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● Macro & TradFi

Depositi tokenizzati: la contromossa delle banche agli stablecoin

Le banche non comprano Bitcoin, ma mettono la propria moneta sulla blockchain. Guida ai depositi tokenizzati: come funzionano, perché sfidano gli stablecoin e chi li costruisce nel 2026.

Le banche europee hanno passato l’ultimo anno a costruire desk, sistemi di custodia e partnership per le criptovalute, eppure quasi nessuna detiene Bitcoin in proprio. La ragione è una regola di capitale che rende la detenzione diretta economicamente proibitiva, come abbiamo spiegato in Perché le banche non detengono Bitcoin. Mentre Bitcoin viaggia intorno ai 66.000 euro dopo un rialzo di oltre il 20% in una settimana (CoinGecko), si è aperto un secondo fronte, meno rumoroso ma più insidioso per il modello di business bancario: gli stablecoin. Con una capitalizzazione che ha superato i 300 miliardi di dollari, promettono pagamenti istantanei giorno e notte e minacciano di prosciugare i depositi su cui le banche fondano la loro capacità di prestito.

La risposta delle banche non è comprare cripto. È mettere la propria moneta sulla blockchain. Si chiamano depositi tokenizzati (in inglese tokenized deposits o deposit token), e nel 2026 sono diventati il vero terreno di scontro della politica bancaria sulle cripto-attività. JPMorgan ne ha già emesso uno su una blockchain pubblica, la BCE sta costruendo i binari per farli regolare in moneta di banca centrale e la Banca d’Italia ha fornito una delle tecnologie chiave. Questa è la guida per capire che cosa sono, perché contano e chi li sta costruendo.

Che cos’è un deposito tokenizzato

Un deposito tokenizzato è la rappresentazione digitale di un deposito bancario registrato su un registro distribuito (DLT o blockchain). Su un block explorer può assomigliare a uno stablecoin, ma dal punto di vista giuridico ed economico si comporta come un normale conto corrente. Resta iscritto nel bilancio della banca emittente, rappresenta un credito nei confronti di quella banca, può fruttare interessi e, quando è destinato alla clientela al dettaglio, rientra nella garanzia dei depositi.

Il meccanismo è lineare: il cliente chiede alla banca di convertire una parte del proprio deposito in forma tokenizzata; la banca conia il token e ne registra l’emissione a fronte del deposito esistente. Quando il token viene riconvertito, viene distrutto e il saldo torna sul conto tradizionale, sempre alla pari, un euro per un euro. A differenza di uno stablecoin, non è uno strumento al portatore che circola liberamente tra sconosciuti: si muove all’interno di una rete di soggetti regolamentati e, quando un cliente della banca A paga un cliente della banca B, le due banche regolano la differenza in moneta di banca centrale, esattamente come avviene per un bonifico ordinario. È questa la caratteristica che, come vedremo, cambia tutto.

Deposito tokenizzato, stablecoin o euro digitale: tre monete diverse

Per orientarsi conviene distinguere tre forme di moneta digitale che vengono spesso confuse perché condividono la stessa tecnologia. La differenza non sta nel codice, ma in chi emette la moneta e in che cosa ne garantisce il valore.

La moneta di banca centrale, nella sua versione digitale, è l’euro digitale: un credito diretto verso la BCE, privo di rischio di controparte, ma con limiti di detenzione e senza interessi. La moneta di banca commerciale tokenizzata è il deposito tokenizzato: un credito verso la banca, che può fruttare interessi ed è coperto dalla garanzia dei depositi. La moneta elettronica privata è lo stablecoin: un credito verso un emittente (una banca o un istituto di moneta elettronica) coperto da riserve, senza interessi al detentore e senza garanzia dei depositi.

