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● Macro & TradFi

Debanking crypto: la banca dice no, Kraken si compra una banca

Le banche non scelgono solo se offrire crypto: scelgono se servire chi ci lavora. Tra debanking americano e paradosso MiCA, l'industria risponde comprando banche.

Il 14 ottobre 2026 due notizie sono arrivate quasi nello stesso momento, dalle due sponde dell’Atlantico, e lette insieme raccontano lo stato reale dei rapporti tra banche e criptovalute meglio di qualsiasi convegno. A Washington l’Office of the Comptroller of the Currency (OCC), il regolatore delle banche nazionali statunitensi, ha pubblicato un rapporto di 47 pagine che mette nero su bianco una cosa che l’industria ripeteva da anni: le grandi banche hanno chiuso le porte agli operatori del settore. Dall’Europa è arrivata la risposta speculare: Payward, la società che controlla l’exchange Kraken, ha firmato un accordo per comprarsi una banca con licenza europea.

Sono i due lati della stessa medaglia, una medaglia di cui abbiamo parlato molto ma quasi sempre da una faccia sola. Quando si discute di politica bancaria sulle crypto si pensa quasi sempre a che cosa la banca decide di offrire: custodia, certificati ed ETP, stablecoin di marca propria. È la storia delle banche italiane passate dalla difesa all’attacco. Esiste però una domanda precedente, più ruvida e meno raccontata: la banca vuole avere come cliente chi lavora con le crypto? Quando la risposta è no, e per anni lo è stata, si chiama debanking. È di questo che parliamo qui.

Tre domande diverse, non una sola

Il punto di partenza, spesso confuso nel dibattito, è che una banca non si pone una sola domanda sulle criptovalute, ma tre, e ciascuna ha una risposta regolatoria diversa. La prima: devo tenere Bitcoin nel mio bilancio? La seconda: devo tenere come cliente un exchange, un emittente di stablecoin, una software house del settore? La terza: devo vendere prodotti cripto ai miei correntisti? Confondere le tre domande è la ragione per cui tanti commenti attribuiscono al requisito di capitale del 1250 per cento colpe che non ha, e per cui si ripete che MiCA «risolve il problema bancario» quando MiCA, in realtà, risponde solo alla terza domanda.

La domandaIl regime che rispondeFattore decisivoEsempio concreto
La banca detiene crypto in proprio?Regole di Basilea (SCO60), CRR3 nell’UERequisito di capitale fino al 1250%Bitcoin iscritto nell’attivo della banca
La banca serve un’impresa del settore?Antiriciclaggio e linee guida EBA, rischio reputazionaleDe-risking e costo della complianceIl conto corrente di un exchange o di un CASP
La banca offre crypto ai clienti?MiCA per custodia ed emissione, MiFID II per gli ETPLicenza e idoneità del prodottoUn certificato legato a un ETF su Bitcoin

Le prime due colonne dicono tutto. La prima domanda appartiene al mondo prudenziale, è il tema del muro di capitale di Basilea; la terza appartiene a MiCA e alla MiFID II, ed è ormai un terreno battutissimo. La seconda, quella del conto corrente negato all’impresa crypto, vive invece in una zona grigia fatta di antiriciclaggio, rischio reputazionale e pura convenienza commerciale. È la domanda meno studiata e, nel 2026, quella politicamente più calda.

Perché una banca chiude il conto

Dal punto di vista di un direttore rischi, servire un cliente che muove criptovalute è un problema di margine contro scrutinio. L’antiriciclaggio impone controlli rafforzati: capire l’origine dei fondi, tracciare i flussi verso e da wallet non ospitati, applicare la Travel Rule, archiviare tutto in vista di un’ispezione. Ogni segnalazione di operazione sospetta costa ore di lavoro; ogni errore può costare una sanzione a sei o sette cifre. Per un conto che magari genera poche migliaia di euro di commissioni l’anno, l’equazione raramente torna.

A questo si somma il cosiddetto rischio reputazionale: la paura, difficile da quantificare ma reale nelle stanze del credito, di finire sui giornali come la banca dei bitcoiner il giorno in cui un exchange cliente salta. E c’è la pressione delle banche corrispondenti, quelle che forniscono l’accesso al dollaro o ai circuiti di pagamento: se la corrispondente americana storce il naso davanti a un cliente crypto, la banca europea preferisce spesso non rischiare la relazione. Il risultato non è una decisione caso per caso, ma una scelta di categoria: si evita l’intero settore. L’EBA lo chiama de-risking, cioè il rifiuto di avviare o la decisione di chiudere rapporti con intere categorie di clienti ritenute a rischio più alto, invece di gestire il rischio del singolo rapporto.

