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● Bitcoin & Layer-1s

Taproot, BitVM e Citrea: i Layer 2 di Bitcoin nel 2026

Taproot ha aperto la strada a BitVM2 e Citrea, il primo ZK-rollup nativo su Bitcoin. Un nuovo paper, BitVM3, promette di tagliare i costi dei ponti trustless di circa 1000 volte.

Taproot nel 2026: da upgrade silenzioso a piattaforma per i Layer 2

Sono passati più di quattro anni dall’attivazione di Taproot, il 14 novembre 2021, e per molto tempo l’upgrade è stato raccontato come un cambiamento tecnico importante ma silenzioso: firme più compatte, script più flessibili, poco visibile per chi si limita a comprare e conservare Bitcoin. Nel 2026 quella narrazione sta cambiando, non perché sia arrivato un nuovo soft fork, ma perché sviluppatori e ricercatori stanno finalmente sfruttando fino in fondo la flessibilità che Taproot aveva reso possibile fin dal primo giorno.

Il caso più concreto è Citrea, il primo rollup a conoscenza zero (ZK-rollup) che si appoggia direttamente a Bitcoin per la sicurezza, entrato in mainnet il 27 gennaio 2026. Il suo ponte trustless, chiamato Clementine, si basa su BitVM2, un modo di costruire contratti complessi su Bitcoin senza modificare il protocollo. E proprio mentre Citrea consolidava la propria fase di lancio, un nuovo paper accademico, BitVM3, ha proposto un modo per tagliare drasticamente i costi di quei ponti, aprendo la porta a una nuova generazione di applicazioni. Questo articolo ricostruisce come si è arrivati fin qui, cosa cambia davvero con BitVM3 e cosa significa tutto questo per chi segue Bitcoin dall’Italia. Per un lettore che negli ultimi anni ha sentito parlare di Taproot soprattutto in relazione a Ordinals o al rischio quantistico, questo è un capitolo diverso della stessa storia: quello in cui la flessibilità dello scripting diventa infrastruttura finanziaria vera e propria.

Schnorr, MAST e Tapscript: le tre BIP che hanno riscritto Bitcoin

Taproot non è un’unica proposta ma un pacchetto di tre Bitcoin Improvement Proposal, attivate insieme tramite il meccanismo Speedy Trial: lock-in al blocco 687.284 (12 giugno 2021, con oltre il 90% del segnale dei miner) e attivazione effettiva al blocco 709.632, il 14 novembre 2021 attorno alle 05:15 UTC, come ricostruito in dettaglio da CoinDesk. Da quel momento gli indirizzi Taproot si riconoscono dal prefisso bc1p, distinto da bc1q di SegWit e dal semplice 1 iniziale degli indirizzi legacy.

Le tre proposte, documentate nel repository bitcoin/bips su GitHub, lavorano insieme. BIP 340 introduce le firme Schnorr accanto all’algoritmo ECDSA storico di Bitcoin. BIP 341 definisce Taproot vero e proprio, cioè Pay-to-Taproot (P2TR) combinato con MAST, il Merkelized Alternative Script Tree. BIP 342 introduce Tapscript, il nuovo linguaggio di scripting usato quando si spende seguendo il percorso script invece del percorso chiave.

La combinazione è più potente della somma delle parti. Le firme Schnorr permettono di aggregare più firme in una sola, la base tecnica di MuSig2, rendendo un multisig indistinguibile da una transazione con una singola chiave. MAST permette di nascondere dietro un’unica radice di Merkle tutte le condizioni di spesa possibili di un contratto, rivelando on-chain solo quella effettivamente usata. Il risultato pratico è duplice: transazioni più economiche e più private, ma anche, come si vedrà più avanti, uno spazio di scripting abbastanza flessibile da rendere possibili costruzioni molto più ambiziose delle semplici firme multiple.

