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● Regulation & Policy

MiCA 2.0: la revisione europea del 2026 e i vuoti da colmare

La Commissione europea ha aperto la revisione di MiCA a soli venti mesi dalla piena applicazione. Consultazione in scadenza il 31 agosto: nel mirino DeFi, staking, prestiti e stablecoin.

MiCA è appena entrata a pieno regime, e l’Europa la sta già riscrivendo. È il paradosso che attraversa il mercato cripto europeo nell’estate del 2026. Il regolamento (UE) 2023/1114 sui mercati delle cripto-attività, il testo che tutti chiamano MiCA, si applica per intero soltanto dal 30 dicembre 2024. Poco più di venti mesi dopo, la Commissione europea ha aperto un cantiere di revisione destinato a ridisegnarne i confini. La consultazione mirata, pubblicata il 20 maggio 2026, si chiude il 31 agosto: mancano pochi giorni, e le risposte confluiranno in un rapporto atteso per la metà del 2027 e, forse, in una proposta legislativa che il settore chiama già «MiCA 2.0».

Per gli operatori italiani, appena usciti dalla corsa alle autorizzazioni e dal periodo transitorio chiuso il 1 luglio 2026, il segnale è ambivalente. Da un lato conferma che Bruxelles considera le cripto una componente stabile del sistema finanziario, non una moda passeggera. Dall’altro riapre partite che sembravano definite: la remunerazione delle stablecoin, i limiti sulle riserve, il trattamento della finanza decentralizzata, dello staking e dei prestiti in cripto. Con Bitcoin di nuovo sopra i 65.000 euro, la posta non è teorica: riguarda dove e come milioni di risparmiatori europei potranno comprare, custodire e far fruttare asset digitali.

Questa guida spiega che cosa contiene davvero la revisione di MiCA, quali sono i vuoti che la Commissione vuole colmare, come si intreccia con l’agenda di semplificazione e competitività dell’UE, e che cosa cambia in concreto per Consob, Banca d’Italia e gli investitori italiani.

Che cos’è la revisione di MiCA e perché arriva così presto

La revisione non è un ripensamento improvvisato: è iscritta nel DNA del regolamento. Gli articoli 140 e 142 di MiCA impegnano la Commissione a riferire al Parlamento e al Consiglio sull’applicazione del testo e sugli sviluppi non coperti in origine, dalla DeFi agli NFT. La consultazione mirata pubblicata dalla Commissione è il primo passo formale di quel percorso di verifica.

Il calendario è però sorprendentemente compresso. MiCA è pienamente operativa da meno di due anni, eppure il legislatore europeo ha voluto guardare avanti prima ancora che il quadro attuale abbia prodotto una casistica solida. Il motivo è duplice. Il primo è competitivo: mentre l’UE metteva a terra il suo regolamento, gli Stati Uniti hanno approvato il GENIUS Act sulle stablecoin e il Regno Unito ha avviato il proprio regime, cambiando in fretta il contesto globale. Il secondo è tecnologico: banche, gestori patrimoniali e infrastrutture di mercato stanno spostando sulla blockchain attività che nel 2023 erano marginali e che oggi valgono miliardi.

La consultazione viaggia su due binari paralleli: una pubblica, aperta a chiunque, e una mirata, tecnica e giuridica, con decine di domande raggruppate in quattro blocchi tematici (ambito e definizioni, stablecoin, CASP e tutto ciò che oggi resta fuori). Come rilevano gli analisti di Taylor Wessing, è il primo mattone di quella che molti chiamano già «MiCA 2.0». La Commissione inserisce esplicitamente l’esercizio nella propria agenda di semplificazione, chiedendo se gli oneri amministrativi e di altro tipo derivanti da MiCA possano essere «semplificati, ridotti o eliminati» senza sacrificare la tutela degli investitori.

