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● AI x Crypto

Bittensor nel 2026: come funziona la rete AI e il nodo dei ricavi

Bittensor promette un mercato aperto per l'AI, con token TAO, subnet e lo Yuma Consensus. Ma nel 2026 le emissioni generose e i ricavi reali sottili aprono l'interrogativo chiave.

Bittensor è uno dei progetti più discussi nel punto di contatto tra intelligenza artificiale e blockchain. L’idea di fondo è ambiziosa: costruire un mercato aperto e senza permessi in cui reti di modelli di AI competono per produrre intelligenza utile e vengono pagate in un token nativo, il TAO. Chi ci crede lo chiama «il Bitcoin dell’AI», per via del tetto fisso di 21 milioni di unità e di un halving che ricalca quello di Bitcoin. Chi resta scettico osserva che la rete distribuisce molti più incentivi di quanti ricavi reali riesca a produrre.

A metà agosto 2026 il TAO viene scambiato intorno ai 177,71 euro, con una capitalizzazione di circa 1,71 miliardi di euro e un volume giornaliero sopra i 127 milioni, secondo CoinGecko. Questa guida spiega come funziona davvero Bittensor, che cosa sono le subnet e lo Yuma Consensus, perché il 2026 è stato un anno di svolte e di polemiche, e che cosa deve valutare un investitore italiano tra ETF, MiCA e vigilanza Consob.

Che cos’è Bittensor: un mercato aperto per l’intelligenza

Bittensor non è un singolo modello di AI come ChatGPT o Claude, ma un protocollo che coordina migliaia di partecipanti indipendenti. Al centro c’è un’idea presa in prestito dall’economia: se paghi le persone per produrre qualcosa di utile, e trovi un modo credibile per misurare quell’utilità, otterrai sempre più di quella cosa. Nel caso di Bittensor la «cosa» è l’intelligenza artificiale in tutte le sue forme: generazione di testo, inferenza, fine-tuning, previsioni di mercato, elaborazione di immagini e dati.

La rete è organizzata in subnet, mercati specializzati ognuno dedicato a un compito preciso. In ciascuna subnet due gruppi di attori svolgono ruoli complementari: i miner producono un output (per esempio una risposta a un prompt o una previsione), mentre i validator lo valutano e assegnano un punteggio. Il protocollo raccoglie questi punteggi e distribuisce nuove emissioni di TAO in proporzione al valore riconosciuto. Non esiste un’autorità centrale che decide chi è bravo: è l’aggregazione dei giudizi, pesata dallo stake, a stabilire chi viene pagato.

Questa architettura distingue Bittensor dai semplici marketplace di potenza di calcolo. Non si affitta una GPU e basta: si viene remunerati in base alla qualità del risultato prodotto, misurata di continuo. È una differenza sottile ma sostanziale, ed è anche la fonte dei problemi più spinosi del progetto, come vedremo.

Le origini: Opentensor, Steeves e il «Bitcoin dell’AI»

Bittensor nasce dal lavoro della Opentensor Foundation, con i cofondatori Jacob Steeves (noto nella community come Const) e Ala Shaabana (ShibShib). La tesi originaria è che l’AI stia diventando troppo concentrata nelle mani di poche grandi aziende, con dati, pesi dei modelli e prezzi opachi, e che serva un’infrastruttura neutrale in cui chiunque possa contribuire con un modello e venire pagato in base al valore prodotto.

Da qui il paragone con Bitcoin, ripreso perfino nel titolo di un’analisi accademica che si chiede se Bittensor sia «il Bitcoin nell’AI decentralizzata». Il parallelo non è solo di marketing: il TAO ha un tetto rigido di 21 milioni di unità, esattamente come Bitcoin, e un halving che riduce periodicamente il ritmo di emissione. L’obiettivo dichiarato è trasformare l’intelligenza in una merce con una politica monetaria prevedibile.

