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● Macro & TradFi

Intesa Sanpaolo e le cripto: dentro il portafoglio da 235 milioni

Intesa Sanpaolo ha costruito un portafoglio cripto da 235 milioni di dollari partendo da 11 bitcoin. Ecco come una grande banca italiana entra davvero nel mondo degli asset digitali.

Questa settimana, dal 27 al 29 agosto, i banchieri centrali di oltre settanta Paesi si ritrovano a Jackson Hole, nel Wyoming, per un simposio che per la prima volta mette al centro un tema solo: «Financial Innovation: Implications for Payments and Policy», cioè come la tecnologia sta cambiando il modo in cui il denaro si muove. È il debutto da presidente della Federal Reserve di Kevin Warsh. Mentre a Jackson Hole si discute in astratto di pagamenti tokenizzati e stablecoin, a Torino una grande banca italiana ha già trasformato quel dibattito in righe di bilancio.

Intesa Sanpaolo, il primo gruppo bancario italiano, ha costruito in meno di due anni un portafoglio di asset digitali arrivato a circa 235 milioni di dollari (poco più di 200 milioni di euro) nel primo trimestre 2026, partendo da appena 11 bitcoin comprati nel gennaio 2025. Bitcoin, intanto, è tornato sopra gli 80.000 dollari il 25 agosto e viaggia intorno ai 67.000 euro (CoinGecko, 27 agosto) dopo un rally settimanale superiore al 20%.

La storia di Intesa è il modo più concreto per capire che cosa significhi davvero «bank crypto policy» nel 2026: non un banchiere che compra Bitcoin per tenerlo in cassa, ma un intreccio di ETF, azioni di società cripto, derivati, un accordo di custodia e obbligazioni tokenizzate. Vediamo pezzo per pezzo che cosa possiede la banca, perché lo possiede in quella forma e che cosa dice tutto questo sul rapporto tra le banche europee e le criptovalute.

Una banca che scommette sulle cripto senza (quasi) comprarle

Per anni la posizione ufficiale delle grandi banche europee è stata prudente: le criptovalute erano roba da exchange, non da istituti vigilati. Intesa Sanpaolo ha ribaltato quella narrazione in modo silenzioso e metodico. Oggi la banca ha esposizioni cripto per centinaia di milioni, un accordo di custodia con un fornitore specializzato e diverse emissioni di titoli tokenizzati alle spalle. Eppure, se si guarda al suo bilancio, di Bitcoin detenuto direttamente ce n’è pochissimo.

Il paradosso è il cuore della questione. Una banca non può caricarsi di Bitcoin come farebbe un fondo speculativo, perché le regole di vigilanza rendono quella scelta proibitivamente costosa in termini di capitale (ci arriviamo più avanti). Deve quindi trovare strade alternative per offrire, intermediare e persino possedere esposizione cripto senza detenere direttamente la moneta. Intesa ha scelto quasi tutte quelle strade insieme: ETF quotati negli Stati Uniti, azioni di società dell’infrastruttura cripto, derivati, custodia in outsourcing e tokenizzazione di strumenti tradizionali.

Il risultato è un caso di studio quasi da manuale. Guardare a una singola banca, invece che al solito panorama normativo, permette di vedere come le regole si traducono in decisioni concrete di portafoglio. E la banca giusta da osservare, in Italia, è la più grande.

Da 11 bitcoin a un portafoglio istituzionale: la cronologia

La svolta pubblica arriva il 13 gennaio 2025. Un promemoria interno, poi trapelato e infine confermato ai media dal responsabile del trading e degli investimenti in digital asset del gruppo, annuncia che «da oggi Intesa Sanpaolo possiede 11 bitcoin», per un controvalore allora superiore al milione di dollari. È la prima operazione proprietaria in Bitcoin di una grande banca italiana: non un prodotto venduto ai clienti, ma denaro della banca investito in prima persona.

