche Bank costruisce la sua custodia con Bitpanda e la svizzera Taurus; Citi e BNP Paribas passano dalla piattaforma di Ripple; BNY, il più grande custode al mondo, ha aggiunto nel 2026 anche lo staking. Il risultato è che dietro marchi diversi ci sono spesso gli stessi pochi fornitori.
Il punto non è solo tecnico ma di percezione: il cliente crede di affidarsi al marchio della sua banca, mentre le chiavi vivono spesso sull’infrastruttura di un fornitore di cui non ha mai sentito il nome. Con custodi che dichiarano decine di banche servite e masse amministrate nell’ordine dei trilioni di dollari, la separazione tra il logo davanti e l’impianto dietro diventa una questione di stabilità sistemica, non di semplice immagine.
DORA e il rischio di concentrazione
Quando molte banche affittano il caveau dagli stessi fornitori, il pericolo non è più il capitale ma la concentrazione: il guasto o la compromissione di un singolo fornitore potrebbe colpire decine di istituti contemporaneamente. Questo rischio non lo governa Basilea, lo governa DORA, il regolamento europeo sulla resilienza operativa digitale in vigore dal 17 gennaio 2025.
DORA tratta il custode terzo come un fornitore di servizi ICT e impone alla banca un intero apparato di gestione del rischio di terze parti: due diligence sul fornitore, controlli sul ciclo di vita delle chiavi, doppio controllo e segregazione dei compiti, valutazione del rischio di concentrazione, strategie di uscita e un registro delle informazioni sui contratti critici. Dalla fine del 2025 le autorità europee di vigilanza hanno iniziato a designare i «fornitori terzi critici» soggetti a sorveglianza diretta a livello UE; per ora dominano i grandi operatori cloud, ma la logica è la stessa che un domani potrà applicarsi ai custodi cripto più diffusi. In sintesi: il capitale tiene piccole le cripto in bilancio, DORA tiene sotto controllo l’infrastruttura che le custodisce.
Italia: Consob, Banca d’Italia e le mosse delle banche
In Italia il decreto legislativo 129/2024 ha diviso i compiti: Consob vigila su trasparenza e tutela degli investitori, Banca d’Italia sui profili prudenziali e sulle stablecoin. Alla fine del periodo transitorio, il 30 giugno 2026, gli operatori abilitati erano nove: otto CASP più Banca Sella, unica banca ad aver seguito la via della notifica invece della licenza piena.
Lette con la griglia dei quattro modelli, le mosse delle banche italiane raccontano una storia coerente. Banca Sella punta sulla custodia; UniCredit sull’intermediazione con il suo certificato; Banca Generali sulla custodia con BG Conio; Intesa Sanpaolo sulla detenzione, ma tenuta al minimo e quasi tutta in ETF. Nessuna sceglie la strada costosa di grandi quantità di Bitcoin in bilancio. Non è un caso, e non è timidezza culturale: è il capitale a dettare la linea, non l’entusiasmo. Chi conosce il settore lo riassume così: le banche italiane vogliono il rapporto con il cliente cripto, non il rischio di prezzo del Bitcoin.
Stati Uniti: dalla frenata al GENIUS Act (e la scadenza di oggi)
Negli Stati Uniti la traiettoria è stata opposta e più rapida. Prima è caduto l’ostacolo contabile: il bollettino SAB 121, che di fatto impediva alle banche di custodire cripto obbligandole a iscriverle come passività, è stato revocato dal SAB 122 nel gennaio 2025. Poi l’OCC, con due lettere interpretative del 2025, ha chiarito che le banche nazionali possono custodire e negoziare cripto per conto dei clienti senza previo via libera del supervisore. Da qui è partita la corsa alla custodia dei grandi istituti americani.
Sul fronte delle stablecoin, il GENIUS Act firmato nel luglio 2025 avrebbe dovuto avere regole attuative definitive entro il 18 luglio 2026: la scadenza è saltata, sostituita da una decina di proposte. Proprio oggi, 21 agosto 2026, si chiude la finestra di commenti sulla proposta congiunta di cinque agenzie in materia di identificazione della clientela, mentre la proposta del Tesoro presentata il 17 agosto resta aperta fino al 19 ottobre; l’obbligo di licenza per gli emittenti scatterà da gennaio 2027.
C’è però una differenza di fondo con l’Europa. Il quadro patrimoniale di Basilea non è ancora stato recepito negli Stati Uniti con la stessa cogenza (il cosiddetto Basel III endgame è rimasto a lungo impantanato), quindi per le banche americane la leva principale è stata la vigilanza più che un requisito di capitale così severo. È una delle ragioni per cui la corsa alla custodia è partita prima oltreoceano, mentre in Europa il 1.250% continua a fare da freno.
Questa divergenza apre un tema di parità competitiva. Se una banca americana può custodire e negoziare cripto con requisiti patrimoniali più leggeri di una concorrente europea, il rischio è che l’attività migri dove il capitale costa meno, esattamente ciò che gli accordi di Basilea nascono per evitare. È una delle ragioni per cui il Comitato preme per un’applicazione coerente dello standard in tutte le giurisdizioni, e per cui la revisione mirata in corso è seguita con attenzione su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Che cosa temono davvero i regolatori
Perché tanta prudenza, se le esposizioni sono minime? Le paure dei regolatori sono cinque, e spiegano la severità del 1.250%.
