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● AI x Crypto

Akash Network lascia Cosmos: cosa cambia per le GPU decentralizzate

Akash Network abbandona la blockchain Cosmos dopo una disputa sulle licenze e cerca una nuova casa entro fine 2026. Ecco come funziona il marketplace GPU e i rischi per chi investe in AKT.

Introduzione: la fame di GPU e la scommessa decentralizzata

Nel 2026 la GPU è diventata la materia prima più contesa dell’industria tecnologica. I grandi laboratori di intelligenza artificiale e le aziende che li servono continuano ad aumentare gli ordini di acceleratori Nvidia, mentre i data center faticano a tenere il passo tra ritardi nelle forniture, colli di bottiglia energetici e tempi di costruzione che si misurano in anni, non in mesi. Lo ha riassunto bene Michael Intrator, amministratore delegato di CoreWeave, commentando i risultati del primo trimestre 2026 dell’azienda: «il vincolo nell’intelligenza artificiale non è più se le aziende e i laboratori vogliono adottarla; è quanto velocemente si possa consegnare capacità cloud AI affidabile e ad alte prestazioni», una dichiarazione ripresa dalla copertura di CNBC sulla trimestrale.

In questo scenario si è ritagliato uno spazio un gruppo di progetti crypto che promette di aggregare la potenza di calcolo inutilizzata di data center più piccoli, provider regionali e persino computer di appassionati, per rivenderla a prezzi inferiori rispetto ai grandi cloud. Il capofila di questo settore, per longevità e riconoscibilità, è Akash Network, il marketplace decentralizzato di GPU che da tre anni prova a dimostrare che il modello del cloud computing peer to peer può reggere il confronto con Amazon, Google e Microsoft.

Il 2026, però, si sta rivelando un anno di svolta per Akash per un motivo che va oltre l’andamento del prezzo del suo token AKT: il progetto ha annunciato che abbandonerà la blockchain proprietaria su cui è nato, in una vicenda che intreccia una disputa sulle licenze software, la ricerca di un nuovo modello di sicurezza e interrogativi aperti su cosa significhi davvero, oggi, utilizzo reale in un mercato di GPU decentralizzate. In questo approfondimento ricostruiamo come funziona Akash, cosa sta cambiando nella sua architettura, quanto pesa rispetto alla concorrenza, decentralizzata e non, e quali sono i rischi, anche fiscali, per chi in Italia decide di avvicinarsi ad AKT.

Il colpo di scena del 2026: Akash abbandona la blockchain Cosmos

A ottobre 2025 Greg Osuri, fondatore di Akash attraverso la società Overclock Labs, ha sorpreso la community annunciando che la rete avrebbe dismesso la propria blockchain sovrana, costruita con il Cosmos SDK ma mai realmente ancorata al Cosmos Hub, per trasferirsi su un’infrastruttura di sicurezza condivisa gestita da un altro Layer 1. Come riportato da The Block, Osuri ha spiegato che Akash è una app chain che gira sulla propria L1, costruita con il Cosmos SDK ma non ospitata sul Cosmos Hub, e che la rete avrebbe valutato diverse alternative sia dentro sia fuori dall’ecosistema Cosmos, mantenendo però la compatibilità IBC per non perdere le integrazioni con strumenti come Osmosis e Keplr.

La proposta di governance che formalizza il cambiamento si chiama AEP-79, Akash on Shared Security: una richiesta di proposte rivolta a Layer 1 già affermati, con l’obiettivo di ridurre l’inefficienza di capitale generata dallo staking di AKT necessario a proteggere la chain e il carico operativo di mantenere un proprio Layer 1. Il documento cita come modelli di riferimento la Interchain Security di Cosmos, il modello a parachain di Polkadot e la disponibilità dei dati modulare di Celestia, con l’obiettivo dichiarato di passare a una sicurezza a consumo: invece di tenere bloccati milioni di AKT in staking, la rete pagherebbe una tariffa proporzionale all’utilizzo effettivo. La scadenza indicata per completare la transizione è il 31 dicembre 2026, ma al momento in cui scriviamo nessun Layer 1 è stato ancora scelto ufficialmente.

