Fed, il rialzo di settembre torna probabile: Bitcoin alla prova
Dopo mesi di timori e smentite, i mercati prezzano circa l'85% di probabilità del primo rialzo Fed dal 2023. Il 16 settembre è lo spartiacque per Bitcoin e le crypto.
Per settimane il rialzo dei tassi di settembre è stato un fantasma: prima temuto, poi dato per morto. A pochi giorni dalla riunione del Federal Open Market Committee (FOMC), in programma il 15 e 16 settembre, quel fantasma è tornato a essere la scommessa dominante. Dopo il dato sull’inflazione americana di agosto, pubblicato l’11 settembre, i mercati dei futures sui Fed funds prezzano circa l’85% di probabilità di un rialzo di 25 punti base, con alcune letture che spingono la stima fino a quasi il 90%, come riporta la CNBC.
Sarebbe il primo aumento del costo del denaro negli Stati Uniti dal 2023, la fine brusca del ciclo di tre tagli deciso nel 2025 e la prima vera prova di forza della Fed guidata da Kevin Warsh. Per chi investe in Bitcoin ed Ethereum la posta in gioco non è tanto la mossa in sé, ormai largamente attesa, quanto il tono con cui verrà comunicata e le nuove proiezioni economiche allegate alla decisione. Bitcoin viaggia intorno ai 66.600 euro (circa 77.300 dollari), per una capitalizzazione di circa 1.550 miliardi di dollari secondo CoinGecko, a circa il 39% sotto il massimo storico di 126.198 dollari toccato il 6 ottobre 2025, e resta appeso a ogni sfumatura del linguaggio del presidente.
Questo articolo spiega, senza tecnicismi inutili, come funziona davvero la politica della Fed, perché i suoi tassi arrivano fino al prezzo delle crypto e cosa aspettarsi mercoledì 16 settembre. È la lettura di sfondo, sul piano macroeconomico, che accompagna la nostra analisi settimanale del prezzo dedicata alla settimana decisiva tra Tesoro e Fed.
Cosa succede il 16 settembre (e perché stavolta è diverso)
La Fed comunica le sue decisioni al termine della riunione di due giorni. La delibera del FOMC arriverà mercoledì 16 settembre alle 14:00 ora di New York, cioè alle 20:00 ora italiana, seguita mezz’ora dopo dalla conferenza stampa del presidente. Il tasso di riferimento, la fascia obiettivo sui Fed funds, è fermo al 3,50-3,75% dal dicembre 2025. Un rialzo di 25 punti base lo porterebbe al 3,75-4,00%.
La differenza rispetto agli ultimi mesi è sostanziale. Per oltre un anno la Fed ha lasciato i tassi invariati e ogni riunione si è chiusa con un nulla di fatto ampiamente previsto: quando una decisione è già scontata al 100%, i mercati non si muovono. Stavolta no. Un rialzo sarebbe una mossa attiva dopo cinque riunioni consecutive di stallo, e un’inversione del ciclo di allentamento avviato nel 2025. Non è un dettaglio da poco: la stessa riunione di fine luglio si era chiusa con un voto spaccato, 9 a 3, con tre presidenti di banche regionali che avevano espresso dissenso non per un taglio, ma per un rialzo immediato.
La probabilità del rialzo è salita rapidamente e ora è la scommessa di maggioranza, come documenta un’analisi di The Motley Fool. Alla decisione si aggiungono le proiezioni economiche trimestrali (il celebre dot plot) e la conferenza stampa: due elementi che, in un contesto così teso, contano quanto la mossa sui tassi, se non di più.
Il trittico di dati che ha riacceso il rialzo
A far cambiare idea ai mercati sono stati tre dati usciti nell’arco di una settimana, tutti più caldi del previsto. Il 4 settembre il report sull’occupazione ha mostrato 162.000 nuovi posti di lavoro ad agosto, contro attese di appena 53.000, con il tasso di disoccupazione fermo al 4,1% e i salari orari in crescita dello 0,3% sul mese (più 3,1% annuo), secondo la CNBC. Un mercato del lavoro solido toglie alla Fed l’alibi di dover sostenere l’economia con tassi bassi.
