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● Regulation & Policy

ETF crypto: l’ondata di approvazioni 2026 e l’accesso in Italia

Negli USA le approvazioni di ETF crypto sono una catena di montaggio: panieri, staking, oltre cento richieste in coda. In Italia si accede via ETP, con una fiscalità che nel 2026 cambia le carte.

Il 19 agosto 2026 gli ETF spot su Bitcoin quotati a Wall Street hanno incassato in una sola seduta circa 517 milioni di dollari (poco più di 440 milioni di euro) di flussi netti, il dato giornaliero più alto in tre mesi e mezzo, con l’IBIT di BlackRock a raccogliere da solo quasi 285 milioni, davanti ad ARKB e FBTC, secondo i dati riportati da The Block. Nello stesso giorno Bitcoin tornava sopra i 69.000 dollari per la prima volta in due mesi, e la corsa successiva lo ha portato verso i 78.000, cioè intorno ai 66.000 euro secondo CoinGecko.

Una singola giornata, ma dentro c’è la storia dell’intero anno. Negli Stati Uniti l’approvazione di un ETF su cripto ha smesso di essere un evento raro e si è trasformata in un processo di routine, quasi industriale: panieri multi-asset, prodotti che incorporano lo staking, e una coda di oltre cento richieste in attesa di risposta. In Europa, e in Italia in particolare, la porta d’ingresso resta un’altra, fatta di ETP, di una vigilanza frammentata e di una fiscalità che nel 2026 ha di nuovo cambiato le carte in tavola. Questo articolo mette a fuoco cosa è stato approvato, cosa manca ancora, e soprattutto a cosa può davvero accedere un risparmiatore italiano.

Una seduta che riassume l’anno

La ripartenza di agosto non è nata dall’entusiasmo per un singolo prodotto, ma da un segnale macro. Il 19 agosto il Tesoro statunitense ha annunciato di voler almeno raddoppiare le operazioni di riacquisto di titoli a lunga scadenza, una mossa letta dai mercati come sostegno alla liquidità: i rendimenti obbligazionari si sono ammorbiditi, il dollaro si è indebolito e l’appetito per il rischio è tornato. Jeff Mei, direttore operativo dell’exchange BTSE, ha sintetizzato così il meccanismo a The Block: «Quando il Tesoro segnala che interverrà per contenere i rendimenti dei titoli di Stato, il dollaro si indebolisce e l’appetito per il rischio torna».

È qui che il tema delle approvazioni incontra quello dei flussi, ma i due piani restano distinti. Un ETF approvato è soltanto un contenitore autorizzato: che dentro ci finiscano miliardi di euro dipende dalla macro, dai canali di distribuzione e dalla notorietà dell’emittente. Nel 2026 questo secondo problema pesa quanto il primo, perché la parte facile, ottenere il via libera del regolatore, negli Stati Uniti non è più un ostacolo. Per capire come si sia arrivati a questo punto, e perché l’Italia guardi una corsa alla quale non può partecipare nello stesso modo, conviene ripercorrere i pochi passaggi normativi che hanno trasformato l’eccezione in regola.

Da eccezione a catena di montaggio

Per un decennio la SEC ha respinto ogni domanda di ETF spot su Bitcoin. Il muro è caduto nell’agosto 2023, quando una corte d’appello federale ha definito arbitraria la bocciatura di Grayscale, aprendo la strada agli undici ETF spot autorizzati nel gennaio 2024, seguiti dai prodotti su Ethereum a luglio dello stesso anno. Quella però era ancora la fase eroica, un’approvazione alla volta, con anni di contenzioso alle spalle.

La svolta industriale arriva con due modifiche del 2025. La prima sono gli standard di quotazione generici approvati il 17 settembre 2025 (comunicato SEC 2025-121): invece di esaminare ogni prodotto con una pratica dedicata (il modulo 19b-4), le borse possono quotare in automatico i trust su materie prime digitali che rispettano criteri standard, tagliando i tempi da circa 240 giorni a poco più di 75. La seconda è il via libera del 29 luglio 2025 alle creazioni e ai rimborsi in natura (comunicato SEC 2025-101), che consente lo scambio diretto cripto contro quote: costi e spread più bassi, prezzo più aderente al sottostante.