A rendere la questione più urgente è arrivata, il 16 aprile 2026, una disputa sulle licenze software: il team che sviluppa il Cosmos SDK ha modificato la licenza di un modulo enterprise, passando da Apache 2.0 a una licenza di sola valutazione che vieta l’uso commerciale senza un accordo separato. Osuri ha definito la mossa ostile, scrivendo su X che la nuova licenza impedirebbe ad Akash di «distribuirlo in produzione, usarlo commercialmente in qualsiasi modo, offrirlo come servizio a terzi», di fatto rendendo impossibile continuare a costruire su quel componente senza una licenza enterprise concessa dal team Cosmos. Diverse testate di settore hanno collegato questa vicenda all’accelerazione dei piani di migrazione già annunciati mesi prima.

Per gli utenti di Akash la parte più delicata riguarda lo staking: Osuri ha provato a rassicurare la community sostenendo che lo staking di AKT può sembrare che stia scomparendo dalla rete, ma che in realtà si sta evolvendo in qualcosa di superiore, lasciando intendere che il nuovo modello di sicurezza condivisa cambierà il modo in cui il token viene bloccato e remunerato, senza però fornire ancora dettagli tecnici definitivi.

Cos’è Akash Network e come funziona il marketplace GPU

Al netto del terremoto sulla sicurezza, il prodotto che rende Akash conosciuto resta il suo marketplace di calcolo. Nato nel marzo 2018 dalla società Overclock Labs, fondata da Osuri insieme ad Adam Bozanich, con un seed round di circa 1,8 milioni di dollari, Akash ha lanciato il mainnet nel settembre 2020 offrendo inizialmente solo CPU e storage. Le GPU sono arrivate solo con l’aggiornamento Mainnet 6, ribattezzato Supercloud, del 31 agosto 2023, che ha aperto il marketplace agli acceleratori Nvidia H100 e A100 oltre che a diverse schede consumer.

Il meccanismo centrale è un’asta inversa. Chi ha bisogno di calcolo scrive un manifesto SDL (Stack Definition Language) che descrive le risorse richieste, tipo di GPU, CPU, RAM, storage, durata, e lo invia alla rete tramite la Akash Console o dashboard di terze parti come Praetor. I fornitori di calcolo, i provider, competono presentando offerte al ribasso; l’utente finale sceglie liberamente a chi affidare il carico, senza essere obbligato a selezionare l’offerta più economica, per esempio se un provider ha una reputazione migliore o hardware più recente. Il pagamento avviene in AKT, o tramite il meccanismo di regolamento introdotto dalla Burn Mint Equilibrium descritto più avanti, e viene regolato automaticamente man mano che il lease procede.

Rispetto a un cloud tradizionale, la promessa di Akash è un risparmio che il progetto stesso rivendica fino all’85% sui listini di AWS, Google Cloud e Microsoft Azure. Dati più granulari raccolti da diversi tracker di settore, tra cui una ricerca di Yellow, situano un’istanza H100 su Akash intorno a 1,30-2 dollari l’ora (circa 1,15-1,75 euro), contro i 4-7 dollari l’ora o più che i grandi cloud applicano per capacità on demand equivalente. Il divario si restringe se si considerano sconti per impegni pluriennali sui cloud tradizionali, ma resta comunque significativo per chi ha bisogno di capacità spot o a breve termine.

Homenode: quando il PC di casa diventa infrastruttura cloud

Una delle scommesse più ambiziose di Akash per il 2026 riguarda l’offerta di calcolo, non la domanda. Storicamente, diventare provider su Akash richiedeva competenze da amministratore di sistema: bisognava configurare un cluster Kubernetes, gestire networking e sicurezza, occuparsi di uptime. Una barriera che ha tenuto fuori dal mercato migliaia di appassionati con una singola scheda video di fascia alta, magari acquistata per il gaming o il rendering.

Homenode, la cui prima versione era attesa nella tarda primavera 2026 secondo la roadmap pubblica del progetto, punta a eliminare questa barriera: chi possiede una RTX 4090, una RTX 5090 o una Quadro RTX 6000 Ada può mettere a disposizione la propria GPU come provider senza dover gestire Kubernetes. L’obiettivo dichiarato da Osuri già a inizio 2025 è ambizioso: coinvolgere fino a 11.000 data center professionali e circa 7 milioni di piccoli data center periferici a livello globale, offrendo persino cluster gratuiti di GPU H200 ai fornitori che si impegnano a lungo termine, per superare i vincoli di capitale che frenano le aziende AI più piccole. Va detto che quando Osuri delineò questo piano, all’inizio del 2025, Akash dichiarava un’utilizzazione della rete attorno al 70% e ricavi ricorrenti annui sopra i 4,3 milioni di dollari: cifre che vanno lette come una istantanea di allora, non come lo stato attuale della rete, che come vedremo più avanti è cambiato parecchio da allora.