CaratteristicaDeposito tokenizzatoStablecoin (EMT)Euro digitale
EmittenteBanca commercialeBanca o istituto di moneta elettronicaBCE / Eurosistema
Natura del creditoVerso la bancaVerso l’emittente e le riserveVerso la banca centrale
Iscritto nel bilancio dell’emittenteNo (fuori bilancio, moneta elettronica)Passività della banca centrale
Interessi al detentorePossibiliVietatiVietati
Garanzia dei depositiSì (fino a 100.000 euro)NoNon applicabile
Normativa UE di riferimentoCRD/CRR (diritto bancario)MiCA (Titolo IV)Regolamento sull’euro digitale
Limiti di detenzioneNoSolo per i token non in euro

Perché i depositi contano: il motore del credito bancario

Per capire perché le banche investono tempo e denaro nei depositi tokenizzati, bisogna ricordare a che cosa servono i depositi. Una banca non custodisce semplicemente il denaro dei clienti in un caveau: lo usa. I depositi sono la principale fonte di finanziamento con cui la banca eroga mutui, prestiti alle imprese e linee di credito, trattenendo solo una frazione come riserva. È il meccanismo della trasformazione delle scadenze: raccolta a breve, impieghi a lungo. Un euro depositato diventa la base per erogare credito all’economia reale.

Ecco perché la prospettiva di vedere quei depositi migrare verso gli stablecoin preoccupa tanto i banchieri quanto le banche centrali. Uno stablecoin, per come è regolato in Europa e negli Stati Uniti, tiene le proprie riserve in titoli di Stato a breve e in depositi segregati, non le presta all’economia. Se dieci euro escono da un conto corrente ed entrano in uno stablecoin, quei dieci euro smettono di alimentare direttamente il credito bancario e si trasformano, per lo più, in domanda di titoli pubblici. Il deposito tokenizzato è la soluzione che consente alla banca di offrire l’esperienza digitale senza rinunciare a questa funzione: il denaro resta un deposito, quindi resta finanziamento.

Perché le banche passano al contrattacco

Il timore che spinge le banche è dunque il rischio di disintermediazione. Se i clienti spostano una quota crescente della liquidità dai conti correnti agli stablecoin, la base dei depositi si assottiglia, e con essa la materia prima con cui le banche finanziano famiglie e imprese. Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della BCE, lo ha detto senza giri di parole nel luglio 2026, intervenendo all’assemblea annuale di Federcasse a Roma: se l’uso degli stablecoin crescerà, le banche perderanno depositi al dettaglio, oltre alla visibilità sulle transazioni e ai ricavi da commissioni che ne derivano (Ledger Insights).

Cipollone ha difeso l’euro digitale come strumento che protegge le banche invece di sostituirle, ricordando il valore della moneta pubblica: «Un euro è un euro ovunque venga speso, ed è garantito da un’istituzione le cui azioni sono concepite per tutelare l’interesse pubblico». Ma le banche non intendono aspettare l’euro digitale, la cui eventuale emissione non è prevista prima del 2029. Il deposito tokenizzato è la loro mossa immediata: consente di offrire la stessa esperienza d’uso di uno stablecoin (pagamenti programmabili, regolamento 24 ore su 24, componibilità con applicazioni on-chain) mantenendo però il deposito nel proprio bilancio, quindi la capacità di trasformarlo in credito. Escluse dalla detenzione diretta di Bitcoin per via della regola di capitale, le banche competono sul terreno che conoscono meglio: l’emissione di moneta.

JPMorgan e il JPMD: il primo deposito tokenizzato su blockchain pubblica

Il caso di scuola è JPMorgan. Il 12 novembre 2025 la banca ha lanciato JPMD, il primo deposito tokenizzato in dollari emesso da una banca su una blockchain pubblica, la rete Base (una Layer 2 di Ethereum). È stata la prima volta che una banca di rilevanza sistemica globale ha collocato dollari istituzionali reali su una blockchain pubblica per pagamenti operativi, non per un semplice esperimento (JPMorgan). A gennaio 2026 la banca ha esteso JPMD a una seconda rete pubblica, la Canton Network.

