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● Macro & TradFi

Curva dei rendimenti e spread BTP: la bussola per Bitcoin nel 2026

Il term premium è tornato positivo e lo spread BTP-Bund veleggia sopra gli 80 punti base. Ecco come curva dei rendimenti, aste del Tesoro e stablecoin muovono Bitcoin nel 2026.

Alla fine di luglio 2026 il rendimento del Treasury USA a dieci anni viaggia intorno al 4,68%, il Bund tedesco si è riportato sopra il 3%, e lo spread tra BTP e Bund ha chiuso una seduta a 84 punti base, tra i livelli più alti dell’anno. Nello stesso momento Bitcoin tratta intorno ai 56.300 euro secondo i dati di CoinGecko. Numeri che sembrano appartenere a due mondi separati, la finanza tradizionale da una parte, i grafici a candela delle crypto dall’altra. In realtà raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: quando il rendimento di un titolo di Stato sale, cambia il costo opportunità di tenere in portafoglio un asset che non paga cedole, cambia il tasso con cui si scontano i flussi di cassa futuri delle aziende del comparto crypto, e cambiano gli incentivi di chi, come Tether e Circle, tiene decine di miliardi di dollari in riserve investite proprio in titoli di Stato a breve scadenza.

Questa guida va oltre le basi: non si limita a spiegare cos’è un rendimento obbligazionario, ma entra nella meccanica che i trader professionisti guardano davvero, la forma della curva, il term premium, le aste del Tesoro, lo spread creditizio e il carry trade dello yen, per capire cosa dicono i mercati obbligazionari a chi investe in Bitcoin nella seconda metà del 2026.

Il meccanismo di base, in breve

Un’obbligazione paga una cedola fissa calcolata sul valore nominale, ma il suo rendimento effettivo, lo yield to maturity, dipende dal prezzo a cui viene scambiata sul mercato secondario. Se il prezzo scende, il rendimento sale, perché lo stesso flusso di cedole viene acquistato a un costo inferiore; se il prezzo sale, il rendimento scende. È una relazione puramente aritmetica, non un’opinione di mercato: la variabile che si muove davvero è il prezzo, il rendimento è la sua fotografia in percentuale. Quando le banche centrali alzano i tassi ufficiali, o quando gli investitori temono più inflazione, i prezzi delle obbligazioni già in circolazione scendono per allinearsi ai rendimenti richiesti sulle nuove emissioni, più generose. È il meccanismo che a fine luglio 2026 tiene il rendimento del Treasury decennale sopra il 4,6% e quello del BTP sopra il 4%, il punto di partenza per tutto quello che segue in questo articolo.

La curva dei rendimenti: inversione, irripidimento e cosa segnala davvero

La curva dei rendimenti non è altro che il grafico che mette in fila i rendimenti dei titoli di Stato con la stessa qualità creditizia, in genere i Treasury USA, ma scadenze diverse, da pochi mesi a trent’anni. In condizioni normali la curva è inclinata verso l’alto: chi presta denaro per trent’anni chiede un rendimento più alto di chi lo presta per due anni, perché si assume più rischio di duration e di inflazione lungo il percorso.

Quando la curva si inverte, cioè quando i rendimenti a breve superano quelli a lungo, il mercato sta scommettendo che la banca centrale dovrà tagliare i tassi in futuro per rispondere a un rallentamento economico. Lo spread tra il Treasury a 2 e quello a 10 anni, il cosiddetto 2s10s, è la versione più citata di questo segnale: è rimasto invertito per gran parte del periodo 2022-2024, la sequenza di chiusure invertite più lunga mai registrata, eppure una recessione formalmente dichiarata negli Stati Uniti non è arrivata, un promemoria utile sul fatto che le inversioni segnalano un rischio, non una certezza.

A fine luglio 2026 il 2s10s è tornato positivo, anche se di poco, dopo essere sceso quasi a zero a metà giugno. Il segnale però non è univoco: la parte a brevissimo termine della curva resta relativamente tesa, la pancia centrale è piatta e solo la parte lunga si è mossa verso l’alto in modo deciso, una combinazione che gli analisti definiscono spesso un tipico assetto di tarda fase del ciclo economico, non l’allarme rosso di una recessione imminente, ma nemmeno il segnale di ripresa netta che accompagna in genere un ciclo di allentamento monetario già completato.