Il ragionamento di fondo è che la domanda di calcolo per l’AI, in particolare per l’inferenza, cioè far girare un modello già addestrato e non addestrarlo da zero, non richiede sempre i cluster giganteschi e sincronizzati tipici del training. Molti carichi di lavoro si prestano a essere spezzettati su hardware eterogeneo e distribuito geograficamente, esattamente il punto di forza teorico di una rete come Akash rispetto a un data center centralizzato. Se Homenode funzionerà come promesso, l’offerta di GPU disponibili sulla rete, scesa a 334 nel primo trimestre 2026 dalle 587 del trimestre precedente secondo i dati di Messari, potrebbe invertire la rotta grazie all’ingresso di migliaia di schede consumer.

AkashML e AkashChat: il livello di inferenza cresce

Se Homenode è la scommessa sul lato dell’offerta, AkashML è quella sul lato della domanda applicata all’intelligenza artificiale generativa. Si tratta di un livello di inferenza gestito che permette di eseguire modelli linguistici open source, tra cui varianti di Llama 3.3-70B, DeepSeek V3 e Qwen3-30B-A3B, distribuiti su quella che Akash descrive come una rete di oltre 65 data center. Sopra questo livello gira AkashChat, un’interfaccia di chat gratuita e senza registrazione, pensata per far provare il prodotto anche a chi non è sviluppatore. Il fenomeno si inserisce in una tendenza più ampia che abbiamo già raccontato nel nostro approfondimento sull’inferenza decentralizzata: diversi progetti crypto stanno costruendo alternative aperte ai fornitori di inferenza centralizzati.

I numeri di crescita, va detto, sono tra i pochi che nel 2026 mettono d’accordo Akash e gli osservatori esterni: il throughput della rete è passato da circa 5 miliardi di token al giorno a maggio 2026 a oltre 10 miliardi di token al giorno a inizio luglio, con ripetuti massimi storici. Tra gli utilizzatori citati dal progetto figurano nomi noti nell’ecosistema AI-crypto come Venice, ElizaOS, Morpheus e Gensyn, un altro progetto attivo nel calcolo distribuito per il machine learning. Nel suo report del primo trimestre 2026, Akash ha rivendicato una spesa complessiva in calcolo pari a 5 milioni di dollari (circa 4,4 milioni di euro), un massimo storico per la rete, e ha dichiarato che il traffico generato tramite OpenRouter, un router che smista le richieste di inferenza tra diversi fornitori di modelli, avrebbe superato quello di Cloudflare in termini di token processati. Come ha sintetizzato lo stesso Osuri in quel report: «l’intelligenza artificiale si muove in mesi, l’energia si muove in anni», un modo per spiegare perché un’infrastruttura di calcolo flessibile, secondo il progetto, si adatta meglio ai tempi dell’AI rispetto alla costruzione di nuovi data center o centrali elettriche dedicate.

AKT, la Burn Mint Equilibrium e il futuro dello staking

Il token nativo della rete, AKT, viene scambiato oggi, secondo i dati di CoinGecko, intorno a 0,55 dollari (circa 0,48 euro), con una capitalizzazione di mercato di circa 162 milioni di dollari (circa 142 milioni di euro) su una fornitura circolante di circa 296 milioni di token e una fornitura massima fissata a poco più di 388 milioni. Per confronto, il massimo storico di AKT resta 8,07 dollari, toccato il 6 aprile 2021 in piena euforia per l’intero settore Cosmos, mentre il minimo storico è stato 0,165 dollari il 21 novembre 2022, in pieno inverno crypto: il prezzo attuale è quindi ancora oltre il 90% sotto il picco, pur essendo salito sensibilmente rispetto ai minimi del 2022.

L’inflazione dell’offerta è oggi limitata all’8% annuo, tetto approvato con una proposta di governance a marzo 2025, anche se il tasso realizzato nel primo trimestre 2026 è stato dell’8,94%, leggermente sopra il limite nominale. Circa metà delle nuove emissioni finisce in un fondo della community anziché ai soli staker, il che significa che il rendimento nominale dello staking, circa il 7,3% annuo, si traduce in un rendimento reale negativo, stimato tra -0,9% e -1,6%, una volta sottratta l’inflazione.