Un altro vantaggio spesso meno raccontato riguarda la verifica in blocco: le firme Schnorr, a differenza di ECDSA, si prestano alla batch verification, cioè un nodo può verificare insieme molte firme diverse invece di una alla volta, riducendo il carico computazionale complessivo per validare un blocco. È un dettaglio tecnico, ma è anche uno dei motivi per cui gran parte delle proposte più recenti, BitVM incluso, preferiscono costruire sopra Schnorr piuttosto che sopra il vecchio ECDSA.

BIPNomeCosa introduceAutori principali
BIP 340Schnorr SignaturesNuovo schema di firma, base per l’aggregazione MuSig2Pieter Wuille, Jonas Nick, Tim Ruffing
BIP 341Taproot (P2TR + MAST)Nuovo tipo di output che unisce spesa per chiave e per scriptPieter Wuille, Jonas Nick, Anthony Towns
BIP 342TapscriptLinguaggio di scripting per il percorso script di TaprootPieter Wuille, Jonas Nick, Anthony Towns

Quanto è adottato Taproot nel 2026

I numeri di adozione raccontano una storia in due tempi. La quota di transazioni che spendono da un output Taproot ha toccato un picco sopra il 40% a inizio 2024, trainata quasi interamente dalla mania di Ordinals e dal lancio di Runes; da allora si è assestata su un più modesto 15-20% a inizio 2026, secondo i dati aggiornati dello adoption tracker di Spark. Il calo non è necessariamente un segnale negativo: riflette il raffreddamento della domanda speculativa di inscription e una base più organica di utilizzo da parte di wallet e protocolli. Per confronto, SegWit, attivato nel 2017, resta lo standard maturo, con circa l’85-90% delle transazioni che ne spendono almeno un input.

A trainare l’adozione di qualità nel 2026 è soprattutto MuSig2 (BIP 327), lo schema di aggregazione delle firme Schnorr: l’app Bitcoin di Ledger lo supporta dalla versione 2.4.0, custodian istituzionali come BitGo e wallet come Nunchuk lo hanno integrato nei propri setup multisig, e LND lo usa di default per l’apertura dei canali Lightning basati su Taproot. FROST, lo schema di firma a soglia pensato per configurazioni ancora più distribuite, resta più indietro: la sua variante è stata assegnata come BIP 445 solo a gennaio 2026, e per ora è Spark a usarla concretamente nel proprio modello di operatori a soglia.

C’è anche un terzo canale di adozione, meno visibile nelle statistiche pure di on-chain footprint ma sempre più rilevante: Taproot Assets, il protocollo che permette di emettere asset, comprese le stablecoin, sopra Lightning sfruttando proprio le strutture dati di Taproot. Lightning Labs continua a far evolvere lo stack, con nuove funzioni di backup e trasferimento pensate esplicitamente per chi vuole costruire stablecoin su questo binario, un altro segnale che l’adozione tecnica di Taproot nel 2026 passa sempre più per l’infrastruttura e sempre meno per la speculazione da inscription.

Dalla firma aggregata al contratto complesso: il salto concettuale verso BitVM

Per capire perché Taproot è diventato improvvisamente rilevante per i Layer 2, bisogna capire cosa Bitcoin non ha mai fatto: aggiungere opcode che permettano al protocollo di verificare direttamente calcoli complessi, come farebbe una virtual machine generalista. Ogni proposta in questa direzione, da OP_CAT in poi, richiede un soft fork e anni di dibattito. Taproot, però, ha reso lo scripting abbastanza flessibile da permettere un trucco diverso: invece di far verificare il calcolo al protocollo, lo si struttura come un enorme albero di transazioni pre-concordate, firmate in anticipo da tutte le parti, che va eseguito on-chain solo se qualcuno contesta il risultato.

Questa è l’idea alla base di BitVM, proposta per la prima volta da Robin Linus nel 2023: un modo per rendere Bitcoin quasi Turing completo senza toccare il consenso, sfruttando proprio la capacità di Taproot di nascondere dietro un’unica radice Merkle un numero enorme di rami di script alternativi, ciascuno attivabile solo in uno scenario specifico di contestazione. La prima versione era più che altro una prova di concetto per singole scommesse verificabili; la vera utilità pratica, come ponte trustless per ancorare Layer 2 a Bitcoin, è arrivata con l’iterazione successiva, BitVM2. Il nome stesso, BitVM, gioca su questa idea: non una virtual machine nel senso tradizionale, integrata nel consenso, ma un modo di simulare un ambiente di calcolo generico usando esclusivamente gli strumenti che Bitcoin già offriva dopo Taproot.