Il term premium è tornato: cosa dice il modello ACM della Fed di New York

Non tutto l’aumento dei rendimenti a lungo termine dipende da quanto la Fed alzerà o taglierà i tassi nei prossimi mesi. C’è una seconda componente, più tecnica ma altrettanto importante: il term premium, cioè il compenso extra che gli investitori chiedono per il rischio di tenere in portafoglio un’obbligazione a lunga scadenza invece di rinnovare ogni pochi mesi un titolo a breve termine. Più il term premium è alto, più il mercato teme sorprese, sull’inflazione, sull’offerta di debito pubblico, sulla stabilità politica, lungo un orizzonte di dieci o trent’anni.

Il modello di riferimento per stimarlo è quello sviluppato dagli economisti Tobias Adrian, Richard Crump ed Emanuel Moench, noto come modello ACM, pubblicato dalla Federal Reserve Bank di New York. Secondo questi dati, il term premium sul Treasury decennale è tornato positivo per la prima volta dal 2023, attestandosi intorno allo 0,73% in aprile 2026 e allo 0,47% alla fine di giugno, un valore che si colloca comunque intorno al 35esimo percentile della distribuzione storica degli ultimi sessantacinque anni: alto rispetto agli anni più recenti, tutt’altro che estremo su un orizzonte più lungo.

Perché conta per chi investe in crypto? Perché un term premium positivo significa che parte del rialzo dei rendimenti a lungo termine non riflette solo aspettative di crescita o inflazione più forte, ma un prezzo più alto richiesto semplicemente per la duration in sé. È lo stesso principio che rende gli asset a duration lunga, come le azioni growth non ancora profittevoli o i progetti crypto il cui valore dipende da un’adozione futura, più sensibili ai movimenti dei tassi reali rispetto a un’azienda con utili solidi e immediati.

Treasury, Bund e BTP a confronto: la fotografia di fine luglio 2026

Guardare un solo rendimento in isolamento dice poco: quello che conta per un investitore europeo, e in particolare italiano, è il confronto relativo. La tabella seguente fotografa la situazione di fine luglio 2026 per i tre titoli di riferimento dell’area euro-dollaro.

Titolo di StatoPaeseRendimento a 10 anniTasso guida banca centraleUltimo movimento rilevante
TreasuryStati Uniti~4,68% (24-25 luglio 2026)3,50%-3,75% (Fed Funds)Fermo dopo 3 tagli a fine 2025; FOMC il 28-29 luglio
BundGermania~3,20% (23 luglio 2026)2,25% (tasso sui depositi BCE)BCE ferma il 23 luglio; rialzo dello 0,25% l’11 giugno
BTPItalia~4,04% (23 luglio 2026)2,25% (area euro)Spread BTP-Bund a 84 punti base

Il dato che salta agli occhi è che il Bund tedesco, il benchmark «privo di rischio» dell’Eurozona, è salito quasi quanto il BTP nelle ultime settimane: lo spread, più stretto a inizio mese, si è allargato fino agli 84 punti base riportati da ANSA il 23 luglio. Non è quindi il BTP da solo a muoversi: è tutta la parte lunga della curva euro a essersi ripresa, con l’Italia che paga comunque un premio aggiuntivo per il proprio debito.

Lo spread BTP-Bund: il termometro del rischio Italia

Per un risparmiatore italiano lo spread BTP-Bund non è un numero astratto da telegiornale: è il termometro con cui il mercato misura il rischio di credito percepito sul debito pubblico italiano rispetto a quello, considerato il benchmark più sicuro dell’area euro, della Germania. Più lo spread sale, più aumenta il costo a cui lo Stato italiano si finanzia, con effetti a cascata su mutui, prestiti alle imprese e, indirettamente, sulla fiducia degli investitori esteri.