Non nasce dal nulla. Intesa aveva costituito già nel 2023 un desk proprietario dedicato agli asset digitali, con capacità di spot trading anche su altre criptovalute. Gli 11 bitcoin del gennaio 2025 sono un test deliberatamente piccolo, quasi simbolico, per collaudare processi, custodia e contabilità.

Da lì il ritmo accelera. Nel corso del 2025 e soprattutto nel 2026 la banca smette di comprare Bitcoin spot e passa a costruire un portafoglio di prodotti quotati e regolamentati: ETF su Bitcoin ed Ethereum, un trust su XRP, azioni di società cripto. A fine 2025 l’esposizione vale circa 100 milioni di dollari; tre mesi dopo è più che raddoppiata. Il salto da un test da 11 bitcoin a un portafoglio istituzionale da centinaia di milioni racconta, in miniatura, come una banca affronta una nuova classe di attività: prima tocca, poi struttura.

Che cosa possiede davvero Intesa Sanpaolo

La finestra su ciò che Intesa detiene si apre grazie a un obbligo americano: chi gestisce oltre 100 milioni di dollari in titoli quotati negli Stati Uniti deve depositare ogni trimestre presso la SEC un rendiconto chiamato Form 13F. Poiché gran parte dell’esposizione cripto della banca passa da ETF e azioni quotate a Wall Street, quelle posizioni diventano pubbliche.

Al 31 marzo 2026 il quadro, ricostruito dalla stampa specializzata sulla base del 13F, è questo: circa 235 milioni di dollari complessivi (poco più di 200 milioni di euro), in crescita dai circa 100 milioni di fine 2025. Dentro ci sono posizioni ampliate sull’iShares Bitcoin Trust (IBIT) di BlackRock e sull’ARK 21Shares Bitcoin ETF, un primo ingresso nell’iShares Staked Ethereum Trust, una nuova posizione da circa 18 milioni di dollari (712.319 quote) nel Grayscale XRP Trust e un’uscita quasi completa dal Bitwise Solana Staking ETF. Compaiono anche le prime opzioni call su IBIT, cioè i primi derivati cripto della banca.

Ma la parte forse più rivelatrice non è cripto in senso stretto: Intesa ha comprato per la prima volta 165.600 azioni di BitGo (una società di custodia), ha portato la partecipazione in Coinbase da 1.500 a 10.357 azioni, ha chiuso una posizione su Bitmine e liquidato opzioni put su Strategy. In altre parole, la banca non scommette solo sul prezzo delle criptovalute, ma sull’industria che le custodisce e le scambia.

Le partecipazioni azionarie meritano una nota a parte, perché segnalano una strategia diversa dalla semplice esposizione al prezzo. Comprando azioni di Coinbase e di BitGo, Intesa investe nei «picconi e badili» del settore, cioè nelle società che forniscono l’infrastruttura di scambio e di custodia, un modo per beneficiare della crescita del mercato cripto anche quando il prezzo delle singole monete oscilla. Le opzioni, dal canto loro, raccontano una tesoreria che ha imparato a usare strumenti sofisticati: le call servono ad amplificare un rialzo con capitale ridotto, le put a proteggersi o a scommettere su una discesa. È il vocabolario di un desk che tratta le cripto con gli stessi ferri del mestiere usati su azioni e valute. La tabella seguente mette a confronto le posizioni principali tra il primo e il secondo trimestre.

StrumentoTipoQ1 2026 (31 mar)Q2 2026 (30 giu)
iShares Bitcoin Trust (IBIT), azioniETF spot BTCin aumento40.723 (meno 93,7%)
IBIT, opzioni callderivatoprime posizioni18.000 sottostanti (meno 99,3%)
IBIT, opzioni putderivatoassenti500.000 sottostanti (nuove)
iShares Staked Ethereum TrustETF ETH staking116.200 quote349.600 quote (circa triplicate)
Bitwise Solana Staking ETFETF SOL2.817 quote7 quote
Fonte: rendiconti Form 13F depositati presso la SEC, ricostruiti dalla stampa specializzata.