Il de-risking non è illegale, ed è proprio questo il nodo. Una banca è libera di scegliere i propri clienti, e i regolatori per anni hanno incoraggiato prudenza. Ma quando la prudenza diventa esclusione automatica di un settore legale e autorizzato, smette di essere gestione del rischio e diventa, nei fatti, una barriera all’ingresso decisa da soggetti privati. È qui che, negli Stati Uniti, la questione è esplosa.

Il muro del capitale e il muro del conto

Vale la pena sciogliere subito un equivoco, perché torna in quasi ogni discussione. Il famigerato requisito di capitale del 1250 per cento, fissato dal Comitato di Basilea nello standard SCO60 ed entrato in vigore il 1 gennaio 2026, riguarda la prima domanda, non la seconda. Dice che se una banca iscrive Bitcoin o Ether (classificati come attività del Gruppo 2b) nel proprio bilancio, deve coprirli con capitale pari al loro intero valore, come se potessero azzerarsi dall’oggi al domani. È un muro altissimo, e infatti nessuna banca europea tiene criptovalute in proprio in quantità significative. Ma quel muro non c’entra con il conto corrente di un exchange: lì la banca non detiene crypto, detiene euro del cliente e presta un servizio di pagamento.

Confondere i due muri porta a conclusioni sbagliate. Si legge spesso che «Basilea rende antieconomico servire i clienti crypto»: non è vero in senso prudenziale, perché gestire il conto in euro di un’impresa autorizzata non genera un’esposizione in criptovalute e quindi non attiva il 1250 per cento. Ciò che rende faticoso quel conto è il costo della compliance antiriciclaggio e il rischio reputazionale, non il requisito patrimoniale. La distinzione non è accademica: se il problema fosse il capitale, servirebbe una riforma di Basilea; se il problema è il de-risking, servono regole sull’accesso ai servizi, che sono un’altra materia. Per capire quanto il capitale pesi davvero sui bilanci delle banche, e dove si annidano i rischi veri, abbiamo dedicato un’analisi alla duration nascosta dei BTP.

Il Comitato di Basilea, va detto, ha avviato il 25 febbraio 2026 una revisione mirata proprio dello standard sulle cripto-attività, con un aggiornamento promesso «entro l’anno»; a metà ottobre 2026 non era ancora stato pubblicato. Ma anche un ritocco al 1250 per cento, per quanto atteso, toccherebbe la prima domanda, non la seconda. Il debanking resterebbe dov’è.

Chokepoint 2.0: la lunga guerra americana sul conto

Negli Stati Uniti il debanking crypto ha un nome informale, Operation Chokepoint 2.0, in richiamo a una vecchia iniziativa dell’era Obama che spingeva le banche a tagliare fuori interi settori sgraditi. Nella sua versione cripto, la tesi dell’industria era che tra il 2022 e il 2024 le agenzie bancarie avessero spinto, con moral suasion e lettere riservate, a chiudere i rubinetti verso exchange, emittenti e startup del settore. Per anni è rimasta un’accusa senza prove documentali, finché le richieste di accesso agli atti presentate da Coinbase non hanno fatto emergere le cosiddette pause letters della FDIC, con cui alcune banche venivano invitate a sospendere o a non espandere le attività cripto.

Il volto di questa battaglia è stato Custodia Bank, l’istituto del Wyoming fondato da Caitlin Long. Custodia aveva chiesto alla Federal Reserve un master account, cioè l’accesso diretto al sistema dei pagamenti senza passare da una banca corrispondente, e se l’è visto negare. La causa che ne è seguita, avviata nel 2022, si è chiusa male per l’industria: il 31 ottobre 2025 la Corte d’appello del Decimo Circuito ha stabilito, due giudici contro uno, che le Federal Reserve Bank hanno piena discrezionalità nel concedere o rifiutare un master account anche a un soggetto astrattamente idoneo; la richiesta di riesame in seduta plenaria è stata respinta sette a tre, e a Custodia non resta che tentare la Corte Suprema.