La storia recente, però, è stata tutt’altro che lineare. Il 2025 ha portato la svolta del dTAO, che ha aperto il mercato delle subnet; il 2026 ha portato invece l’uscita di scena dei fondatori dai ruoli esecutivi, una crisi di governance e un pacchetto di modifiche alle regole di emissione che ha diviso la community. Tre snodi che affronteremo uno per uno, perché spiegano meglio di qualsiasi definizione dove si trova oggi il progetto.

Yuma Consensus: come si premia l’intelligenza utile

Lo Yuma Consensus è il cuore algoritmico di Bittensor: gira on-chain e trasforma i giudizi dei validator in emissioni concrete di TAO. Il meccanismo funziona così. In ogni subnet i validator ricevono gli output dei miner, li valutano secondo l’incentive mechanism specifico di quella subnet e pubblicano sulla blockchain un vettore di pesi, cioè una classifica del valore attribuito a ciascun miner. L’algoritmo raccoglie tutti questi vettori e li risolve in due flussi di ricompensa: uno per i miner, uno per i validator.

Il punto delicato è come evitare che pochi validator trucchino i punteggi. Lo Yuma Consensus calcola una mediana pesata per lo stake: individua il peso più alto sostenuto da almeno la maggioranza dello stake, poi taglia (in gergo, «clippa») i valori anomali che si discostano troppo da quel riferimento. Un validator che assegna punteggi fuori consenso viene di fatto ignorato per la parte eccedente, mentre i validator allineati alla maggioranza accumulano nel tempo più dividendi grazie a un sistema di bond che penalizza chi devia. La documentazione ufficiale indica che il meccanismo resiste alla collusione fino a circa il 50% dello stake dei validator, come descritto nella documentazione di Bittensor.

Un problema noto, e molto dibattuto, è il cosiddetto weight-copying: alcuni validator, invece di valutare davvero i miner, copiano i punteggi altrui per incassare le ricompense senza fare il lavoro. Il protocollo prova a scoraggiarlo con meccanismi di commit-reveal (i pesi vengono prima impegnati in forma cifrata e rivelati solo in un secondo momento), ma è un altro esempio di come, in assenza di una verifica oggettiva, gli incentivi possano premiare la furbizia più della competenza.

C’è però un limite concettuale importante, ed è utile tenerlo a mente. Il valore prodotto dai miner non viene verificato matematicamente: viene giudicato. Il consenso è sociale ed economico, non crittografico. È una differenza sostanziale rispetto ad approcci come l’opML con le prove di frode, dove la correttezza di un calcolo può essere contestata e dimostrata on-chain. In Bittensor, se i validator sbagliano collettivamente a stimare la qualità, o se il metro di giudizio è aggirabile, le emissioni possono premiare l’apparenza dell’intelligenza più della sostanza.

La tokenomics del TAO: 21 milioni, halving e riciclo

La politica monetaria del TAO è il tratto che più alimenta il paragone con Bitcoin. L’offerta massima è fissata a 21 milioni di unità e le nuove emissioni si dimezzano a ogni halving. A differenza di Bitcoin, però, l’halving di Bittensor non scatta a intervalli di blocchi prefissati, bensì quando viene emessa metà dell’offerta ancora disponibile. Il primo dimezzamento è avvenuto a dicembre 2025, al raggiungimento di 10,5 milioni di TAO emessi: la ricompensa per blocco è scesa da 1 a 0,5 TAO, come spiega la documentazione di Taostats. Il prossimo taglio è atteso a 15,75 milioni, quando la ricompensa scenderà a 0,25 TAO.

Un dettaglio spesso trascurato è il riciclo (recycling). Per registrare una nuova subnet o un nuovo miner bisogna bruciare TAO: quel token esce dalla circolazione e rende le date di halving impossibili da prevedere con esattezza, perché l’offerta in circolazione resta inferiore a quella emessa. È il motivo per cui, a metà agosto 2026, circolano circa 9,6 milioni di TAO su un tetto di 21 milioni.