Il grande ribilanciamento: quando una banca fa trading di Bitcoin

Se il primo trimestre 2026 racconta l’accumulo, il secondo racconta la disciplina. Il Form 13F al 30 giugno 2026 mostra una banca che ha tagliato bruscamente l’esposizione rialzista su Bitcoin: le azioni IBIT crollano del 93,7% a 40.723, le opzioni call quasi si azzerano (meno 99,3%, a 18.000 sottostanti) e compare una nuova, corposa posizione in opzioni put su 500.000 azioni sottostanti, tipica di chi si copre o scommette su un ribasso.

Nello stesso periodo Intesa ruota verso Ethereum: le quote dell’ETF su ETH in staking quasi triplicano, da 116.200 a 349.600, mentre l’ETF su Solana viene ridotto a 7 sole quote, praticamente azzerato. L’Ether, nelle stesse settimane, quotava intorno ai 2.100 euro.

La lettura è netta: Intesa tratta le criptovalute come qualsiasi altra classe di attività del suo trading book. Entra, esce, si copre, ruota da un asset all’altro a seconda delle condizioni di mercato. Non è la banca che «crede in Bitcoin», è la banca che gestisce un’esposizione. E il fatto che a metà 2026, poco prima del forte rialzo dei prezzi di agosto, la banca avesse ridotto la scommessa rialzista ricorda una cosa scomoda: anche gli operatori istituzionali sbagliano il timing. La differenza è che lo fanno con importi piccoli rispetto alle loro dimensioni, come vedremo.

Perché ETF e azioni, e non Bitcoin diretto: la regola del capitale

Qui entra in gioco il vero motore delle scelte di Intesa: le regole prudenziali di Basilea. Dal 1 gennaio 2026 è in vigore lo standard del Comitato di Basilea sugli asset cripto (SCO60), recepito nell’Unione dal pacchetto CRR3/CRD6. Le criptovalute non garantite come Bitcoin ed Ether ricadono nel «Gruppo 2b» e ricevono un fattore di ponderazione del rischio del 1.250%: in pratica la banca deve accantonare capitale per un valore pari all’intera esposizione. Un euro di Bitcoin in bilancio costa un euro di capitale. A questo si aggiunge un limite: le esposizioni di Gruppo 2 non possono superare l’1% (con soglia di allerta) del capitale di classe 1. Il Comitato lo ha ribadito nella sua comunicazione ufficiale.

È la ragione per cui una banca razionale evita di detenere Bitcoin spot. Non è ideologia, è aritmetica del capitale. Ma allora perché il portafoglio di Intesa è pieno di esposizione cripto? Perché la forma conta. Le azioni di Coinbase o BitGo sono esposizioni azionarie ordinarie, con ponderazioni normali. Gli ETF spot su Bitcoin, pur ricevendo in trasparenza (look-through) un trattamento severo vicino a quello del Gruppo 2b, restano strumenti quotati, liquidi e facilmente cedibili. E soprattutto 235 milioni di dollari sono una cifra minuscola rispetto al capitale di Intesa, che si misura in decine di miliardi. La banca resta ampiamente dentro i limiti e può permettersi l’accantonamento perché l’esposizione è contenuta.

Vale la pena capire perché la regola è tanto discussa. Nell’Unione lo standard di Basilea non si applica in automatico: deve passare per il diritto europeo, e il pacchetto CRR3 ne ha previsto un recepimento con un trattamento transitorio, in attesa di una proposta legislativa definitiva della Commissione. Diverse banche e associazioni di categoria hanno chiesto un allentamento, sostenendo che una ponderazione del 1.250% è punitiva rispetto al rischio reale di esposizioni piccole e coperte. Finché il quadro resta questo, però, la matematica non cambia: detenere criptovaluta in proprio consuma capitale come nessun’altra classe di attività, e ogni banca europea deve decidere se quel costo vale l’esposizione. La risposta di quasi tutte, Intesa compresa, è tenere l’esposizione diretta al minimo.

