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● Macro & TradFi

Oro vs Bitcoin: come esporsi nel 2026, tra ETC, ETP e fisico

Hai scelto oro o Bitcoin: la domanda difficile del 2026 è come detenerli. Confronto tra fisico, ETC, ETP/ETN, futures e azioni-proxy per costi, rischio e tasse.

Alla fine del terzo trimestre 2026 il duello tra oro e Bitcoin sembra sospeso a metà. L’oro è scivolato intorno ai 4.150 dollari l’oncia (circa 3.650 euro), ai minimi da inizio agosto, dopo il record di fine gennaio; Bitcoin viaggia attorno agli 83.000 dollari, poco sopra i 73.000 euro al cambio EUR/USD di 1,1378 fissato dalla BCE, ancora circa un terzo sotto il massimo di ottobre 2025. Per un risparmiatore italiano, però, la domanda davvero decisiva non è più quale dei due comprare: è come detenerlo.

Perché tra un lingotto chiuso in cassaforte, un ETC quotato a Piazza Affari, un token su blockchain e un’azione che promette Bitcoin per procura corrono differenze enormi di costo annuo, di rischio di controparte e, soprattutto in Italia, di aliquota fiscale. Su due asset che non pagano né cedole né dividendi, quelle differenze non sono dettagli: sono la parte di rendimento che ti resta in tasca. Questa guida mette in fila gli strumenti, uno per uno, con i numeri aggiornati a fine settembre 2026.

Il vero bivio del 2026 non è oro o Bitcoin, è come detenerli

Il confronto tra oro e Bitcoin come beni rifugio è ormai un classico, e in questa testata lo abbiamo affrontato da più angolazioni: la prova del denaro duro, il costo opportunità dei tassi alti, il ruolo nelle riserve delle banche centrali. Qui diamo per scontata la parte più discussa (quanto pesano l’uno e l’altro nel tuo portafoglio) e affrontiamo quella che quasi nessuno spiega fino in fondo: una volta decisa l’esposizione, con quale strumento la ottieni davvero.

La questione conta perché oro e Bitcoin condividono un difetto pratico: non generano flussi di cassa. Non c’è una cedola o un dividendo che, anno dopo anno, diluisca l’impatto delle commissioni. Se un involucro ti costa lo 0,25% l’anno e un altro lo 0,12%, su un decennio quella differenza si mangia una fetta reale del rendimento, senza nulla che la compensi. In un regime di tassi ancora restrittivi, con il rendimento reale dei titoli di Stato tornato ampiamente positivo, ogni punto base di costo pesa di più: è rendimento a cui rinunci per detenere qualcosa che, di per sé, non rende nulla.

Allo stesso modo, la scelta dell’involucro decide chi è il tuo creditore. Un lingotto fisico non ha controparte; un ETC ha un emittente e un depositario; un token ha uno smart contract e una società che promette il rimborso; un’azione come Strategy mette un intero bilancio aziendale tra te e i satoshi. Sono cinque profili di rischio diversi per lo stesso asset di fondo, e in uno scenario di stress si comportano in modo diverso.

La mappa degli strumenti: dallo spot al wrapper

Prima di entrare nel dettaglio, conviene avere una mappa. Gli strumenti per esporsi a oro e Bitcoin si dispongono lungo uno spettro: a un estremo il possesso diretto (il metallo fisico, le chiavi private), all’altro gli involucri finanziari che replicano il prezzo senza farti toccare l’asset. Più ti sposti verso il wrapper, più guadagni in comodità e liquidità e più aggiungi controparti tra te e ciò che credi di possedere.

StrumentoCosa possiedi davveroDove si compraControparteCosto indicativo
Oro fisico (lingotti, monete)Il metalloOperatore in oro, bancaNessuna (se in tuo possesso)Spread + custodia
ETC sull’oroDiritto su oro allocato in caveauBorsa ItalianaEmittente + depositario0,12-0,39% l’anno
Oro tokenizzato (PAXG, XAUT)Token riscattabile in oroExchange, on-chainEmittente + smart contractFee di conio e riscatto
Azioni aurifere (miner, GDX)Quote di aziende minerarieBorsaRischio d’impresaLeva operativa
Futures (CME, COMEX)Un contratto a termineBroker regolamentatoCassa di compensazioneCosto di rollover
Bitcoin in autocustodiaLe chiavi privateExchange CASP, poi walletNessuna (sei tu)Hardware wallet una tantum
ETP/ETN su BitcoinUna nota che replica il prezzoBorsa Italiana, XetraEmittente + custode dei BTC0,15-1,49% l’anno
Azioni-proxy (Strategy)Azioni di una tesoreria in BTCNasdaqBilancio aziendalePremio o sconto sul NAV