Il contesto in cui si muove lo spread nel 2026 non è dei più leggeri. Il Documento di Finanza Pubblica 2026 fissa il rapporto debito/PIL italiano al 138,6%, in salita dal 137,1% di fine 2025, mentre secondo diverse analisi basate sui dati di Bankitalia l’Italia si appresta a superare la Grecia come Paese con il rapporto debito/PIL più alto dell’intera Eurozona. Allo stesso tempo la quota di debito pubblico detenuta direttamente da Bankitalia è scesa al 17,3%, mentre cresce il peso di investitori privati e internazionali, una composizione che rende il BTP più sensibile agli umori del mercato globale rispetto a quando la banca centrale ne assorbiva una fetta più ampia.

Per i piccoli risparmiatori, il Tesoro ha comunque mantenuto viva l’offerta di titoli pensati per il mercato retail, come il BTP Valore, con cedole variabili crescenti nel tempo e un premio di fedeltà per chi sottoscrive in fase di collocamento e detiene il titolo fino a scadenza; il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha confermato l’intenzione di proseguire con nuove emissioni dedicate al retail nel corso del 2026. Chi confronta il rendimento cedolare di questi titoli, tassato al 12,5% come tutti i titoli di Stato italiani, con il regime fiscale delle plusvalenze su Bitcoin ed Ethereum, opera in realtà due scelte di portafoglio molto diverse tra loro: da un lato un flusso cedolare relativamente prevedibile, dall’altro un asset volatile senza flussi di cassa. Vale la pena ricordare che il trattamento fiscale delle crypto in Italia dipende anche dalla natura dell’attività svolta, dal semplice trading occasionale fino a quando le operazioni assumono i tratti di un’attività d’impresa, un confine che abbiamo approfondito qui. Sul fronte della vigilanza, mentre il collocamento dei titoli di Stato passa attraverso il Tesoro e la rete di Banca d’Italia, gli exchange e i prestatori di servizi in crypto-attività operano in Italia sotto la supervisione di Consob per la correttezza dei comportamenti di mercato, insieme a Banca d’Italia per i profili prudenziali, nell’ambito del regolamento MiCA.

Tre banche centrali, tre rotte: Fed, BCE e BOJ

I rendimenti obbligazionari del 2026 raccontano anche una storia di divergenza tra le principali banche centrali, un fenomeno raro quanto rilevante per chi guarda ai mercati globali del rischio, crypto comprese.

Negli Stati Uniti la Federal Reserve, guidata dal presidente Kevin Warsh dal 22 maggio 2026, mantiene il tasso sui Fed Funds nell’intervallo 3,50%-3,75%, fermo dopo tre tagli consecutivi nella seconda parte del 2025. Il prossimo appuntamento, il FOMC del 28-29 luglio, arriva dopo un’estate di dati contrastanti: un’inflazione di giugno più debole delle attese e un mercato del lavoro più fiacco del previsto. Per una ricostruzione completa di come sono cambiati gli equilibri dentro la Fed dopo l’uscita di Jerome Powell, rimandiamo al nostro approfondimento su come la politica della Fed muove Bitcoin nel 2026.

Nell’Eurozona la Banca Centrale Europea ha invertito la rotta rispetto agli ultimi anni: dopo aver tenuto fermi i tassi per gran parte del 2025, l’11 giugno 2026 ha alzato tutti e tre i tassi di riferimento di 25 punti base, il primo rialzo dal 2023, portando il tasso sui depositi al 2,25%. La decisione è arrivata in risposta allo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente, che ha spinto l’inflazione HICP di giugno al 2,8%. Nella riunione del 23 luglio il Consiglio direttivo ha lasciato i tassi invariati, ma la presidente Christine Lagarde ha lasciato la porta aperta a un nuovo rialzo a settembre, dichiarando secondo quanto riportato da Euronews che «il carico della prova è sui dati» e che l’impatto pieno dello shock energetico sull’inflazione «deve ancora manifestarsi del tutto». Diversi membri del Consiglio direttivo avrebbero già spinto per un rialzo immediato, segno di un dibattito interno tutt’altro che chiuso.