ModalitàCosa fa la bancaIn bilancio?Trattamento patrimoniale (Basilea)
Intermediazione ETP/certificatiDistribuisce prodotti di terziNo (per conto del cliente)Rischio operativo
Custodia per conto terziConserva le chiaviNo (fuori bilancio)Rischio operativo, non il 1.250%
Detenzione proprietaria (spot)Possiede la criptovalutaGruppo 2b, ponderazione 1.250%
ETF e azioni nel trading bookPossiede quote o azioni quotateETF spot: look-through severo; azioni: peso azionario ordinario

La custodia: Intesa affitta il caveau digitale da Ripple

Detenere asset digitali pone un problema che le banche conoscono bene ma in una veste nuova: chi tiene le chiavi private? Perdere una chiave significa perdere l’asset, senza appello. Intesa ha risolto come quasi tutte le grandi banche: non costruendo il caveau, ma affittandolo.

Il 14 aprile 2026 Ripple ha confermato che Intesa Sanpaolo utilizza Ripple Custody per sostenere le proprie iniziative sugli asset digitali. Nella stessa piattaforma figurano altri istituti di primo piano come BBVA, DBS Bank e DZ Bank. Ripple descrive la custodia come lo strato di governance fondamentale di tutta la transizione verso gli asset digitali: senza un’infrastruttura di custodia sicura e conforme, sostiene, ogni strategia (pagamenti, tokenizzazione, staking, tesoreria) eredita rischi ingestibili.

C’è un vantaggio regolamentare preciso in questa scelta. La custodia per conto terzi, in cui il cliente resta proprietario dell’asset e la banca lo detiene fuori bilancio (come fa da sempre con azioni e obbligazioni), non fa scattare il 1.250% di Basilea: richiede solo capitale per il rischio operativo. È la via più leggera in termini di capitale, e non a caso è quella che le banche preferiscono.

Il rovescio della medaglia è la dipendenza da pochi fornitori specializzati (Ripple con la sua piattaforma Metaco, Fireblocks, Taurus, BitGo e pochi altri). Sotto il regolamento europeo DORA sulla resilienza operativa, un custode terzo di questo tipo è un fornitore critico di servizi ICT, con tutti gli obblighi di controllo, continuità e piani di uscita che ne derivano. La concentrazione, più della tecnologia, è il vero rischio. Il CEO di Zodia Custody, Julian Sawyer, ha sintetizzato la direzione del settore dicendo che «ogni singola banca dovrà presto detenere asset digitali». Detto da chi vende infrastruttura di custodia agli istituti va preso con le pinze, ma la traiettoria che descrive è quella che Intesa sta già percorrendo.

La tokenizzazione: il fronte dove Intesa è davvero avanti

Se sul fronte ETF Intesa è un investitore tra tanti, sul fronte della tokenizzazione è un pioniere. Qui la banca non compra esposizione cripto: mette strumenti finanziari tradizionali su blockchain, con regolamento in moneta di banca centrale.

Il caso emblematico risale al luglio 2024. Cassa Depositi e Prestiti (CDP) ha emesso il suo primo digital bond su blockchain, un’obbligazione da 25 milioni di euro, durata quattro mesi e cedola del 3,633%, interamente sottoscritta da Intesa Sanpaolo come unico investitore istituzionale. Il regolamento è avvenuto lo stesso giorno in moneta di banca centrale grazie alla soluzione «TIPS Hash Link» sviluppata dalla Banca d’Italia, che collega una piattaforma DLT ai TARGET Services dell’Eurosistema. L’operazione, prima in Italia ai sensi del cosiddetto «decreto FinTech», rientrava nella sperimentazione della BCE sulle nuove tecnologie per il regolamento all’ingrosso in moneta di banca centrale.