Long non ha mai nascosto il prezzo di quella esclusione. In una conversazione pubblica a inizio 2025 aveva avvertito che la partita non era affatto chiusa: era prematuro dichiarare finito il debanking, aveva detto, raccontando che la sua banca era stata presa di mira ripetutamente dagli sforzi di esclusione, a un costo di un paio di milioni di dollari e di mesi di lavoro perso. Il suo punto era che le agenzie si muovono a velocità diverse: l’OCC e la FDIC potevano anche abbandonare le linee dure, ma finché la Fed non si fosse allineata, il collo di bottiglia sarebbe rimasto. È esattamente ciò che il 2026 avrebbe messo alla prova. Sul versante dell’enforcement e della custodia negli Stati Uniti vale la pena leggere come la SEC abbia aperto all’autocustodia.

L’ordine di Trump e il rapporto OCC del 14 ottobre

Il 2026 è stato l’anno in cui Washington ha provato a smontare il debanking dall’alto. Il percorso era cominciato prima: già il 20 marzo 2025 l’OCC aveva ordinato ai propri ispettori di valutare le banche solo su rischi misurabili e oggettivi, togliendo di mezzo la categoria vaga del rischio reputazionale; il 23 giugno 2025 la Federal Reserve aveva fatto lo stesso per i propri programmi di vigilanza; la FDIC aveva avviato una regolamentazione nella stessa direzione. Il 7 agosto 2025 il presidente Trump aveva messo il sigillo politico firmando un ordine esecutivo intitolato «Guaranteeing Fair Banking for All Americans», che impone alle agenzie di eliminare il rischio reputazionale come motivo per negare o chiudere un conto e di rimediare ai casi passati.

Il rapporto pubblicato il 14 ottobre 2026 è il primo bilancio di quell’operazione. Su nove grandi banche esaminate, l’OCC ha riconosciuto che molte avevano imposto restrizioni alle attività in asset digitali: «Many institutions also placed restrictions on banking digital asset activities, including on issuers, exchanges, or administrators, often attributed to financial crime considerations», si legge nel documento, cioè restrizioni verso emittenti, exchange e operatori, spesso giustificate con il timore di reati finanziari. Il comptroller Jonathan Gould ha sostenuto che molte di quelle scelte non nascevano da un rischio finanziario reale, ma dalla paura di titoli di giornale negativi e di contraccolpi reputazionali. Allo stesso tempo, l’agenzia ha ammesso di non essere riuscita a quantificare in modo completo la portata del fenomeno e di non poter citare esempi specifici di debanking cripto: una franchezza che dice molto su quanto sia difficile provare, carte alla mano, una pratica fatta di telefonate e di conti chiusi per generici motivi commerciali.

Il quadro americano, a fine 2026, è quindi ambivalente: le regole sono cambiate, la retorica pure, ma i tribunali continuano a dare ragione alla Fed sulla discrezionalità e la prova che il debanking sia finito non c’è. La tabella seguente riassume i passaggi chiave.

DataPassaggioSignificato
2022-2024Pause letters della FDIC e pressioni informaliLa fase dura di Chokepoint 2.0
20 mar 2025L’OCC toglie il rischio reputazionale dagli esamiPrima agenzia a cambiare rotta
23 giu 2025La Fed fa lo stesso nei suoi programmi di vigilanzaSi allinea anche la banca centrale
7 ago 2025Trump firma l’ordine sul fair bankingIl debanking diventa un tema federale
31 ott 2025Custodia perde in appello sul master accountI giudici confermano la discrezionalità della Fed
12 dic 2025L’OCC approva le prime trust bank criptoLe crypto entrano nel perimetro bancario
14 ott 2026Rapporto OCC: debanking riconosciuto ma non quantificatoIl bilancio di un anno di riforme

Il paradosso MiCA: la licenza non apre le porte

In Europa la storia ha preso un’altra piega, ma per molte imprese il risultato non è così diverso. L’Unione ha scelto di affrontare il problema con una licenza: il regolamento MiCA, il cui periodo transitorio si è chiuso il 1 luglio 2026, ha creato una categoria di operatore autorizzato, il CASP (crypto-asset service provider), vigilato, con requisiti di capitale e di governance. L’idea implicita era che un timbro regolatorio avrebbe sciolto la diffidenza delle banche: se l’autorità ti ha autorizzato, la banca può aprirti il conto senza temere sorprese. Al 7 ottobre 2026 il registro dell’ESMA contava oltre 360 operatori autorizzati nei paesi dello Spazio economico europeo.