Il punto di partenza: MiCA in vigore e il transitorio chiuso

Per capire dove si vuole arrivare conviene ricordare da dove si parte. MiCA è entrata in vigore il 29 giugno 2023, ma le sue regole si sono accese a scaglioni: le stablecoin (i token di moneta elettronica, EMT, e i token collegati ad attività, ART) dal 30 giugno 2024; le norme su chi offre servizi cripto, i CASP, e sugli abusi di mercato dal 30 dicembre 2024. A queste si aggiunge DORA, il regolamento sulla resilienza operativa digitale, applicabile dal 17 gennaio 2025 anche ai fornitori di servizi cripto.

L’ultima tessera è caduta il 1 luglio 2026, quando è scaduto il periodo transitorio previsto dall’articolo 143 per gran parte dell’Unione. Da quel giorno, offrire servizi su cripto-attività a clienti europei senza una licenza MiCA è una violazione del diritto dell’UE. In Italia il recepimento passa dal D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, che affida la condotta di mercato alla Consob e i profili prudenziali e sulle stablecoin alla Banca d’Italia. Al 30 giugno 2026 le due autorità hanno certificato nove soggetti abilitati: otto CASP (CheckSig, Conio, CryptoSmart, Hercle, Hodlie, Olliv Italia, Riv Digital e Young Platform) più Banca Sella.

A livello europeo il quadro è più affollato: il registro pubblico dei CASP contava 325 operatori autorizzati nello Spazio economico europeo a metà agosto 2026, per circa due terzi società cripto-native e un terzo intermediari tradizionali. La Germania guida la classifica grazie alle sue banche, seguita da Francia, Paesi Bassi, Malta e Cipro. L’Italia, con otto CASP e una banca, resta un mercato di dimensioni medie. È su questa fotografia, ancora fresca di inchiostro, che si innesta la revisione.

DataTappa
29 giugno 2023MiCA entra in vigore
30 giugno 2024Si applicano le regole sulle stablecoin (ART ed EMT, Titoli III e IV)
30 dicembre 2024Si applicano le regole su CASP e abusi di mercato (Titoli II, V, VI, VII)
17 gennaio 2025Si applica DORA anche ai CASP
20 maggio 2026La Commissione apre la consultazione di revisione
30 giugno 2026Consob e Banca d’Italia: nove soggetti abilitati in Italia
1 luglio 2026Fine del periodo transitorio (art. 143) in gran parte dell’UE
31 agosto 2026Scadenza della consultazione
30 giugno 2027Rapporto atteso della Commissione (artt. 140 e 142), possibile «MiCA 2.0»

I vuoti del regolamento: cosa MiCA non disciplina ancora

Il cuore della revisione sta in un capitolo intitolato, di fatto, «oltre l’ambito attuale». MiCA è nata per mettere ordine nella compravendita di cripto-attività e nei servizi collegati: exchange, custodia, ricezione e trasmissione di ordini, consulenza. Ma il mondo cripto ha già superato quei confini. Intere categorie di attività, spesso le più rischiose per il piccolo investitore, restano oggi in una zona grigia.

Come sintetizzano gli avvocati di Skadden, la Commissione chiede se sia il caso di portare dentro il perimetro attività come i prestiti in cripto, lo staking non accessorio alla custodia, la DeFi, gli NFT e i depositi tokenizzati. Non è un dettaglio: sono proprio gli spazi in cui, negli anni scorsi, sono maturati i dissesti più clamorosi, dai prestatori centralizzati collassati nel 2022 alle piattaforme che promettevano rendimenti a doppia cifra senza alcuna vigilanza. La tabella che segue riassume dove passa oggi la linea e che cosa mette in discussione la consultazione.