Il richiamo a Bitcoin è potente sul piano narrativo, ma va maneggiato con prudenza. La scarsità programmata funziona come promessa di valore solo se esiste una domanda reale per ciò che la rete produce; è un ragionamento speculare a quello che vale per la difficoltà di mining di Bitcoin, dove l’aggiustamento automatico regola l’offerta ma non crea da solo la domanda. Su Bittensor questa domanda, come vedremo, resta il grande punto interrogativo.

MetricaValore (metà agosto 2026)
Prezzo TAO177,71 € (206,75 $)
Capitalizzazionecirca 1,71 mld € (1,99 mld $), rango #43
Valutazione diluita (FDV)circa 3,73 mld € (4,35 mld $)
Volume 24 orecirca 127 mln € (148 mln $)
Offerta circolantecirca 9,6 mln TAO
Offerta massima21 mln TAO
Primo halvingdicembre 2025 (a 10,5 mln TAO emessi)
Ricompensa per bloccoda 1 a 0,5 TAO
Fonti: CoinGecko e documentazione Taostats.

dTAO: i token alpha e il mercato delle emissioni

Fino all’inizio del 2025 erano i grandi validator, riuniti in una sorta di consiglio, a decidere quanta emissione spettasse a ciascuna subnet. Era un modello accentrato e molto criticato. A febbraio 2025 è arrivato il dTAO (Dynamic TAO), che ha ribaltato il meccanismo affidandolo al mercato, come ricostruisce un’analisi di CoinGecko.

Con il dTAO ogni subnet ha un proprio token alpha e un pool di liquidità di tipo AMM (automated market maker) abbinato al TAO. Quando un utente mette in stake TAO su una subnet, in realtà esegue uno swap: il TAO entra nel pool e l’utente riceve in cambio il token alpha di quella subnet. Il prezzo di mercato di ciascun alpha determina la quota di emissioni giornaliere di TAO che la subnet riceve: più il suo alpha è richiesto, più TAO le viene assegnato. In pratica il mercato, e non più un consiglio di validator, decide dove va il flusso di incentivi.

È un’idea elegante che introduce però nuovi incentivi speculativi. Il valore complessivo di tutti i token alpha si aggirava intorno a 1,12 miliardi di dollari a marzo 2026, pari a circa il 27% della capitalizzazione del TAO. Comprare l’alpha di una subnet significa scommettere che quella subnet catturerà più emissioni in futuro, un meccanismo che può gonfiare le valutazioni molto prima che arrivino ricavi veri.

Le subnet che contano nel 2026

Le subnet sono il luogo dove Bittensor smette di essere teoria e diventa un’economia concreta, con vincitori e vinti. A marzo 2026 le prime dieci subnet valevano insieme circa 712 milioni di dollari in token alpha, secondo CoinGecko. La più capitalizzata era Templar (SN3), dedicata al pre-training di grandi modelli linguistici, seguita a stretto giro da Chutes (SN64), specializzata nell’inferenza serverless, cioè nel far girare modelli su richiesta senza gestire l’infrastruttura.

Al terzo posto Targon (SN4), che punta sul calcolo GPU confidenziale in ambienti protetti (TEE), poi Affine (SN120), imperniata sulla competizione tra modelli, e Lium (SN51), orientata all’affitto di capacità GPU. La classifica cambia di continuo, perché le subnet peggiori vengono deregistrate e sostituite: è una selezione darwiniana pensata per tenere alta la qualità, ma che rende l’ecosistema instabile e difficile da valutare per chi arriva da fuori.

SubnetCompito principaleCap. token alpha ($, mar 2026)
Templar (SN3)pre-training di LLM134,9 mln
Chutes (SN64)inferenza serverless132,9 mln
Targon (SN4)GPU confidenziale (TEE)91,8 mln
Affine (SN120)competizione tra modelli71,8 mln
Lium (SN51)affitto di GPU52,1 mln
Fonte: CoinGecko, dati di marzo 2026; le valutazioni sono molto volatili.