Non è un episodio isolato. Intesa ha emesso anche 10 milioni di euro di commercial paper tokenizzata usando la piattaforma D7 di Clearstream, sempre regolata via TIPS Hash Link nell’ambito delle prove BCE. È lo stesso terreno su cui si muovono le contromosse delle banche agli stablecoin, i depositi tokenizzati: moneta commerciale e titoli su registro distribuito, ma ancorati alla moneta pubblica come asset di regolamento finale.

Il dettaglio tecnico che rende speciali queste operazioni è dove avviene il regolamento finale. In entrambi i casi il denaro che chiude la transazione è moneta di banca centrale, non un deposito commerciale o uno stablecoin. È esattamente la direzione che l’Eurosistema sta seguendo con i progetti Pontes e Appia: Pontes come ponte di breve periodo tra le piattaforme DLT e i TARGET Services, in sperimentazione entro il terzo trimestre 2026, Appia come ecosistema di lungo periodo interamente su registro distribuito. Per una banca, poter regolare un titolo tokenizzato in moneta pubblica significa ottenere i vantaggi della blockchain (regolamento contestuale, tracciabilità, programmabilità) senza rinunciare alla sicurezza dell’asset di regolamento più solido che esista. È la differenza tra innovare sui binari e innovare fuori dai binari.

La differenza rispetto agli ETF è concettuale. Con la tokenizzazione la banca non insegue il prezzo di Bitcoin: usa la tecnologia blockchain per rendere più efficiente il proprio mestiere di sempre, emettere e regolare titoli. Ed è probabilmente qui, più che negli ETF, che si gioca il futuro.

UniCredit, l’altra strada: il certificato a capitale protetto

Intesa non è l’unico grande gruppo italiano ad aver preso posizione, ma il confronto con UniCredit mostra due filosofie diverse. Dove Intesa costruisce un portafoglio proprietario e fa trading, UniCredit ha scelto la via del prodotto confezionato per il cliente.

Nel luglio 2025 UniCredit ha offerto ai propri clienti professionali un certificato di investimento quinquennale, denominato in dollari e legato all’andamento dell’iShares Bitcoin Trust (IBIT) di BlackRock. La struttura è tipicamente bancaria: protezione del capitale al 100% a scadenza, rendimento massimo limitato all’85% della performance dell’ETF, investimento minimo di 25.000 dollari, collocamento riservato ai professionali dal 1 al 28 luglio. In pratica il cliente ottiene un’esposizione addomesticata a Bitcoin, con il ribasso azzerato e il rialzo tosato.

Sono due modi opposti di stare dentro il tema. Intesa si assume il rischio in proprio e lo gestisce come un trader; UniCredit trasferisce un’esposizione filtrata ai clienti, senza caricarsi Bitcoin in bilancio e incassando le commissioni della struttura. Entrambe evitano accuratamente di detenere criptovaluta vera e propria: la prima usa ETF e derivati quotati, la seconda impacchetta un ETF di terzi in un certificato. La regola del capitale, ancora una volta, disegna il campo da gioco.

Banca Sella e la prima licenza MiCA italiana

C’è poi chi ha scelto di andare dritto al cuore del regolamento europeo. Nel maggio 2026 Banca Sella è diventata la prima banca italiana a ottenere dalla Banca d’Italia la licenza da prestatore di servizi per le cripto-attività (CASP) ai sensi del regolamento MiCA.

Non è un debuttante. Banca Sella offre da anni compravendita di Bitcoin attraverso la sua app di mobile banking Hype, esperienza che le ha dato confidenza con il settore. Con la licenza MiCA il gruppo punta a lanciare nel 2026 una soluzione dedicata a custodia, trasferimento e ricezione di asset digitali per categorie selezionate di clienti. Sella entra così nel gruppo di una ventina di banche europee che offrono servizi cripto sotto MiCA, tra cui le tedesche Commerzbank e LBBW, la francese Société Générale FORGE e la spagnola BBVA.

Il contrasto con Intesa è istruttivo. Intesa gestisce un portafoglio da investitore e fa tokenizzazione all’ingrosso; Banca Sella costruisce un servizio al dettaglio autorizzato. Sono due interpretazioni legittime della stessa «bank crypto policy», guidate da modelli di business diversi. La tabella seguente riassume le principali strade italiane.