- Disintermediazione dei depositi: se moneta tokenizzata e stablecoin attirano fondi fuori dai conti correnti, le banche perdono la base del credito.
- Corse digitali: un token si può riscattare in massa in pochi minuti, molto più in fretta di una fila agli sportelli.
- Sovranità monetaria: una valanga di stablecoin in dollari indebolirebbe l’euro come moneta di riferimento.
- Concentrazione tecnologica: pochi fornitori di custodia dietro molte banche, con un unico punto di rottura.
- Contagio: se le cripto in proprietà di una banca crollassero, le perdite potrebbero propagarsi al resto dell’attività.
Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia ed eletto nel 2026 alla presidenza del consiglio della Banca dei Regolamenti Internazionali, ha ribadito in un intervento pubblico che le stablecoin possono svolgere solo un ruolo complementare e che la moneta di banca centrale deve restare l’ancora ultima del sistema dei pagamenti; sono le banche, non le stablecoin, a fare da fondamento alla moneta digitale. In quest’ottica il 1.250% non è una punizione ideologica ma una diga: serve a tenere piccole le cripto nei bilanci finché i rischi non saranno compresi e prezzati con precisione.
A queste preoccupazioni se ne aggiunge una più prosaica: la reputazione. Una banca che perde le cripto di un cliente per un errore operativo o un attacco informatico subisce un danno d’immagine sproporzionato rispetto ai ricavi del servizio. È un calcolo che spinge gli istituti a muoversi lentamente, a partire dalla clientela professionale e da importi contenuti, e a scaricare il più possibile il rischio tecnologico su fornitori specializzati e assicurazioni. La prudenza, in altre parole, non nasce solo dalle regole ma anche dal buon senso commerciale.
Che cosa significa per chi ha un conto in Italia
Per il risparmiatore, la conseguenza pratica è che oggi in Italia si accede alle cripto attraverso la banca soprattutto in due modi: comprando prodotti che ne replicano il prezzo (i certificati di UniCredit, gli ETP accessibili da piattaforme come Fineco) oppure affidando la custodia a un servizio bancario (Banca Sella, BG Conio). Comprare Bitcoin «dalla» banca come si compra un’azione è ancora l’eccezione, non la regola, e per i motivi patrimoniali che abbiamo visto lo resterà a lungo.
Prima di firmare, conviene verificare alcune cose.
- Spot o derivato? Un CFD, come quello offerto su BG Saxo, replica il prezzo ma non dà possesso delle cripto e comporta effetto leva e costi ricorrenti.
- Chi tiene le chiavi? Nella custodia bancaria conta il regime di segregazione previsto da MiCA (articolo 75): le cripto segregate sono protette anche se la banca fallisce.
- Sono garantite? No. Le cripto non sono depositi e non le copre il Fondo interbancario di tutela dei depositi. In caso di insolvenza del custode, la protezione arriva dalla segregazione MiCA, non dalla garanzia sui depositi.
Sul quando, vale un promemoria di buon senso: il rialzo di queste settimane si muove insieme al dollaro e ai listini, quindi le stesse forze macro che spingono le azioni spingono anche le cripto. La regola d’oro resta quella di sempre: capire chi possiede che cosa, e a quali condizioni. Le banche, del resto, l’hanno già capita, ed è per questo che quasi nessuna tiene Bitcoin in cassaforte.
Domande frequenti
Perché le banche non detengono Bitcoin nel loro bilancio?
Perché lo standard di Basilea SCO60 impone alle cripto non garantite (Gruppo 2b, come Bitcoin ed Ether) una ponderazione del rischio del 1.250%: in pratica un euro di Bitcoin in proprietà richiede un euro di capitale. Detenere è quindi molto costoso, e le banche preferiscono custodire, distribuire prodotti o emettere moneta tokenizzata.
Che cos’è la regola del 1.250% di Basilea?
È la ponderazione per il rischio applicata alle cripto-attività non garantite. Moltiplica l’esposizione per 12,5 nel calcolo delle attività ponderate; con il requisito minimo di capitale dell’8%, il capitale da accantonare eguaglia il 100% del valore detenuto. Si aggiunge un tetto: l’esposizione complessiva al Gruppo 2 non può superare il 2% del capitale di classe 1.
La mia banca può custodire le criptovalute in modo sicuro?
Sì, se è un prestatore autorizzato. MiCA (articolo 75) impone la segregazione delle attività dei clienti, un registro delle posizioni e un regime di responsabilità del custode; in Italia Banca Sella e, per il Bitcoin, il servizio BG Conio di Banca Generali offrono soluzioni di questo tipo. La custodia non elimina però i rischi tecnologici e operativi.
Le criptovalute detenute in banca sono garantite come i depositi?
No. Le criptovalute non sono depositi e non sono coperte dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. In caso di fallimento del custode, la protezione deriva dalla segregazione prevista da MiCA, che tiene le attività dei clienti separate da quelle della banca.
Che differenza c’è tra comprare un ETP in banca e detenere Bitcoin?
Con un ETP o un certificato si ottiene un’esposizione al prezzo senza possedere le criptovalute né le chiavi: la banca fa da intermediario. Detenere Bitcoin significa invece esserne proprietari, o affidarne la custodia, con responsabilità e trattamenti diversi. Per la banca la differenza è enorme anche in termini di capitale.
Anneke de Vries scrive di macro e regolamentazione per HOGE Wire.