Robin: l’espansione da 128 a 256 subnet

Per anni Bittensor ha avuto un tetto rigido di 128 subnet. Nel 2026 questo limite è stato raddoppiato con l’aggiornamento battezzato «Robin», che ha portato la capienza a 256 subnet, aprendo 128 nuovi slot per i team di AI, come confermano più fonti di settore e la stessa analisi di CoinGecko.

L’espansione ha due facce. Da un lato allarga lo spazio per l’innovazione: nuovi mercati specializzati, più concorrenza, potenzialmente più utilità. Registrare una subnet non è gratis, perché richiede di bruciare centinaia di TAO (più di 120.000 euro ai prezzi di metà agosto), quindi ogni nuovo slot sottrae token alla circolazione, un fattore spesso citato come sostegno al prezzo.

Dall’altro lato, però, raddoppiare le subnet senza aumentare le emissioni totali significa spalmare la stessa quantità di TAO su un numero maggiore di mercati. Se la domanda reale non cresce di pari passo, l’espansione rischia di diluire gli incentivi e di rendere ancora più evidente il problema che sta diventando centrale nel dibattito su Bittensor: lo scarto tra emissioni e ricavi.

Il «deserto dei ricavi»: emissioni contro domanda reale

È il nodo che nel 2026 ha diviso analisti e investitori. Bittensor distribuisce ogni giorno TAO del valore di milioni di euro, ma quanti soldi veri, pagati da clienti esterni, entrano davvero nella rete? La risposta, secondo la società di ricerca Pine Analytics, è: molti meno di quanto suggeriscano i titoli dei comunicati.

Prendiamo la subnet di punta, Chutes (SN64). A marzo 2026 riceveva il 14,4% di tutte le emissioni, circa 518 TAO al giorno, per un valore annualizzato intorno ai 52 milioni di dollari (oltre 44 milioni di euro). A fronte di questi incentivi, Pine Analytics stimava ricavi esterni verificabili per appena 1,3-2,4 milioni di dollari. Allargando lo sguardo all’intera rete, la società identificava tra i 3 e i 15 milioni di dollari di ricavi realmente esterni, contro il dato spesso citato di circa 43 milioni di dollari di «ricavi» nel solo primo trimestre 2026. Gli analisti hanno battezzato questo scarto «deserto dei ricavi» (income desert), come riportato da AMBCrypto e nel dettaglio delle classifiche di ricavo di Pine Analytics.

Il calcolo più scomodo è questo: senza il sussidio delle emissioni, il prezzo dei servizi di Chutes sarebbe da 1,6 a 3,5 volte più caro rispetto ad alternative centralizzate come Deepseek o Together AI. Quando le emissioni si dimezzeranno di nuovo, avverte Pine Analytics, «o i prezzi raddoppiano, o i miner se ne vanno, o il divario tra sussidio e ricavo si allarga ancora». È qui che il tema si lega a quello della verifica: proprio perché la rete non prova crittograficamente il valore di ciò che produce, distinguere l’intelligenza utile dal semplice farming di emissioni è difficile, un problema che tecnologie come lo zk-ML per l’AI verificabile provano ad affrontare da un altro angolo.

Va detto che la lettura di Pine Analytics è contestata. I sostenitori di Bittensor replicano che è normale, per un’infrastruttura giovane, sussidiare la crescita prima che arrivi la domanda, esattamente come hanno fatto molte piattaforme tecnologiche nei primi anni; la scommessa è che alcune subnet, a partire da Chutes, costruiscano nel tempo un volume di clienti paganti sufficiente a reggersi da sole. La differenza tra le due visioni non è tanto tecnica quanto di tempo: quanto a lungo il mercato è disposto a finanziare la promessa prima di pretendere i numeri.