JPMD non è accessibile a chiunque: è riservato ai clienti istituzionali della banca, con portafogli sottoposti a verifica dell’identità. La piattaforma che lo gestisce, Kinexys by J.P. Morgan, ha superato 1.500 miliardi di dollari di volume complessivo e a inizio 2026 trattava tra 2 e 5 miliardi di dollari di transazioni al giorno, con i pagamenti in crescita di dieci volte su base annua. Naveen Mallela, co-responsabile globale di Kinexys, riassume così la proposta di valore: «JPM Coin offre la sicurezza di depositi e regolamenti garantiti da una banca, unita alla velocità e all’innovazione di transazioni blockchain attive 24 ore su 24, in tempo quasi reale». La differenza con uno stablecoin è sostanziale: JPMD porta con sé il profilo di rischio di credito e la certezza di bilancio della moneta di banca commerciale, e beneficia dei quadri normativi già esistenti per i depositi. JPMorgan non è sola: altre grandi banche, da Citi a istituti asiatici come DBS, hanno avviato servizi analoghi di tokenizzazione dei depositi, mentre diverse reti interbancarie condivise puntano a far dialogare i vari token.

L’«unicità della moneta»: perché la BRI preferisce i depositi agli stablecoin

Dietro la preferenza delle autorità per i depositi tokenizzati c’è un principio tecnico chiamato unicità della moneta (in inglese singleness of money). L’idea è che un euro debba valere sempre un euro, qualunque sia l’emittente, ed essere rimborsabile alla pari e con carattere definitivo. Nel sistema attuale questo funziona perché i pagamenti tra banche vengono regolati in moneta di banca centrale: un euro depositato in banca A e un euro depositato in banca B sono perfettamente intercambiabili, perché in ultima istanza fanno capo alla stessa moneta pubblica.

Gli stablecoin mettono in tensione questo principio. Vengono scambiati su mercati secondari e possono perdere l’ancoraggio: nel marzo 2023 USDC scese fino a circa 0,87 dollari quando emerse che una parte delle sue riserve era bloccata presso la Silicon Valley Bank in dissesto. Nel suo rapporto economico annuale 2026, dedicato al tema di «ancorare la fiducia nella moneta», la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha sostenuto che gli stablecoin non superano le prove fondamentali della moneta sana, dall’unicità all’elasticità fino all’integrità, e li ha paragonati più a strumenti di investimento che a moneta vera e propria (BRI). I depositi tokenizzati, al contrario, sono compatibili con l’unicità della moneta, proprio perché non circolano come strumenti al portatore e si regolano in moneta di banca centrale. «Integrando l’innovazione digitale come la tokenizzazione nell’architettura finanziaria esistente, le autorità possono plasmare il futuro della moneta nell’interesse pubblico, preservando al tempo stesso la fiducia», ha dichiarato Pablo Hernández de Cos, direttore generale della BRI (BRI).

Il progetto Agorá: la moneta bancaria tokenizzata all’ingrosso

Il terreno dove i depositi tokenizzati danno oggi il meglio non è il pagamento al dettaglio, ma quello all’ingrosso tra istituzioni: regolamento titoli, liquidità infragiornaliera, garanzie e pagamenti transfrontalieri. Lo dimostra il progetto Agorá, avviato dalla BRI nell’aprile 2024. L’idea è costruire un registro unificato in cui i depositi di banca commerciale tokenizzati interagiscono con le riserve di banca centrale tokenizzate, per regolare pagamenti transfrontalieri in modo atomico, cioè con le due gambe dell’operazione che si concludono simultaneamente o non si concludono affatto, eliminando il rischio di regolamento.