La realtà si è rivelata più ostinata. Gli analisti parlano apertamente di paradosso MiCA: avere la licenza non equivale ad avere un conto. Secondo le stime di settore citate in quell’analisi, solo una piccola minoranza delle startup cripto riesce ad aprire un conto bancario senza vederselo poi chiudere, e nel Regno Unito una quota consistente dei bonifici verso gli exchange viene ancora bloccata o rallentata dalle grandi banche. Il motivo è lo stesso del caso americano: la licenza MiCA dice alla banca che il cliente è legale, non che sia economico da servire. I costi di compliance antiriciclaggio restano, il rischio reputazionale resta, la prudenza delle corrispondenti resta. La licenza sposta la questione, non la cancella.

C’è di più: proprio perché MiCA ha alzato l’asticella, alcuni grandi operatori hanno preferito uscire. Binance ha ritirato la domanda di licenza in Grecia a giugno 2026 e ha smesso di servire i clienti dell’Unione dal 1 luglio. Il mercato si è consolidato attorno a chi ha scelto di stare dentro il perimetro, e per questi la relazione con una banca è diventata una questione di sopravvivenza operativa, non un dettaglio.

L’arsenale europeo: diritto al conto e linee guida EBA

L’Unione non si è affidata solo a MiCA. Contro il de-risking indiscriminato esistono due leve. La prima è il diritto al conto di base: la direttiva europea sui conti di pagamento (2014/92/UE) impone alle banche di offrire a ogni consumatore residente nell’Unione un conto con funzioni essenziali, con accesso non discriminatorio. Attenzione però al confine, perché qui si gioca tutto: questo diritto tutela la persona fisica, non l’impresa. Al privato che si è visto chiudere il conto perché comprava Bitcoin la direttiva offre un appiglio; all’exchange che cerca un conto aziendale, no.

La seconda leva sono le linee guida dell’EBA, l’Autorità bancaria europea. Nel 2023 l’EBA ha pubblicato orientamenti specifici su gestione del rischio di riciclaggio e accesso ai servizi finanziari, in cui si dice a chiare lettere che rifiutare o chiudere i rapporti con intere categorie di clienti, senza una valutazione del rischio individuale, non è conforme: la risposta corretta al rischio è gestirlo, non espellere il cliente. È la condanna esplicita del de-risking di categoria. Dall’altro lato, però, sempre l’EBA ha esteso ai CASP, a partire dal 30 dicembre 2024, le stesse regole antiriciclaggio che valgono per banche e istituti finanziari, imponendo loro controlli pesanti sui clienti.

Qui sta la contraddizione di fondo del sistema europeo: con una mano dice alle banche di non escludere i clienti crypto in blocco, con l’altra impone a tutti controlli così stringenti da rendere l’esclusione la scelta più comoda. A chiudere il cerchio arriva il nuovo pacchetto antiriciclaggio dell’Unione, con l’autorità unica AMLA che da Francoforte armonizzerà la vigilanza: più regole uguali per tutti, ma anche più pressione sulla compliance. Il diritto al conto resta, nei fatti, un diritto debole quando dall’altra parte c’è un intero apparato che spinge alla prudenza.

L’Italia: Consob, Banca d’Italia e il conto di base

Per il lettore italiano la cornice è questa. MiCA è stata recepita con il decreto legislativo 5 settembre 2024, n. 129, che ha diviso i compiti: alla Consob la vigilanza su trasparenza e correttezza verso gli investitori, alla Banca d’Italia il versante prudenziale e, soprattutto, quello antiriciclaggio. È la Banca d’Italia, insieme all’Unità di Informazione Finanziaria, a presidiare i controlli che una banca deve applicare quando apre un conto a un operatore cripto. Il diritto al conto di base, trasposizione italiana della direttiva europea, vale anche qui per il privato cittadino, non per l’impresa del settore.