Il 10 settembre i prezzi alla produzione (PPI) hanno accelerato al 5,4% annuo, dal 4,8% di luglio, un segnale che le pressioni sui costi non si sono esaurite a monte della catena. Il colpo finale è arrivato l’11 settembre con l’indice dei prezzi al consumo (CPI) di agosto: più 0,4% sul mese e 3,4% annuo per l’indice generale, ma soprattutto un core (al netto di cibo ed energia) in aumento dello 0,3% mensile, sopra lo 0,2% atteso, con la componente benzina cresciuta del 3,9% ad agosto, da sola oltre un terzo dell’incremento mensile complessivo, come dettagliano la CNBC e il comunicato del Bureau of Labor Statistics.
È stato quel core più caldo delle attese a far scattare le scommesse sul rialzo. La sequenza racconta bene la parabola: dalle stime intorno al 30% di fine agosto si è passati a circa il 55-60% dopo il discorso di Warsh a Jackson Hole, poi a circa il 70% dopo il PPI e infine verso l’85-90% dopo il CPI. La tabella riassume il trittico che ha capovolto le aspettative.
| Dato (data di uscita) | Valore | Sorpresa | Effetto sulle attese Fed |
|---|---|---|---|
| Occupazione USA (4 set) | +162.000 posti (attesi ~53.000) | Molto sopra | Probabilità di rialzo in salita |
| Prezzi alla produzione PPI (10 set) | +5,4% annuo (da 4,8%) | Sopra | Verso ~70% |
| Prezzi al consumo CPI (11 set) | +3,4% annuo; core +0,3% mese | Core sopra le attese | Verso ~85-90% |
La causa di fondo: lo shock energetico
Perché l’inflazione americana, che a fine 2025 sembrava incamminata verso l’obiettivo, è tornata a scaldarsi nel 2026? La risposta è in gran parte fuori dal controllo delle banche centrali: uno shock energetico legato alle tensioni in Medio Oriente ha fatto risalire con forza il prezzo del petrolio e, con esso, benzina e costi di trasporto. Non a caso la componente benzina, da sola, ha spiegato oltre un terzo dell’aumento mensile del CPI di agosto, e la stessa BCE ha motivato il rialzo del 10 settembre proprio con l’inflazione spinta dal conflitto, come riporta Bloomberg.
Uno shock dal lato dell’offerta è il nemico più insidioso per una banca centrale: alzare i tassi non aumenta la produzione di petrolio né riporta indietro i prezzi dell’energia. Quello che i tassi possono fare è impedire che un rincaro temporaneo si trasformi in aspettative di inflazione permanenti, i cosiddetti effetti di secondo impatto (second-round effects) su salari e prezzi. È esattamente la battaglia che Warsh dice di voler combattere: evitare che l’inflazione, comunque sia nata, si radichi nelle aspettative di famiglie e imprese.
Questo spiega anche la sincronia tra Fed e BCE: entrambe stanno rispondendo allo stesso shock esterno, ed entrambe temono più il radicamento dell’inflazione che un rallentamento della crescita. Per il mercato crypto è un contesto scomodo, perché somma due venti contrari, tassi in salita su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma apre anche, sul lungo periodo, il capitolo della moneta come riserva di valore, qualora gli investitori concludano che le banche centrali stanno inseguendo l’inflazione con troppo ritardo.
Come i tassi della Fed arrivano fino a Bitcoin
Perché una banca centrale americana dovrebbe muovere il prezzo di un asset digitale scambiato 24 ore su 24 in tutto il mondo? La risposta passa da tre canali di trasmissione, ai quali se ne aggiunge un quarto, più recente.
Il primo è il dollaro. Tassi USA più alti tendono a rafforzare il biglietto verde, perché attraggono capitali in cerca di rendimento. Bitcoin è prezzato in dollari: un dollaro forte agisce come una zavorra sia sul suo prezzo sia, più in generale, su tutti gli asset rischiosi. Il secondo canale è quello dei rendimenti reali, cioè i rendimenti dei titoli di Stato al netto dell’inflazione attesa. Quando salgono, detenere un asset che non paga cedole né dividendi, come Bitcoin o l’oro, costa di più in termini di opportunità mancata: il capitale trova alternative sicure e remunerate.