Gli standard generici non sono una porta aperta a chiunque: un trust accede alla corsia rapida solo se il sottostante rientra in una di tre categorie. Deve essere negoziato su un mercato che aderisce a un accordo di sorveglianza condivisa (ISG), oppure fare da riferimento a un contratto futures quotato da almeno sei mesi su una borsa regolata dalla CFTC, oppure essere già presente in misura rilevante in un ETF autorizzato. Restano fuori i prodotti a gestione attiva, quelli a leva o inversi e, fino al chiarimento del 2026, quelli che incorporano un rendimento. È un binario veloce, ma con guardrail precisi.

Il risultato è che la domanda è cambiata. Non ci si chiede più se un prodotto verrà approvato, ma quali prodotti abbiano un senso e chi li comprerà davvero. Per una banca o un consulente finanziario, il fascino dell’ETF resta lo stesso: è uno strumento regolamentato, custodito da terzi, che entra senza attriti nei portafogli modello e supera i vincoli che tengono molti intermediari lontani dalla detenzione diretta, un tema che abbiamo affrontato parlando di perché le banche non detengono Bitcoin per via delle regole sul capitale. Su questa base è partita la moltiplicazione dei prodotti.

I panieri: quando l’ETF diventa un indice

La prima mutazione è il passaggio dal mono-asset al paniere. Il 17 settembre 2025, lo stesso giorno degli standard generici, la SEC ha dato il via libera alla conversione in ETF del Grayscale Digital Large Cap Fund (sigla GDLC), che replica l’indice CoinDesk 5 e distribuisce l’esposizione su cinque cripto-attività: Bitcoin, Ethereum, XRP, Solana e Cardano. Al momento dell’approvazione il fondo valeva oltre 915 milioni di dollari, con un valore per quota di 57,7 dollari, ed era il primo prodotto multi-asset del mercato. L’amministratore delegato di Grayscale, Peter Mintzberg, ha ringraziato «la Crypto Task Force della SEC per gli sforzi continui e senza pari» nel portare chiarezza.

Perché conta? Un paniere trasforma l’ETF crypto in qualcosa che assomiglia a un fondo indicizzato tradizionale: un solo strumento, ribilanciamento automatico secondo regole trasparenti, diversificazione tra i grandi nomi senza dover scegliere il cavallo vincente. È il format che ha reso di massa gli indici azionari, applicato a un settore che fino a due anni prima era considerato inadatto persino al singolo asset. La logica dei panieri, tra l’altro, in Europa non è una novità: gli emittenti locali offrono da tempo ETP che replicano indici di più cripto-attività, e su questo terreno il vecchio continente è arrivato spesso prima degli Stati Uniti.

Lo staking dentro il guscio

La seconda mutazione è più delicata, perché tocca il rendimento. Il 17 marzo 2026 SEC e CFTC hanno pubblicato un’interpretazione congiunta di 68 pagine che divide le cripto-attività in cinque categorie (materie prime digitali, oggetti da collezione digitali, strumenti digitali, stablecoin e titoli digitali) e stabilisce che lo staking sui network proof-of-stake, in tutte le sue forme (solo staking, staking self-custodial, custodial e liquid staking), non è un’operazione in titoli. Il documento, analizzato dallo studio legale Katten, nomina esplicitamente 16 asset come materie prime digitali, tra cui Bitcoin, Ethereum e Solana.

Tradotto: si può mettere il rendimento dentro il guscio dell’ETF. Il primo prodotto con staking negli Stati Uniti era stato il REX-Osprey SSK su Solana, lanciato nell’estate 2025 con una struttura societaria particolare per aggirare l’iter ordinario; i primi ETF spot veri e propri ad attivare lo staking sono arrivati con Grayscale su Ethereum e Solana in autunno, seguiti a marzo 2026 dall’iShares Staked Ethereum (sigla ETHB) di BlackRock, con un rendimento netto per l’investitore nell’ordine del 2-3%.

Il meccanismo è semplice solo in apparenza: il fondo mette in staking una quota del sottostante, incassa le ricompense del protocollo e ne gira gran parte al detentore al netto della commissione. Ma introduce nel prodotto rischi che l’ETF su Bitcoin non aveva: periodi di blocco per lo smobilizzo, possibili penalità (slashing) in caso di malfunzionamento del validatore, dipendenza dai fornitori di staking. Il rendimento non è gratis, è il compenso per un rischio operativo trasferito, almeno in parte, sull’investitore finale.

