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● Macro & TradFi

Euro digitale: perché le banche lo temono e ne hanno bisogno

La BCE vuole mettere moneta pubblica nel portafoglio di ogni cittadino. Per le banche l'euro digitale è insieme una minaccia ai depositi e uno scudo contro gli stablecoin: ecco perché divide l'Europa.

Per tre giorni, dal 27 al 29 agosto, i banchieri centrali di oltre settanta Paesi si sono riuniti a Jackson Hole per un simposio che, per la prima volta, ha messo al centro non l’inflazione o i tassi ma l’innovazione finanziaria e il futuro dei pagamenti. Non è un dettaglio di agenda: quando la Federal Reserve dedica il suo appuntamento più osservato a stablecoin, pagamenti istantanei e moneta digitale, significa che la partita su chi emetterà e controllerà il denaro dei prossimi decenni è entrata nella fase decisiva.

In Europa quella partita ha un nome preciso: euro digitale. È il progetto con cui la Banca centrale europea vuole mettere moneta pubblica nel portafoglio digitale di ogni cittadino, e per le banche commerciali è insieme una minaccia e una scialuppa di salvataggio. Una minaccia perché una moneta emessa dalla banca centrale può, in teoria, prosciugare i depositi su cui le banche costruiscono i loro bilanci. Una scialuppa perché senza una risposta pubblica agli stablecoin in dollari e ai colossi tecnologici dei pagamenti, quelle stesse banche rischiano di essere disintermediate comunque, ma da attori privati e stranieri.

Mentre a Jackson Hole si discuteva di tutto questo, il Bitcoin trattava attorno ai 67.000 euro e l’Ethereum sopra i 2.100 euro (dati CoinGecko), con i mercati cripto ancora una volta agganciati all’umore della Fed più che alle vicende regolamentari europee, come mostra il recente riaggancio tra Bitcoin e azioni. Ma è a Francoforte e a Bruxelles, non a Wall Street, che si sta decidendo la forma della moneta europea del 2030. Questo articolo spiega cosa è (e cosa non è) l’euro digitale, perché la BCE lo vuole adesso e perché divide le banche europee, con un’anomalia tutta italiana: l’ABI si è schierata tra i sostenitori più convinti mentre parte dell’industria tedesca e francese frena.

Cos’è l’euro digitale (e cosa non è)

L’euro digitale è una CBDC, cioè una valuta digitale di banca centrale (central bank digital currency): moneta pubblica, emessa direttamente dalla BCE, disponibile in forma elettronica per i pagamenti al dettaglio. Nelle intenzioni di Francoforte sarebbe l’equivalente digitale delle banconote, un euro con corso legale, accettato ovunque nell’area della moneta unica e utilizzabile anche offline, come il contante.

Conviene chiarire subito cosa non è. Non è un crypto-asset: non gira su una blockchain pubblica e permissionless, non ha un prezzo volatile, non si mina. Non è uno stablecoin: uno stablecoin è moneta privata emessa da una società (Circle, Tether) e garantito da riserve, mentre l’euro digitale è una passività diretta della banca centrale, senza rischio di emittente. E non è, nelle assicurazioni ripetute della BCE, uno strumento di sorveglianza programmabile: Francoforte esclude che l’euro digitale possa essere programmato per limitare come, dove o quando spenderlo, e per i pagamenti offline promette un livello di riservatezza paragonabile a quello del contante.

Il modello è a due livelli (two-tier). La BCE emette la moneta e gestisce l’infrastruttura di regolamento, ma il cittadino non apre un conto alla banca centrale: l’euro digitale sarà distribuito dalle banche commerciali e dagli altri prestatori di servizi di pagamento vigilati, attraverso le stesse app e gli stessi sportelli che i clienti già usano. È una scelta politica precisa, pensata proprio per non tagliare fuori le banche, perché la relazione con il cliente resta all’intermediario e non passa allo Stato.