Nessuna riga di questa tabella è, di per sé, la scelta giusta. Un cassettista che vuole assicurazione contro il rischio sistemico ragiona in modo diverso da chi cerca liquidità intraday o dalla massima efficienza fiscale. Vediamo perché, partendo dall’oro.

Oro fisico: lingotti, monete e il nodo della custodia

Comprare oro fisico significa acquistare lingotti (dal grammo al chilo) o monete da investimento (Krugerrand, Sterlina, Filarmonica austriaca) da un Operatore Professionale in Oro iscritto negli elenchi della Banca d’Italia, oppure da una banca. È la forma più antica e, in un certo senso, la più pura: una volta che il metallo è in tuo possesso, non c’è alcuna controparte. Nessun emittente può fallire, nessun caveau può negarti il ritiro, nessuno smart contract può avere un bug.

Il prezzo di questa purezza si paga in frizione. Sulle piccole pezzature lo spread tra prezzo di acquisto e di vendita è più largo (una moneta da un’oncia può costare qualche punto percentuale sopra lo spot), e poi c’è la custodia: una cassetta di sicurezza in banca ha un canone annuo, tenere il metallo in casa comporta un rischio di furto e il costo di un’eventuale assicurazione. L’oro fisico è liquido solo finché trovi un compratore disposto al prezzo giusto, e per venderlo devi tornare fisicamente da un operatore.

Sul fronte fiscale c’è un vantaggio e una trappola. Il vantaggio: l’oro da investimento (titolo pari o superiore a 995 millesimi, peso superiore a un grammo) è esente da IVA in tutta l’Unione grazie alla Legge 7/2000. La trappola, spesso ignorata: dal 2024, se al momento della vendita non sei in grado di documentare il prezzo di acquisto, l’imposta sostitutiva del 26% si applica sull’intero corrispettivo incassato, non sulla sola plusvalenza. Tenere le fatture di acquisto, per l’oro fisico, non è burocrazia: è la differenza tra pagare il 26% sul guadagno e pagarlo su tutto.

Gli ETC sull’oro: il metallo dentro un conto titoli

Chi non vuole gestire lingotti e cassette usa un ETC (Exchange Traded Commodity), il veicolo con cui la stragrande maggioranza degli europei tiene oro in portafoglio. Un ETC fisico è, tecnicamente, un titolo di debito garantito da oro allocato e depositato in un caveau (tipicamente a Londra, sotto standard LBMA). Lo compri e lo vendi come un’azione, sul segmento ETF/ETC di Borsa Italiana, con liquidità intraday e senza problemi di custodia o assicurazione.

I costi qui sono bassi e trasparenti. I prodotti più economici, come l’Invesco Physical Gold ETC e l’iShares Physical Gold, hanno un TER (costo totale annuo) dello 0,12%, mentre alcuni ETC storici come il WisdomTree Physical Gold arrivano allo 0,39%, oltre tre volte tanto per la stessa esposizione. Tutti e tre sono quotati a Piazza Affari. La differenza tra 0,12% e 0,39% sembra minima, ma su un asset che non rende nulla è tutto costo puro.

Il compromesso è la controparte. Con un ETC non possiedi il metallo: possiedi un diritto contrattuale verso l’emittente, coperto da oro fisico che un depositario custodisce per tuo conto. Nella pratica il rischio è remoto (i migliori ETC sono a replica fisica, con oro allocato e segregato, non prestato), ma non è zero come per il lingotto in cassaforte. È il classico scambio tra comodità e assenza di intermediari.