La coda: oltre cento richieste al muro

Se la macchina approva in fretta, il collo di bottiglia si sposta a valle. Secondo l’analista di Bloomberg Intelligence James Seyffart, a metà 2026 risultavano pendenti oltre 126 domande di ETF su cripto. Gli emittenti, ha osservato, stanno «lanciando una gran quantità di prodotti contro il muro», e avverte che «le chiusure potrebbero emergere verso la fine del 2026 o nel 2027, quando i prodotti poco sottoscritti non riusciranno ad attrarre masse durevoli».

La coda è eterogenea. Ai layer-1 come Avalanche, Polkadot, Cardano e Hedera si affiancano richieste per memecoin come Bonk, per prodotti a leva o orientati al reddito, e per strutture di arbitraggio (basis trade) che comprano lo spot e vendono i futures. È la fase in cui l’entusiasmo regolamentare incontra la selezione darwiniana del mercato: pochi giganti raccoglieranno quasi tutto, una lunga coda di fondi di nicchia rischia di restare illiquida e di chiudere. Il paradosso di un sistema che approva senza attriti è proprio questo: la barriera non è più il regolatore, ma la capacità di attrarre capitale.

La fotografia degli asset in gestione

La concentrazione si vede nei numeri. La tabella qui sotto riassume la fotografia degli ETF spot su Bitcoin statunitensi secondo il tracker Bitbo, aggiornato al 19 agosto 2026. Le conversioni in euro usano un cambio di circa 1,17 dollari per euro.

Fondo (emittente)Masse (miliardi di dollari)Bitcoin detenutiQuota del settore
IBIT (BlackRock)58,4751.189circa 61%
FBTC (Fidelity)13,4172.395circa 14%
GBTC (Grayscale)10,2131.224circa 11%
BTC (Grayscale Mini)4,760.269circa 5%
BITB (Bitwise)2,937.389circa 3%
ARKB (ARK 21Shares)2,734.859circa 3%
Totale settorecirca 95,41.228.3475,85% dell’offerta massima

Il quadro è netto: circa 95 miliardi di dollari (intorno agli 81 miliardi di euro) di masse complessive, oltre 1,22 milioni di Bitcoin, quasi il 6% dei 21 milioni che esisteranno mai. E un solo emittente, BlackRock, controlla circa il 61% del totale. La retorica dei cento nuovi prodotti va letta su questo sfondo: la torta cresce, ma la fetta grande resta di pochissimi. È la ragione strutturale dietro l’avvertimento di Seyffart sulle chiusure.

Il quadro degli ETF su Ethereum è più piccolo ma segue la stessa logica: masse complessive di un ordine di grandezza inferiore a quelle su Bitcoin, con il prodotto di BlackRock a guidare anche qui, e una parte crescente delle nuove sottoscrizioni che si sposta verso le versioni con staking, capaci di offrire un rendimento aggiuntivo. È la conferma che, una volta risolta la questione dell’approvazione, la competizione tra emittenti si gioca su commissioni, liquidità e servizi accessori, esattamente come nel mondo degli ETF tradizionali.

Il paradosso europeo: niente ETF spot, molti ETP

Qui inizia la parte che riguarda direttamente chi investe dall’Italia. I grandi ETF spot americani (IBIT, FBTC, gli ETHA ed ETHB su Ethereum) non sono distribuibili al pubblico retail europeo, e un prodotto identico non può nemmeno essere autorizzato nell’Unione. Il motivo è la direttiva OICVM (UCITS): impone ai fondi retail una diversificazione minima, e un fondo mono-asset, cioè su un solo Bitcoin, viola la regola. Manca inoltre il documento informativo sintetico (il KID previsto dal regolamento PRIIPs) che l’emittente americano non produce, condizione senza la quale la vendita al dettaglio in Europa è vietata.

La via europea sono quindi gli ETP, tecnicamente ETN: titoli di debito, non quote di fondo, che restano fuori dal perimetro OICVM e possono replicare un singolo asset. Sono di norma garantiti fisicamente dalle cripto depositate presso un custode, ma comportano un rischio emittente e controparte, perché non godono della separazione patrimoniale tipica del fondo. Li emettono operatori come 21Shares (acquisita da FalconX nell’ottobre 2025), CoinShares, WisdomTree, Bitwise e Valour, e si comprano su Xetra, SIX o Euronext attraverso i normali broker e le banche italiane.