BitVM2 spiegato: prove di frode ottimistiche senza soft fork

BitVM2, descritto nel paper accademico Bridging Bitcoin to Second Layers via BitVM2, risolve un problema molto concreto: come far entrare e uscire BTC da un Layer 2 senza affidarsi a una federazione che custodisce le chiavi, come accade nei sidechain classici. Il modello funziona così: uno o più operatori depositano un bond e gestiscono i prelievi degli utenti dal Layer 2 verso Bitcoin; se un operatore prova a prelevare fondi senza un’evidenza valida del proprio lavoro, chiunque nella rete, senza bisogno di alcun permesso o di appartenere a un gruppo predefinito, può presentare una prova di frode entro una finestra di contestazione e reclamare il bond.

Il salto rispetto ai ponti federati precedenti è nel modello di fiducia: da un’assunzione k-su-n onesti, dove serve che una certa quota della federazione si comporti bene, a un’assunzione 1-su-n, dove basta che un solo partecipante onesto tra tutti i possibili challenger sia online e vigile perché il sistema resti sicuro. È un cambiamento sottile ma profondo: sposta la sicurezza dalla composizione di un gruppo chiuso alla vigilanza di una rete aperta. Il modello ha già ispirato diversi progetti che costruiscono ponti e Layer 2 su questa base, tra cui BOB, Babylon, Citrea, Alpen, Bitlayer e Fiamma. Non esiste inoltre un limite fisso al numero n di potenziali challenger: chiunque può candidarsi a monitorare la rete, il che rende il modello scalabile man mano che un progetto cresce e attira più partecipanti indipendenti.

Il limite pratico di BitVM2, però, è il costo: nello scenario peggiore, quando la disputa arriva davvero fino in fondo on-chain, il costo stimato per portare a termine l’intero processo di verifica può superare i 16.000 dollari. Una cifra che scoraggia dal fare da challenger chiunque non abbia un forte incentivo economico diretto, e che di fatto concentra il ruolo di verificatore attivo in poche mani nella fase iniziale di ogni rete che adotta questo modello.

Citrea: il primo ZK-rollup nativo di Bitcoin entra in mainnet

Citrea è il progetto che ha reso BitVM2 qualcosa di più di un esercizio accademico. Il 27 gennaio 2026 la rete ha attivato il mainnet, definito da The Block come il primo Layer 2 a conoscenza zero di livello production costruito direttamente su Bitcoin. Tecnicamente Citrea usa una zkEVM, una virtual machine compatibile con Ethereum che gira off-chain, processa le transazioni in batch e genera prove crittografiche della loro correttezza; quelle prove vengono poi inscritte sulla blockchain di Bitcoin, che funge sia da livello di regolamento sia da livello di disponibilità dei dati. Il sistema di proof di Citrea si basa su RISC Zero: genera prove STARK che vengono poi compresse in prove Groth16 più piccole ed economiche da verificare, prima di essere pubblicate su Bitcoin.

Il ponte tra Citrea e Bitcoin si chiama Clementine, lanciato nel 2025 e costruito proprio sul modello BitVM appena descritto: gli utenti depositano BTC, gli operatori gestiscono i prelievi, e lo stato del sistema può essere ricostruito integralmente da chiunque gestisca un nodo Bitcoin completo, senza doversi fidare di un fornitore centralizzato di dati. Al lancio Citrea ha portato in produzione anche ctUSD, una stablecoin emessa da MoonPay sull’infrastruttura di M0, garantita da titoli di stato USA a breve termine e pensata per essere conforme al GENIUS Act statunitense; più di 30 applicazioni Bitcoin-native erano già live al day one, tra prestiti collateralizzati in BTC, prodotti strutturati e trading decentralizzato.