L’oro tokenizzato: PAXG e XAUT come terza via

Tra il lingotto e l’ETC si è aperta negli ultimi anni una terza via: l’oro tokenizzato. Token come PAXG (emesso da Paxos, vigilato dal regolatore di New York) e XAUT (di Tether, con caveau in Svizzera) rappresentano ciascuno un’oncia (o una sua frazione) di oro fisico, riscattabile, ma vivono su blockchain. Sono negoziabili 24 ore su 24, frazionabili al centesimo e utilizzabili nei protocolli DeFi come collaterale, cosa che né il lingotto né l’ETC possono fare. Il segmento resta piccolo, poco più di 5 miliardi di dollari, una frazione infinitesima dei circa 29.000 miliardi di oro sopra terra, ma è cresciuto in fretta.

Abbiamo dedicato a questo tema un’analisi a parte, su chi sia il vero oro digitale nel 2026: qui basti dire che il token aggiunge due controparti al posto di una, l’emittente che promette il riscatto e il codice che regge il tutto. È lo stesso movimento di fondo che sta portando on-chain anche azioni e fondi, come nel caso della Innovation Exemption con cui la SEC ha aperto alle azioni tokenizzate. Per un investitore italiano, però, l’oro tokenizzato vive ancora in una zona grigia normativa e fiscale, meno battuta rispetto all’ETC quotato e regolamentato.

Le azioni aurifere: i miner come leva a doppio taglio

Un modo indiretto di puntare sull’oro è comprare le azioni di chi lo estrae, singole società o un paniere come l’ETF GDX. Qui entra in gioco la leva operativa: i costi di produzione all-in dei grandi produttori restano molto sotto il prezzo attuale del metallo, così quando l’oro sale i margini si gonfiano più che proporzionalmente e le azioni possono correre più del sottostante. In più, a differenza del metallo, molte minerarie pagano un dividendo.

Il taglio opposto è che un’azione mineraria non è oro. Porta con sé rischio d’impresa (gestione, indebitamento, incidenti), rischio geopolitico (le miniere stanno dove stanno) e le scelte di copertura del management, che a volte annullano proprio il rialzo che cercavi. La correlazione con l’oro è alta ma imperfetta: nei momenti peggiori le azioni si comportano da azioni, cioè scendono con il resto del mercato, mentre il lingotto tiene. È uno strumento per chi vuole amplificare una view, non per chi cerca il bene rifugio in senso stretto.

Bitcoin in autocustodia: possedere davvero le chiavi

Il lato Bitcoin dello spettro ha il suo estremo puro: l’autocustodia. Compri i BTC su un exchange autorizzato e poi li ritiri su un wallet di cui controlli le chiavi private, idealmente un hardware wallet. È l’equivalente digitale del lingotto in cassaforte: nessun emittente, nessun depositario, nessuna commissione ricorrente, solo il costo una tantum del dispositivo. Il mantra del settore, «not your keys, not your coins», descrive esattamente questa differenza rispetto a tenere i fondi su un exchange.

La contropartita è che la responsabilità è tutta tua. Se perdi la seed phrase, i fondi sono persi per sempre; non c’è un servizio clienti, non c’è uno storno. In Italia il primo anello della catena, l’exchange, deve essere un CASP autorizzato: alla fine del periodo transitorio MiCA, il 1 luglio 2026, Consob e Banca d’Italia avevano abilitato otto operatori più la banca Sella, invitando i risparmiatori a verificare che il proprio fornitore fosse effettivamente autorizzato. I derivati su cripto (futures, perpetui) restano invece sotto la MiFID II, non sotto MiCA. Il tema regolatorio è delicato e ancora in evoluzione, ma il principio per chi investe è chiaro: la protezione comincia dalla scelta di un fornitore autorizzato.

Gli ETP e ETN su Bitcoin: Wall Street in Europa, senza UCITS

Chi vuole Bitcoin dentro un conto titoli, senza gestire chiavi, in Europa non trova un ETF spot come negli Stati Uniti. Il motivo è tecnico: la normativa UCITS impone la diversificazione (nessun fondo può concentrarsi su un solo asset), quindi un veicolo con dentro solo Bitcoin non può essere un UCITS. La soluzione europea è l’ETP/ETN a replica fisica: una nota di debito garantita dai BTC custoditi da un depositario, quotata a Borsa Italiana o su Xetra.