BancaApproccioStrumento principaleClientelaBase regolamentare
Intesa SanpaoloPortafoglio proprietario e tokenizzazioneETF e azioni cripto, digital bondBanca in proprio e istituzionali13F USA, decreto FinTech, MiCA
UniCreditProdotto a pacchettoCertificato legato all’ETF IBITClienti professionaliMiFID II
Banca SellaServizio al dettaglio autorizzatoCompravendita e custodia (via Hype)Retail selezionatoLicenza MiCA (Banca d’Italia)
Altre europee (Commerzbank, LBBW, SG FORGE, BBVA)Servizi cripto sotto MiCACustodia e negoziazioneVarieMiCA

Chi vigila in Italia: Consob e Banca d’Italia sul doppio binario

In Italia la vigilanza sulle cripto poggia su un doppio binario. La Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) presidia la trasparenza, la condotta di mercato e la tutela dell’investitore, oltre a supervisionare i derivati su cripto, che restano strumenti finanziari sotto la MiFID II e non sotto MiCA. La Banca d’Italia si occupa del versante prudenziale, del rilascio delle licenze CASP sotto MiCA e della vigilanza su token di moneta elettronica (EMT) e token collegati ad attività (ART). Il quadro nasce dal decreto legislativo 5 settembre 2024, n. 129, che ha designato le due autorità.

Il periodo transitorio MiCA per l’Italia, uno dei più brevi dell’Unione insieme a Germania, Austria, Irlanda e Spagna, si è chiuso il 1 luglio 2026: da allora chi vuole offrire servizi cripto ai clienti italiani deve avere l’autorizzazione, non basta più la vecchia iscrizione al registro. Sul fronte degli abusi di mercato, le linee guida ESMA che estendono alle cripto i divieti su insider trading e manipolazione completano il perimetro di condotta.

Per una banca come Intesa questo significa muoversi su tre livelli contemporaneamente: le regole prudenziali europee (Basilea e CRR3) che governano quanto capitale serve, MiCA che governa quali servizi si possono offrire e a chi, e la MiFID II che governa i derivati e la consulenza. Il portafoglio 13F, fatto in gran parte di ETF quotati negli Stati Uniti, vive per lo più su un quarto binario, quello statunitense, ed è proprio questo che lo rende visibile.

La cornice europea e la partita ancora aperta di Basilea

La regola del 1.250% non è scolpita nella pietra. Il Comitato di Basilea ha annunciato una revisione mirata dello standard sugli asset cripto, ma a fine agosto 2026 il testo non è ancora stato pubblicato, un ritardo che pesa perché nel frattempo l’Europa applica il trattamento severo mentre gli Stati Uniti costruiscono il proprio quadro con tempi propri. Negli USA le regole attuative del GENIUS Act sulle stablecoin sono attese verso novembre 2026, con entrata in vigore a inizio 2027; abbiamo raccontato la divergenza transatlantica nel confronto tra la svolta della SEC e lo specchio europeo.

Su questo sfondo si muovono le banche centrali. Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha insistito più volte su un punto: la tecnologia può rendere l’uso della moneta più funzionale, ma non può sostituire la credibilità di una banca centrale indipendente, e la moneta di banca centrale deve restare lo strumento di regolamento finale in un futuro tokenizzato. È la cornice che spiega progetti come Pontes, il ponte tra piattaforme DLT e i TARGET Services atteso in sperimentazione entro il terzo trimestre 2026, e la sua evoluzione di lungo periodo Appia.

Il messaggio per le banche è coerente: si può tokenizzare, si può custodire, si può intermediare esposizione cripto, purché il regolamento finale resti ancorato alla moneta pubblica e purché il capitale copra i rischi. Intesa, con i suoi bond regolati in moneta di banca centrale via TIPS Hash Link, sta di fatto costruendo esattamente il tipo di infrastruttura che Panetta descrive.