C’è un paradosso tutto italiano in questa storia. Le stesse grandi banche che per anni hanno applicato il de-risking, guardando con sospetto chiunque nominasse Bitcoin, nel 2026 sono passate all’offensiva: Banca Sella è diventata il primo istituto italiano autorizzato in ambito MiCA alla custodia e al trasferimento di cripto-attività, Intesa Sanpaolo ha una scrivania di trading proprietario sugli asset digitali e UniCredit ha collocato un certificato legato a un ETF su Bitcoin. Lo abbiamo raccontato nel passaggio dalla difesa all’attacco.

Il punto è che offensiva e de-risking convivono senza contraddirsi davvero. Una banca può vendere a un cliente facoltoso un certificato su Bitcoin la mattina e, il pomeriggio, rifiutare il conto corrente a una startup che sviluppa wallet, perché le due decisioni rispondono a logiche diverse: la prima è un prodotto a margine alto, venduto dentro il perimetro di MiCA e della MiFID; la seconda è un rapporto a basso margine con un carico di compliance sproporzionato. Finché offrire prodotti cripto è più redditizio che fornire il servizio di base agli operatori, l’ambivalenza resterà la norma, in Italia come altrove.

La contromossa europea: comprare la banca

Se la banca non ti vuole come cliente, una soluzione radicale è diventarne una. È la logica dietro l’annuncio del 14 ottobre 2026: Payward, la holding di Kraken, ha firmato un accordo definitivo per acquisire la società che controlla Saldo Bank, un piccolo istituto con licenza bancaria in Lituania. Non un conto concesso da altri, ma la licenza in casa propria. Saldo è una banca minuscola per gli standard del settore, circa 163,9 milioni di euro di attività a fine 2025, in crescita di oltre un quinto sull’anno; ma è autorizzata in Lituania, Finlandia, Svezia e Germania, con passaporto per operare nei Paesi Bassi, e questo è ciò che conta.

L’operazione, soggetta al via libera dei regolatori e attesa in chiusura nel 2027, farebbe di Payward, secondo quanto riportato, la prima società cripto a comprarsi una banca europea. Con quella licenza Kraken potrebbe offrire ai clienti del continente depositi remunerati, prestiti, carte e pagamenti in euro, cioè l’intera gamma di servizi che fin qui doveva chiedere a partner bancari riluttanti. Arjun Sethi, co-amministratore delegato di Payward, lo ha detto senza giri di parole: «A regulated EU bank is the piece that lets us serve European clients the way a primary financial institution should: one place to hold assets, move them freely, and put them to work», cioè una banca regolamentata nell’Unione è il tassello che permette di servire i clienti europei come dovrebbe fare un’istituzione finanziaria primaria, un unico posto dove tenere gli asset, muoverli liberamente e metterli a reddito.

È la fine di un’epoca in miniatura. Per quindici anni gli exchange hanno dipeso dalle banche per il ponte tra euro e criptovalute, e quel ponte poteva essere tolto in qualsiasi momento. Comprare la banca significa internalizzare il ponte, togliere alla controparte il potere di staccare la spina. Non risolve il problema del settore, lo aggira per chi se lo può permettere.

La via americana: diventare banca, ma a metà

Negli Stati Uniti la stessa pulsione, farsi banca, ha preso una forma diversa e più limitata. Dopo l’approvazione del GENIUS Act nell’estate 2025, l’OCC ha aperto la porta alle cosiddette national trust bank charter, e il 12 dicembre 2025 ha concesso l’approvazione condizionata a cinque soggetti: Circle, l’emittente di USDC, con la sua First National Digital Currency Bank, Ripple con la Ripple National Trust Bank, più le conversioni di BitGo, Fidelity Digital Assets e Paxos. In coda ci sono Coinbase, Crypto.com, l’affiliata di Stripe Bridge, la neobanca Nubank e perfino Sony.

Attenzione però alla differenza, che è sostanziale. La trust charter americana consente di custodire gli asset dei clienti e di offrire servizi fiduciari, ma non permette di raccogliere depositi in contanti né di erogare prestiti. È una banca a metà: entra nel perimetro regolamentato, guadagna legittimità e un rapporto diretto con il regolatore, ma non diventa una banca commerciale a tutto tondo. La mossa europea di Kraken è più ambiziosa proprio qui, perché Saldo è una banca vera: i depositi li può prendere e i prestiti li può fare.