Nella proposta, i servizi di base per i cittadini sarebbero gratuiti: aprire un portafoglio, caricarlo, pagare in un negozio o inviare denaro a un’altra persona non costerebbe nulla. È una differenza sostanziale rispetto alle carte, dove ogni transazione genera commissioni che si ripartiscono lungo la filiera.

Perché la BCE lo vuole adesso: la sovranità dei pagamenti

La BCE lavora a un euro digitale dal 2021, ma la spinta ad accelerare è arrivata da due fronti convergenti. Il primo è la dipendenza europea da infrastrutture di pagamento straniere: una quota molto ampia dei pagamenti con carta nell’area dell’euro poggia su circuiti non europei (Visa e Mastercard su tutti), e nessuno schema di carte paneuropeo copre l’intero blocco. In uno scenario di tensione geopolitica, questa dipendenza è una vulnerabilità strategica.

Il secondo fronte sono gli stablecoin. Quasi tutto il mercato degli stablecoin, che vale ormai centinaia di miliardi di dollari, è denominato in dollari; la BCE teme una vera e propria «dollarizzazione digitale» dell’Europa, in cui i cittadini pagano e risparmiano sempre più in dollari sintetici emessi da società americane. Con il GENIUS Act, la legge federale sugli stablecoin firmata a luglio 2025, gli Stati Uniti hanno scelto esplicitamente di promuovere gli stablecoin privati in dollari come strumento di proiezione della loro valuta. Quando a giugno 2026 il Parlamento europeo ha sbloccato l’euro digitale, lo ha fatto con una motivazione esplicita: ridurre il dominio statunitense nei pagamenti.

E qui sta il contrasto transatlantico più netto. A gennaio 2025 la Casa Bianca ha vietato con un ordine esecutivo (l’Executive Order 14178) qualsiasi lavoro delle agenzie federali su una CBDC americana, motivandolo con la tutela della privacy e della libertà finanziaria (Reed Smith). Washington punta sul dollaro privato e rifiuta il dollaro digitale pubblico; Bruxelles e Francoforte fanno l’esatto opposto, costruendo una moneta pubblica digitale e diffidando degli stablecoin. Sono due scommesse opposte sul futuro del denaro, e le banche europee sono nel mezzo.

Non a caso il tema ha dominato Jackson Hole 2026: il simposio della Fed, per la prima volta dedicato a «Financial Innovation: Implications for Payments and Policy», ha riunito circa 120 banchieri centrali proprio attorno a queste domande (Federal Reserve Bank of Kansas City), con il debutto del presidente della Fed Kevin Warsh come oratore principale (Federal Reserve Board).

Il paradosso delle banche: temuto e voluto insieme

Per le banche commerciali l’euro digitale è un oggetto ambivalente, e capire perché è la chiave di tutto il dossier.

Da un lato è una minaccia al loro modello di business. Le banche vivono sulla trasformazione delle scadenze: raccolgono depositi a vista, economici e stabili, e li impiegano in prestiti a più lunga scadenza. Se una parte di quei depositi si trasferisce in euro digitale, cioè in moneta di banca centrale che sta fuori dal bilancio della banca, la materia prima del credito si assottiglia e il costo della raccolta sale. È la disintermediazione, la parola che ricorre in ogni documento del settore.

Dall’altro lato, l’alternativa a un euro digitale non è lo status quo. È un mondo in cui i depositi migrano comunque, ma verso stablecoin in dollari, portafogli delle big tech e circuiti di pagamento privati che tagliano le banche fuori dalla relazione con il cliente e dai dati sulle transazioni, quei dati che servono anche a valutare il merito di credito. Vista così, una moneta pubblica distribuita dalle banche è il male minore: mantiene l’intermediario al centro del pagamento e gli lascia almeno una parte dei ricavi.