La crisi di governance: l’addio di Covenant AI

Se il «deserto dei ricavi» è la critica economica, la governance è stata la crisi politica del 2026. Ad aprile il team di Covenant AI, che gestiva la subnet Templar (SN3), ha lasciato Bittensor con accuse pesanti. Il fondatore Sam Dare ha definito la decentralizzazione della rete «teatro della decentralizzazione» (decentralization theatre) e ha dichiarato che il suo team non poteva più costruirci sopra perché la governance «non era distribuita in modo significativo». Dare ha accusato il cofondatore Jacob Steeves di applicare «modifiche in modo unilaterale, quando vuole, senza processo e senza consenso», come riportato da Cointelegraph. Nelle 24 ore attorno all’annuncio il TAO è arretrato di circa il 18%.

Steeves ha respinto le accuse punto per punto. Ha sostenuto di non poter sospendere le emissioni di una subnet e di non avere «alcun privilegio oltre a quelli di un normale possessore di TAO». Sulle vendite di token contestate, ha spiegato di aver ceduto quote provenienti da subnet non operative con codice a combustione quasi totale, quantificando l’importo come «meno dell’1% di ciò che avevo investito».

Il merito della disputa resta controverso, ma il segnale per il mercato è chiaro: in una rete che si presenta come decentralizzata, la percezione che una sola persona possa cambiare le regole conta quanto la realtà tecnica. Ed è un tema destinato a tornare, perché proprio nel 2026 le regole sono cambiate parecchio.

I fondatori si fanno da parte e le nuove regole del 2026

La risposta della Opentensor Foundation alla questione della dipendenza da singole persone è arrivata prima ancora della polemica con Covenant. A febbraio 2026 sia Jacob Steeves sia Ala Shaabana hanno lasciato i rispettivi ruoli esecutivi, dichiarando di voler ridurre proprio quel rischio; entrambi restano attivi come collaboratori. Steeves ha delineato una roadmap che punta alla piena decentralizzazione entro dicembre 2027, con governance on-chain, un sistema di ratifica «a triumvirato», diritti di veto per i validator e nodi a proof-of-stake nominato, come riepiloga Crypto Briefing.

Sul piano tecnico, il 2026 ha introdotto un pacchetto di modifiche agli incentivi. Tra queste il meccanismo «Conviction», che lega il peso di voto al blocco temporale dei token alpha (più a lungo li vincoli, più conta il tuo voto), e gli aggiornamenti a «TaoFlow», l’algoritmo che regola il flusso netto di emissioni tra le subnet, oltre a pool di liquidità bidirezionali.

Non tutti hanno accolto bene questi cambiamenti. Modificare le regole di distribuzione a mercato aperto, con posizioni già aperte e valutazioni già formate, ha alimentato l’accusa di «riprezzare» retroattivamente chi aveva investito su presupposti diversi. È la tensione di fondo di ogni protocollo giovane: restare abbastanza flessibile da inseguire l’AI, che corre, senza dare l’impressione di spostare i pali della porta a partita in corso.

L’ETF sul TAO e il paradosso dello staking

Il 2026 è anche l’anno in cui Bittensor ha bussato alla porta della finanza tradizionale. Grayscale ha depositato presso la SEC statunitense, il 30 dicembre 2025, una domanda per convertire il proprio Grayscale Bittensor Trust in un ETF spot quotato al NYSE Arca con ticker GTAO, seguita il 2 aprile 2026 da un emendamento, come risulta dai documenti depositati alla SEC. Lo stesso giorno anche Bitwise ha presentato la propria proposta, con una struttura che destina circa il 60% degli asset direttamente al TAO. A metà agosto 2026 nessuna delle due era stata ancora approvata, e la finestra decisionale della SEC restava aperta.

Un ostacolo tecnico non banale è l’assenza di un mercato di futures regolamentato sul TAO (per esempio al CME), condizione che in passato ha facilitato l’approvazione degli ETF su Bitcoin ed Ethereum.