Dietro il progetto ci sono investitori di peso: Founders Fund, il fondo legato a Peter Thiel, e Galaxy Digital hanno guidato il round più recente, dopo un Series A del 2024 da 14 milioni di dollari che includeva anche Maven11, Mirana, dao5 e figure note dell’industria come Erik Voorhees, Balaji Srinivasan e Jameson Lopp. Orkun Kilic, CEO di Chainway Labs, il team che sviluppa Citrea, ha descritto così il ruolo della stablecoin nel collegare il sistema alla finanza tradizionale: «il regolamento nativo tramite ctUSD fornisce il ponte verso i sistemi fiat, supportando casi d’uso come i prestiti garantiti da BTC». Will Nuelle, General Partner di Galaxy, ha inquadrato l’operazione in termini più ampi: «Citrea rafforza il ruolo di Bitcoin all’interno dei sistemi finanziari globali» (entrambe le citazioni via The Block).

BitVM3: una tecnica crittografica degli anni ’80 taglia i costi di 1000 volte

Mentre Citrea consolidava il proprio lancio, un gruppo di ricercatori, lo stesso Robin Linus Woll insieme a Ioannis Alexopoulos, Lukas Aumayr, Zeta Avarikioti, Matteo Maffei e David Tse, pubblicava un nuovo paper destinato a diventare il prossimo capitolo della storia: BitVM3: Efficient Bitcoin Bridges via Garbled Circuits, ricevuto l’11 maggio 2026 e rivisto l’8 giugno. Il problema di partenza è quello descritto sopra: i costi di disputa di BitVM2, che nello scenario peggiore possono superare i 16.000 dollari, restano un ostacolo strutturale alla partecipazione aperta come challenger.

La soluzione proposta prende in prestito un’idea che con Bitcoin non c’entra nulla all’origine: i circuiti offuscati, o garbled circuits, una tecnica crittografica per il calcolo multiparty sicuro che risale agli anni ’80. Nel design di BitVM3, un challenger valuta l’intero circuito di verifica off-chain; se la pretesa dell’operatore è scorretta, quella valutazione produce un segreto che impedisce all’operatore stesso di accedere ai fondi contestati, senza che il calcolo pesante debba mai finire su Bitcoin. Il risultato, secondo gli stessi autori, è un costo on-chain complessivo di circa 9 dollari nello scenario peggiore, con la singola transazione di contestazione che scende a circa 0,20 dollari: una riduzione vicina alle 1000 volte rispetto a BitVM2. Un costo di ingresso più basso significa in pratica bond più piccoli richiesti agli operatori e soglie più accessibili per chi vuole partecipare come challenger, due condizioni che nel modello 1-su-n contano più di qualunque altro singolo parametro per la sicurezza reale del sistema.

Non è però un pranzo gratis. Spostare il calcolo pesante fuori dalla catena sposta anche il problema: ogni operatore di BitVM3 deve gestire e rendere disponibili fino a circa 5 terabyte di dati, il che sposta il collo di bottiglia dalla capacità di calcolo di Bitcoin alla robustezza delle reti di disponibilità dei dati che dovranno sostenere il sistema. Vale la pena essere chiari anche sullo stato del progetto: a metà 2026 BitVM3 è ancora un paper di ricerca appena rivisto, non un sistema in produzione. Citrea e gli altri ponti oggi attivi restano costruiti su BitVM2; BitVM3 indica la direzione verso cui si muove l’ingegneria, non ancora la base di un prodotto disponibile agli utenti finali.