È esattamente l’argomento con cui la BCE prova a vendere il progetto al settore. In un intervento del marzo 2026 intitolato «Digital euro: an opportunity for banks», la Banca centrale ha sostenuto che l’euro digitale offrirebbe agli istituti un’infrastruttura di pagamento paneuropea condivisa, riducendo la dipendenza dai circuiti esteri e permettendo di costruire servizi sopra la moneta pubblica (BCE). Non tutti in banca ci credono, ma la tensione tra paura e necessità è reale.

La disintermediazione: la simulazione da 700 miliardi

Quanto è concreto il rischio di fuga dei depositi? A ottobre 2025 la BCE ha pubblicato una simulazione, richiesta dai legislatori europei proprio per misurare l’impatto sul settore bancario, che offre numeri precisi (Reuters).

Nello scenario più estremo, quello di una corsa agli sportelli («flight to safety») con un limite di detenzione fissato a 3.000 euro a persona, la simulazione stima che fino a 699 miliardi di euro potrebbero uscire dalle banche dell’area dell’euro per convertirsi in euro digitale: circa l’8,2% di tutti i depositi a vista al dettaglio. In quello scenario, 13 delle 2.025 banche analizzate esaurirebbero il cuscinetto di liquidità obbligatoria.

Il quadro cambia radicalmente in condizioni normali. Nello scenario «business as usual», in cui i cittadini non massimizzano l’uso dell’euro digitale ma lo affiancano semplicemente ai loro conti, i deflussi stimati scendono a circa 100 miliardi di euro, un livello che lascia il settore bancario dentro i requisiti di liquidità. La differenza tra i due numeri, 699 miliardi contro 100, dice tutto: l’euro digitale è pericoloso per le banche soprattutto come rifugio in un momento di panico, molto meno come strumento di uso quotidiano. È per questo che il dibattito tecnico si è concentrato quasi interamente su un unico parametro: quanto euro digitale una persona potrà detenere.

ScenarioLimite di detenzioneDeflusso stimato dai depositiBanche sotto stress di liquidità
Uso ordinario (business as usual)3.000 eurocirca 100 miliardi di euronessuna oltre i requisiti
Corsa agli sportelli (flight to safety)3.000 eurofino a 699 miliardi di euro (8,2% dei depositi a vista al dettaglio)13 su 2.025
Corsa agli sportelli500 / 1.000 / 2.000 europrogressivamente inferioremeno banche esposte
Fonte: simulazione della BCE dell’ottobre 2025 sui deflussi di depositi verso l’euro digitale (Reuters).

I paletti anti-fuga: limite, niente interessi, reverse waterfall

Per neutralizzare il rischio di disintermediazione, la proposta di euro digitale incorpora tre freni progettati a tavolino.

Il primo, e il più importante, è il limite di detenzione (holding limit): un tetto massimo a quanti euro digitali una singola persona può tenere nel proprio portafoglio. La cifra non è ancora fissata, ma quella più discussa è intorno ai 3.000 euro. Un tetto basso rende l’euro digitale utile per pagare ma inutile come deposito di valore, e questo riduce l’incentivo a spostarvi grandi somme.

Il secondo freno è l’assenza di remunerazione: l’euro digitale non pagherà interessi. A differenza di un conto di risparmio o di un titolo di Stato, tenere euro digitali non rende nulla. Anche questo è deliberato: se la moneta pubblica pagasse un interesse, competerebbe direttamente con i depositi bancari e diventerebbe un magnete per la liquidità.

Il terzo è il meccanismo detto «a cascata» (waterfall) e «a cascata inversa» (reverse waterfall). Se ricevi un pagamento che porta il saldo oltre il limite, l’eccedenza confluisce automaticamente sul conto bancario collegato; e se devi pagare una cifra superiore al saldo in euro digitali, il sistema attinge in automatico al conto per coprire la differenza. In pratica il portafoglio in euro digitale resta agganciato al conto in banca, e il limite non diventa un ostacolo per i pagamenti di importo elevato.