Il cambiamento più importante nella meccanica del token è arrivato il 23 marzo 2026 con l’attivazione della Burn Mint Equilibrium (BME), approvata con un consenso schiacciante in una votazione di governance, circa il 99,7% di voti favorevoli. Il meccanismo, il primo elemento deflazionistico nella storia della rete, funziona così: chi affitta calcolo brucia AKT per acquistare un credito di regolamento agganciato al dollaro, mentre il fornitore viene pagato in AKT al prezzo di mercato al momento del regolamento. Nei primi nove giorni di attivazione sono stati bruciati circa 53.520 AKT, una media di quasi 6.000 al giorno: una cifra ancora piccola se confrontata con l’emissione complessiva da inflazione, ma che introduce per la prima volta una pressione deflazionistica legata direttamente all’uso della rete, non solo alla speculazione.

Resta da vedere come cambierà tutto questo con la transizione verso la sicurezza condivisa descritta nel paragrafo precedente: se lo staking smetterà di essere il meccanismo primario con cui AKT protegge la rete, il modo in cui il token cattura valore dall’attività del marketplace potrebbe spostarsi quasi interamente sulla BME e su eventuali nuovi meccanismi legati ai servizi gestiti, come il Managed Services Market previsto entro la fine del 2026.

I numeri che non tornano: utilizzo, ricavi e trasparenza

Se la parte narrativa di Akash nel 2026 racconta crescita, l’inferenza, Homenode, la transizione infrastrutturale, i numeri operativi raccontano una storia più sfumata, e in parte contraddittoria. Secondo i dati raccolti da Messari nel suo report trimestrale sullo stato della rete, nel primo trimestre 2026 i fornitori attivi medi sono scesi a 58, il minimo storico da quando la rete tiene traccia di questa metrica, in calo dai 69 del primo trimestre 2025. Le GPU disponibili sono crollate da 587 a 334 nell’arco di un trimestre, quelle effettivamente in uso da 198 a 84, per un tasso di utilizzo indicato al 33,7%. Allo stesso tempo, il numero di lease, i contratti di affitto di calcolo, è cresciuto del 27,1% rispetto al trimestre precedente, ma i ricavi da lease sono scesi del 45% nello stesso periodo, a circa 253.250 dollari, poco più di 220.000 euro, un dato che annualizzato varrebbe poco più di un milione di dollari.

Il quadro stride con le cifre che Akash comunica di sé stessa: il report del primo trimestre 2026 pubblicato dal progetto parla di una spesa in calcolo da record pari a 5 milioni di dollari e di un traffico di inferenza che avrebbe superato Cloudflare. Il divario tra i circa 253.000 dollari di ricavi da lease tracciati da Messari e i 5 milioni di dollari di spesa in calcolo rivendicati da Akash è nell’ordine di un fattore venti, troppo ampio per essere spiegato solo da arrotondamenti. La spiegazione più probabile è che le due cifre misurino cose diverse: i ricavi da lease sono solo la fetta di marketplace tracciata onchain, CPU, GPU e storage affittati tramite asta inversa, mentre la spesa in calcolo comunicata da Akash sembra includere anche l’attività di AkashML e altri prodotti gestiti che non passano necessariamente dallo stesso meccanismo di lease. Non è quindi necessariamente un caso di dati falsificati, ma resta un problema reale di trasparenza: senza una riconciliazione pubblica tra le due metodologie, chi legge dall’esterno non può verificare quale delle due cifre racconti meglio la salute reale del marketplace.

Va anche detto che il quadro non è di stagnazione totale: sempre secondo Messari, Akash ha chiuso il 2025 con ricavi annui per 3,15 milioni di dollari, in crescita del 128% rispetto al 2024. Il problema non è quindi assenza di crescita, ma un primo trimestre 2026 debole sul fronte del marketplace di base, unito a una difficoltà di misurazione che rende arduo distinguere quanto della crescita raccontata da Akash provenga davvero dal noleggio decentralizzato di GPU e quanto da prodotti adiacenti. Diversi analisti indipendenti hanno posto la stessa domanda in modo esplicito, chiedendosi se l’aumento di interesse per AKT legato all’entusiasmo sull’intelligenza artificiale corrisponda a un utilizzo reale della rete o soltanto a una narrazione di mercato.