Jackson Hole 2026: la politica cripto delle banche arriva al vertice

Tutto questo arriva al vertice proprio questa settimana. Il simposio di Jackson Hole, ospitato dalla Federal Reserve di Kansas City dal 27 al 29 agosto 2026, ha per la prima volta un tema interamente dedicato all’innovazione finanziaria: «Financial Innovation: Implications for Payments and Policy». Circa 120 banchieri centrali di oltre settanta Paesi discutono di architettura dei sistemi di pagamento, effetti macroeconomici del regolamento istantaneo e sfide dei pagamenti digitali transfrontalieri.

È anche il debutto da presidente della Fed di Kevin Warsh, insediato a maggio 2026. Un dettaglio non banale: prima della nomina Warsh aveva dichiarato partecipazioni in oltre una dozzina di protocolli blockchain e progetti DeFi, poi cedute alla conferma, il primo presidente della Fed ad aver mai reso note posizioni in cripto. Il suo intervento chiave è atteso nei giorni del simposio e i mercati lo osservano proprio per capire l’orientamento su stablecoin, depositi tokenizzati e valute digitali di banca centrale. Bitcoin arriva all’appuntamento sull’onda del rally di agosto, come raccontato anche nell’analisi su dollaro debole e Bitcoin alla prova di Jackson Hole.

Sotto il titolo del simposio si nasconde una domanda concreta: quale forma prenderà la moneta digitale del futuro? Tre modelli competono. Gli stablecoin privati, spinti negli Stati Uniti dal GENIUS Act, promettono pagamenti rapidi ma tolgono depositi alle banche. I depositi tokenizzati, la contromossa degli istituti, mettono la moneta bancaria su blockchain restando dentro il perimetro regolamentato. Le valute digitali di banca centrale, come l’euro digitale allo studio della BCE, offrono moneta pubblica programmabile ma sollevano interrogativi su privacy e disintermediazione. Le banche come Intesa non tifano per un modello soltanto: si attrezzano per operare in tutti e tre, perché nessuno sa ancora quale prevarrà.

Il filo che unisce Wyoming e Torino è diretto. Le domande astratte che i banchieri centrali si pongono a Jackson Hole (come regolare la moneta privata su blockchain, come trattare la custodia, quanto capitale chiedere) hanno già risposte concrete nei bilanci di banche come Intesa. La politica insegue la pratica, non il contrario.

Che cosa cambia per il risparmiatore italiano

Per il cliente comune, la lezione del caso Intesa è che l’esposizione cripto attraverso una banca esiste, ma in forme molto diverse dal comprare Bitcoin su un exchange. Oggi un risparmiatore italiano può arrivare alle cripto sostanzialmente in tre modi tramite il sistema bancario: prodotti a pacchetto come i certificati di UniCredit; ETP ed ETF quotati distribuiti dalla banca o dalla piattaforma di trading collegata; e, in prospettiva, servizi di compravendita e custodia autorizzati sotto MiCA come quelli in arrivo da Banca Sella.

Attenzione però a un equivoco diffuso. Quando la banca detiene per te un ETF o un certificato, tu possiedi lo strumento finanziario, non la criptovaluta sottostante. E soprattutto: le criptovalute e i prodotti collegati non sono coperti dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Il fondo protegge i depositi in euro fino a 100.000 euro per depositante, non il valore di un ETF su Bitcoin, che può perdere gran parte del proprio valore. La distribuzione di questi prodotti resta soggetta alle regole MiFID II di adeguatezza e appropriatezza: la banca deve valutare se il prodotto è adatto al tuo profilo.

Chi ragiona sull’allocazione dovrebbe partire dalle stesse domande che si pone la banca: quanto pesa l’esposizione rispetto al totale, quanto è correlata al resto del portafoglio, quanto si è disposti a perdere. Abbiamo discusso altrove quanto Bitcoin abbia senso in un portafoglio. Il punto è che la prudenza patrimoniale che frena le banche vale, in scala, anche per il singolo.

