Qivalis: la stablecoin in euro delle banche contro il dollaro
Trentasette banche europee, tra cui UniCredit e Intesa, portano Qivalis su Ethereum pubblico: una stablecoin in euro. È la risposta bancaria al dominio delle stablecoin in dollari.
Nei primi giorni di settembre 2026 il consorzio bancario europeo Qivalis ha sciolto uno degli ultimi dubbi sulla sua stablecoin in euro: sarà emessa sulla blockchain pubblica di Ethereum, non su una rete privata riservata alle banche. Lo hanno riportato più fonti di settore, tra cui Crypto Times, spiegando che il progetto riunisce ormai 37 banche in quindici Paesi europei. Tra loro ci sono tre grandi nomi italiani: UniCredit, Intesa Sanpaolo e Banca Sella. Per capire quanto sia inedita la mossa basta ricordare che, fino a poco tempo fa, le stesse banche tenevano le criptovalute a distanza di sicurezza mentre il Bitcoin oggi viaggia intorno ai 67.000 euro.
Qivalis non è un esperimento di frontiera: è un pezzo di quella che gli addetti ai lavori chiamano bank crypto policy, cioè l’insieme di regole, scelte industriali e prassi di vigilanza che decidono cosa una banca può fare con gli asset digitali. Emettere moneta on-chain è forse la mossa più ambiziosa possibile, e arriva per un motivo preciso: circa il 98% delle stablecoin in circolazione è ancorato al dollaro, e le banche europee non vogliono lasciare che i pagamenti del continente poggino su infrastrutture altrui. Questo articolo racconta cos’è Qivalis, perché nasce adesso, quali regole la governano e che cosa significa per i vostri euro, per l’euro digitale e per la partita macro tra Tesoro e Fed.
Che cos’è Qivalis e chi c’è dentro
Qivalis è una società con sede ad Amsterdam, nata come joint venture di un gruppo di banche europee per emettere una stablecoin in euro conforme al regolamento MiCA. Il progetto è stato annunciato il 25 settembre 2025 da nove istituti fondatori: Banca Sella, CaixaBank, Danske Bank, DekaBank, ING, KBC, Raiffeisen Bank International, SEB e UniCredit. A dicembre 2025 si è aggiunta BNP Paribas, e nella primavera 2026 l’allargamento ha portato dentro decine di nuove banche, tra cui Intesa Sanpaolo, ABN AMRO e Rabobank, fino agli attuali 37 istituti in quindici Paesi, come confermano le comunicazioni di CaixaBank e ING.
La struttura è quella di una vera impresa, non di un club informale. Alla guida operativa c’è Jan-Oliver Sell, in passato amministratore delegato di Coinbase Germania, mentre la presidenza dell’organo di controllo è affidata a Sir Howard Davies, ex presidente della Financial Services Authority britannica e poi della Royal Bank of Scotland. La società ha chiesto l’autorizzazione come istituto di moneta elettronica alla banca centrale olandese (De Nederlandsche Bank), passaggio ancora in corso. Sell ha definito una stablecoin nativa in euro «un momento di svolta per il commercio digitale e l’innovazione finanziaria europea», sintetizzando l’ambizione del progetto.
| Voce | Dettaglio |
|---|---|
| Sede | Amsterdam |
| Vigilanza | Banca centrale olandese (DNB) |
| Tipo di token | Moneta elettronica (EMT) sotto MiCA |
| Banche coinvolte | 37 in quindici Paesi |
| Blockchain | Ethereum, rete pubblica |
| Lancio previsto | Seconda metà del 2026 |
Perché adesso: la paura della dollarizzazione digitale
La spinta dietro Qivalis è insieme difensiva e politica. Il mercato delle stablecoin è dominato dal dollaro: secondo i dati citati dalla presidente della BCE Christine Lagarde, circa il 98% del valore in circolazione è ancorato alla valuta americana, con Tether e Circle a fare la parte del leone. Per l’Europa questo significa che una quota crescente dei pagamenti digitali, del regolamento e persino delle riserve di valore rischia di appoggiarsi su strumenti emessi oltreoceano.