La concorrenza tra questi emittenti ha compresso i costi: sui prodotti europei su Bitcoin le commissioni di gestione annue partono da livelli molto contenuti, in diversi casi inferiori a quelle degli ETF americani più economici, e la copertura è quasi sempre integrale, con le cripto depositate presso custodi istituzionali e riserve verificabili. Restano differenze importanti da leggere nella scheda del singolo prodotto: alcuni ETP replicano il prezzo in modo sintetico o prevedono il prestito del sottostante, altri no. Per l’investitore attento il confronto non è tra ETF ed ETP in astratto, ma tra le clausole concrete di ciascun titolo.

Il punto controintuitivo è che l’investitore europeo non è affatto tagliato fuori dalle altcoin: su Borsa Italiana e sulle borse tedesche e svizzere esistono da tempo ETP su Solana, XRP, Cardano, Polkadot e altri, spesso lanciati prima dei corrispondenti ETF americani. Il divario, insomma, non è sull’esposizione al sottostante, ma sull’involucro giuridico e sulle tutele che lo accompagnano.

ETF americano contro ETP europeo

Vale la pena mettere le due strutture una accanto all’altra, perché è la differenza che ogni investitore italiano dovrebbe avere chiara prima di scegliere.

CaratteristicaETF spot (USA)ETP / ETN (Europa)
Forma giuridicaQuota di fondoTitolo di debito (nota strutturata)
Vincolo OICVM/UCITSNon applicabileEsente (fuori perimetro)
Esposizione a un solo assetConsentitaConsentita
Protezione patrimonialePatrimonio del fondo separatoRischio emittente, mitigato dal collaterale fisico presso il custode
Accesso retail in ItaliaNo (manca il KID PRIIPs)Sì, via broker o banca su Xetra/SIX
Autorità di approvazioneSEC (sportello unico)Prospetto approvato dall’autorità dell’emittente, poi Consob per la quotazione e la condotta
Aliquota sui guadagni in ItaliaNon acquistabile26% (strumento finanziario)

La riga sulla protezione patrimoniale è quella che pesa di più nei momenti di stress: con l’ETF, le attività sono giuridicamente separate dal patrimonio dell’emittente; con l’ETP, in caso di insolvenza dell’emittente l’investitore è un creditore, e la sua garanzia è il collaterale depositato. È un rischio reale, anche se i principali prodotti europei mantengono una copertura fisica integrale verificabile.

Consob, Banca d’Italia e la partita sulla vigilanza

Chi vigila su tutto questo in Italia? Il decreto legislativo 5 settembre 2024, n. 129, che attua MiCA nell’ordinamento italiano, assegna a Consob la tutela degli investitori e la vigilanza sulla condotta di mercato, e a Banca d’Italia gli aspetti prudenziali e le stablecoin (i token di moneta elettronica e i token collegati ad attività). Il periodo transitorio per i prestatori italiani di servizi in cripto-attività si è chiuso il 1 luglio 2026, nel gruppo di Paesi che hanno scelto la transizione più breve. I derivati su cripto, invece, restano strumenti finanziari sotto MiFID II, non sotto MiCA.

Sul piano della vigilanza è in corso una partita che riguarda proprio la coerenza delle approvazioni europee. Consob, insieme alla francese AMF e all’austriaca FMA, ha firmato un documento di posizione del settembre 2025 che chiede l’introduzione di una vigilanza diretta dell’ESMA sui grandi prestatori di servizi, per evitare la frammentazione e l’arbitraggio regolamentare tra Stati membri. La Commissione europea ha risposto il 4 dicembre 2025 con una proposta legislativa che trasferirebbe all’ESMA la vigilanza su tutti i prestatori, oggi in negoziato e osteggiata da diversi Paesi restii a cedere poteri. È il rovescio speculare del modello americano, dove un’unica autorità federale governa l’intero processo, tema che abbiamo trattato parlando del passaporto unico MiCA e della battaglia sulla vigilanza.

Borsa Italiana apre, ma solo ai professionali

Un pezzo di questa istituzionalizzazione è arrivato anche a Piazza Affari. Il 9 febbraio 2026 Borsa Italiana ha aperto sul segmento ETFplus una sezione dedicata agli ETP su cripto-attività: 21Shares vi ha quotato 27 prodotti e WisdomTree altri otto, con esposizioni su Bitcoin, Ethereum, XRP, Solana e panieri diversificati, secondo la cronaca di AziendaBanca. Per la prima volta, insomma, un investitore poteva prendere posizione sulle cripto tramite strumenti quotati sulla borsa nazionale.