In Giappone, infine, la Bank of Japan ha proseguito il proprio ciclo di normalizzazione più lento ma altrettanto storico: a giugno 2026 ha alzato il tasso di riferimento di 25 punti base all’1%, come riportato da Bloomberg, il livello più alto in circa tre decenni, con il governatore Kazuo Ueda assente dal voto per motivi di salute. Un membro del board, Tamura, ha indicato l’intenzione di proseguire con rialzi di 25 punti base ogni pochi mesi verso un tasso neutrale intorno al 2%. Tre banche centrali, tre traiettorie diverse: esattamente il tipo di divergenza che storicamente amplifica la volatilità valutaria e, di riflesso, quella degli asset più sensibili alla liquidità globale come Bitcoin.

Le aste del Tesoro USA: domanda, offerta e il rendimento del trentennale

Un altro ingranaggio spesso ignorato da chi guarda solo al prezzo di Bitcoin è il calendario delle aste del Tesoro USA. Ogni mese il Dipartimento del Tesoro colloca centinaia di miliardi di dollari in nuovi Treasury per rifinanziare il debito in scadenza e coprire il disavanzo federale; il modo in cui il mercato assorbe questa offerta, misurato da indicatori come il bid-to-cover, quante volte la domanda copre l’offerta, e il cosiddetto tail, di quanto il rendimento di aggiudicazione supera le attese pre-asta, è un termometro diretto dell’appetito degli investitori per il debito pubblico americano.

Il 9 luglio 2026 Bloomberg segnalava che l’asta imminente del trentennale si preparava a registrare uno dei rendimenti più alti degli ultimi vent’anni; l’asta ha poi effettivamente chiuso intorno al 5,06%, il livello più alto in quasi vent’anni, un dato che riflette sia le attese di inflazione sia il term premium in risalita descritto più sopra. Non è un episodio isolato: già il 30 aprile 2026 il rendimento del trentennale aveva toccato il 5%, il massimo da luglio 2025, in una giornata in cui Bitcoin scendeva a circa 75.670 dollari, secondo CoinDesk.

In quell’occasione due voci del settore hanno inquadrato bene il meccanismo di trasmissione. Diana Pires, Chief Business Officer di sFOX, ha osservato che «a questo punto la dinamica è semplice: finché i rendimenti restano interessanti e la politica monetaria resta restrittiva, il capitale ha un’alternativa reale al rischio». Sulla stessa linea Vikram Subburaj, CEO della piattaforma Giottus, ha notato che «l’aumento dei rendimenti dei Treasury insieme a un dollaro più forte ha storicamente pesato sulle valutazioni crypto, inasprendo le condizioni finanziarie complessive».

Va detto, per onestà intellettuale, che il rapporto non è meccanico: appena due settimane dopo, il 15 maggio 2026, con il rendimento a 2 anni al 4,05% e quello a 10 anni al 4,5%, ai massimi di 12 mesi secondo sempre CoinDesk, Bitcoin quotava intorno agli 81.000 dollari, più alto rispetto ad aprile. Rendimenti e prezzo di Bitcoin si sono mossi nella stessa direzione per settimane, prima di tornare a divergere in estate: un promemoria che i rendimenti sono un input importante, non l’unica variabile nell’equazione.

Stablecoin e riserve in Treasury: il motore nascosto di USDT e USDC

C’è un canale attraverso cui i rendimenti obbligazionari toccano il cuore stesso dell’infrastruttura crypto, ed è quello delle riserve delle stablecoin. Tether e Circle, gli emittenti di USDT e USDC, non tengono i dollari degli utenti fermi su un conto corrente: li investono in larghissima parte in titoli di Stato USA a brevissima scadenza e operazioni di pronti contro termine, incassando loro stessi gli interessi generati. La tabella seguente riassume le dimensioni in gioco a fine luglio 2026.

EmittenteStablecoinFornitura in circolazioneRiserve in Treasury/T-bill USA
TetherUSDT~184 mld $ (24 luglio 2026)~141 mld $ di esposizione diretta e indiretta ai Treasury USA (Q1 2026); 17° maggiore detentore al mondo
CircleUSDC~73,7 mld $ (fine giugno 2026)~80% delle riserve in un fondo monetario governativo gestito da BlackRock, in T-bill a breve scadenza e pronti contro termine

Per dare un’idea della scala, l’esposizione di Tether da sola basta a collocare l’azienda tra i primi venti detentori di debito pubblico americano al mondo, davanti a diversi Paesi sovrani, secondo l’analisi di CryptoSlate. L’intero mercato delle stablecoin ha superato i 315 miliardi di dollari di capitalizzazione complessiva nel 2026, il che significa che decine di miliardi di flussi mensili spostano prezzi e domanda proprio nell’angolo a brevissima scadenza della curva dei rendimenti, quello dei buoni del Tesoro a pochi mesi.