Messi insieme, questi tre freni rispondono alla domanda che assilla il settore: come rendere l’euro digitale abbastanza attraente da essere usato, senza renderlo così attraente da svuotare le banche. Un eurodeputato coinvolto nei negoziati lo ha sintetizzato senza giri di parole: si può rendere l’euro digitale appetibile solo se si è disposti a «far male alle banche un po’» (Reuters). È un equilibrio politico, non solo tecnico.

Il limite di detenzione: il numero che decide tutto

Se c’è un singolo numero attorno a cui ruota l’intero negoziato, è il limite di detenzione. Fissarlo troppo alto rende l’euro digitale un potenziale rifugio di massa in caso di crisi e riaccende la paura della disintermediazione; fissarlo troppo basso rischia di renderlo talmente marginale da non essere mai adottato, con il paradosso di aver speso miliardi per una moneta che nessuno usa.

Chi decide la cifra? Nel testo in discussione il limite non sarebbe scritto nella legge ma delegato: la Commissione europea lo fisserebbe sulla base di una raccomandazione della BCE, con revisione periodica almeno ogni due anni. Questo lascia alla banca centrale un margine per aggiustare il tetto in base alle condizioni di mercato, ma sposta anche una decisione altamente politica in mani tecniche, cosa che una parte del settore bancario contesta.

La simulazione della BCE ha testato limiti alternativi, da 500 a 3.000 euro: più basso è il tetto, minori sono i deflussi potenziali dai depositi. Le banche, prevedibilmente, spingono per un limite basso; la BCE per uno abbastanza alto da rendere lo strumento usabile. Il compromesso che uscirà dal trilogo dirà molto su chi ha vinto il braccio di ferro.

C’è anche il tema delle imprese. Il limite si applica per persona fisica, ma le aziende, nella proposta, avrebbero un trattamento diverso, potenzialmente con detenzione nulla: i pagamenti transiterebbero e verrebbero subito convertiti, senza saldi notturni. Sono dettagli che pesano, perché definiscono se l’euro digitale sarà davvero uno strumento di pagamento diffuso o una nicchia.

Il modello di compensazione: chi paga e chi guadagna

La seconda grande incognita economica è chi pagherà per far funzionare l’euro digitale, e chi ci guadagnerà. Costruire e gestire una nuova infrastruttura di pagamento non è gratis, e la domanda su come ripartire costi e ricavi è tra le più spinose del negoziato.

Lo schema previsto dalla proposta della Commissione è pensato per non lasciare le banche a mani vuote. I servizi di base per i cittadini sarebbero gratuiti, ma le banche verrebbero compensate per i servizi che offrono, con un meccanismo che ricalca la logica delle commissioni sulle carte, però con tetti massimi. Sul lato dei costi di sistema, l’Eurosistema (la BCE e le banche centrali nazionali) si farebbe carico dei propri costi di schema e di elaborazione senza addebitarli agli intermediari.

Resta il nodo degli investimenti iniziali. Adeguare app, POS e sistemi per accettare e distribuire l’euro digitale costa, e quel costo ricade su banche ed esercenti. Uno studio dell’European Banking Federation del 2026 ha stimato oneri di implementazione significativi per il settore, e il presidente dell’ABI Antonio Patuelli ha ricordato che i costi dell’euro digitale ricadono sulla BCE e sulle banche, non sugli Stati (LaPresse). Per gli istituti la domanda è secca: i ricavi da compensazione copriranno l’investimento, o l’euro digitale sarà, dal loro punto di vista, un obbligo in perdita?

Euro digitale, stablecoin e depositi tokenizzati: quattro monete a confronto

L’euro digitale non arriva in un vuoto. Arriva in un mercato dove diverse forme di «moneta digitale» già competono, e per capire la posta in gioco conviene metterle in fila. Semplificando, oggi ci sono quattro tipi di euro (o dollaro) che circolano o stanno per circolare in forma digitale.