AspettoVia americana (trust charter)Via europea (acquisto di banca)
EsempiCircle, Ripple e altri (dic 2025)Kraken/Payward con Saldo (ott 2026)
Cosa si ottieneCarta bancaria nazionale fiduciariaLicenza bancaria piena nell’UE
Depositi in contantiNoSì
Erogazione di prestitiNoSì
Attività tipicaCustodia e servizi fiduciariDepositi, prestiti, pagamenti, custodia
Chi vigilaOCCRegolatori UE (Lituania e altri) con passaporto

Le due strade raccontano due filosofie regolatorie. L’America, dopo il GENIUS Act, incanala le crypto dentro una carta su misura, stretta e vigilata dal centro; l’Europa, con MiCA e il passaporto unico, lascia che un operatore compri una licenza bancaria esistente in uno Stato membro e la usi in tutti gli altri. In entrambi i casi la linea che separava la banca dall’impresa cripto si assottiglia, e il debanking, da arma delle banche, diventa la ragione per cui le crypto si fanno banca.

Stablecoin e GENIUS: perché la posta è salita

C’è una ragione per cui nel 2026 il debanking è diventato un problema di sistema e non più soltanto il fastidio di qualche startup. Le stablecoin, le monete digitali ancorate al dollaro o all’euro, hanno raggiunto una dimensione che non si può ignorare: il valore complessivo in circolazione supera i 300 miliardi di dollari, con USDT e USDC a fare la parte del leone. E una stablecoin, per definizione, vive di banche: le riserve che la garantiscono sono contanti e titoli di Stato a breve, depositati da qualche parte. Negare il conto a un emittente di stablecoin non è come negarlo a un negozio, è mettere in discussione l’infrastruttura su cui poggiano centinaia di miliardi.

Il GENIUS Act americano ha reso la cosa esplicita: per emettere una stablecoin regolamentata serve essere un soggetto vigilato, con riserve al cento per cento in contanti, depositi e titoli di Stato a brevissima scadenza, redimibili alla pari. Ma riserve di quel tipo vanno custodite in una banca o presso la banca centrale, e qui il cerchio si chiude: l’emittente di stablecoin ha bisogno della banca tanto quanto la banca, ora, inizia a volere l’emittente. La convergenza tra i due mondi non è più una scelta ideologica, è una necessità industriale. Sullo sfondo, un Bitcoin che a metà ottobre 2026 viaggia intorno ai 72.000 euro ricorda che gli asset volatili restano fuori dai bilanci bancari; ma le stablecoin, che volatili non sono, ci stanno entrando dalla porta principale.

Questo spiega perché le banche europee, Qivalis in testa con il suo progetto di stablecoin in euro promosso da un consorzio di istituti, abbiano smesso di considerare le crypto solo un rischio da evitare. Quando l’oggetto non è più il Bitcoin ma una moneta digitale a riserva piena, servire il settore e offrirne i prodotti diventano la stessa attività, e il de-risking perde una delle sue giustificazioni.

Che cosa cambia per l’utente e l’operatore italiano

Per il risparmiatore italiano la buona notizia è che l’epoca dei conti congelati per aver fatto un bonifico a un exchange è in gran parte alle spalle. Trasferire euro verso una piattaforma autorizzata MiCA, nel 2026, di solito funziona senza drammi. Restano però attriti: tetti di importo, bonifici che finiscono in revisione manuale, qualche banca che ancora tratta i movimenti cripto come sospetti per impostazione predefinita. Se un privato si vede chiudere il conto solo per questo, ha dalla sua il diritto al conto di base; vale la pena conoscerlo e, se serve, farlo valere.

Per l’impresa è più dura. Una startup italiana del settore, anche con licenza, deve mettere in conto che trovare una banca disposta a servirla è parte del business plan, non un dettaglio operativo. In pratica significa diversificare, tenere rapporti con più istituti, guardare alle banche di altri Stati membri sfruttando il mercato unico e dotarsi di una funzione compliance robusta che renda il cliente meno faticoso da gestire. La licenza MiCA aiuta nella trattativa, ma non sostituisce la fiducia operativa.

Va ricordato, infine, che il conto è solo uno dei costi dell’operare con le crypto in Italia. Alla frizione bancaria si somma quella fiscale, in un paese che sulle plusvalenze cripto ha a lungo applicato un’aliquota tra le più alte d’Europa, come abbiamo analizzato parlando dell’anomalia del 33 per cento. Accesso al conto e tassazione sono le due facce del costo reale, spesso invisibile, di stare nel settore da questa parte delle Alpi.