C’è però un vincolo cruciale: il nuovo segmento è riservato agli investitori professionali. Il risparmiatore retail italiano continua a comprare gli stessi prodotti dei medesimi emittenti sulle borse estere (Xetra, SIX), dove sono già ammessi alla negoziazione al dettaglio. Il risultato è un accesso a due velocità: professionale e domestico da un lato, retail ma cross-border dall’altro. La quotazione su Borsa Italiana ha un valore soprattutto simbolico e di segnale, indica che l’infrastruttura di mercato italiana considera ormai queste esposizioni parte del menù ordinario, non più una curiosità di frontiera.

Il conto del fisco: perché in Italia l’ETP paga meno

C’è una ragione molto concreta, oltre a quella dell’accesso, per cui in Italia l’involucro conta: le tasse. Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto detenute in modo diretto scontano un’aliquota del 33% (articolo 67, comma 1, lettera c-sexies del TUIR, introdotta dalla legge di bilancio 207/2024), e la vecchia soglia di esenzione da 2.000 euro è stata abolita già dal 2025: si tassa dal primo euro di guadagno. Fanno eccezione i token di moneta elettronica ancorati all’euro e conformi a MiCA, che restano al 26%.

Un ETP, invece, è a tutti gli effetti uno strumento finanziario: le sue plusvalenze rientrano tra i redditi diversi di natura finanziaria e scontano il 26%, non il 33%. In più, le minusvalenze sull’ETP si compensano con altri strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, altri ETF), mentre le perdite sulle cripto dirette vivono in un compartimento più rigido; e se l’ETP è detenuto tramite un intermediario italiano non serve compilare il quadro RW. Ne parliamo in dettaglio nell’analisi dedicata a perché un ETP su Bitcoin paga meno tasse di un wallet. Il divario tra 26% e 33% si è dunque allargato nel 2026, e spinge molti investitori italiani verso il prodotto quotato. Attenzione però al rovescio della medaglia: quel 26% viene pagato su uno strumento che, come visto, porta con sé un rischio emittente che la detenzione diretta non ha. Il vantaggio fiscale va soppesato con quello di controparte, e la scelta dipende dall’orizzonte e dalla propensione al rischio di ciascuno. La stessa logica di divergenza normativa vale, del resto, per le monete stabili, dove le regole europee e quelle statunitensi seguono strade diverse, come nello scontro tra MiCA e GENIUS Act sulle riserve delle stablecoin.

Cosa muove davvero i prezzi

Torniamo al nesso tra approvazioni e mercato, perché è facile confonderli. Un’approvazione crea il contenitore; sono i flussi a riempirlo, e i flussi seguono la macro più che la notizia regolamentare. Il rimbalzo di agosto lo dimostra: non è arrivato con l’ennesimo via libera, ma con l’annuncio del Tesoro sui riacquisti. Rachael Lucas, analista di BTC Markets, ha notato che «dopo i pesanti deflussi visti tra maggio e giugno, i grandi allocatori stanno trattando i livelli attuali in modo costruttivo».

Da qui due implicazioni per chi legge da Milano. La prima è che il prezzo di Bitcoin resta agganciato alle condizioni finanziarie globali, in particolare alla forza del dollaro: quando il biglietto verde si indebolisce, il rischio torna di moda, un legame che abbiamo scomposto nell’analisi sull’indice del dollaro e perché muove le crypto. La seconda è che l’esposizione via ETP, in euro, incorpora anche il rischio di cambio euro-dollaro, un fattore che l’investitore italiano non può ignorare e che si intreccia con l’andamento dei mercati azionari, come mostra il rapporto tra Bitcoin, il FTSE MIB e Wall Street. Un’approvazione è condizione necessaria ma non sufficiente: senza flussi, e senza un contesto macro favorevole, il prodotto resta un guscio vuoto.

Sportello unico contro mosaico: due modelli a confronto

La differenza di fondo tra Stati Uniti ed Europa non è la velocità, è l’architettura. Oltreoceano una sola autorità, la SEC, governa l’ammissione dei prodotti, con una tassonomia dei token ancorata al vecchio criterio Howey e un’agenda esplicitamente pro-innovazione. Il presidente Paul Atkins, presentando il programma regolamentare 2026 nell’ambito dell’iniziativa Project Crypto, ha dichiarato che l’agenzia sta «abbracciando l’innovazione per riportare più prodotti sul suolo americano, creando regole chiare per la raccolta di capitali con le cripto-attività». Con la CFTC come partner, il risultato è un flusso di approvazioni rapido e uniforme.