Il terzo canale è la liquidità. Tassi più alti, uniti alla riduzione del bilancio della Fed, drenano liquidità dal sistema finanziario; meno liquidità significa in genere minore propensione al rischio, e le crypto sono tra le prime attività a risentirne. Il quarto canale, tipico del 2026, è quello della leva e dei flussi: i tassi di finanziamento (funding) sui mercati dei derivati, il posizionamento a leva e, soprattutto, il ruolo di ammortizzatore svolto dagli ETF spot su Bitcoin, che hanno reso le reazioni ai dati macro meno violente rispetto al passato. È esattamente nelle giornate dei dati e delle riunioni delle banche centrali che Bitcoin torna a comportarsi come un titolo tecnologico ad alto beta, come spieghiamo nell’analisi sulla correlazione tra azioni e crypto nei giorni macro.
La regola d’oro: conta la sorpresa, non il livello
Ecco il punto che quasi tutti gli investitori alle prime armi sbagliano: i mercati non reagiscono a quello che la Fed fa, ma alla differenza tra quello che fa e quello che era atteso. In formula intuitiva, la reazione del prezzo dipende dalla sorpresa, cioè dallo scarto tra esito e aspettative. Un rialzo prezzato all’85% è per larga parte già incorporato nelle quotazioni: se la Fed alza e basta, la reazione può essere sorprendentemente contenuta.
La vera variabile sarà il messaggio complessivo. Un rialzo accompagnato da un dot plot che apre ad altri aumenti, o da toni particolarmente duri in conferenza stampa, sarebbe letto come falco (hawkish) e peserebbe sulle crypto. Al contrario, un rialzo presentato come mossa isolata (one and done), con un dot plot che segnala una pausa, potrebbe innescare un rimbalzo di sollievo, perché il mercato smetterebbe di temere una lunga serie di strette.
Siamo inoltre in un regime di good news is bad news, dove le buone notizie sull’economia diventano cattive notizie per gli asset rischiosi: dati forti implicano una Fed più aggressiva e quindi condizioni finanziarie più restrittive. È lo stesso meccanismo che nel 2022 aveva accompagnato il crollo più profondo del mercato crypto degli ultimi anni, quando la stretta monetaria fu rapida e coordinata a livello globale.
La dottrina Warsh: una banca centrale più silenziosa
Kevin Warsh, ex governatore della Fed tra il 2006 e il 2011, è stato confermato alla presidenza dal Senato con un voto di 54 a 45 lo scorso maggio ed è entrato in carica il 22 maggio 2026. Ha portato con sé una filosofia precisa e, per certi versi, controcorrente: meno comunicazione, non più. Warsh vuole smontare la forward guidance, l’abitudine della Fed a orientare i mercati sulle mosse future, che ha definito una sala degli specchi capace di confondere invece di chiarire. Il suo obiettivo dichiarato è una banca centrale più silenziosa, dove gli investitori smettano di cercare nella Fed il proprio prossimo trade.
Sull’inflazione, la linea è rigida. Nel suo intervento al simposio di Jackson Hole del 28 agosto, Warsh ha ribadito che l’obiettivo del 2%, misurato sull’indice PCE, è un traguardo fisso e non negoziabile, e ha addossato alla banca centrale la responsabilità di mesi di inflazione elevata. Il passaggio chiave, che vale la pena citare per esteso, suona come un avvertimento: «Dobbiamo avere la certezza che l’inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, chiaramente e a velocità sufficiente. Altrimenti, abbiamo ancora del lavoro da fare», ha dichiarato secondo il testo ufficiale pubblicato dalla Federal Reserve. Per i mercati significa una cosa sola: meno rete di protezione verbale, più volatilità intorno alle decisioni.
Il dot plot e cosa guardare davvero mercoledì
Quattro volte l’anno la Fed pubblica il Summary of Economic Projections, che include il famoso dot plot: un grafico a punti in cui ogni membro del comitato indica, in forma anonima, dove vede i tassi alla fine dell’anno in corso e degli anni successivi. Non è un impegno vincolante, ma è la migliore finestra disponibile sulle intenzioni collettive del comitato.
Nel dot plot di giugno, 9 dei 18 membri prevedevano almeno un rialzo entro fine 2026, mentre Warsh, alla sua prima riunione da presidente, si era astenuto dal presentare una propria proiezione, coerentemente con la sua idea di comunicazione più sobria. Quello del 16 settembre sarà quindi il primo dot plot con la sua firma, e proprio per questo è tanto atteso: dirà se la maggioranza del comitato considera un eventuale rialzo come un episodio isolato o l’inizio di una nuova fase.