ParametroBitVM2BitVM3
Tecnica di baseScript Bitcoin standard, calcolo on-chain in caso di disputaCircuiti offuscati (garbled circuits), calcolo off-chain
Costo totale on-chain (scenario peggiore)circa 16.000 dollaricirca 9 dollari
Costo della transazione di contestazioneelevato, parte della disputa integralecirca 0,20 dollari
Collo di bottiglia principalecosto di calcolo on-chaindisponibilità dati off-chain, fino a circa 5 TB per operatore
Stato a metà 2026in produzione, Citrea/Clementine e altripaper di ricerca, non ancora distribuito

Layer 2 di Bitcoin: quali modelli di fiducia esistono davvero

Con Citrea in scena, vale la pena mettere in fila le opzioni che un utente ha oggi per far uscire valore da Bitcoin verso un ambiente più espressivo, perché Layer 2 è un’etichetta che nasconde modelli di fiducia molto diversi tra loro. Il Lightning Network resta il caso più maturo: canali di pagamento bilaterali, autocustodia continua salvo la necessità di restare online per proteggersi da tentativi di frode, nessuna terza parte che detiene i fondi. I sidechain federati come Liquid, invece, si affidano a un gruppo predefinito di funzionari che controlla le chiavi multisig: veloci e utili per casi d’uso specifici, ma con un’assunzione di fiducia esplicita verso quel gruppo. Esistono anche i Discreet Log Contract (DLC), contratti derivati bilaterali che usano oracoli esterni e beneficiano anch’essi della compattezza di Taproot, un’altra dimostrazione di quanto lo stesso upgrade del 2021 continui a generare nuove applicazioni con l’evolversi degli strumenti costruiti sopra di esso.

I ponti basati su BitVM, come Clementine di Citrea, occupano una posizione intermedia ma concettualmente diversa: non serve fidarsi di un gruppo chiuso, basta che esista almeno un partecipante onesto disposto a fare da challenger, e la correttezza del calcolo off-chain viene garantita da prove crittografiche, in questo caso a conoscenza zero generate dalla zkEVM, piuttosto che dalla reputazione di chi le esegue. È lo stesso principio, applicato al calcolo generico invece che all’intelligenza artificiale, di cui abbiamo scritto a proposito del verifiable compute: un sistema che permette a chiunque di verificare che un calcolo eseguito altrove sia stato svolto correttamente, senza doverlo rieseguire per intero. Dal punto di vista di un osservatore esterno della blockchain, per giunta, molte di queste operazioni restano difficili da distinguere tra loro proprio grazie a Taproot: un prelievo da Clementine e una normale spesa key-path condividono la stessa forma superficiale on-chain.

ModelloEsempioChi custodisce i fondiMeccanismo di sicurezza
Canali di pagamentoLightning NetworkL’utente stesso, autocustodiaFirme multi-parte, penalità on-chain per comportamento scorretto
Sidechain federatoLiquid NetworkFederazione di funzionari predefinitiMultisig k-su-n della federazione
Ponte basato su BitVMClementine (Citrea)Operatori con bond, sfidabili da chiunqueProva di frode ottimistica, 1-su-n challenger onesto

Il dibattito parallelo sui covenant: perché BitVM non li aspetta

Mentre BitVM procede senza bisogno di modifiche al consenso, esiste un binario parallelo di proposte che richiederebbero invece proprio un soft fork: i cosiddetti covenant. OP_CTV, BIP-119, proposto da Jeremy Rubin, è quello più vicino a un’eventuale attivazione, pensato per casi d’uso considerati sicuri come i vault e il controllo della congestione della rete. OP_CAT, BIP-347, di Ethan Heilman e Armin Sabouri, è più ambizioso e permetterebbe covenant ricorsivi, ma resta senza una timeline di attivazione definita. LNHANCE raggruppa proposte più mirate al miglioramento di Lightning. Un’analisi approfondita di questa rinascita dei covenant è disponibile su BlockEden. Se attivati, alcuni di questi covenant renderebbero comunque le costruzioni BitVM più semplici o più economiche da implementare, motivo per cui i due filoni, pur separati, vengono spesso discussi insieme dagli stessi ricercatori.