AttivitàStato sotto MiCA oggiCosa chiede la revisione
DeFiEsclusa se «pienamente decentralizzata», senza intermediarioCome misurare la decentralizzazione reale; certificare protocolli e smart contract; obblighi per i CASP che vi danno accesso
StakingTrattato come accessorio alla custodia; quello non custodial resta fuoriSe serve una disciplina autonoma per i suoi rischi specifici
Prestiti (lending e borrowing)Non regolati come servizi autonomiSe portarli nel perimetro MiCA e con quali tutele
NFTEsclusi, salvo emissioni seriali o frazionateSe il mercato giustifica regolare i fornitori di servizi su NFT
Mercati predittivi e perpetualConfine incerto tra MiFID II e MiCAClassificazione come strumenti finanziari o cripto-attività
Depositi tokenizzatiZona grigia tra MiCA e diritto bancarioRapporto con CRD/CRR e con la garanzia dei depositi
Diritto privato dei tokenNon armonizzato tra Stati membriSe armonizzare proprietà, garanzie, custodia e insolvenza

Un avvertimento vale per tutto il capitolo: il fatto che un’attività non sia disciplinata da MiCA non significa che sia priva di regole. Molti servizi possono ricadere sotto la direttiva sui mercati finanziari (MiFID II), sotto le norme antiriciclaggio o sul credito. Il problema, dal punto di vista dell’investitore, è che la protezione cambia radicalmente a seconda della qualificazione giuridica, e non sempre è chiaro quale si applichi. Come mostra l’analisi di Notabene, colmare questi vuoti è tecnicamente complesso proprio perché i confini sono sfumati.

DeFi: regolare ciò che non ha un intermediario

La finanza decentralizzata è il rompicapo più affilato. MiCA esclude espressamente i servizi prestati «in modo pienamente decentralizzato senza alcun intermediario». Ma quasi nessun protocollo è davvero senza intermediari: dietro c’è quasi sempre un team, una fondazione, un token di governance, un’interfaccia web, chiavi di amministrazione, un meccanismo che incassa commissioni. La revisione chiede proprio questo: quali criteri usare per stabilire quando un servizio è «pienamente» decentralizzato e quando invece ha un soggetto responsabile identificabile.

La Commissione mette sul tavolo due leve. La prima: schemi di certificazione per protocolli e smart contract, per dare agli utenti un segnale di affidabilità verificabile. La seconda, più incisiva: obblighi in capo ai CASP che fanno da porta d’accesso alla DeFi, dalla semplice segnalazione dei rischi fino alla due diligence sul protocollo o, all’estremo, alla restrizione dell’accesso. In pratica, si sposterebbe la responsabilità su chi collega l’utente al mondo decentralizzato.

Il nodo è tanto tecnico quanto giuridico. Stabilire se uno smart contract faccia davvero ciò che promette, o misurare quanto sia realmente decentralizzato un protocollo, richiede strumenti di verifica del codice ancora immaturi. Regolare per obiettivi (la funzione economica) invece che per etichette (il nome del prodotto) è più solido, ma sposta l’onere su chi deve interpretare migliaia di righe di codice in continua evoluzione. È la ragione per cui, su questo punto, la consultazione raccoglie più domande che risposte.

Staking, lending e prestiti: i servizi che sfuggono

Se la DeFi è il caso limite, staking e prestiti sono i vuoti più concreti per l’utente medio. Oggi MiCA guarda allo staking soprattutto quando è accessorio alla custodia: se una piattaforma custodisce i token e li mette in staking per conto del cliente, si applicano le regole sulla custodia. Ma lo staking non custodial, in cui l’utente delega senza cedere le chiavi, e più in generale lo staking come servizio a sé restano fuori. La revisione, come rileva ancora Skadden, chiede se serva una disciplina dedicata che rifletta i rischi propri di questa attività: slashing, blocco dei fondi, dipendenza da un singolo validatore.