C’è poi un paradosso che gli investitori italiani dovrebbero comprendere bene: secondo i prospetti, l’ETF darebbe esposizione al prezzo del TAO ma non allo staking. Chi detiene le quote non incasserebbe le emissioni, non riceverebbe token alpha e non avrebbe diritti di governance, pur subendo per intero la diluizione dell’offerta. In altre parole, il TAO «in cassaforte» dell’ETF è una versione depotenziata del token che si può mettere in stake direttamente, un compromesso che semplifica l’accesso ma rinuncia a una parte del rendimento potenziale. Ne parla nel dettaglio anche The Crypto Times.

Il prezzo del TAO e cosa muove le quotazioni

A metà agosto 2026 il TAO viaggia intorno ai 177,71 euro (206,75 dollari), con un rialzo dell’8,2% nelle ultime 24 ore e una capitalizzazione di circa 1,71 miliardi di euro che lo colloca vicino alla quarantatreesima posizione per valore, secondo CoinGecko. La valutazione completamente diluita, che considera tutti i 21 milioni di token, sfiora invece i 3,73 miliardi di euro: il divario tra le due cifre ricorda che gran parte dell’offerta deve ancora entrare in circolazione, un fattore strutturale di pressione al ribasso man mano che le emissioni si distribuiscono.

Per gli investitori i catalizzatori del 2026 sono essenzialmente quattro. Il primo è la decisione della SEC sugli ETF: un via libera aprirebbe la porta a capitali istituzionali, un rifiuto avrebbe l’effetto opposto. Il secondo è l’halving di dicembre 2025 e il prossimo taglio, che riducono il ritmo di nuova offerta. Il terzo è il dibattito sul «deserto dei ricavi», che pesa sulla narrativa di lungo periodo. Il quarto è la stabilità della governance dopo l’anno turbolento. Sono forze che tirano in direzioni opposte, e spiegano perché il TAO resti uno degli asset più volatili del settore.

Bittensor contro Render, Akash e io.net

Per capire dove si colloca Bittensor conviene confrontarlo con gli altri protagonisti dell’AI-crypto, spesso accomunati sotto l’etichetta DePIN (reti di infrastruttura fisica decentralizzata). La differenza chiave è cosa vendono. Render mette a disposizione potenza GPU per rendering e calcolo; Akash è un marketplace di cloud decentralizzato dove si affitta capacità tramite aste al ribasso; io.net aggrega migliaia di GPU in cluster per l’addestramento e l’inferenza di modelli.

Bittensor fa qualcosa di diverso e più ambizioso. Non affitta soltanto hardware: prova a costruire un mercato dove ciò che viene pagato è la qualità dell’intelligenza prodotta, misurata di continuo dallo Yuma Consensus. È una promessa più grande, ma anche più fragile, perché misurare la qualità è molto più difficile che contare le ore di GPU. Ed è proprio questa fragilità che alimenta la critica del «deserto dei ricavi»: negli altri modelli il cliente paga per una risorsa tangibile, mentre in Bittensor gran parte del flusso arriva ancora dalle emissioni.

ProgettoCosa mette sul mercatoCome si viene pagati
Bittensor (TAO)«intelligenza» valutata di continuoemissioni TAO e token alpha per subnet
Render (RENDER)rendering e calcolo su GPUpagamento per lavoro completato
Akash (AKT)cloud e calcolo decentralizzatoaste al ribasso per affittare capacità
io.net (IO)aggregazione di GPU per l’AIaffitto di cluster on demand
Confronto qualitativo dei modelli; non un ordine di grandezza tra le capitalizzazioni.

Rischi, MiCA e cosa deve sapere l’investitore italiano

Chi valuta un’esposizione al TAO dovrebbe partire dai rischi, non dalla narrativa. Il primo è la concentrazione: un’analisi accademica su arXiv sostiene che le ricompense su Bittensor tendono a seguire lo stake più della performance effettiva, con rischi di centralizzazione e uno scenario teorico di attacco al 50% del potere di voto. Il secondo è la dipendenza dai sussidi, già discussa. Il terzo è l’instabilità della governance, resa evidente dall’addio di Covenant. Il quarto è la volatilità: il TAO è un asset ad alto beta, che tende a muoversi con l’appetito per il rischio dei mercati, come accade più in generale nella correlazione tra crypto e azioni.