Il 2026 è stato l’anno della guerra delle commissioni. L’ingresso di BlackRock con l’iShares Bitcoin ETP ha spinto tutti a tagliare: CoinShares, Invesco e WisdomTree hanno allineato i loro prodotti allo 0,25%, mentre il Bitwise Core Bitcoin ETP è sceso allo 0,20%. Restano in circolazione anche note storiche molto più care, come l’originale 21Shares Bitcoin ETP all’1,49%. La tabella seguente riassume il quadro a fine settembre 2026.

Prodotto (ETP/ETN Bitcoin, Europa)TickerTER annuo
iShares Bitcoin ETP (BlackRock)IB1T0,15% (fino a fine 2026, poi 0,25%)
Bitwise Core Bitcoin ETPBTC10,20%
21Shares Bitcoin Core ETPCBTC0,21%
CoinShares Physical BitcoinBITC0,25%
Invesco Physical BitcoinBTIC0,25%
WisdomTree Physical BitcoinBTCW0,25%
21Shares Bitcoin ETP (originale)ABTC1,49%

Anche qui il costo non è tutto: come per l’ETC sull’oro, con un ETP non tocchi i Bitcoin. La controparte è l’emittente più il custode dei coin; conviene controllare che si tratti di replica fisica con collaterale segregato e non di una nota puramente sintetica. Il vantaggio, per l’investitore italiano, è che questi strumenti vivono dentro l’infrastruttura di borsa che già conosce, e come vedremo hanno un profilo fiscale sorprendente.

Il differenziale fiscale che cambia i conti: 26% contro 33%

Qui l’Italia introduce una torsione che ribalta l’intuizione. Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze sulle cripto-attività detenute direttamente sono tassate al 33%, con la vecchia franchigia da 2.000 euro abolita; solo gli stablecoin in euro (EMT) restano al 26%. Ma un ETP o ETN su Bitcoin non è una cripto-attività: è uno strumento finanziario, inquadrato tra i titoli di debito, e in quanto tale resta tassato al 26% come reddito diverso di natura finanziaria.

Il risultato è un differenziale di sette punti percentuali tra il possesso diretto e l’involucro quotato, a favore dell’involucro. È l’esatto contrario di quanto accade con l’oro, dove il fisico e l’ETC convergono entrambi al 26%. Come hanno notato diversi fiscalisti, per un cassettista fiscalmente sensibile un ETP su Bitcoin può risultare più efficiente dello spot, pur perdendo l’autocustodia. Va aggiunto che il quadro non è scolpito nella pietra: l’Intergruppo parlamentare chiede di riportare le cripto al 26% dal 2027, il che, se approvato, chiuderebbe il divario.

C’è poi una sottigliezza sulla compensazione delle perdite. Le plusvalenze da ETF armonizzato sono redditi di capitale e non si compensano con le minusvalenze, che invece sono redditi diversi. Gli ETC e la maggior parte degli ETP/ETN, essendo trattati come redditi diversi, sfuggono a questa asimmetria: le loro perdite e i loro guadagni si compensano tra loro entro il quarto anno successivo. Un dettaglio che, su un portafoglio reale, conta.

StrumentoCategoria fiscale (Italia)AliquotaCompensazione minusvalenze
Bitcoin diretto (spot)Cripto-attività33%Sì, tra cripto-attività
ETP/ETN su BitcoinRedditi diversi (titoli di debito)26%Sì (redditi diversi)
Oro fisicoImposta sostitutiva26%Limitata; trappola senza documenti
ETC sull’oroRedditi diversi26%Sì (redditi diversi)
ETF UCITS (generico)Plus: redditi di capitale; minus: redditi diversi26%Asimmetrica (plus non compensabili)

Attenzione a non far guidare tutto dal fisco: sette punti di aliquota contano, ma non giustificano di rinunciare all’autocustodia se il tuo obiettivo è proprio togliere di mezzo ogni intermediario. La fiscalità è una variabile della decisione, non la decisione.

Le azioni-proxy: comprare Bitcoin comprando Strategy?

Un’ultima via, molto battuta nel 2024 e 2025, è comprare azioni di una società che tiene Bitcoin in tesoreria, prima fra tutte Strategy (ex MicroStrategy). Il gruppo detiene circa 846.000 BTC, l’ultima tranche da 950 comprata il 21 settembre 2026. Per anni l’azione ha viaggiato con un forte premio sul valore dei Bitcoin che possiede, offrendo di fatto un’esposizione a leva: gli investitori pagavano più del NAV per avere BTC dentro un guscio azionario negoziabile ovunque.