I rischi che restano: concentrazione, custodia, volatilità

Il caso Intesa è anche un catalogo di rischi. Il primo è la concentrazione della custodia: se le banche europee affidano le chiavi a una manciata di fornitori (Ripple, Fireblocks, BitGo, Taurus), un incidente su uno di essi può propagarsi a molti istituti insieme. È esattamente il rischio che DORA cerca di presidiare, ma il perimetro è ancora giovane.

Il secondo è la volatilità e il timing. Il ribilanciamento di Intesa nel secondo trimestre 2026, con il taglio drastico dell’esposizione rialzista su Bitcoin proprio prima di un rialzo estivo dei prezzi, ricorda che nemmeno gli operatori istituzionali indovinano il mercato. Per fortuna della banca gli importi in gioco sono piccoli rispetto al suo capitale; per un risparmiatore che replicasse quelle mosse su scala personale, gli errori peserebbero di più.

Il terzo è reputazionale e regolamentare. Il fatto stesso che l’esistenza degli 11 bitcoin sia emersa da una email interna trapelata, e non da una comunicazione ufficiale, mostra quanto il tema resti sensibile. E finché Basilea non pubblica la revisione dello standard, ogni euro di esposizione cripto diretta continua a costare caro in capitale, un freno strutturale che nessuna banca europea può ignorare. La bank crypto policy del 2026, in sintesi, non è una scommessa sul prezzo: è un esercizio di ingegneria regolamentare in cui la forma dell’esposizione conta più della direzione del mercato.

Domande frequenti

Intesa Sanpaolo possiede davvero Bitcoin?

Sì, ma pochissimo in forma diretta. Nel gennaio 2025 ha comprato 11 bitcoin come prima operazione proprietaria. La gran parte della sua esposizione cripto, arrivata a circa 235 milioni di dollari nel primo trimestre 2026, passa però da ETF quotati su Bitcoin ed Ethereum, da un trust su XRP e da azioni di società cripto come Coinbase e BitGo, non da criptovaluta detenuta direttamente.

Perché le banche non tengono Bitcoin nel loro bilancio?

Per le regole di Basilea. Dal 2026 il Bitcoin ricade nel «Gruppo 2b» con un fattore di ponderazione del rischio del 1.250%: la banca deve accantonare capitale pari all’intera esposizione, e le posizioni di Gruppo 2 non possono superare l’1% del capitale primario. Detenere Bitcoin spot diventa così troppo costoso, e le banche preferiscono ETF, custodia per conto terzi e tokenizzazione.

Una banca italiana può custodire criptovalute per i clienti?

Sì, con l’autorizzazione MiCA. Nel maggio 2026 Banca Sella è diventata la prima banca italiana a ottenere dalla Banca d’Italia la licenza da prestatore di servizi per le cripto-attività, con l’obiettivo di offrire custodia e trasferimento nel 2026. Altre banche, come Intesa, si appoggiano a fornitori specializzati come Ripple Custody per la conservazione delle chiavi.

Che cos’è un bond tokenizzato e cosa c’entra Intesa Sanpaolo?

È un’obbligazione emessa e gestita su blockchain. Nel 2024 Intesa ha sottoscritto per intero un digital bond da 25 milioni di euro emesso da CDP, regolato in moneta di banca centrale tramite la soluzione TIPS Hash Link della Banca d’Italia. È un modo per usare la tecnologia blockchain nei titoli tradizionali, diverso dall’investire in criptovalute.

Comprare cripto tramite la mia banca è garantito dal fondo di tutela dei depositi?

No. Il Fondo interbancario di tutela dei depositi copre i depositi in euro fino a 100.000 euro per depositante, non le criptovalute né i prodotti collegati come ETF e certificati su Bitcoin, che possono perdere gran parte del loro valore. La vendita di questi prodotti resta soggetta alle regole MiFID II di adeguatezza.

Di Liam Brennan, redazione Macro & TradFi di HOGE Wire.

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