Quanto pesa Akash nel mercato dell’AI: il confronto con CoreWeave

Per inquadrare le cifre di Akash serve un termine di paragone. CoreWeave, la società americana quotata al Nasdaq (CRWV) che affitta capacità cloud dedicata all’AI su scala industriale, è centralizzata e non ha alcun token, ma è diventata il benchmark implicito con cui misurare qualunque ambizione decentralizzata in questo settore. Quotata in borsa il 28 marzo 2025 a 40 dollari per azione (circa 35 euro), CoreWeave ha chiuso il primo trimestre 2026 con ricavi per 2,078 miliardi di dollari, circa 1,82 miliardi di euro, in crescita del 112% su base annua, e ha indicato una guidance per l’intero 2026 tra 12 e 13 miliardi di dollari di fatturato, circa 10,5-11,4 miliardi di euro. Il suo amministratore delegato, Michael Intrator, ha descritto il trimestre come trasformativo, citando un backlog di ricavi vicino ai 100 miliardi di dollari, il trimestre di prenotazioni più forte nella storia dell’azienda.

Messo a confronto con questi numeri, l’intero settore delle GPU decentralizzate, non solo Akash ma anche Render, io.net, Nosana e gli altri protocolli tracciati dagli analisti, genera secondo alcune stime indipendenti ricavi annualizzati complessivi nell’ordine di 180-220 milioni di dollari, circa 158-193 milioni di euro. CoreWeave da sola, in un solo trimestre, fattura quasi dieci volte questa cifra. Non è un confronto scorretto in sé: i due modelli servono clienti diversi, CoreWeave punta su contratti pluriennali con grandi laboratori AI e aziende Fortune 500, mentre i marketplace decentralizzati puntano su sviluppatori indipendenti, startup e carichi di lavoro più piccoli o sperimentali. Ma il paragone aiuta a dimensionare correttamente le ambizioni del settore: la GPU decentralizzata resta, per ora, una nicchia rispetto all’infrastruttura AI mainstream.

Metrica (primo trimestre 2026)Akash NetworkIntero settore GPU decentralizzatoCoreWeave
Ricavi (base annua)circa 1 mln $ (885.000 €), da lease annualizzaticirca 180-220 mln $ (158-193 mln €)2,078 mld $ (1,82 mld €) nel solo primo trimestre
Fornitori e capacità58 provider attivi, 334 GPU disponibilidati aggregati non consolidati pubblicamenteoltre 1 GW di potenza attiva installata
Variazione trimestralelease +27,1%, ricavi da lease -45%non disponibile in modo aggregatoricavi +112% su base annua
Quotazionetoken AKT su exchange cryptosomma di token quotati separatamenteazione Nasdaq CRWV dal 28 marzo 2025

Akash contro Render, io.net e Nosana (e perché non è verifiable compute)

Akash non è l’unico progetto crypto che prova a costruire un mercato di calcolo GPU. Render Network, nato per il rendering 3D e oggi esteso ai carichi di inferenza AI, gira su Solana e ha, secondo CoinGecko, una capitalizzazione di mercato nettamente superiore a quella di Akash, circa 796 milioni di dollari, circa 697 milioni di euro, al prezzo attuale di 1,53 dollari per token. io.net, anch’esso su Solana, punta sull’aggregazione massiva di GPU inattive, rivendicando oltre 100.000 dispositivi collegati alla rete, una cifra che viene dalla documentazione dello stesso progetto e va quindi trattata come una dichiarazione, non come un dato verificato in modo indipendente; il suo token IO capitalizza circa 56 milioni di dollari, circa 49 milioni di euro. Nosana, più piccola, circa 27 milioni di dollari, 23 milioni di euro, di capitalizzazione, si concentra sull’inferenza a bassa latenza.

ProgettoTokenPrezzoCapitalizzazioneBlockchainFocus principale
Akash NetworkAKTcirca 0,55 $ (0,48 €)circa 162 mln $ (142 mln €)Cosmos SDK, in transizioneMarketplace generalista: CPU, GPU, storage
Render NetworkRENDERcirca 1,53 $ (1,34 €)circa 796 mln $ (697 mln €)SolanaRendering 3D e inferenza AI
io.netIOcirca 0,15 $ (0,13 €)circa 56 mln $ (49 mln €)SolanaAggregazione massiva di GPU, cluster ML
NosanaNOScirca 0,27 $ (0,23 €)circa 27 mln $ (23 mln €)SolanaInferenza AI a bassa latenza

Un progetto spesso citato insieme a questi ma che segue una logica diversa è Bittensor (TAO): non è un semplice mercato di affitto GPU, ma una rete di sottoreti che premia chi contribuisce con modelli o servizi di machine learning giudicati utili da un meccanismo di validazione interno, un modello di incentivi più vicino a una competizione tra fornitori di intelligenza che a un noleggio di hardware.