Lagarde ha alzato più volte la posta, definendo l’euro digitale «non solo un mezzo di pagamento, ma una dichiarazione politica sulla sovranità dell’Europa» e mettendo in guardia contro una possibile «dollarizzazione digitale» del continente (CoinDesk). Il ragionamento vale anche per una stablecoin privata come Qivalis: se gli europei devono usare moneta su blockchain, meglio che almeno una parte sia in euro ed emessa da soggetti regolati sul suolo europeo. Il presidente del consiglio di sorveglianza Howard Davies lo ha detto senza giri di parole: questa infrastruttura «è essenziale se l’Europa vuole competere a livello globale nell’economia digitale preservando la propria indipendenza economica».
La minaccia ai depositi bancari
C’è però un secondo motore, più concreto e vicino agli interessi delle banche: il rischio di perdere i depositi. Ogni euro che un risparmiatore sposta in una stablecoin è un euro che esce dal conto corrente, cioè dalla materia prima con cui la banca finanzia i prestiti. Il membro del comitato esecutivo della BCE Piero Cipollone lo ha detto in modo netto: «se in futuro l’uso delle stablecoin aumenterà, le banche perderanno anche i depositi al dettaglio» (Decrypt).
Vista da qui, Qivalis è anche una manovra di autodifesa. Se il pubblico userà comunque stablecoin, meglio che sia una emessa dalle banche stesse, così il valore resta dentro il perimetro bancario invece di migrare verso emittenti esterni. È la stessa logica che spinge molti gruppi a preferire la collaborazione: costruire da soli una stablecoin credibile è costoso e rischioso, mentre un consorzio distribuisce i costi, mette in comune la liquidità e offre subito una rete di accettazione ampia. La scelta di fare massa, insomma, non è casuale.
Che cosa significa una stablecoin di banca sotto MiCA
In Europa una stablecoin non è un prodotto libero: rientra nel regolamento MiCA, che distingue due categorie principali. I token di moneta elettronica (EMT) sono ancorati a una singola valuta ufficiale, come l’euro, ed è questa la forma scelta da Qivalis. I token collegati ad attività (ART) fanno invece riferimento a un paniere. Emettere un EMT richiede l’autorizzazione come istituto di moneta elettronica o come banca, riserve a copertura piena, diritto di rimborso alla pari e, soprattutto, il divieto di corrispondere interessi ai detentori.
Per una banca già vigilata il percorso è più semplice che per un operatore nuovo, ma non è automatico: servono capitale dedicato, gestione delle riserve e controlli antiriciclaggio. Chi vuole capire la differenza tra la corsia riservata agli enti creditizi e la licenza completa richiesta agli altri operatori può leggere la nostra guida all’autorizzazione MiCA in Italia. Il punto chiave, per Qivalis, è che la società ha scelto la via dell’istituto di moneta elettronica sotto la vigilanza olandese, così da poter poi operare in tutta l’Unione grazie al passaporto europeo.
Stablecoin, deposito tokenizzato o euro digitale: tre monete diverse
Per non fare confusione conviene tenere separate tre forme di moneta digitale che spesso vengono mescolate. La stablecoin come Qivalis è moneta elettronica privata: un credito verso l’emittente, coperto da riserve, che circola su blockchain. Il deposito tokenizzato è invece un normale deposito bancario rappresentato su un registro distribuito: resta nel bilancio della banca, può pagare interessi ed è coperto dalle garanzie sui depositi. L’euro digitale, infine, sarebbe moneta di banca centrale, emessa direttamente dalla BCE.
| Caratteristica | Stablecoin (Qivalis) | Deposito tokenizzato | Euro digitale |
|---|---|---|---|
| Chi la emette | Istituto di moneta elettronica | Banca commerciale | Banca centrale (BCE) |
| Natura | Moneta elettronica privata | Deposito bancario | Moneta pubblica |
| Interessi | Vietati | Possibili | Non previsti |
| Tutela sui depositi | No, riserve segregate | Sì, fino a 100.000 euro | Garanzia della banca centrale |
| Quadro normativo | MiCA | Direttive bancarie (CRR/CRD) | Regolamento dedicato in arrivo |
La distinzione non è accademica. Cambia chi vi tutela in caso di dissesto, se il vostro denaro rende qualcosa e quali autorità vigilano. Qivalis appartiene alla prima colonna: niente interessi, niente garanzia sui depositi, ma rimborso alla pari e riserve dedicate. È una scelta che pesa sul modello di business, come vedremo.