Ci sono i depositi bancari tradizionali, già in larga parte digitali (i numeri sul vostro conto) ma pur sempre moneta privata, passività della banca, garantita fino a 100.000 euro dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Ci sono gli stablecoin, moneta privata emessa da società e regolata in Europa dal MiCA come e-money token (EMT), fuori dal bilancio bancario, senza interessi e senza garanzia sui depositi. Ci sono i depositi tokenizzati, la contromossa delle banche, cioè la loro stessa moneta messa su registro distribuito, che però resta un deposito a tutti gli effetti, in bilancio e coperto dalla garanzia. E c’è l’euro digitale, l’unico dei quattro a essere moneta pubblica, passività diretta della banca centrale.

CaratteristicaEuro digitaleStablecoin (EMT)Deposito tokenizzatoDeposito bancario
EmittenteBCE (banca centrale)istituto di moneta elettronica o bancabanca commercialebanca commerciale
Tipo di monetapubblicaprivata (e-money)privata (deposito)privata (deposito)
In bilancio della bancano (passività BCE)no (fuori bilancio)
Interessi al detentorenono (vietati dal MiCA)possibilipossibili
Garanziamoneta di banca centraleriserve 1:1 segregateFITD fino a 100.000 euroFITD fino a 100.000 euro
Limite di detenzionesì (circa 3.000 euro, da definire)nonono
Quadro normativoregolamento sull’euro digitaleMiCA (Titolo IV)CRD/CRR (non MiCA)CRD/CRR

La tabella chiarisce perché l’euro digitale è diverso da tutto il resto: è l’unico senza rischio di emittente, perché dietro non c’è una società ma la BCE, ed è l’unico soggetto a un limite di detenzione, proprio perché quel rischio-zero lo renderebbe altrimenti troppo appetibile. Per le banche la posta è che tre di queste quattro monete (depositi, depositi tokenizzati e, in parte, stablecoin) sono terreno loro, mentre la quarta è terreno della banca centrale. La versione più radicale della moneta privata programmabile arriva dalla finanza decentralizzata, dove sono i protocolli e sempre più gli agenti automatici a muovere fondi senza intermediari umani. È il polo opposto rispetto all’euro digitale, ed è anche la ragione per cui la BCE insiste tanto sul fatto che la sua moneta non sarà programmabile in quel senso.

La contesa pubblico-privato: Cipollone e la moneta pubblica

Dietro il tecnicismo dei limiti e delle compensazioni c’è una tesi di fondo, ed è quella che il membro del comitato esecutivo della BCE responsabile del progetto, l’italiano Piero Cipollone, ripete in ogni intervento: la differenza tra moneta pubblica e moneta privata non è un dettaglio, è il punto.

Parlando alle banche di credito cooperativo italiane a luglio 2026, Cipollone ha argomentato che la moneta pubblica «non serve alcun interesse privato, e nessuno può usarla per imporre condizioni a proprio favore ai cittadini che la detengono» (Ledger Insights). La sua tesi è che stablecoin e sistemi di pagamento privati erodono le banche in due modi: le tagliano fuori dalla visibilità sulle transazioni, quella che serve a valutare il merito di credito, e ne intaccano i ricavi da commissioni. L’euro digitale, sostiene, farebbe l’opposto, perché preserverebbe il ruolo delle banche nei pagamenti anziché soppiantarlo, tenendo gli istituti al centro del sistema mentre gli emittenti privati di stablecoin si espandono.

È una vendita abile, perché ribalta la narrazione: non l’euro digitale contro le banche, ma l’euro digitale come argine pubblico a favore delle banche contro un pericolo peggiore. Che gli istituti ci credano fino in fondo è un’altra questione, ma la logica di Cipollone è coerente e spiega perché la BCE presenti costantemente il progetto come un’opportunità e non come una nemesi.

L’angolo italiano: perché l’ABI dice sì (mentre Berlino e Parigi frenano)

Qui la storia prende una piega tutta italiana. Sul dossier euro digitale l’Italia è, per una volta, tra i Paesi più favorevoli, e non per caso.