Agorá riunisce diverse banche centrali, tra cui la Banque de France in rappresentanza dell’Eurosistema (quindi con l’euro tra le valute coinvolte), insieme a decine di banche private. Dopo il rapporto sui risultati del prototipo pubblicato a maggio 2026, a fine luglio la BRI ha confermato il passaggio ai test con valore reale: JPMorgan, Citi, UBS e altre venticinque istituzioni private, insieme a cinque banche centrali, hanno regolato pagamenti transfrontalieri veri, per un controvalore di alcune centinaia di migliaia di franchi svizzeri, usando riserve di banca centrale e depositi bancari tokenizzati sulla stessa piattaforma (BRI). È la prova che la moneta bancaria tokenizzata può muoversi tra Paesi e valute con la stessa sicurezza del sistema attuale, ma in tempo reale.

L’Europa costruisce i binari: Pontes e Appia della BCE

Perché i depositi tokenizzati e i titoli tokenizzati mantengano l’unicità della moneta, serve un modo per regolarli in moneta di banca centrale. È esattamente ciò a cui lavora la BCE. Il primo luglio 2025 l’Eurosistema ha annunciato una strategia a due binari per il regolamento su DLT (BCE). Il primo binario, Pontes, è una soluzione ponte di breve termine che collega le piattaforme DLT di mercato ai TARGET Services, l’infrastruttura di regolamento dell’Eurosistema; è previsto in avvio, dopo una fase pilota, entro la fine del terzo trimestre 2026. Il secondo binario, Appia, è il quadro strategico di lungo periodo per un ecosistema finanziario tokenizzato integrato.

La logica è chiara: la BCE non vuole che il denaro tokenizzato circoli solo come moneta privata, bensì che possa sempre poggiare, in ultima istanza, sulla moneta di banca centrale. Come ha sintetizzato la banca in un intervento del marzo 2026 dedicato alla costruzione dei «binari per i mercati finanziari tokenizzati d’Europa» (BCE), la posta in gioco è anche l’autonomia strategica dell’infrastruttura finanziaria europea. Senza questi binari, i depositi tokenizzati delle banche europee rischierebbero di regolarsi su reti e monete non europee.

L’Italia in prima fila: Banca d’Italia, il TIPS Hash Link e il bond digitale di CDP

Su questo fronte l’Italia non è una spettatrice. Nelle sperimentazioni dell’Eurosistema sul regolamento in moneta di banca centrale delle operazioni su DLT, la Banca d’Italia ha messo a disposizione una delle soluzioni tecniche chiave, il TIPS Hash Link, che collega una blockchain di mercato al sistema di regolamento TIPS della banca centrale. È il mattone su cui l’esperienza italiana ha costruito i suoi primi casi pratici.

Il caso più citato è quello di Cassa Depositi e Prestiti, che ha emesso il primo bond digitale su blockchain in Italia, interamente sottoscritto da Intesa Sanpaolo, con regolamento in moneta di banca centrale tramite il TIPS Hash Link: il primo caso operativo italiano di emissione e regolamento di un titolo tokenizzato con moneta di banca centrale (Intesa Sanpaolo). La stessa Intesa Sanpaolo, insieme a Clearstream, ha emesso e distribuito carta commerciale su DLT usando la soluzione della Banca d’Italia (Ledger Insights), e nel 2026 ha aderito alla sperimentazione della piattaforma DLT di SWIFT per collegare i mercati tradizionali e quelli tokenizzati. Sono i primi passi di un percorso che porta la moneta bancaria italiana, poco alla volta, sulla catena.

Come si regolano i depositi tokenizzati in Europa

Qui sta forse la ragione principale per cui le banche preferiscono i depositi tokenizzati agli stablecoin: la loro qualificazione giuridica è molto più semplice. MiCA, il regolamento europeo sulle cripto-attività, esclude esplicitamente i depositi dal proprio ambito. Un deposito tokenizzato resta un deposito ai sensi della normativa bancaria (le direttive e i regolamenti CRD e CRR) e della direttiva sui sistemi di garanzia, con copertura fino a 100.000 euro per depositante. In pratica una banca non ha bisogno di un’autorizzazione MiCA da emittente di stablecoin per lanciare un deposito tokenizzato: le basta la licenza bancaria che ha già.