Sul fronte regolamentare, per un investitore italiano il quadro è quello europeo di MiCA. Il TAO è con ogni probabilità una cripto-attività «generica», non un token di moneta elettronica (EMT) né un token collegato ad attività (ART): questo significa che a essere regolati sono i fornitori di servizi (i CASP autorizzati), non il protocollo in sé. I servizi di scambio e custodia in Italia rientrano nel perimetro MiCA, con la vigilanza di Consob per la trasparenza e la tutela degli investitori e di Banca d’Italia per i profili prudenziali, secondo l’impianto del D.lgs. 129/2024; il periodo transitorio italiano si è chiuso il 1° luglio 2026. Gli eventuali derivati sul TAO (futures, perpetual) non ricadono in MiCA ma nella MiFID II, sempre sotto Consob. Sul come queste regole si stiano assestando a livello europeo abbiamo scritto nell’analisi sul passaporto unico MiCA e la battaglia sulla vigilanza.

Un punto pratico: l’ETF statunitense, se approvato, non sarebbe automaticamente acquistabile da un residente in Italia; l’accesso al TAO passa oggi soprattutto dagli exchange e dai prodotti (ETP) offerti da operatori autorizzati nell’Unione europea. Come sempre, la regola d’oro vale a maggior ragione per un asset così giovane e volatile: non investire più di quanto si è disposti a perdere, e distinguere con cura la promessa tecnologica dal prezzo di mercato.

Frequently Asked Questions

Che cos’è il token TAO di Bittensor?

Il TAO è la criptovaluta nativa di Bittensor. Serve a pagare le ricompense a chi produce e valuta intelligenza artificiale nella rete (i miner e i validator), a registrare nuove subnet e a mettere in stake capitale sulle subnet. Ha un’offerta massima fissa di 21 milioni di unità e a metà agosto 2026 vale circa 177,71 euro.

Bittensor ha un tetto massimo come Bitcoin?

Sì. Come Bitcoin, il TAO ha un tetto rigido di 21 milioni di token e un meccanismo di halving che dimezza le emissioni. La differenza è che l’halving di Bittensor scatta quando viene emessa metà dell’offerta residua, non a intervalli di blocchi fissi: il primo dimezzamento è avvenuto a dicembre 2025.

Cosa sono le subnet e i token alpha?

Le subnet sono mercati specializzati all’interno di Bittensor, ognuno dedicato a un compito di AI come inferenza, pre-training o previsioni. Dal 2025, con il dTAO, ogni subnet ha un proprio token alpha: il suo prezzo di mercato determina quanta emissione giornaliera di TAO la subnet riceve. La capienza è passata da 128 a 256 subnet con l’aggiornamento Robin.

Esiste un ETF su Bittensor e posso comprarlo dall’Italia?

A metà agosto 2026 Grayscale e Bitwise avevano presentato domande alla SEC statunitense per prodotti sul TAO, ma nessuna era ancora stata approvata. Anche in caso di via libera si tratterebbe di prodotti quotati negli Stati Uniti, non automaticamente acquistabili da un residente in Italia, che accede al TAO soprattutto tramite exchange e prodotti autorizzati nell’Unione europea.

Bittensor genera ricavi reali o vive di emissioni?

È il cuore del dibattito. Secondo la società di ricerca Pine Analytics, nel 2026 i ricavi esterni verificabili dell’intera rete erano stimati tra 3 e 15 milioni di dollari, molto meno del valore delle emissioni distribuite. I sostenitori replicano che la rete è ancora giovane e che l’obiettivo è costruire domanda nel tempo. Per ora la dipendenza dai sussidi resta il rischio principale.

A cura della redazione AI e mercati di HOGE Wire.

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