Cosa guardare, dunque, oltre alla decisione sui tassi? Tre cose. Primo, la mediana dei punti per fine 2026 e 2027: dice quanti altri rialzi il comitato mette in conto. Secondo, il tasso di lungo periodo (il cosiddetto tasso neutrale), che segnala dove la Fed pensa di potersi fermare. Terzo, il tono della conferenza stampa: con Warsh, che rifiuta di guidare i mercati, ogni parola pesa di più proprio perché ce ne saranno meno.
Fed e BCE: la stretta ora è sincronizzata
Chi guarda alle crypto dall’Europa deve tenere d’occhio due banche centrali, non una. E proprio la Banca Centrale Europea ha anticipato la Fed. Il 10 settembre la BCE ha alzato tutti e tre i tassi ufficiali di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%, con effetto dal 16 settembre, come si legge nel comunicato ufficiale della BCE. È il secondo rialzo dell’anno, motivato dallo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente e da un’economia europea più resistente del previsto.
La presidente Christine Lagarde non ha usato mezzi termini. Ha definito il rialzo una scelta scontata, «un no brainer», deciso all’unanimità e solido in tutti gli scenari analizzati dal consiglio, come riportato da Bloomberg. Sul futuro, però, ha chiuso ogni porta alla forward guidance, spiegando in conferenza stampa che il consiglio deciderà riunione per riunione, sulla base dei dati, e che l’inflazione tornerà all’obiettivo solo verso fine 2027, secondo quanto riferito da FXStreet.
Il quadro che ne esce è quello di una stretta sincronizzata: per la prima volta da tempo, Fed e BCE puntano nella stessa direzione. Non è la vecchia divergenza (Fed ferma, BCE in movimento), ma una convergenza al rialzo. Resta però un divario di livello: anche se la Fed alzasse al 3,75-4,00%, resterebbe ben sopra il 2,50% della BCE. Questo differenziale è ciò che muove il cambio euro-dollaro, e quindi conta per chi detiene Bitcoin in euro. Il tema della moneta unica contro il dollaro alimenta anche la corsa alle stablecoin in euro, come racconta il caso Qivalis, la stablecoin delle banche europee.
| Federal Reserve | BCE | |
|---|---|---|
| Tasso chiave | 3,50-3,75% (fascia Fed funds) | 2,50% (tasso sui depositi) |
| Mossa più recente | Fermo da dicembre 2025 | +25 pb il 10 settembre 2026 |
| Attesa per il 16 settembre | Rialzo a 3,75-4,00% (~85% prezzato) | Nuovi tassi in vigore dal 16 settembre |
| Comunicazione | Nessuna forward guidance (Warsh) | Riunione per riunione (Lagarde) |
| Inflazione di riferimento | PCE, obiettivo 2% | HICP, obiettivo 2% |
L’ombra sulla Fed: indipendenza e il caso Cook
C’è un paradosso politico dietro la mossa di settembre. Warsh è stato nominato da un’amministrazione che chiedeva tagli, non rialzi; il fatto che stia invece guidando la Fed verso una stretta racconta quanto sia forte la pressione dei dati sull’inflazione. Sullo sfondo resta lo scontro sull’indipendenza della banca centrale: il tentativo, senza precedenti, di rimuovere una governatrice in carica, Lisa Cook, è stato bloccato dalla Corte Suprema con una decisione 5 a 4 per motivi procedurali, e Cook siede tuttora nel board mentre la vicenda prosegue nei tribunali.
A complicare il quadro c’è una politica fiscale che tira nella direzione opposta a quella monetaria. Mentre la Fed stringe, il Tesoro americano ha avviato dal 9 settembre un’espansione dei riacquisti di titoli a lungo termine, una mossa che immette liquidità e attenua la pressione sui rendimenti. Due mani che spingono in versi contrari: la banca centrale che frena, il Tesoro che accelera.
Per le crypto questo intreccio conta più di quanto sembri. Quando la credibilità anti-inflazione di una banca centrale viene messa in dubbio, o quando la politica fiscale appare fuori controllo, torna in auge la narrativa di Bitcoin e oro come coperture dalla svalutazione della moneta. Non a caso, dopo il dato sul CPI, sia Bitcoin sia l’oro sono saliti insieme: un movimento che, secondo la società di analisi Risk Dimensions, riflette proprio i timori sull’inflazione e sulla credibilità della politica economica statunitense, come riportato da news.bitcoin.com.
Bitcoin è davvero una copertura dall’inflazione?