Questo legame non è più solo di fatto ma anche di diritto: il GENIUS Act, firmato il 18 luglio 2025 e con le regole attuative dovute entro il 18 luglio 2026 secondo il Congressional Research Service, impone agli emittenti di stablecoin regolamentate di detenere riserve composte da contante, Treasury con scadenza residua entro 93 giorni e pronti contro termine garantiti da Treasury o fondi monetari governativi, su base di parità 1:1 con i token in circolazione. La legge vieta esplicitamente di redistribuire agli utenti gli interessi maturati su queste riserve: il rendimento resta all’emittente, non al possessore del token. È un dettaglio che spiega perché Tether abbia continuato a generare profitti miliardari anche nei mesi di mercato debole, ma è anche il motivo per cui un ciclo di tagli dei tassi da parte della Fed comprimerebbe direttamente i margini di questo modello di business, molto più di quanto non faccia con un normale exchange crypto.

Rendimenti reali e la narrativa del digital gold

Un’altra distinzione che il mercato obbligazionario porta con sé, e che spesso si perde nelle discussioni su Bitcoin, è quella tra rendimento nominale e rendimento reale, cioè al netto dell’inflazione attesa. Il rendimento reale si legge direttamente sui Treasury Inflation-Protected Securities, i TIPS, indicizzati all’inflazione: quando il rendimento reale sale, un investitore che compra oggi un TIPS decennale si assicura un potere d’acquisto futuro più alto senza esporsi al rischio di prezzo di un asset come l’oro o Bitcoin.

Nel corso del 2026 i rendimenti reali sui TIPS sono tornati su livelli che non si vedevano da diversi anni, ben al di sopra della media dell’ultimo decennio, complice proprio la risalita del term premium descritta in precedenza. È una dinamica che in teoria dovrebbe pesare più su Bitcoin che sull’oro: entrambi non generano flussi di cassa, ma l’oro ha una storia bimillenaria come riserva di valore e una domanda strutturale da parte delle banche centrali che Bitcoin non ha ancora costruito allo stesso modo. Quando i rendimenti reali salgono, il costo opportunità di tenere in portafoglio un asset senza cedola aumenta per entrambi, ma il mercato tende a punire con più durezza l’asset più giovane e più volatile nei momenti di stress, salvo poi premiarlo nei periodi in cui prevale la narrativa opposta, quella di Bitcoin come copertura contro la sfiducia nella moneta fiat e nella sostenibilità del debito pubblico stesso.

È qui che il ragionamento si chiude in parte su se stesso: più il debito pubblico globale cresce, quello italiano compreso, più aumenta sia il rendimento richiesto dagli investitori per finanziarlo, il term premium di cui sopra, sia, per una parte crescente di investitori, l’attrattiva di un asset a offerta fissa come Bitcoin come alternativa di lungo periodo. Le due forze convivono e spiegano perché la correlazione tra rendimenti e Bitcoin nel 2026 sia tutt’altro che stabile.

Spread creditizi e carry trade dello yen: i segnali di rischio da non ignorare

I rendimenti dei titoli di Stato non vivono isolati: si muovono insieme, anche se non sempre nella stessa misura, agli spread creditizi delle obbligazioni societarie, cioè il rendimento aggiuntivo che le aziende pagano rispetto al titolo di Stato di pari scadenza. Gli spread sono entrati nel 2026 tra i più compressi degli ultimi 25 anni, un segnale di forte propensione al rischio da parte del mercato; lo shock legato al conflitto in Medio Oriente ha poi allargato in modo più visibile gli spread sull’high yield rispetto a quelli, più stabili, sul segmento investment grade. Quando questi spread si allargano in modo brusco, è quasi sempre un segnale che il mercato sta ritirando liquidità dagli asset più rischiosi, crypto comprese, non solo dalle obbligazioni societarie di qualità inferiore.