Il progetto ha una paternità marcatamente italiana. La fase istruttoria dell’euro digitale è stata guidata alla BCE da Fabio Panetta, oggi governatore della Banca d’Italia, che ne è stato il principale artefice prima di lasciare Francoforte a fine 2023; il testimone è passato a un altro italiano, Piero Cipollone, che gli è succeduto nel comitato esecutivo proprio con la delega alla moneta digitale (CoinDesk). Due italiani in successione hanno guidato il progetto di moneta digitale dell’area dell’euro.

Anche il sistema bancario italiano si è schierato in modo diverso dai colleghi del Nord. Secondo quanto riportato da MilanoFinanza, l’ABI, l’associazione delle banche italiane, si è mostrata favorevole all’euro digitale, prendendo le distanze dalle posizioni più critiche sostenute da parte dell’industria bancaria tedesca e francese (il cosiddetto rapporto Navarrete) (MilanoFinanza). Il presidente dell’ABI Antonio Patuelli, rieletto nel luglio 2026 per un ennesimo mandato, ha descritto l’euro digitale come un’evoluzione dei tempi che darebbe all’Europa maggiore sovranità digitale e monetaria, un arricchimento e non un conflitto con l’attività bancaria.

Sullo sfondo c’è la posizione istituzionale della Banca d’Italia. Il governatore Panetta ha ribadito che l’euro digitale non è una minaccia per le banche ma un’opportunità, e che il limite di detenzione e l’assenza di remunerazione servono proprio a preservare l’equilibrio con la moneta privata (Pagamenti Digitali). È la cornice che rende l’Italia, storicamente, una delle giurisdizioni più convinte del progetto: per Roma l’euro digitale è tanto una questione di sovranità europea quanto di stabilità.

Va aggiunto, per completezza, che le banche italiane non stanno ferme sul fronte cripto in generale: Intesa Sanpaolo ha un desk proprietario e affida la custodia a Ripple, UniCredit ha offerto ai clienti professionali un certificato legato a un ETF su Bitcoin, e Banca Sella è stata la prima banca italiana a ottenere dalla Banca d’Italia l’autorizzazione a operare come CASP sotto MiCA, con un’offerta iniziale di custodia per clientela corporate e istituzionale (Capitalist). L’euro digitale è un pezzo di una strategia più ampia, non un capitolo isolato.

Il calendario: dal trilogo al 2029

L’euro digitale non arriverà domani. Il percorso è lungo e pieno di passaggi in cui può ancora deragliare.

La proposta legislativa della Commissione risale al giugno 2023. Da allora la BCE ha condotto una fase di preparazione (da novembre 2023 a ottobre 2025) in cui ha scritto il «rulebook», selezionato potenziali fornitori tecnologici e messo a punto il design. Il passaggio politico decisivo del 2026 è arrivato il 23 giugno, quando la commissione ECON del Parlamento europeo ha approvato la sua posizione con 43 voti a favore, 14 contrari e un’astensione, sbloccando i negoziati (CoinDesk). Il 13 luglio si è aperto il trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione, con l’obiettivo di un accordo entro la fine del 2026.

Se quella scadenza tiene, seguirebbe una sperimentazione con una quarantina di prestatori di servizi di pagamento nel 2027, e solo dopo, non prima della prima metà del 2029, il Consiglio direttivo della BCE potrebbe decidere l’emissione vera e propria. Attenzione: la BCE ripete che la decisione finale di emettere l’euro digitale non è ancora presa, e dipende dall’esito del percorso legislativo.