In Europa, invece, convivono più corpi normativi: MiCA per lo spot e i prestatori di servizi, MiFID II per i derivati, il regolamento Prospetto per l’emissione degli ETP, la direttiva OICVM che sbarra la strada ai fondi mono-asset, e ventisette autorità nazionali coordinate dall’ESMA. Il percorso di un prodotto è un mosaico, non uno sportello unico. Nessuno dei due modelli è oggettivamente superiore: il sistema americano premia velocità e proliferazione, ma genera il rischio di una lunga coda di fondi destinati a chiudere; quello europeo è più cauto e frammentato, più lento sull’innovazione, ma tende a far arrivare al retail un numero minore di prodotti fragili. La scelta tra i due riflette una diversa idea di dove mettere l’accento, sulla libertà di offerta o sulla protezione dell’investitore.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Negli Stati Uniti la traiettoria è tracciata: più panieri, più staking sui grandi proof-of-stake, più prodotti a leva e a reddito, e una selezione che a fine anno e nel 2027 dovrebbe far chiudere i fondi rimasti senza masse. È probabile anche un’ulteriore crescita del livello dei derivati, con opzioni e indici costruiti sopra gli ETF già esistenti. La direzione è quella di un mercato che assomiglia sempre di più a quello degli ETF azionari tradizionali, con la stessa concentrazione ai vertici.

In Europa i fronti aperti sono due: il negoziato sulla vigilanza centralizzata dell’ESMA, che ridisegnerebbe chi approva e sorveglia i prodotti, e l’ampliamento della gamma di ETP su altcoin e con staking. Non è escluso che la segmentazione tra professionali e retail su Borsa Italiana si allenti col tempo. Per l’investitore italiano il messaggio pratico è chiaro: quasi tutte le esposizioni che fanno notizia negli Stati Uniti sono già raggiungibili qui tramite ETP europei, con un vantaggio fiscale non banale, ma a fronte di un rischio emittente e senza poter toccare gli ETF spot americani. Le variabili da controllare prima di comprare restano sempre le stesse: commissioni, copertura fisica effettiva del prodotto e solidità del custode.

Domande frequenti

Un investitore italiano può comprare l’ETF su Bitcoin di BlackRock (IBIT)?

No. Gli ETF spot statunitensi non sono distribuibili al pubblico retail europeo perché manca il documento informativo (KID) previsto dal regolamento PRIIPs e perché la disciplina OICVM non consente fondi su un solo asset. L’investitore italiano accede alla stessa esposizione tramite gli ETP europei quotati su Xetra, SIX o Euronext.

Che differenza c’è tra un ETF e un ETP su cripto?

L’ETF è una quota di fondo con patrimonio separato; l’ETP europeo (tecnicamente un ETN) è un titolo di debito garantito fisicamente dalle cripto in custodia, ma comporta un rischio emittente e controparte perché non gode della separazione patrimoniale del fondo. In compenso l’ETP può replicare un singolo asset ed è vendibile al retail in Europa.

Quante tasse si pagano in Italia su un ETP crypto rispetto alle cripto dirette?

Dal 2026 le plusvalenze sulle cripto detenute in modo diretto scontano il 33%, senza soglia di esenzione. Un ETP, essendo uno strumento finanziario, è tassato al 26% e consente di compensare le minusvalenze con altri strumenti finanziari. Il vantaggio fiscale va però soppesato con il rischio emittente proprio dell’ETP.

Cosa sono gli ETF crypto con staking?

Sono prodotti che mettono in staking una parte del sottostante (per esempio Ethereum o Solana) e distribuiscono al detentore gran parte delle ricompense del protocollo, al netto della commissione. L’interpretazione congiunta SEC-CFTC del 17 marzo 2026 ha chiarito che lo staking non è un’operazione in titoli, aprendo la strada a questi ETF; il rendimento porta però rischi aggiuntivi come blocchi allo smobilizzo e possibili penalità.

Perché la SEC approva così tanti ETF crypto nel 2026?

Gli standard di quotazione generici approvati nel settembre 2025 hanno tolto l’esame caso per caso, riducendo i tempi da circa 240 a poco più di 75 giorni. Con l’iniziativa Project Crypto e oltre cento richieste in coda, il flusso è diventato quasi automatico. Gli analisti avvertono però che molti prodotti poco sottoscritti potrebbero chiudere tra fine 2026 e 2027.

A cura di Giulia Moretti, redazione Regolamentazione di HOGE Wire.

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