Il secondo segnale da monitorare arriva da un angolo meno scontato: il carry trade dello yen giapponese. Per anni gli investitori si sono indebitati a tassi giapponesi vicini allo zero per investire in asset a rendimento più alto altrove, dai Treasury USA alle azioni tecnologiche, fino alle criptovalute. Con la Bank of Japan che nel 2026 ha proseguito il proprio ciclo di rialzi fino all’1% e i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi saliti ai massimi da diversi decenni, quel differenziale si è ridotto, rendendo il carry trade meno conveniente e spingendo alcuni investitori a chiudere le posizioni, il che significa vendere gli asset esteri acquistati a debito e riacquistare yen per ripagare i prestiti. È esattamente la dinamica che nell’agosto 2024 aveva innescato una delle correzioni più brusche e rapide di Bitcoin e dei mercati azionari globali in poche sedute: un rialzo dei tassi giapponesi apparentemente marginale che si era propagato attraverso la leva finanziaria globale.

Nessuno dei due segnali, spread creditizi o carry trade, è specifico di Bitcoin. Sono entrambi indicatori di quanto sia disponibile e a buon mercato la liquidità globale, la vera materia prima di cui si nutrono gli asset più speculativi. Ignorarli concentrandosi solo sul grafico del prezzo di Bitcoin significa guardare la conseguenza e non la causa.

Duration e portafoglio: cosa insegna il mercato obbligazionario a chi investe in crypto

Nel mondo obbligazionario la duration misura quanto il prezzo di un titolo reagisce a una variazione dei tassi: più lunga la scadenza e più basso il rendimento cedolare, più il prezzo oscilla quando i rendimenti si muovono. Lo stesso concetto, applicato in modo meno preciso ma comunque utile, si presta a leggere il comparto crypto. Un progetto la cui adozione e i cui ricavi sono attesi tra molti anni si comporta, dal punto di vista della sensibilità ai tassi, più come un’obbligazione a lunghissima scadenza che come un asset a flusso di cassa immediato: quando il tasso con cui il mercato sconta quei flussi futuri sale, il valore attuale di quella promessa scende, spesso più che proporzionalmente.

È il caso di molti progetti nel comparto dell’intelligenza artificiale decentralizzata, dove il valore dipende in larga parte da un’adozione futura di infrastrutture di calcolo, inferenza o addestramento ancora agli inizi: reti come Bittensor o piattaforme di inferenza decentralizzata promettono flussi di valore legati a una domanda di calcolo AI on-chain che, per quanto in crescita, resta in gran parte ipotetica rispetto ai volumi delle reti tradizionali. Non significa che questi progetti siano meno validi di un asset a duration corta: significa che la loro valutazione è strutturalmente più sensibile a un term premium in risalita rispetto, per esempio, a Bitcoin stesso, il cui investment case si basa più sulla scarsità dell’offerta che su flussi di cassa attesi.

Per un investitore retail italiano, tradurre questo ragionamento in pratica significa innanzitutto non trattare «crypto» come un blocco unico: un conto è un’allocazione core in Bitcoin pensata come riserva di valore a lunghissimo termine, un altro è un’esposizione satellite a progetti ad alta duration come l’AI crypto, che si muovono con più violenza a ogni ritocco delle aspettative sui tassi. Alcuni gestori professionali costruiscono in parallelo una componente obbligazionaria a scadenze scaglionate, BOT e BTP di durata diversa, non tanto per sostituire l’esposizione crypto quanto per avere una riserva di liquidità che rende un tasso reale positivo, oggi più alto rispetto a qualche anno fa, da cui attingere nelle fasi di ribasso senza dover liquidare posizioni crypto nel momento peggiore.