DataTappa
giugno 2023Proposta legislativa della Commissione europea
da novembre 2023 a ottobre 2025Fase di preparazione della BCE (rulebook, fornitori, design)
ottobre 2025Simulazione della BCE sui deflussi di depositi
novembre 2025Avvio della fase successiva su decisione del Consiglio direttivo BCE
23 giugno 2026Voto favorevole della commissione ECON (43 sì, 14 no, 1 astenuto)
13 luglio 2026Avvio del trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione
entro fine 2026Obiettivo di accordo legislativo
2027Sperimentazione con circa 36 prestatori di servizi di pagamento
prima metà 2029Possibile lancio, previa decisione del Consiglio direttivo BCE

I nodi ancora aperti nel trilogo sono esattamente quelli tecnici di cui sopra: il limite di detenzione, il modello di compensazione e le regole di accettazione obbligatoria per gli esercenti. Come nota lo studio legale Freshfields, sono proprio questi tre punti a decidere se l’euro digitale si integrerà senza attriti nell’ecosistema dei pagamenti o se aggiungerà costi e frizioni (Freshfields).

Privacy, offline e programmabilità: le altre incognite

Oltre ai numeri, l’euro digitale porta con sé questioni che toccano diritti e percezione pubblica, e su cui la BCE gioca gran parte della sua credibilità.

La più sentita è la privacy. Il timore diffuso è che una moneta digitale di banca centrale diventi uno strumento di sorveglianza, con la banca centrale in grado di vedere ogni transazione. La BCE ha risposto promettendo che per i pagamenti offline il livello di riservatezza sarebbe paragonabile a quello del contante, con i dettagli della transazione noti solo alle parti coinvolte, e che l’Eurosistema non avrebbe accesso ai dati personali che collegano un cittadino ai suoi pagamenti. Nella pratica, il livello di privacy effettivo dipenderà dal testo finale del regolamento, ed è uno dei punti più osservati dalle associazioni per i diritti digitali.

Collegata alla privacy c’è la funzione offline, la capacità di pagare senza connessione, da dispositivo a dispositivo. È tecnicamente complessa ma politicamente cruciale, perché è ciò che rende l’euro digitale davvero un erede del contante e non solo l’ennesima app di pagamento.

Infine, la programmabilità. Il timore che l’euro digitale possa essere «programmato» per scadere, per essere speso solo in certi negozi o per bloccare certi acquisti è tra i più ricorrenti nella discussione pubblica. La BCE lo ha smentito con nettezza: l’euro digitale sarà moneta a tutti gli effetti, spendibile liberamente, non uno strumento di controllo. Paradossalmente, è la moneta privata, con gli stablecoin e soprattutto la finanza decentralizzata, a essere davvero programmabile; la moneta pubblica europea nasce, su questo, deliberatamente «stupida».

Cosa cambia per il risparmiatore (e il contribuente) italiano

Per il cittadino italiano, al netto delle battaglie tra Francoforte e Bruxelles, cosa cambia davvero?

Nell’uso quotidiano, l’euro digitale sarebbe un modo in più per pagare: gratuito nei servizi di base, utilizzabile in negozio, online e tra privati, e in prospettiva anche offline. Lo si aprirebbe tramite la propria banca, non presso la BCE, quindi l’esperienza somiglierebbe a quella di un normale wallet dentro l’app bancaria. Il limite di detenzione (intorno ai 3.000 euro nelle ipotesi correnti) significa che non sarà un conto di risparmio: non paga interessi e non è pensato per parcheggiarvi somme rilevanti. È moneta per spendere, non per accumulare.

Per chi già detiene crypto, è bene tenere separati i due mondi. L’euro digitale non è un investimento e non ha rischio di prezzo; le crypto restano asset volatili con un loro regime fiscale, che in Italia prevede la tassazione delle plusvalenze e regole di compensazione delle minusvalenze su cui conviene ragionare per tempo, come spieghiamo nella guida sulle minusvalenze e le mosse di fine 2026. Sono strumenti diversi, con logiche diverse.