Il punto è che Citrea e gli altri progetti basati su BitVM hanno potuto lanciarsi senza aspettare l’esito di questo dibattito, che nella comunità Bitcoin resta spesso acceso tra chi teme un’eccessiva finanziarizzazione del protocollo e chi invece la considera un’evoluzione naturale. Andrew Poelstra, ricercatore di Blockstream e coautore di diverse BIP legate a Taproot, ha risposto così a chi si oppone per principio a qualsiasi cambiamento: «dobbiamo parlare con le persone che si identificano come ossificazioniste, con chi non vuole che Bitcoin cambi, e credo che dobbiamo argomentare con passione, e correttamente, che si tratta di qualcosa che farebbe bene a Bitcoin», ricordando che Bitcoin si è già evoluto in passato, Ordinals compreso (Bitcoin Magazine). Chi vuole approfondire anche il fronte, distinto, del rischio legato al calcolo quantistico che pesa sugli stessi indirizzi Taproot può leggere il nostro articolo su come il rischio quantistico sta riaccendendo il dibattito su Bitcoin.

Ordinals e Runes: l’uso imprevisto di Taproot che ha aperto la strada

C’è un filo che lega la corsa attuale ai Layer 2 a un fenomeno molto più vecchio: Ordinals. Quando Casey Rodarmor lanciò il protocollo nel gennaio 2023, sfruttò proprio la capacità di Tapscript di incorporare dati arbitrari negli script Taproot per inscrivere contenuti, immagini, testo e altro, direttamente su singoli satoshi. Runes, lanciato dallo stesso Rodarmor nell’aprile 2024, il giorno dell’halving, ha poi offerto un modo più efficiente di rappresentare token fungibili, codificando lo stato direttamente nel modello UTXO invece di affidarsi al testo delle inscription come faceva lo standard BRC-20. Tra picchi e cali, il conteggio complessivo delle inscription ha superato i 107 milioni entro gennaio 2026, secondo tracker pubblici come Ordiscan.

Il collegamento con Citrea non è solo storico. Il lancio del rollup ha riacceso lo stesso dibattito sullo spazio di blocco che Ordinals aveva scatenato nel 2023, questa volta perché le prove crittografiche generate dalla zkEVM devono comunque trovare posto nei blocchi di Bitcoin: più dati non monetari competono per lo stesso spazio scarso, più il tema delle fee torna centrale, come ha notato Cointelegraph proprio in occasione del lancio di Citrea. È lo stesso conflitto di fondo, riproposto con protagonisti diversi: fino a che punto Bitcoin deve restare un registro puramente monetario, e fino a che punto può ospitare anche altro. Alcuni sviluppatori orientati al solo caso d’uso monetario hanno criticato apertamente questa tendenza, mentre altri la considerano una fonte di entrate preziosa per i miner in un’epoca in cui il subsidy di blocco continua a scendere a ogni halving, un dibattito che si trascinerà probabilmente ben oltre il 2026.

Rischi e limiti del modello Citrea e BitVM

Vale la pena essere onesti sui limiti, non solo sui meriti. Il primo rischio è la centralizzazione di fatto nella fase iniziale: se in teoria basta un solo challenger onesto per garantire la sicurezza del ponte, in pratica agli albori di ogni rete gli operatori attivi sono pochi, e finché i costi di disputa restano alti, cioè finché BitVM3 o qualcosa di simile non arriva davvero in produzione, il numero di soggetti realisticamente in grado di monitorare e contestare resta ridotto. Non è un difetto teorico del design, quanto un rischio di adozione da monitorare nei prossimi trimestri.

  • Il modello di fiducia 1-su-n è più debole di zero fiducia: se davvero nessun challenger onesto è online nella finestra utile, un operatore scorretto può comunque sottrarre fondi.
  • La disponibilità dei dati resta un collo di bottiglia strutturale, e diventa ancora più rilevante con architetture come BitVM3 che spostano volumi importanti di dati fuori dalla catena.
  • ctUSD e le altre stablecoin che iniziano a circolare su questi rollup sollevano le stesse domande di custodia, riserve e redimibilità di qualunque altra stablecoin, semplicemente spostate su un nuovo livello infrastrutturale.
  • Il paragone con i rollup di Ethereum non è mai uno a uno: Bitcoin non ha uno strato nativo di verifica dei fraud proof pensato per questo scopo, quindi ogni costruzione di questo tipo è più artigianale e vincolata alle capacità esistenti dello script.
  • La sicurezza del bridge non esaurisce il rischio complessivo: bug nel codice della zkEVM o negli stessi circuiti di prova rappresentano un rischio distinto, dello stesso tipo che ha già colpito diversi rollup Ethereum in passato, e nessun modello di fiducia sul ponte può compensare un errore nella logica applicativa a monte.