Quel premio, nel 2026, si è in gran parte sgonfiato. Il multiplo mNAV (capitalizzazione rispetto al valore dei Bitcoin) è sceso verso 1,1 volte, ed è persino finito sotto 1 a giugno, cioè a sconto rispetto ai BTC in pancia, dopo aver superato ampiamente le tre volte negli anni del boom. Comprare Strategy oggi assomiglia meno a un turbo su Bitcoin e più a un’esposizione al prezzo dei BTC gravata dai rischi di un’azienda: diluizione da nuove emissioni, debito convertibile, dipendenza dalle scelte del management. Non è Bitcoin: è un bilancio che contiene Bitcoin.

Il costo nascosto: cosa ti mangia il rendimento su un asset a rendimento zero

Il TER è solo la punta del costo. Sul fisico paghi lo spread di acquisto e vendita più la custodia; su ETC ed ETP paghi il TER più lo spread di borsa; sui futures paghi il costo di rollover, che in condizioni di contango erode la posizione a ogni scadenza; sull’azione-proxy paghi l’oscillazione del premio. Nessuno di questi strumenti è gratis, e su un asset che non distribuisce nulla ogni costo è una perdita secca.

Un esempio rende l’idea. Immagina di detenere 10.000 euro per dieci anni: lo 0,12% di un ETC efficiente pesa circa 120 euro l’anno di base, mentre l’1,49% di una nota cara ne pesa quasi 1.500, oltre dieci volte tanto, prima ancora di sapere se il prezzo è salito. Questo conta il doppio proprio ora, in un regime di tassi ancora restrittivi: con il rendimento reale dei titoli di Stato tornato positivo, il costo opportunità di parcheggiare capitale in oro o Bitcoin è già alto di suo, come spieghiamo parlando di breakeven e inflazione attesa sui BTP Italia. Aggiungere commissioni elevate a un asset che non rende è la mossa più facile da evitare.

Rischio di controparte e comportamento nella tempesta

È la dimensione che pesa proprio quando conta, cioè in una crisi, ed è quella che gli involucri appiattiscono in tempi tranquilli. Il lingotto in cassaforte e i Bitcoin in autocustodia non hanno controparte: sono l’assicurazione contro lo scenario in cui il sistema stesso è il problema. Un ETC o un ETP ha un emittente e un depositario; un token ha in più un livello di codice; un future dipende dalla cassa di compensazione; l’azione-proxy dipende dalla salute di un’azienda che potrebbe essere costretta a vendere nel momento peggiore.

La domanda da porsi è semplice: perché stai comprando questo asset? Se la risposta è «voglio comodità, liquidità e integrazione col mio portafoglio», gli involucri quotati sono spesso la scelta razionale. Se la risposta è «voglio qualcosa che regga anche se salta un intermediario o una banca», allora buona parte del senso sta proprio nell’eliminare la controparte, e un wrapper la reintroduce dalla porta di servizio. È la contraddizione di comprare l’oro rifugio tramite un prodotto che dipende da un emittente, o Bitcoin come riserva sovrana lasciandolo su un exchange.

Cosa dicono gli esperti

Il dibattito ai vertici della finanza aiuta a inquadrare la scelta. Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, al DealBook Summit del dicembre 2025 ha definito Bitcoin «un asset della paura», aggiungendo che «la ragione fondamentale di lungo periodo per cui lo possiedi è la svalutazione della moneta». Non a caso è la stessa BlackRock che ha poi lanciato in Europa il suo ETP fisico su Bitcoin: la tesi macro e il prodotto vanno insieme.

Sul fronte opposto, Ray Dalio resta ancorato all’oro. «C’è un solo oro», ha detto a CoinDesk a marzo 2026, «l’oro è la moneta più consolidata», citando i limiti di Bitcoin sul fronte privacy e rischio quantistico; pur consigliando fino al 15% del portafoglio in «Bitcoin o oro» come miglior rapporto rischio-rendimento, personalmente ne tiene circa l’1% in BTC e preferisce i lingotti. All’estremo opposto, Michael Saylor di Strategy descrive Bitcoin come «proprietà digitale, superiore a oro, azioni o immobili». Tre visioni diverse, ma tutte convergono su un punto: oro e Bitcoin sono forme di denaro duro, e la scelta dell’involucro è secondaria rispetto alla convinzione di fondo.