C’è poi la dimensione della fiducia. In un Paese ad alto uso di contante come l’Italia, il valore di una moneta pubblica digitale, garantita dalla banca centrale e utilizzabile offline, potrebbe essere maggiore che altrove: è un’alternativa pubblica sia al monopolio delle carte straniere sia agli stablecoin privati. Ma resta la domanda pratica che deciderà il successo del progetto: perché un cittadino dovrebbe usare l’euro digitale se le carte e le app che ha già funzionano bene? È la sfida dell’adozione, e nessun regolamento può risolverla da solo.

Cosa può andare storto (e cosa guardare)

Il progetto euro digitale resta pieno di incognite, e vale la pena elencare cosa può ancora andare storto.

Il trilogo può slittare. L’obiettivo di un accordo entro fine 2026 è ambizioso, e su un dossier così politico i ritardi sono la norma più che l’eccezione. Ogni slittamento sposta in avanti anche la sperimentazione del 2027 e il possibile lancio del 2029.

Il braccio di ferro sul limite di detenzione può finire male in entrambe le direzioni: un tetto troppo alto riaccende la paura della disintermediazione e l’ostilità delle banche; uno troppo basso condanna l’euro digitale all’irrilevanza. Il rischio del «flop», cioè di una moneta costruita con miliardi di euro e poi poco usata, è concreto e viene sollevato apertamente anche da economisti favorevoli in linea di principio.

C’è la questione dei costi per banche ed esercenti, che potrebbe tradursi in resistenza passiva nell’implementazione. E c’è la variabile geopolitica: la scelta europea di costruire una moneta pubblica digitale mentre gli Stati Uniti la vietano e puntano sugli stablecoin privati crea due sistemi divergenti, con implicazioni per i pagamenti transfrontalieri e per la competizione tra euro e dollaro digitali.

Per chi segue il dossier, i segnali da guardare nei prossimi mesi sono chiari: l’esito del trilogo e la cifra del limite di detenzione, le prese di posizione dell’ABI e delle grandi banche europee, e il modo in cui la correlazione tra cripto e mercati tradizionali evolverà man mano che moneta pubblica e privata si contendono lo stesso spazio. La partita sulla moneta del prossimo decennio è appena cominciata, e per una volta l’Italia gioca in prima fila.

Domande frequenti

Cos’è l’euro digitale in parole semplici?

È una valuta digitale emessa dalla Banca centrale europea, l’equivalente elettronico delle banconote: moneta pubblica, senza rischio di emittente, distribuita dalle banche e utilizzabile per i pagamenti al dettaglio, anche offline. Non è un crypto-asset né uno stablecoin.

L’euro digitale sostituirà le banche o farà chiudere i conti?

No. Le banche restano l’interfaccia con il cliente e distribuiscono l’euro digitale tramite le loro app. Un limite di detenzione (intorno ai 3.000 euro nelle ipotesi attuali) e l’assenza di interessi servono proprio a evitare che i depositi si svuotino verso la moneta di banca centrale.

Quanto euro digitale si potrà detenere?

Il limite non è ancora fissato: la cifra più discussa è intorno ai 3.000 euro per persona. La deciderebbe la Commissione europea su raccomandazione della BCE, con revisione almeno ogni due anni. È il parametro più conteso del negoziato.

Che differenza c’è tra euro digitale e stablecoin?

L’euro digitale è moneta pubblica, passività diretta della BCE, senza rischio di emittente. Uno stablecoin è moneta privata emessa da una società e garantito da riserve, regolato in Europa dal MiCA. Se l’emittente ha problemi, uno stablecoin può perdere l’ancoraggio; l’euro digitale no.

Quando arriverà l’euro digitale?

Non prima del 2029. Dopo il voto della commissione ECON (giugno 2026) e l’avvio del trilogo (luglio 2026), l’obiettivo è un accordo entro fine 2026 e una sperimentazione nel 2027. La decisione finale di emissione spetta al Consiglio direttivo della BCE e non è ancora presa.

Liam Brennan è redattore di macroeconomia e finanza tradizionale per HOGE Wire.

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