Cosa significa per l’Italia: Consob, Banca d’Italia e fisco

Dal punto di vista regolatorio vale un principio che conviene ripetere ogni volta che si parla di sviluppi a livello di protocollo: MiCA disciplina i fornitori di servizi in cripto-attività e gli emittenti di token, non il protocollo Bitcoin in sé. Né Consob né Banca d’Italia, che in Italia si dividono rispettivamente la vigilanza sulla condotta di mercato e quella prudenziale sui token collegati ad attività e moneta elettronica, si veda la sezione MiCAR di Consob, hanno voce in capitolo su un soft fork o su un ponte basato su BitVM: sono scelte che passano dal consenso della rete Bitcoin, non da un’autorizzazione regolatoria.

Quello che invece resta pienamente sotto la lente del fisco italiano è cosa un investitore fa con questi strumenti. Depositare BTC su Citrea per un prestito collateralizzato, ottenere rendimento tramite ctUSD o fare trading su un’app costruita sul rollup genera gli stessi eventi fiscalmente rilevanti di qualunque altra operazione in cripto-attività: plusvalenze tassate come reddito diverso di natura finanziaria, oggi al 33% dal 2026, con il 26% che resta per i token di moneta elettronica conformi a MiCA, e obbligo di monitoraggio nel quadro RW indipendentemente dal layer su cui l’attività avviene. Il quadro è cambiato molto negli ultimi mesi anche sul fronte exchange, come raccontato nel nostro approfondimento su cosa cambia dopo la chiusura del periodo transitorio MiCA e l’uscita di Binance dal mercato europeo, un contesto utile per chi valuta dove e come operare con questi nuovi strumenti.

Sul piano pratico, la sfida più concreta per chi opera su questi strumenti resta la documentazione: ricostruire il costo di carico secondo il metodo LIFO quando i fondi si spostano tra Bitcoin, un rollup e di nuovo Bitcoin richiede una tenuta dei registri più accurata rispetto a una semplice compravendita su un exchange centralizzato, ed è un aspetto che vale la pena considerare prima di usare questi strumenti su larga scala.

Il contesto di mercato: prezzo e narrativa

Al momento della pubblicazione Bitcoin scambia poco sopra i 55.000 euro, secondo i dati di CoinGecko. Lo sviluppo di un’infrastruttura Layer 2 come Citrea non è direttamente collegato ai movimenti di prezzo nel breve periodo, ma si inserisce in una narrativa più ampia che nel 2026 sta guadagnando spazio: quella di un Bitcoin non più raccontato solo come riserva di valore da confrontare con l’oro, tema che abbiamo trattato a fondo nel pezzo su oro e Bitcoin come beni rifugio, ma anche come base di credito e liquidità programmabile. È in parte lo stesso motivo per cui quest’anno il comportamento di Bitcoin rispetto ai mercati azionari tradizionali si è fatto meno prevedibile, come approfondito nel nostro articolo su perché la correlazione tra Bitcoin e azioni si è rotta: un asset che accumula casi d’uso propri tende a rispondere a driver propri.

Cosa aspettarsi nella seconda metà del 2026

Diversi filoni convergeranno nei prossimi mesi. Sul fronte BitVM, l’attenzione principale sarà capire quanto velocemente le idee di BitVM3 potranno passare dalla carta a un’implementazione di produzione, magari prima su reti minori o testnet, prima di un eventuale utilizzo su un ponte come Clementine; il costo delle dispute è probabilmente la variabile singola più importante per decidere quanto davvero aperto resterà il ruolo di challenger su questi sistemi. In parallelo, altri progetti costruiti sul paradigma BitVM2, da BOB a Bitlayer, Alpen e Fiamma, continueranno a testare varianti proprie dello stesso modello di ponte, in una fase che ricorda da vicino la sperimentazione dei rollup Ethereum tra il 2021 e il 2022. Da tenere d’occhio anche Babylon, che usa un approccio derivato dalla stessa famiglia di tecniche per permettere lo staking nativo di BTC a protezione di altre chain proof-of-stake, un caso d’uso ulteriore della stessa base tecnica.