Il precedente americano: il GENIUS Act
La mossa europea non nasce nel vuoto. Negli Stati Uniti il 2025 ha segnato una svolta netta a favore delle stablecoin private in dollari. Il 18 luglio è entrato in vigore il GENIUS Act, la prima legge federale sul tema: impone riserve liquide a copertura piena, vieta il pagamento di interessi e stabilisce regole di rimborso e custodia. Nel 2026 sono arrivate le proposte attuative: il regolamento dell’OCC per gli emittenti sotto la sua vigilanza e la proposta della FDIC per le banche assicurate.
Il contrasto tra le due sponde dell’Atlantico è illuminante. Washington ha scelto di deregolamentare e di puntare sulle stablecoin private in dollari, arrivando a vietare per legge una moneta digitale di banca centrale al dettaglio. Bruxelles, al contrario, costruisce un quadro dettagliato con MiCA e lavora in parallelo all’euro digitale pubblico. In mezzo, le banche europee cercano di non restare schiacciate: Qivalis è il tentativo di offrire una alternativa in euro prima che le stablecoin in dollari diventino lo standard di fatto anche in Europa.
Perché le banche non comprano semplicemente Bitcoin
Verrebbe da chiedersi perché le banche investano tanto nell’emettere moneta invece di limitarsi a detenere criptovalute. La risposta si chiama capitale di vigilanza. Il primo gennaio 2026 è entrato in vigore lo standard del Comitato di Basilea sulle esposizioni in cripto-attività, catalogato come SCO60. Le cripto-attività più rischiose, come Bitcoin ed Ether, finiscono nel Gruppo 2 e ricevono una ponderazione per il rischio del 1250%, che obbliga la banca a detenere capitale quasi pari all’intero valore dell’esposizione.
Detenere Bitcoin in conto proprio, insomma, costa carissimo in termini di capitale. Emettere una stablecoin coperta da riserve liquide di alta qualità, o custodire asset per conto dei clienti, ha un impatto patrimoniale molto più leggero. Ecco perché la strategia prevalente delle banche non è comprare cripto, ma fornire infrastruttura: moneta on-chain, custodia, regolamento. La tabella riassume le categorie di Basilea che determinano questi costi.
| Categoria | Esempi | Trattamento patrimoniale |
|---|---|---|
| Gruppo 1a | Strumenti tradizionali tokenizzati | Come l’attività sottostante |
| Gruppo 1b | Stablecoin che superano i test | Requisiti su credito e mercato |
| Gruppo 2a | Cripto con copertura riconosciuta | Regole di mercato modificate |
| Gruppo 2b | Bitcoin, Ether e simili | Ponderazione del 1250% |
Nel disegno del Comitato, l’insieme delle esposizioni di Gruppo 2 non dovrebbe superare l’1% del capitale di classe 1, con un tetto rigido al 2%. Una stablecoin ben costruita, invece, può ambire al trattamento più favorevole del Gruppo 1. È la differenza tra un’attività che brucia capitale e una che ne consuma poco, e spiega la geografia delle scelte bancarie del 2026.
La scelta a sorpresa: Ethereum pubblico
L’annuncio di settembre 2026 ha sorpreso molti osservatori proprio sul piano tecnico. Ci si aspettava che un consorzio di banche scegliesse una rete privata e permissioned, controllata dagli istituti. Qivalis ha invece optato per la blockchain pubblica di Ethereum, così da collocarsi, come spiega l’annuncio ripreso da Crypto Times, «all’interno della rete esistente di wallet, applicazioni e infrastrutture» di Ethereum. La logica è quella dell’effetto rete: una stablecoin serve solo se è accettata ovunque, e la rete pubblica offre subito un ecosistema di portafogli e applicazioni.
La scelta non è priva di tensioni. Una rete pubblica espone a rischi di composabilità con la finanza decentralizzata, richiede strumenti sofisticati di analisi on-chain per il rispetto delle regole antiriciclaggio e obbliga a gestire commissioni e congestione altrui. Per questo Qivalis, secondo la comunicazione ufficiale, si appoggia a fornitori di infrastruttura specializzati come Fireblocks per emissione, custodia delle chiavi e controlli. È lo stesso intreccio tra banche, custodi e regole europee che abbiamo raccontato parlando del Lightning Network istituzionale: la moneta gira su reti aperte, ma la sicurezza resta un mestiere da specialisti.
L’euro digitale: alleato o rivale di Qivalis?