È la domanda che divide gli investitori. La risposta onesta è: dipende dall’orizzonte temporale. Sul breve periodo, e soprattutto nelle giornate dei dati macro, Bitcoin si comporta come un asset rischioso: reagisce ai tassi, ai rendimenti reali e al dollaro, e tende a scendere quando la Fed sorprende in senso restrittivo. Chi lo ha comprato nel 2022 aspettandosi che salisse mentre l’inflazione correva è rimasto deluso, perché la stretta della Fed pesò più della copertura teorica dall’inflazione.
Sul lungo periodo la tesi è diversa e riguarda la scarsità programmata: un’offerta massima fissa e prevedibile contrapposta a valute che possono essere create senza limiti. È la narrativa dell’oro digitale, che si rafforza non tanto quando l’inflazione dei prezzi al consumo accelera, quanto quando crescono i timori sulla sostenibilità dei conti pubblici e sull’indipendenza delle banche centrali. In questo senso, il vero motore di fondo per Bitcoin nel 2026 non è tanto il singolo dato CPI, quanto il tema della svalutazione strutturale (il cosiddetto debasement trade), con deficit elevati e un debito pubblico americano oltre i 39.000 miliardi di dollari.
La distinzione è pratica, non accademica. Chi opera sul breve deve trattare la settimana della Fed come un evento ad alto rischio direzionale; chi ragiona su anni può leggere le fasi di stretta monetaria come rumore di fondo rispetto a una tesi di portafoglio molto più lenta.
Cosa dicono gli analisti
Il consenso tra gli operatori è che il rialzo, ormai, era nell’aria ben prima del CPI. Joel Kruger, strateghista dei mercati globali di LMAX Group, ha osservato che gli investitori propendevano per un aumento già prima che uscissero i numeri sull’inflazione, come riferito nella rassegna di CoinDesk. In altre parole, il dato ha confermato una direzione, non l’ha creata.
Non tutti sono ottimisti sulla tenuta del prezzo. La società di trading crypto QCP Capital ha avvertito che rendimenti obbligazionari elevati e persistenti rappresentano un ostacolo significativo per la traiettoria di Bitcoin: finché i titoli di Stato pagano molto, il capitale ha meno ragioni per spostarsi su un asset senza cedole. È il canale dei rendimenti reali applicato al caso concreto di questa settimana. Il rimbalzo del 3% messo a segno da Bitcoin subito dopo il CPI, fino a sfiorare i 79.000 dollari, si è infatti scontrato quasi subito con la risalita dei tassi sui Treasury, come documenta news.bitcoin.com.
Chi guarda più lontano ricorda che la liquidità conta quanto i tassi. La stessa Risk Dimensions ha mantenuto un obiettivo di lungo periodo molto più ambizioso, legato all’ipotesi che il sostegno alla liquidità da parte del Tesoro possa crescere in modo sostanziale nei prossimi mesi. È il classico braccio di ferro tra il freno della Fed e l’acceleratore fiscale: due forze che, questa settimana, si guardano in cagnesco.
Tre scenari per il 16 settembre
Riassumere l’incertezza in scenari aiuta a non farsi sorprendere. La tabella seguente mette in fila le tre possibilità principali, con la reazione più probabile di Bitcoin. Vale sempre l’avvertenza: non è la mossa in sé a muovere il mercato, ma lo scarto rispetto a ciò che è già prezzato.
| Scenario | Probabilità | Cosa farebbe la Fed | Reazione probabile di Bitcoin |
|---|---|---|---|
| Base: rialzo da falco | Alta (~85%) | +25 pb, dot plot che lascia aperta la porta ad altri rialzi | Reazione contenuta se già prezzata; ribasso se i punti sorprendono al rialzo |
| Colomba: rialzo isolato | Media | +25 pb ma segnale di pausa nel dot plot | Sollievo, possibile rimbalzo |
| Sorpresa: nessun rialzo | Bassa | Tasso fermo a 3,50-3,75% | Rimbalzo iniziale, ma dubbi sulla credibilità anti-inflazione |
Attenzione allo scenario apparentemente più benigno, quello del rialzo mancato: una Fed che non alza dopo tre dati caldi rischierebbe di essere percepita come troppo morbida sull’inflazione, con un possibile indebolimento del dollaro nel medio termine ma anche un colpo alla sua credibilità. In un mondo dove Bitcoin gioca in parte la carta della copertura dalla svalutazione, non è detto che una Fed lassista sia una buona notizia duratura.