Ancora più netto è il caso dei prestiti. Il lending e il borrowing di cripto-attività non sono regolati come servizi autonomi sotto MiCA. Eppure sono stati il motore dei rendimenti facili che hanno attirato i risparmiatori nel 2021 e 2022, e la fonte di alcuni dei crolli più dolorosi quando quei rendimenti si sono rivelati insostenibili. La Commissione chiede se portarli dentro il perimetro e con quali paletti: requisiti di trasparenza sul rischio, gestione delle garanzie, limiti alla trasformazione delle scadenze.

Per l’investitore la questione è pratica. Un conto è affidare fondi a un intermediario vigilato che deve rispettare requisiti patrimoniali e regole di condotta; un altro è depositare stablecoin su una piattaforma che promette interessi senza alcuna rete di sicurezza. Chi ragiona su quanta esposizione cripto tenere in portafoglio dovrebbe distinguere con cura tra le due situazioni, perché la revisione, se andrà in porto, cambierà proprio questo perimetro di tutele.

NFT, mercati predittivi e perpetual: i confini mobili

Tre categorie più eterogenee mostrano quanto sia mobile il confine di MiCA. Gli NFT, i token non fungibili, sono in linea di principio esclusi dal regolamento perché unici e non fungibili. Ma la pratica ha creato ibridi: collezioni seriali da migliaia di pezzi quasi identici, NFT frazionati che assomigliano a strumenti di investimento. La Commissione chiede se lo stato attuale del mercato giustifichi regolare i fornitori di servizi legati agli NFT, senza colpire l’arte digitale genuinamente da collezione.

Poi ci sono i mercati predittivi, cresciuti molto tra il 2024 e il 2025, e i perpetual, i derivati cripto senza scadenza che dominano i volumi globali. Qui il problema è di qualificazione: sono cripto-attività da MiCA o strumenti finanziari da MiFID II? La distinzione non è accademica. I perpetual e i futures cripto sono già oggi trattati come derivati sotto MiFID II, con la vigilanza affidata al regolatore dei mercati (in Italia la Consob) e con limiti di leva stringenti per i clienti al dettaglio. La revisione chiede se e come chiarire il confine, evitando che lo stesso prodotto riceva tutele diverse a seconda dell’etichetta.

È il classico rischio dell’arbitraggio normativo: se una categoria è meno regolata, il mercato vi si sposta. La revisione prova a chiudere queste falle prima che diventino sistemiche, in un settore dove l’innovazione corre più veloce del legislatore e dove un prodotto di nicchia può diffondersi tra milioni di utenti nel giro di pochi mesi.

Depositi tokenizzati: quando la banca incontra la blockchain

C’è un capitolo che interessa soprattutto le banche, ed è forse il più delicato. I depositi tokenizzati sono rappresentazioni su registro distribuito di depositi bancari: non stablecoin emesse da soggetti privati, ma euro depositati in banca che circolano su blockchain. La differenza è sostanziale, perché un deposito bancario gode della garanzia fino a 100.000 euro e rientra nel perimetro prudenziale di Basilea, mentre una stablecoin no.

La revisione, ricorda Freshfields, chiede come questi strumenti si incastrino con il quadro CRD/CRR e con i sistemi di garanzia dei depositi. È un terreno dove MiCA finisce e comincia il diritto bancario classico, e dove le due discipline rischiano di sovrapporsi o, peggio, di lasciare buchi.

Per gli istituti è un tema strategico. Un deposito tokenizzato promette pagamenti istantanei e programmabili senza rinunciare alla sicurezza del denaro bancario, e potrebbe diventare la risposta delle banche alle stablecoin private. Ma la logica prudenziale che tiene i bilanci al riparo, la stessa che spiega perché le banche esitano a detenere Bitcoin, impone cautela: tokenizzare un deposito non deve trasformarsi in una scorciatoia per aggirare i requisiti di capitale.