Vale la pena chiarire un punto che genera spesso confusione: nessuno di questi marketplace, Akash incluso, offre quello che nel settore si chiama verifiable compute, cioè la capacità di dimostrare crittograficamente che un calcolo è stato eseguito correttamente e senza manomissioni. Akash, Render, io.net e Nosana risolvono il problema di trovare e affittare GPU a basso costo, ma si affidano perlopiù alla reputazione del provider e a controlli operativi, non a una prova matematica del risultato. Ne abbiamo parlato più diffusamente nel nostro approfondimento sul verifiable compute: chi ha bisogno di garanzie crittografiche sull’integrità dell’inferenza, per esempio in applicazioni finanziarie o in agenti AI che gestiscono fondi in autonomia, deve guardare altrove, per esempio ad approcci come Ritual, pensato proprio per portare garanzie crittografiche ai carichi di lavoro AI on chain.

I rischi per chi affitta e per chi fornisce GPU

Prima di considerare Akash, o un qualunque marketplace decentralizzato di GPU, come alternativa a un cloud tradizionale, vale la pena elencare i rischi concreti, distinguendo tra chi affitta calcolo (il tenant) e chi lo fornisce (il provider).

Per chi affitta calcolo, i rischi principali sono:

  • Disponibilità non garantita nello stesso modo di un iperscaler: un provider può interrompere il servizio, avere hardware meno recente o performance più variabili rispetto a un contratto enterprise con AWS o Google Cloud.
  • Supporto clienti distribuito e informale, rispetto a un cloud tradizionale con SLA contrattuali chiari.
  • Esposizione alla volatilità di AKT tra il momento in cui si deposita valore e quello in cui viene effettivamente consumato, anche se la Burn Mint Equilibrium nasce proprio per attutire parte di questo rischio ancorando il regolamento a un valore in dollari.

Per chi fornisce GPU, specialmente dopo l’arrivo di Homenode, i rischi principali sono:

  • Redditività non garantita: il calo dei fornitori attivi a 58 nel primo trimestre 2026 e il crollo dei ricavi da lease mostrano che fare il provider non è automaticamente profittevole, soprattutto con schede consumer dai margini più sottili rispetto agli acceleratori enterprise.
  • Responsabilità pratiche su usura dell’hardware, consumi elettrici e, in alcuni casi, sui contenuti dei carichi di lavoro eseguiti da sconosciuti.
  • Incertezza legata alla transizione verso la sicurezza condivisa, che potrebbe cambiare in modo sostanziale gli incentivi economici per chi oggi partecipa allo staking di AKT.

C’è infine un rischio trasversale, legato alla governance: con appena 85-99 validatori attivi su 270 registrati e un quorum minimo del 33,4%, Akash è una rete relativamente piccola dal punto di vista della decentralizzazione effettiva del potere di voto, un fattore da considerare per chiunque valuti l’esposizione ad AKT anche come scommessa di governance, non solo come scommessa di prodotto.

Fiscalità in Italia: cosa succede se guadagni in AKT

Per un investitore italiano, avvicinarsi ad AKT, sia comprandolo su un exchange sia guadagnandolo tramite staking o come ricompensa da provider, comporta implicazioni fiscali precise che vale la pena conoscere prima, non dopo. Dal 2026 l’aliquota generale sulle plusvalenze da cripto-attività è salita al 33%, rispetto al 26% in vigore fino a poco tempo fa; fanno eccezione le stablecoin denominate in euro e conformi a MiCA, tassate ancora al 26% in quanto assimilate a strumenti di pagamento piuttosto che ad attività speculative, ma AKT non rientra in questa categoria. Ne abbiamo scritto nel dettaglio nel nostro approfondimento sulle novità fiscali 2026 oltre l’aliquota al 33%.

Un secondo cambiamento rilevante riguarda la soglia di esenzione: dal 1 gennaio 2025 è stata abolita la vecchia franchigia di 2.000 euro di plusvalenza annua, il che significa che oggi anche un guadagno di appena 50 euro ottenuto vendendo AKT va dichiarato e tassato. Per chi guadagna AKT tramite staking o come ricompensa di rete, si applica inoltre una doppia tassazione: il valore di mercato dei token ricevuti è tassato come reddito nel momento in cui entrano nel proprio possesso, e successivamente, alla vendita, si applica di nuovo l’imposta sulla plusvalenza calcolata sulla differenza tra il valore alla ricezione e il prezzo di vendita. È un meccanismo che sorprende spesso chi accumula piccole somme di token nel tempo e si accorge solo in un secondo momento di aver maturato obblighi dichiarativi arretrati.