Convergenza o nuovo rischio sistemico?

Resta la domanda da un miliardo di euro: la fusione tra banche e crypto è una buona notizia? Chi la difende sostiene che portare gli operatori dentro il perimetro regolamentato, come banche a pieno titolo o come trust vigilate, è esattamente ciò che serve: più trasparenza, più controlli, meno zone d’ombra. Se un exchange è anche una banca, risponde a un regolatore bancario, tiene capitale, si sottopone a ispezioni. Il debanking, in questa lettura, si cura facendo delle crypto una parte ordinaria della finanza.

I più cauti vedono però un rischio speculare. Spingere le imprese cripto a comprarsi o a diventare banche non elimina il rischio, lo sposta dentro il sistema bancario, dove un problema si propaga più in fretta. Una banca di proprietà di un exchange eredita la volatilità del suo azionista; un emittente di stablecoin con licenza bancaria lega la tenuta della moneta digitale alla salute di un istituto di credito. La convergenza che risolve il problema dell’accesso può crearne uno nuovo di stabilità, ed è anche per questo che il Comitato di Basilea tiene il piede sul freno con il suo requisito di capitale e rinvia l’aggiornamento dello standard.

Sullo sfondo c’è un’alternativa pubblica: l’euro digitale. Una moneta di banca centrale accessibile a tutti, che nessuna banca privata può negare, sarebbe il rimedio più radicale al debanking, perché toglierebbe alle banche il monopolio sull’accesso al denaro pubblico. Non è un caso che il dibattito sui limiti di detenzione dell’euro digitale sia così acceso; e non è un caso che la sua approvazione definitiva, ancora in trilogo a fine 2026, si faccia attendere.

Il 14 ottobre 2026, intanto, resta la fotografia più eloquente. Nello stesso giorno un regolatore americano ha ammesso che le banche avevano chiuso le porte alle crypto, e una società cripto ha risposto comprandosi una banca in Europa. La politica bancaria sulle criptovalute non è più la domanda se la banca offre Bitcoin ai clienti. È diventata la domanda, molto più grande, di chi sarà la banca.

Domande frequenti

Che cos’è il debanking delle crypto?

Il debanking è la decisione di una banca di rifiutare o chiudere il conto a un cliente per la sua attività, non per un rischio finanziario specifico. Nel caso delle crypto riguarda soprattutto exchange, emittenti di stablecoin e startup del settore, che molte banche hanno evitato in blocco per i costi di compliance antiriciclaggio e per il timore di contraccolpi reputazionali.

La licenza MiCA garantisce il conto in banca?

No. La licenza MiCA dice alla banca che l’operatore è legale e vigilato, ma non la obbliga ad aprirgli un conto. Gli analisti parlano di «paradosso MiCA»: molti operatori autorizzati faticano ancora a ottenere o a mantenere un conto aziendale, perché restano i costi antiriciclaggio e la prudenza delle banche corrispondenti.

Perché Kraken ha comprato una banca?

Payward, la società madre di Kraken, ha firmato il 14 ottobre 2026 un accordo per acquisire Saldo Bank, istituto con licenza in Lituania. Possedere direttamente una banca le permette di offrire ai clienti europei depositi, prestiti, carte e pagamenti in euro senza dipendere da partner bancari che potrebbero negarle il servizio. L’operazione, soggetta alle autorizzazioni, dovrebbe chiudersi nel 2027.

Un privato può farsi chiudere il conto perché compra Bitcoin?

Può succedere, ma in Europa il consumatore ha il diritto al conto di base previsto dalla direttiva UE sui conti di pagamento, che impone un accesso non discriminatorio ai servizi essenziali. Questo diritto tutela la persona fisica, non l’impresa del settore, che non ha una protezione equivalente.

Che differenza c’è tra detenere crypto e servire un cliente crypto per una banca?

Sono due cose distinte. Detenere Bitcoin in bilancio attiva il requisito di capitale di Basilea fino al 1250 per cento, ed è la ragione per cui le banche non tengono crypto in proprio. Servire un cliente crypto, invece, significa gestirne il conto in euro: non attiva quel requisito, ma comporta i costi dell’antiriciclaggio e il rischio reputazionale, ed è questo che alimenta il debanking.

Di Liam Brennan, redattore macro e TradFi di HOGE Wire.

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