Stablecoin: il capitolo che si riapre

Il capitolo più politico è quello delle stablecoin. MiCA le disciplina già con regole severe: gli emittenti devono essere banche o istituti di moneta elettronica, mantenere riserve segregate, garantire il rimborso alla pari e, soprattutto, non possono corrispondere interessi ai detentori. A questo si aggiunge il tetto per le stablecoin non in euro usate come mezzo di scambio, che scatta oltre un milione di transazioni o 200 milioni di euro al giorno.

La revisione rimette in discussione proprio i punti più contestati. Il divieto di remunerazione, spiega Notabene, penalizza le stablecoin in euro rispetto ad alternative estere che offrono rendimento, spingendo gli utenti verso token in dollari o verso strutture non regolate. La Commissione sonda anche i requisiti di riserva (oggi tra il 30 e il 60 per cento in depositi bancari), i modelli di emissione multipla per le stablecoin globali e l’ipotesi di un regime di equivalenza che riconosca, a certe condizioni, i quadri normativi di paesi terzi.

Qui entra la voce di chi ha scritto MiCA. Ondřej Kovařík, tra i negoziatori del regolamento al Parlamento europeo, in una intervista ha sostenuto che le regole sulle stablecoin sono troppo restrittive per gli emittenti europei e finiscono per lasciare campo libero ai token in dollari. Il suo argomento di fondo è la proporzionalità: non si possono, ha detto, «trattare allo stesso modo» i grandi exchange globali quotati a Wall Street e «una piccola startup» che avvia un’attività cripto. È la tensione che percorre tutta la revisione.

Semplificare senza abbassare la guardia

La parola d’ordine di Bruxelles nel 2026 è competitività. La revisione di MiCA è inserita esplicitamente nell’agenda di semplificazione della Commissione, che vuole ridurre gli oneri regolatori per far crescere le imprese europee. Applicato alle cripto, l’obiettivo è duplice e in tensione con se stesso: da un lato colmare i vuoti (DeFi, staking, prestiti), il che significa più regole; dall’altro alleggerire gli adempimenti esistenti, il che significa meno burocrazia.

Non tutta l’industria vuole la stessa cosa. Katie Harries, responsabile delle policy per l’Europa di Coinbase, ha accolto la revisione con cautela. «MiCA ha fissato uno standard globale iniziale di regole chiare e armonizzate», ha dichiarato a The Block, aggiungendo di sostenere «miglioramenti mirati» perché l’Europa unisca le sue solide tutele alla competitività globale, ma «non una riapertura dei principi fondamentali». Tradotto: l’ultima cosa che gli operatori appena autorizzati vogliono è ricominciare da capo.

È un equilibrio sottile. Semplificare troppo rischia di svuotare le tutele che hanno reso MiCA un modello studiato in tutto il mondo; irrigidire troppo rischia di spingere imprese e liquidità fuori dall’Europa. La consultazione serve proprio a misurare questo compromesso prima di scrivere qualsiasi norma. Ed è significativo che a chiedere prudenza non siano solo le autorità, ma anche una parte del settore che teme l’incertezza più delle regole.

La corsa globale: MiCA, GENIUS Act e le regole di equivalenza

La revisione non nasce nel vuoto. Mentre l’UE consolidava MiCA, gli Stati Uniti hanno approvato il GENIUS Act, un quadro federale sulle stablecoin di pagamento, e il Regno Unito ha avviato un regime affidato a FCA e Bank of England. La geografia normativa delle cripto sta cambiando in fretta, e l’Europa non vuole restare indietro. La tabella seguente mette a confronto i tre approcci.