A questo si aggiunge un’imposta patrimoniale dello 0,2% annuo sul valore delle cripto-attività detenute al 31 dicembre, indipendentemente dal fatto che siano custodite su un exchange o in un wallet personale, e dal 2026 le criptovalute concorrono anche al calcolo dell’ISEE, con possibili ripercussioni sull’accesso a prestazioni sociali legate al reddito familiare. Chi possiede AKT come parte di un patrimonio più ampio dovrebbe inoltre ricordare che le regole generali su successioni e donazioni si applicano anche alle cripto-attività, e che eventuali posizioni pregresse non regolarizzate andrebbero sanate prima di ricevere una lettera di compliance dall’Agenzia delle Entrate.

MiCA, Consob e la posizione regolatoria dei marketplace GPU

Sul piano regolatorio europeo, AKT e piattaforme come Akash occupano una posizione relativamente periferica rispetto al cuore di MiCA, il Regolamento UE 2023/1114 sui mercati delle cripto-attività. MiCA disciplina principalmente gli emittenti di token, i cosiddetti asset-referenced token e electronic money token, sostanzialmente le stablecoin, e i fornitori di servizi in cripto-attività (CASP) che offrono exchange, custodia o altri servizi agli utenti europei; un token come AKT, che rappresenta il diritto di partecipare alla sicurezza e alla governance di una rete di calcolo, si avvicina più al profilo di utility token infrastrutturale che a quello di uno strumento finanziario o di una stablecoin.

In Italia il quadro attuativo di MiCA è definito dal Decreto Legislativo 5 settembre 2024, n. 129, che assegna la vigilanza alla Consob e alla Banca d’Italia con compiti distinti: la Consob si occupa di trasparenza, correttezza dei comportamenti e ordinato svolgimento delle negoziazioni, oltre che della vigilanza sui CASP specializzati che necessitano di autorizzazione, mentre la Banca d’Italia interviene principalmente sugli aspetti prudenziali degli asset-referenced token e degli electronic money token. Chi in Italia acquista AKT su un exchange centralizzato si affida quindi, per la parte di intermediazione, a un CASP autorizzato secondo queste regole, ma il protocollo Akash in sé, essendo un software open source gestito da una rete decentralizzata di validatori sparsi nel mondo, non è un soggetto che la Consob possa autorizzare o revocare come farebbe con una banca o una società di intermediazione.

Un altro fronte da tenere d’occhio è quello dei derivati: future e perpetual su AKT, dove disponibili su piattaforme che li offrono a investitori europei, ricadono sotto la MiFID II e sono quindi soggetti a una vigilanza differente rispetto allo spot, con la Consob competente anche in questo caso come autorità nazionale di riferimento per gli strumenti finanziari. Per chi opera tramite intermediari bancari italiani, che stanno gradualmente ampliando l’offerta di servizi collegati alle cripto-attività, vale la pena verificare come cambiano le regole delle banche italiane sulle cripto-attività, un’area normativa distinta da MiCA ma sempre più rilevante per l’accesso retail a token come AKT.

Guida pratica: come affittare GPU o diventare provider

Per chi volesse provare concretamente il marketplace, il percorso lato tenant, cioè chi affitta calcolo, parte dalla Akash Console, l’interfaccia web ufficiale del progetto: si collega un wallet compatibile, si deposita AKT o si passa attraverso i meccanismi di conversione previsti dalla BME, si scrive o si genera tramite template un manifesto SDL che specifica il tipo di carico, per esempio un container con un modello AI da servire, e le risorse necessarie, e si pubblica la richiesta sulla rete. Entro pochi secondi arrivano le offerte dei provider disponibili; si sceglie quella preferita in base a prezzo, reputazione e caratteristiche hardware, e il deployment parte automaticamente. Dashboard di terze parti come Praetor offrono un’interfaccia alternativa con più strumenti di monitoraggio.

Lato provider, il percorso dipende dal profilo di chi partecipa. Un data center professionale con più GPU enterprise, H100, A100 e simili, tipicamente registra il proprio hardware tramite un nodo Kubernetes configurato secondo le specifiche Akash, mette in staking una quota di AKT come garanzia e inizia a competere nelle aste per i lease. Un utente con una singola GPU consumer di fascia alta, RTX 4090 o RTX 5090, può invece attendere il pieno rilascio di Homenode, pensato esplicitamente per permettere di diventare provider senza dover gestire un cluster Kubernetes.