Qui la storia si complica. La BCE lavora al proprio euro digitale, moneta di banca centrale pensata anche come argine alle stablecoin private. La pagina ufficiale del progetto chiarisce i tempi: la fase realizzativa è in corso, ma una prima emissione non è attesa prima del 2029 e presuppone che la legislazione europea venga approvata entro il 2026. La selezione dei prestatori di servizi di pagamento è partita nel 2026, mentre la sperimentazione operativa slitterà al 2027 (CoinDesk).
Il rapporto tra Qivalis e l’euro digitale è ambivalente. Da un lato sono alleati contro il dollaro: entrambi vogliono euro digitali affidabili. Dall’altro sono in parziale concorrenza, perché una stablecoin bancaria efficiente potrebbe occupare lo spazio che la BCE riserva alla sua moneta pubblica. Non a caso Lagarde ha più volte sostenuto che il regolamento delle transazioni tokenizzate debba poggiare sulla moneta di banca centrale, mostrando una certa freddezza verso le stablecoin private in euro. Qivalis è, in un certo senso, proprio ciò di cui alcuni a Francoforte diffidano. La convivenza tra le due monete sarà uno dei nodi del prossimo biennio.
L’Italia dentro Qivalis: UniCredit, Intesa, Banca Sella
Il fronte italiano è insolitamente compatto. UniCredit e Banca Sella figurano tra i fondatori del consorzio, mentre Intesa Sanpaolo è entrata con l’allargamento del 2026. Tre approcci diversi convergono sullo stesso progetto. Banca Sella è stata la prima banca del Paese ad aggiungere servizi su cripto-attività sotto MiCA, completando il 27 maggio 2026 la notifica alla Banca d’Italia e diventando abilitata a custodia e trasferimento di asset digitali per clientela selezionata.
Intesa Sanpaolo ha già mostrato di sapersi muovere anche sull’esposizione diretta: a gennaio 2025 ha acquistato 11 Bitcoin per circa un milione di euro, la prima operazione in conto proprio di una banca italiana, che l’amministratore delegato Carlo Messina ha descritto come un «test». UniCredit, più prudente sull’esposizione, ha preferito offrire alla clientela strumenti che replicano l’andamento del Bitcoin senza detenerlo, un approccio che abbiamo analizzato parlando dei suoi certificati legati al Bitcoin. Che tutte e tre partecipino a Qivalis segnala una cosa: sulla moneta on-chain in euro, il sistema bancario italiano ha deciso di non restare a guardare.
Consob, Banca d’Italia e il passaporto europeo
Una domanda legittima è: chi vigila su una stablecoin emessa da 37 banche di quindici Paesi? La risposta passa dal passaporto europeo. Qivalis chiede l’autorizzazione alla banca centrale olandese, e una volta ottenuta potrà operare in tutta l’Unione senza dover ripetere l’iter in ogni Stato. In Italia questo significa che la stablecoin arriverebbe già autorizzata a monte, mentre la vigilanza nazionale interviene soprattutto sulla condotta verso i clienti.
Nel nostro Paese la vigilanza sulle cripto-attività ha due teste: alla Consob spettano soprattutto trasparenza e correttezza verso il mercato, alla Banca d’Italia la stabilità e i profili prudenziali, inclusi gli emittenti di token. E l’autorizzazione non è mai un punto di arrivo. Come abbiamo scritto, dopo il via libera tocca alla vigilanza continua, tra requisiti di resilienza operativa e obblighi antiriciclaggio. Il rischio, con decine di autorità che applicano lo stesso regolamento, è l’incoerenza interpretativa: uno dei motivi per cui si discute di un ruolo più forte delle autorità europee nella vigilanza diretta sugli operatori più grandi.
I rischi: run, riserve e concentrazione
Nessuna innovazione cancella i rischi, e una stablecoin bancaria ne porta di specifici. Il primo è il rischio di run: in caso di panico, i detentori chiedono il rimborso in massa e l’emittente deve liquidare le riserve, con possibili effetti a catena sui mercati monetari. La qualità e la trasparenza delle riserve diventano quindi decisive, e MiCA impone regole stringenti proprio su questo punto.
Il secondo rischio è la concentrazione. Se 37 banche convergono su un unico emittente, quell’emittente diventa un nodo sistemico: un suo incidente coinvolgerebbe mezza Europa. Il terzo è tecnico e nasce dalla scelta di Ethereum pubblico, tra composabilità con la finanza decentralizzata e necessità di controlli antiriciclaggio in tempo reale. C’è infine il rischio di frammentazione: sul mercato esistono già altre stablecoin in euro, e una proliferazione di monete concorrenti ridurrebbe proprio quell’effetto rete che è la ragione d’essere del progetto. La sfida per Qivalis sarà diventare lo standard, non uno dei tanti.