AspettoUnione europea (MiCA)Stati UnitiRegno Unito
ImpiantoRegolamento unico armonizzato con passaporto UEApproccio settoriale (GENIUS Act, competenze SEC e CFTC)Regime in costruzione (FCA e Bank of England)
StablecoinEMT e ART, riserve 30-60% in depositi, nessun interesseGENIUS Act: riserve in titoli di Stato a breve, nessun interesseTetto d’emissione per le stablecoin sistemiche
DeFi e stakingFuori perimetro, in consultazionePerimetro ancora incertoIn valutazione
Equivalenza con paesi terziAllo studio nella revisioneNon prevista in forma organicaIn dialogo con l’UE

Il tema dell’equivalenza è centrale. Riconoscere, a certe condizioni, le regole di paesi terzi consentirebbe agli operatori globali di muoversi tra giurisdizioni senza duplicare gli adempimenti, ma aprirebbe anche la porta a possibili arbitraggi. C’è poi la questione, sollevata da Kovařík, della sovranità monetaria: quasi tutte le stablecoin del mondo sono in dollari, e un quadro europeo troppo rigido rischia di consegnare al biglietto verde anche i pagamenti digitali del continente. Non a caso il tema si intreccia con l’andamento dell’indice del dollaro e con il progetto dell’euro digitale.

Cosa cambia per l’Italia: Consob, Banca d’Italia e i risparmiatori

Per l’Italia la revisione arriva in un momento particolare. Il modello di vigilanza è a due teste: la Consob sulla condotta e la tutela degli investitori, la Banca d’Italia sui profili prudenziali e sulle stablecoin. Entrambe hanno appena chiuso il lungo lavoro di autorizzazione dei primi CASP nazionali, e ora si trovano davanti a un possibile ampliamento del perimetro che investirebbe attività (staking, prestiti, DeFi) su cui l’esperienza di vigilanza è ancora limitata.

Il tema dei rischi per i risparmiatori è già sul tavolo a Roma. Il Ministero dell’Economia ha avviato, con Banca d’Italia e Consob, una ricognizione sui rischi delle cripto per gli investitori al dettaglio, le banche e i fondi pensione, con il Comitato per le politiche macroprudenziali chiamato a valutare l’adeguatezza delle tutele esistenti. È il riflesso italiano della stessa domanda che si pone Bruxelles: le regole reggono l’urto di un mercato che cresce e si complica?

Sul fronte pratico, per il risparmiatore italiano l’accesso ordinato resta legato a prodotti e intermediari vigilati. Chi vuole esposizione senza gestire chiavi private guarda agli ETF e agli ETP cripto offerti tramite canali regolati; chi opera in proprio deve verificare che la piattaforma sia effettivamente iscritta al registro dei CASP. La Consob, insieme alle omologhe francese e austriaca, ha spinto perché la vigilanza sui grandi operatori transfrontalieri passi in capo all’ESMA: una posizione che nella revisione trova nuova linfa.

L’applicazione delle regole: operatori abusivi e perimetro

Scrivere le regole è una cosa, farle rispettare un’altra. Con la fine del periodo transitorio, l’ESMA ha chiarito che gli operatori non autorizzati devono cessare l’attività verso i clienti europei, avviare una liquidazione ordinata dei rapporti e continuare a rispettare gli obblighi antiriciclaggio. Ha anche avvertito gli investitori: dopo il 1 luglio 2026 non tutti i fornitori di servizi sono autorizzati, e il livello di protezione dipende dal soggetto con cui si intrattiene il rapporto.

Il problema è che molti operatori offshore continuano a servire utenti europei da fuori dall’UE, spesso tramite app e siti in lingua italiana. La revisione chiede quali strumenti servano alle autorità per incidere su questo perimetro esterno, dalla cooperazione internazionale al blocco degli accessi. È lo stesso divario tra regole e applicazione che emerge nell’antiriciclaggio globale: la norma può essere ottima sulla carta e restare inefficace se manca la capacità di farla valere oltre confine.

Per il singolo, la difesa resta la verifica. Prima di affidare fondi a una piattaforma conviene controllare il registro pubblico dei CASP, capire quale entità giuridica presta davvero il servizio e diffidare dei rendimenti troppo generosi: sono proprio le aree oggi non coperte da MiCA, come i prestiti e lo staking non vigilato, quelle in cui il confine tra opportunità e trappola è più sottile.