In entrambi i casi vale la stessa raccomandazione valida per qualunque asset volatile: iniziare con importi piccoli, monitorare da vicino la volatilità di AKT prima di impegnare somme rilevanti, e trattare i primi lease, sia da tenant sia da provider, come un test operativo prima di affidare ad Akash carichi di lavoro o hardware critici.

Prospettive: cosa aspettarsi da qui a fine 2026

La seconda metà del 2026 si annuncia decisiva per capire se Akash riuscirà a tenere insieme tutti i fili aperti in questo articolo. Sul fronte dell’infrastruttura, la roadmap pubblica del progetto indica altre tappe prima della fine dell’anno:

  • Un modulo di confidential computing entro fine luglio 2026.
  • Un Managed Services Market entro metà dicembre 2026.
  • Incentivi on chain per i provider entro fine dicembre 2026.
  • Progressi concreti, se non il completamento, della transizione verso la sicurezza condivisa prevista da AEP-79.

Sul fronte dei numeri, la domanda aperta nella sezione sui numeri che non tornano resta la più importante per chiunque valuti un investimento in AKT: se nei prossimi trimestri i ricavi da lease torneranno a crescere insieme al numero di contratti, e se Akash pubblicherà una riconciliazione più chiara tra le cifre di spesa in calcolo comunicate e i ricavi tracciabili onchain, la tesi di una rete in crescita reale ne uscirà rafforzata. Se invece il divario rimarrà opaco, o si allargherà ulteriormente, gli scettici avranno un argomento in più per considerare la narrativa dell’AI decentralizzata più una scommessa di marketing che un business in scala.

Infine, la scelta del nuovo Layer 1 su cui poggerà Akash dopo l’addio a Cosmos sarà probabilmente la notizia singola più seguita dalla community nella seconda metà dell’anno: non solo per le implicazioni tecniche, ma perché ridefinirà cosa significhi staking per chi possiede AKT e quale sarà il rapporto della rete con l’ecosistema Cosmos che l’ha ospitata fin dal 2020.

Domande frequenti

Cos’è Akash Network in poche parole?

Akash Network è un marketplace decentralizzato di cloud computing che permette di affittare e offrire potenza di calcolo, inclusa quella delle GPU necessarie per l’intelligenza artificiale, attraverso un meccanismo di asta inversa tra chi cerca risorse e chi le mette a disposizione, a prezzi generalmente inferiori rispetto ai cloud centralizzati come AWS, Google Cloud e Microsoft Azure.

Perché Akash sta abbandonando la blockchain Cosmos?

Il progetto ha annunciato a ottobre 2025 l’intenzione di dismettere la propria blockchain basata su Cosmos SDK per adottare un modello di sicurezza condivisa più efficiente sul piano del capitale (proposta AEP-79). Una disputa sulle licenze del Cosmos SDK, definita ostile dal fondatore Greg Osuri ad aprile 2026, sembra aver accelerato questi piani; la scadenza indicativa per completare la transizione è fine 2026, ma il nuovo Layer 1 non è stato ancora scelto.

Conviene comprare AKT nel 2026?

Questo articolo non costituisce consulenza finanziaria. AKT resta un token ad alta volatilità, scambiato a circa un decimo del suo massimo storico del 2021, con segnali contrastanti tra la crescita del livello di inferenza AkashML e il calo dei ricavi da lease del marketplace di base nel primo trimestre 2026. Chi valuta un’esposizione dovrebbe considerare sia i rischi tecnologici legati alla migrazione della rete sia il regime fiscale italiano al 33% sulle plusvalenze.

Quanto costa affittare una GPU su Akash rispetto ad AWS?

I tracker di settore indicano un’istanza H100 su Akash intorno a 1,30-2 dollari l’ora, contro i 4-7 dollari l’ora o più richiesti dai grandi cloud per capacità on demand equivalente, un risparmio che il progetto stesso rivendica fino all’85% rispetto ai listini di AWS, Google Cloud e Azure, anche se il confronto va sempre contestualizzato in base a impegni di durata e sconti negoziati.

In cosa Akash è diverso da Render, io.net o Bittensor?

Akash è un marketplace generalista che affitta CPU, GPU e storage tramite asta inversa; Render si concentra su rendering 3D e inferenza AI su Solana; io.net punta ad aggregare un numero molto elevato di GPU inattive per cluster di machine learning; Bittensor, infine, segue una logica diversa da tutti questi, premiando chi contribuisce con modelli o servizi di intelligenza giudicati utili da un sistema di validazione interno, più simile a una competizione tra fornitori di intelligenza che a un semplice noleggio di hardware.

Articolo a cura della redazione di HOGE Wire.

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