Anche sul piano prudenziale il trattamento è favorevole. Un deposito è una normale passività del portafoglio bancario e non subisce la ponderazione al 1.250% che rende proibitivo detenere Bitcoin in proprio, la stessa regola che spiega perché le banche custodiscono ed emettono moneta invece di comprare cripto. Restano però nodi aperti, perché le regole sono state scritte prima che i deposit token esistessero. La revisione di MiCA in corso nel 2026, la cosiddetta MiCA 2.0, ha inserito proprio i depositi tokenizzati tra i temi da chiarire, insieme all’interazione con la garanzia dei depositi, alla programmabilità dei token e ai rischi operativi legati all’uso di registri distribuiti, che ricadono sotto il regolamento DORA sulla resilienza operativa digitale.

Stati Uniti: il GENIUS Act, l’OCC e la linea di confine

Oltre Atlantico la mappa è diversa nella forma ma simile nella sostanza. Il GENIUS Act, la legge federale del 2025 sugli stablecoin di pagamento, disciplina proprio quella categoria, gli stablecoin, e non i depositi tokenizzati, che restano una cosa distinta. Nella proposta di regolamento pubblicata dalla FDIC il 10 aprile 2026 le autorità americane chiariscono al tempo stesso la copertura assicurativa sui depositi usati come riserva degli stablecoin e «il trattamento dei depositi tokenizzati» (Federal Register). L’OCC, l’autorità che vigila sulle banche nazionali, ha avviato la propria proposta attuativa a inizio marzo 2026 (OCC).

Il risultato è che, come in Europa, negli Stati Uniti le banche possono tokenizzare i depositi restando dentro il diritto bancario esistente, senza dover diventare emittenti di stablecoin. JPMD ne è la dimostrazione concreta. La convergenza transatlantica è significativa: sia l’Unione europea sia gli Stati Uniti hanno scelto di tenere i depositi tokenizzati nel perimetro delle regole bancarie, e gli stablecoin in un perimetro separato, quello della normativa sulle cripto-attività o sulla moneta elettronica.

Depositi tokenizzati contro stablecoin: il confronto normativo

La tabella che segue riassume le differenze che contano davvero per una banca, per un tesoriere aziendale o per un risparmiatore.

DimensioneDeposito tokenizzatoStablecoin (EMT)
Emittente tipicoBanca commercialeIstituto di moneta elettronica o banca
Quadro normativo UECRD/CRR (diritto bancario)MiCA, Titolo IV
Quadro normativo USADiritto bancario esistenteGENIUS Act
Interessi al detentorePossibiliVietati
Garanzia dei depositiSì (fino a 100.000 euro)No
In bilancio dell’emittenteNo (moneta elettronica)
CircolazioneRete chiusa di soggetti regolamentatiStrumento al portatore, liberamente trasferibile
Compatibile con l’unicità della monetaSolo parzialmente
Caso d’uso principale nel 2026Pagamenti e regolamenti all’ingrossoPagamenti al dettaglio e cripto-mercati

I rischi: disintermediazione, frammentazione e «giardini recintati»

I depositi tokenizzati non sono privi di rischi, e sarebbe un errore presentarli come una soluzione neutra. Il primo nodo è, paradossalmente, lo stesso che le banche vogliono evitare: se la moneta programmabile accelera lo spostamento dei fondi verso strumenti più remunerativi o più efficienti, una progettazione poco accorta può comunque erodere i depositi stabili, magari a vantaggio delle banche più grandi e tecnologicamente avanzate a scapito di quelle piccole.