Sul fronte dei covenant, il calendario di OP_CTV resta il punto di riferimento: la finestra di segnalazione dei miner è iniziata il 30 marzo 2026, con timeout fissato al 30 marzo 2027 e un’altezza di blocco minima per l’attivazione a maggio 2027, quindi il tema resterà sul tavolo ben oltre la fine di quest’anno. Nel complesso, il filo conduttore del 2026 è che Taproot, quattro anni dopo la sua attivazione, sta finalmente mostrando fino in fondo cosa la sua flessibilità di scripting può abilitare, non tramite un nuovo upgrade del protocollo ma tramite l’ingegneria costruita sopra quello già esistente.

Domande frequenti

Che cos’è Taproot su Bitcoin?

Taproot è un pacchetto di tre aggiornamenti, BIP 340, 341 e 342, attivato il 14 novembre 2021, che ha introdotto le firme Schnorr, un nuovo tipo di output chiamato Pay-to-Taproot con indirizzi dal prefisso bc1p, e un nuovo linguaggio di scripting, Tapscript. Insieme rendono le transazioni multisig più economiche e private e aprono la strada a script più complessi, senza modificare le regole fondamentali del protocollo.

Come fa BitVM2 a funzionare senza modificare il protocollo Bitcoin?

BitVM2 non chiede a Bitcoin di verificare direttamente un calcolo complesso, cosa che richiederebbe nuovi opcode e quindi un soft fork. Usa invece la flessibilità di scripting resa possibile da Taproot per costruire un enorme insieme di transazioni pre-firmate: il calcolo va eseguito on-chain solo se un operatore prova a comportarsi in modo scorretto e qualcuno lo contesta con una prova di frode entro una finestra di tempo prestabilita.

Citrea è sicuro? Come funziona il ponte Clementine?

Clementine, il ponte di Citrea, adotta il modello di fiducia 1-su-n tipico di BitVM2: basta che un solo partecipante onesto tra i possibili challenger sia attivo e vigile perché il sistema resti sicuro, senza bisogno di fidarsi di una federazione chiusa. Non è però un sistema privo di ogni rischio: nella fase iniziale di ogni rete il numero di challenger realisticamente attivi è ridotto, ed è un fattore da monitorare mentre l’ecosistema matura.

Cosa cambia BitVM3 rispetto a BitVM2?

BitVM3, descritto in un paper pubblicato nel maggio 2026, usa una tecnica chiamata circuiti offuscati, o garbled circuits, per spostare il calcolo pesante fuori dalla catena. Il risultato stimato dagli autori è una riduzione del costo totale delle dispute da circa 16.000 dollari a circa 9 dollari, con la singola transazione di contestazione che scende a circa 0,20 dollari. Il costo si sposta però sulla necessità per gli operatori di gestire grandi quantità di dati off-chain, fino a circa 5 terabyte ciascuno; a metà 2026 resta un paper di ricerca, non ancora un sistema in produzione.

La Consob regola Taproot o i Layer 2 costruiti su Bitcoin in Italia?

No. MiCA e la vigilanza di Consob e Banca d’Italia riguardano i fornitori di servizi in cripto-attività e gli emittenti di token, non le regole di consenso del protocollo Bitcoin né i ponti trustless come Clementine. Restano invece pienamente applicabili le regole fiscali italiane: le plusvalenze generate usando questi strumenti, ad esempio tramite prestiti collateralizzati o rendimento su ctUSD, sono tassate come qualunque altra plusvalenza in cripto-attività.

Articolo a cura della redazione di HOGE Wire.

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