Tempi e scenari: da qui al 2027 (e oltre)

Che cosa succede ora? La consultazione si chiude il 31 agosto 2026. Le risposte alimenteranno il rapporto che la Commissione deve presentare in base agli articoli 140 e 142, atteso intorno alla metà del 2027. Solo a quel punto si capirà se la revisione resterà un esercizio di manutenzione o diventerà una vera «MiCA 2.0» con nuove norme su DeFi, staking, prestiti e stablecoin.

I tempi legislativi europei sono lunghi: tra proposta della Commissione, negoziato con Parlamento e Consiglio e periodo di adeguamento, un’eventuale MiCA 2.0 difficilmente si applicherebbe prima della fine del decennio. Nel frattempo resta aperto anche il cantiere parallelo sulla vigilanza, con il pacchetto della Commissione che punta a portare i CASP più rilevanti sotto la supervisione diretta dell’ESMA. Due riforme distinte, ma che convergono verso lo stesso obiettivo: un mercato unico delle cripto meno frammentato.

Il rischio, evocato dagli stessi operatori, è quello dell’incertezza. Riaprire un testo appena entrato in vigore può scoraggiare gli investimenti di chi ha speso tempo e denaro per adeguarsi. Per questo la posizione prevalente nell’industria, riassunta bene dal richiamo di Coinbase a non riaprire «i principi fondamentali», è di intervenire con il bisturi, non con l’accetta. La revisione di MiCA sarà, in fondo, un test di equilibrio: tra tutela e innovazione, tra sovranità europea e apertura globale, tra la voglia di regolare tutto e la consapevolezza che, nelle cripto, ciò che oggi sembra marginale domani può diventare sistemico.

Domande frequenti (FAQ)

Che cos’è la revisione di MiCA del 2026?

È il processo, previsto dagli articoli 140 e 142 del regolamento, con cui la Commissione europea verifica se MiCA sia ancora adeguata. La consultazione mirata è stata pubblicata il 20 maggio 2026 e si chiude il 31 agosto 2026; le risposte confluiranno in un rapporto atteso per la metà del 2027, che potrebbe portare a una proposta legislativa chiamata «MiCA 2.0».

Quali attività cripto non sono coperte da MiCA?

MiCA non disciplina come servizi autonomi i prestiti in cripto, lo staking non accessorio alla custodia e la DeFi pienamente decentralizzata senza intermediari. Restano in parte fuori anche NFT, mercati predittivi, perpetual e depositi tokenizzati: sono proprio questi i vuoti al centro della revisione del 2026.

Cosa cambia per gli investitori italiani?

Nell’immediato nulla: le regole attuali restano in vigore e in Italia operano nove soggetti abilitati vigilati da Consob e Banca d’Italia. In prospettiva la revisione potrebbe estendere le tutele ad attività oggi rischiose e non regolate, come prestiti e staking. Per ora la prudenza migliore resta verificare che la piattaforma sia iscritta al registro dei CASP.

MiCA 2.0 renderà le regole più severe o più leggere?

Entrambe le cose, potenzialmente. La revisione vuole colmare i vuoti con più regole per DeFi, staking e prestiti, ma è anche parte dell’agenda di semplificazione dell’UE, che punta a ridurre gli oneri e a rilanciare la competitività, per esempio rivedendo il divieto di interessi sulle stablecoin. L’esito dipenderà dall’equilibrio tra questi due obiettivi.

Quando entrerà in vigore l’eventuale MiCA 2.0?

Non prima di diversi anni. Dopo il rapporto della Commissione, atteso a metà 2027, servirebbero una proposta legislativa e il negoziato tra Parlamento e Consiglio, seguiti da un periodo di adeguamento. Un’eventuale MiCA 2.0 difficilmente si applicherebbe prima della fine del decennio.

Anneke de Vries è nella redazione regolamentazione di HOGE Wire.

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