Il secondo nodo è la frammentazione. Se ogni banca emette il proprio token sulla propria rete, senza standard comuni, si creano tanti «giardini recintati» che non dialogano tra loro. Un deposito tokenizzato della banca A che non può essere speso agevolmente verso la banca B rompe di fatto l’unicità della moneta, a meno che non esista un livello di regolamento condiviso: è la ragione per cui iniziative come Pontes e Agorá sono così importanti. Ci sono poi i rischi tecnologici legati alla programmabilità e alla componibilità con la finanza decentralizzata, dove un errore in uno smart contract può propagarsi, e la concentrazione su poche piattaforme DLT (Base, Canton e poche altre), che introduce dipendenze operative da vigilare sotto DORA. Infine resta il rischio di corsa agli sportelli, che un token non elimina: un deposito tokenizzato è pur sempre un deposito, e in una crisi di fiducia la velocità della blockchain potrebbe persino accelerare i prelievi.

Cosa cambia per il risparmiatore italiano

Nel 2026 i depositi tokenizzati restano un fenomeno quasi esclusivamente all’ingrosso: JPMD è riservato ai clienti istituzionali, e gli esperimenti italiani riguardano titoli e regolamenti interbancari, non il conto corrente della famiglia media. Per il risparmiatore al dettaglio l’impatto diretto è ancora lontano, ma la direzione di marcia è ormai segnata, ed è utile arrivarci preparati.

Quando questi strumenti arriveranno al pubblico, il punto fermo da ricordare è la tutela: un deposito tokenizzato presso una banca italiana resterebbe coperto dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi fino a 100.000 euro, esattamente come il saldo di un conto tradizionale, una protezione che nessuno stablecoin può offrire. Chi soppesa quanta esposizione alle cripto tenere in portafoglio (un tema che abbiamo trattato in Quanto Bitcoin in portafoglio) farebbe bene a distinguere tra la moneta programmabile garantita dalla banca e le cripto-attività volatili come Bitcoin ed Ether, che oggi valgono rispettivamente circa 66.000 e 2.100 euro. Le due cose vivranno fianco a fianco, insieme all’euro digitale e agli strumenti di accesso regolamentato come gli ETF sulle cripto. La vigilanza in Italia resta divisa tra Consob, per la condotta di mercato, e Banca d’Italia, per gli aspetti prudenziali e di sistema, la stessa che sta fornendo la tecnologia con cui la moneta bancaria approda sulla blockchain.

Domande frequenti

Che cos’è un deposito tokenizzato?

È la rappresentazione digitale di un deposito bancario su blockchain: resta un credito verso la banca emittente, iscritto nel suo bilancio, può fruttare interessi ed è coperto dalla garanzia dei depositi, a differenza di uno stablecoin.

Qual è la differenza tra un deposito tokenizzato e uno stablecoin?

Il deposito tokenizzato è moneta di banca commerciale, un credito verso la banca iscritto in bilancio, con garanzia dei depositi e possibili interessi, regolato dal diritto bancario. Lo stablecoin è moneta elettronica emessa a fronte di riserve, senza interessi né garanzia dei depositi, regolato in Europa da MiCA.

I depositi tokenizzati sono coperti dalla garanzia dei depositi?

Sì. Restando giuridicamente depositi, per la clientela al dettaglio rientrano nella garanzia fino a 100.000 euro per depositante, in Italia tramite il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, una tutela che gli stablecoin non offrono.

Cosa sono i progetti Pontes e Appia della BCE?

Sono i due binari della strategia dell’Eurosistema per regolare in moneta di banca centrale le operazioni su blockchain. Pontes è la soluzione ponte di breve termine, attesa entro la fine del terzo trimestre 2026; Appia è il quadro di lungo periodo per un ecosistema finanziario tokenizzato.

Le banche italiane offrono già depositi tokenizzati?

Non al dettaglio. Con Intesa Sanpaolo in prima fila e la tecnologia TIPS Hash Link della Banca d’Italia, le banche italiane hanno sperimentato titoli e strumenti tokenizzati all’ingrosso con regolamento in moneta di banca centrale, ma un deposito tokenizzato per il pubblico non è ancora disponibile.

Liam Brennan segue macro e finanza tradizionale per HOGE Wire.

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