Il nodo del modello di business: una moneta che non rende
Il paradosso più interessante è economico. Sotto MiCA una stablecoin come Qivalis non può pagare interessi ai detentori. Come guadagnano allora le banche? Non sulla remunerazione del token, ma su ciò che gli sta intorno: efficienza nei pagamenti e nel regolamento, riduzione dei costi di riconciliazione, servizi alle imprese, gestione delle riserve. In un mondo in cui i pagamenti internazionali restano lenti e costosi, una moneta programmabile che si muove in tempo reale ha un valore industriale, anche senza rendimento diretto.
C’è poi la componente difensiva, difficile da mettere a bilancio ma reale: trattenere i clienti e i loro flussi dentro il perimetro bancario, invece di cederli a emittenti in dollari. È la logica che Davies riassume quando parla di «indipendenza economica». Il vero test sarà l’adozione: senza commercianti, piattaforme e tesorerie aziendali pronte a usarla, anche la stablecoin meglio costruita rischia di restare un’infrastruttura senza traffico. La moneta, alla fine, vale quanto la rete che la accetta.
Cosa aspettarsi nella seconda metà del 2026
Tre scadenze meritano attenzione nei prossimi mesi. La prima è l’autorizzazione della banca centrale olandese: senza la licenza di istituto di moneta elettronica, Qivalis non può partire, e alcuni tracker di settore collocano il debutto già nel quarto trimestre 2026. La seconda è l’avanzamento della legislazione sull’euro digitale, che definirà i confini tra moneta pubblica e stablecoin private. La terza è la reazione del mercato: quante piattaforme e quante imprese sceglieranno davvero di regolare pagamenti in euro on-chain.
Al di là dell’esito, il segnale è chiaro. Con Qivalis le banche europee smettono di limitarsi a custodire o a intermediare cripto e provano a emettere moneta digitale in prima persona, sfidando il dominio del dollaro sul terreno delle stablecoin. È la fase più matura della bank crypto policy: non più difesa dal rischio, ma costruzione di infrastruttura. La direzione è tracciata; restano da definire i tempi, il prezzo e, soprattutto, chi userà davvero questa nuova moneta.
Domande frequenti
Che cos’è Qivalis?
Qivalis è la società con sede ad Amsterdam creata da un consorzio di banche europee per emettere una stablecoin in euro conforme al regolamento MiCA. Nata nel settembre 2025 con nove istituti, è cresciuta fino a 37 banche in quindici Paesi, tra cui le italiane UniCredit, Intesa Sanpaolo e Banca Sella. È vigilata dalla banca centrale olandese e punta al lancio nella seconda metà del 2026.
Quali banche fanno parte di Qivalis?
Tra i fondatori figurano UniCredit, Banca Sella, CaixaBank, ING, KBC, SEB, Danske Bank, DekaBank e Raiffeisen Bank International, poi affiancati da BNP Paribas. Con l’allargamento del 2026 sono entrate altre banche, tra cui Intesa Sanpaolo, ABN AMRO e Rabobank, portando il totale a 37 istituti.
La stablecoin Qivalis pagherà interessi?
No. Sotto MiCA una stablecoin come Qivalis è un token di moneta elettronica e non può corrispondere interessi ai detentori. Deve essere coperta uno a uno da riserve e rimborsabile alla pari in qualsiasi momento. Le banche puntano a guadagnare sui pagamenti e sui servizi collegati, non sulla remunerazione del token.
Che differenza c’è tra la stablecoin Qivalis e l’euro digitale?
Qivalis è moneta privata emessa da banche commerciali, mentre l’euro digitale sarebbe moneta di banca centrale emessa dalla BCE. La prima nasce ora su Ethereum pubblico; il secondo non è atteso prima del 2029 e prevede limiti di detenzione per proteggere i depositi. Sono strumenti complementari e, per certi versi, concorrenti.
Quando sarà disponibile la stablecoin in euro delle banche?
Il consorzio punta al lancio nella seconda metà del 2026, subordinato all’autorizzazione come istituto di moneta elettronica da parte della banca centrale olandese. Alcuni tracker di settore indicano il quarto trimestre 2026 come finestra probabile. La data non è ancora ufficiale.
Analisi a cura di Liam Brennan, redazione Macro e Mercati di HOGE Wire.