Cosa monitorare da qui a settembre 2026

Chi vuole seguire l’evoluzione di questi indicatori nelle prossime settimane ha un calendario piuttosto fitto da tenere d’occhio:

  • FOMC del 28-29 luglio 2026: la Fed deciderà se tenere fermo il tasso tra 3,50% e 3,75% o avviare un nuovo taglio, dopo un’inflazione di giugno più debole delle attese e un mercato del lavoro in raffreddamento.
  • Riunione BCE di settembre: Christine Lagarde ha lasciato la porta aperta a un possibile rialzo, condizionato all’evoluzione dei prezzi energetici legati al conflitto in Medio Oriente.
  • Calendario delle aste del Tesoro USA: dopo il rendimento record del trentennale a luglio, il prossimo refunding trimestrale darà indicazioni sull’entità dell’offerta di nuovo debito nei mesi successivi.
  • Prossima riunione della Bank of Japan: un ulteriore rialzo verso l’obiettivo neutrale del 2% indicato dal board avrebbe effetti diretti sul carry trade dello yen.
  • Aste BTP e nuove emissioni retail: il Tesoro italiano ha confermato l’intenzione di proseguire con collocamenti dedicati ai piccoli risparmiatori, un indicatore indiretto di quanto lo Stato ritenga necessario allargare la platea dei creditori nazionali.

Nessuno di questi appuntamenti da solo determinerà la direzione di Bitcoin nelle prossime settimane, ma insieme compongono il contesto di liquidità e propensione al rischio dentro cui si muovono tutti gli asset finanziari, crypto comprese. Guardare solo il grafico del prezzo, ignorando la curva dei rendimenti che gli sta dietro, significa perdere metà della storia.

Domande frequenti

Cos’è il term premium di un’obbligazione?

Il term premium è il compenso extra richiesto dagli investitori per detenere un’obbligazione a lunga scadenza invece di rinnovare più volte un titolo a breve termine. Secondo il modello ACM della Federal Reserve Bank di New York, il term premium sul Treasury decennale è tornato positivo nel 2026 per la prima volta dal 2023, un segnale che parte del rialzo dei rendimenti a lungo termine riflette un premio per il rischio e non solo le attese sui tassi futuri.

Perché lo spread BTP-Bund influenza gli investimenti in Bitcoin?

Lo spread BTP-Bund misura il rischio di credito percepito sul debito italiano rispetto a quello tedesco. Quando si allarga, riflette un contesto di maggiore incertezza sui mercati europei che in genere si accompagna a una minore propensione al rischio in generale, compresi gli asset più volatili come Bitcoin; quando si restringe, segnala un clima più favorevole al rischio su tutta la gamma degli investimenti, crypto incluse.

Come influenzano i rendimenti obbligazionari il prezzo di Bitcoin?

Rendimenti più alti aumentano il costo opportunità di tenere un asset come Bitcoin che non paga cedole né dividendi, rendendo relativamente più attraenti i titoli di Stato a basso rischio. Alzano inoltre il tasso con cui il mercato sconta i flussi di valore futuri dei progetti crypto più speculativi. La relazione non è però meccanica: nel 2026 Bitcoin si è mosso talvolta nella stessa direzione dei rendimenti, talvolta in direzione opposta, a seconda di quale altro fattore, liquidità globale, dollaro, propensione al rischio, prevalesse in quel momento.

Perché Tether e Circle comprano così tanti titoli di Stato americani?

Il GENIUS Act impone agli emittenti di stablecoin regolamentate di detenere riserve a parità 1:1 con i token in circolazione, composte da contante, Treasury a breve scadenza entro 93 giorni e pronti contro termine garantiti da Treasury. Tether e Circle investono quindi la stragrande maggioranza delle riserve di USDT e USDC in questi strumenti, incassando gli interessi generati senza obbligo di ridistribuirli ai possessori dei token.

Una curva dei rendimenti invertita significa sempre recessione in arrivo?

Storicamente un’inversione della curva, in particolare dello spread tra Treasury a 2 e 10 anni, ha preceduto quasi tutte le recessioni degli ultimi cinquant’anni, ma non garantisce un esito recessivo entro un tempo preciso. L’inversione del 2022-2024, tra le più lunghe mai registrate, non è stata seguita da una recessione formalmente dichiarata negli Stati Uniti fino alla metà del 2026, un esempio di come il segnale vada letto insieme ad altri indicatori, non isolatamente.

A cura di Liam Brennan, redazione di HOGE Wire.

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