Il quadro macro che rende la scelta urgente: Fed, riserve e fine trimestre

La scelta dello strumento non avviene nel vuoto. Il terzo trimestre si chiude il 30 settembre con lo sfondo di una Federal Reserve che, sotto la guida di Kevin Warsh, ha alzato i tassi al 3,75-4,00% a settembre e tiene aperta la porta a un’altra stretta a dicembre, come raccontiamo nell’analisi sul rialzo dei tassi e il suo impatto sulle cripto. Tassi reali positivi più a lungo significano un costo opportunità più alto per oro e Bitcoin, e quindi un motivo in più per non regalare rendimento in commissioni.

Sul lato oro c’è però una domanda strutturale che non si vede nei prezzi settimanali: le banche centrali. Nel secondo trimestre 2026 hanno comprato 289 tonnellate di oro, il 62% in più su base annua, un flusso strategico e anticiclico. Quasi nessuna banca centrale, al contrario, detiene Bitcoin. È una differenza che si riflette anche nella scala: l’oro sopra terra vale circa 29.000 miliardi di dollari, quasi diciotto volte i circa 1.650 miliardi di capitalizzazione di Bitcoin.

Per l’investitore, il senso di tutto questo è che oro e Bitcoin restano due scommesse diverse (assicurazione consolidata contro la svalutazione il primo, opzione asimmetrica ad alta volatilità il secondo), ma la meccanica di come li detieni segue le stesse regole: meno intermediari se cerchi protezione, più involucro se cerchi comodità, e sempre un occhio a costi e fisco. Deciso il perché, lo strumento è il come, e nel 2026 il come costa meno e pesa di più che mai.

Domande frequenti

Conviene comprare oro fisico o un ETC sull’oro?

Dipende dall’obiettivo. L’oro fisico non ha controparte ed è l’unico che regge se salta un intermediario, ma comporta spread più larghi, costi di custodia e la trappola fiscale del 26% sull’intero incasso se non documenti l’acquisto. L’ETC sull’oro costa in genere lo 0,12% l’anno, è liquido in borsa e non richiede custodia, ma reintroduce un emittente e un depositario. Per la comodità conviene l’ETC, per l’assicurazione contro il rischio sistemico il fisico.

Perché in Europa non esiste un ETF spot solo su Bitcoin?

Perché la normativa UCITS impone la diversificazione e vieta a un fondo di concentrarsi su un unico asset, quindi un veicolo con dentro solo Bitcoin non può essere un UCITS. In Europa l’esposizione passa dagli ETP o ETN, note di debito a replica fisica garantite dai Bitcoin custoditi da un depositario e quotate su Borsa Italiana e Xetra.

Un ETP su Bitcoin è tassato al 26% o al 33% in Italia?

Al 26%. Dal 2026 le cripto-attività detenute direttamente sono tassate al 33%, ma un ETP o ETN su Bitcoin è uno strumento finanziario inquadrato tra i titoli di debito e resta al 26% come reddito diverso. Ne nasce un differenziale di sette punti a favore dell’involucro quotato rispetto al possesso diretto dello spot.

Comprare azioni Strategy (MSTR) equivale a comprare Bitcoin?

Non del tutto. Strategy detiene circa 846.000 BTC, ma l’azione porta con sé i rischi di un’azienda: diluizione, debito convertibile e scelte del management. Il premio sul valore dei Bitcoin, un tempo vicino a quattro volte, si è sgonfiato verso 1,1 volte nel 2026, scendendo persino sotto 1 a giugno. Compri un bilancio che contiene Bitcoin, non Bitcoin in autocustodia.

L’oro tokenizzato è sicuro come l’oro fisico?

Offre riscattabilità in oro fisico e la comodità della blockchain (negoziazione continua, frazionabilità), ma aggiunge controparti: l’emittente che promette il rimborso e lo smart contract che regge il token. Non elimina il rischio di controparte come fa il lingotto in tuo possesso, e per l’investitore italiano resta in una zona grigia normativa e fiscale meno definita rispetto all’ETC quotato.

Lorenzo Bianchi è redattore macro-tradfi di HOGE Wire e segue il punto di incontro tra mercati tradizionali e cripto.

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