Cosa significa per l’Italia e per chi investe in euro
Il rialzo della BCE ha effetti immediati e concreti per l’Italia. Il tasso sui depositi al 2,50% si trasmette all’Euribor, il parametro a cui sono agganciati i mutui a tasso variabile: chi ha un finanziamento indicizzato vedrà rate più pesanti, mentre lo spread tra BTP e Bund tedeschi resta il termometro della fiducia sul debito pubblico italiano. La politica monetaria, insomma, non è un tema americano lontano: arriva fino alla rata di casa.
Per chi investe in crypto dall’area euro c’è poi un effetto valutario da non trascurare. Bitcoin è quotato in dollari: se la Fed alza e il dollaro si rafforza sull’euro, un investitore europeo può vedere il valore in euro del proprio Bitcoin salire anche a parità di prezzo in dollari (è il cosiddetto effetto cambio, o currency overlay). Vale ovviamente anche il contrario: un euro forte erode il rendimento in valuta locale. È il motivo per cui il cambio euro-dollaro, mosso proprio dal differenziale di tassi tra Fed e BCE, va monitorato tanto quanto il prezzo di Bitcoin.
Sul piano delle regole, in Italia la vigilanza sulle cripto-attività è affidata alla Consob per la condotta di mercato e la tutela degli investitori, e alla Banca d’Italia per i profili prudenziali e le stablecoin (i token di moneta elettronica e quelli collegati ad attività), in attuazione del regolamento europeo MiCA tramite il D.lgs. 129/2024. I derivati su crypto, come futures e perpetui, restano invece disciplinati dalla direttiva MiFID II e non da MiCA. Per chi vuole capire come si ottiene l’autorizzazione da fornitore di servizi, resta utile la nostra guida alla licenza CASP e all’iter MiCA in Italia.
C’è infine il fisco, e qui il 2026 porta una novità pesante. Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate al 33%, in salita dal 26% precedente, e la vecchia soglia di esenzione di 2.000 euro è stata abolita: ogni euro di guadagno netto entra nella base imponibile, come spiega Agenda Digitale. Fa eccezione una categoria che intreccia proprio il tema Fed-BCE di questo articolo: le stablecoin ancorate all’euro (token di moneta elettronica) mantengono l’aliquota agevolata al 26%. Per gli adempimenti dichiarativi, dal monitoraggio al momento del versamento, rimandiamo alla guida sulla dichiarazione crypto 2026 e il quadro T.
Come attraversare la settimana della Fed senza farsi male
Qualche indicazione operativa, valida a prescindere dallo scenario. La prima: non provare a indovinare il dato. Nei minuti immediatamente successivi alla decisione i prezzi tendono a muoversi in modo erratico, con falsi segnali e forti oscillazioni, e la volatilità implicita si sgonfia (il cosiddetto IV crush), penalizzando chi ha comprato opzioni sperando in un movimento esplosivo. Entrare a mercato proprio sull’annuncio è tra le cose più rischiose che un investitore possa fare.
La seconda: attenzione alla leva. Le posizioni con leva elevata sono le prime a essere liquidate quando il prezzo salta in una direzione, e le cascate di liquidazioni amplificano i movimenti ben oltre quanto giustificato dal dato in sé. Dimensionare le posizioni in modo che un movimento avverso del 5-10% non comprometta il capitale è banale a dirsi e difficile a farsi, ma è ciò che distingue chi sopravvive alle settimane della Fed.
La terza: guardare il calendario completo. La riunione della Fed non è l’unico appuntamento della settimana. Negli Stati Uniti è atteso anche un passaggio parlamentare chiave sulla regolamentazione dei mercati crypto (il voto procedurale sul cosiddetto CLARITY Act al Senato, previsto per il 15 settembre): un catalizzatore che può sommarsi alla decisione monetaria e amplificare la volatilità. Per un investitore europeo, infine, un vantaggio pratico: la decisione arriva alle 20:00 ora italiana e la conferenza stampa alle 20:30, quando i mercati europei sono ancora ben svegli. Meglio pianificare la serata di mercoledì con anticipo, invece di reagire a caldo.
Domande frequenti
La Fed alzerà i tassi il 16 settembre 2026?
Non è certo, ma è la scommessa dominante: dopo i dati caldi su occupazione, prezzi alla produzione e inflazione, i mercati dei futures prezzano circa l’85% di probabilità di un rialzo di 25 punti base, che porterebbe la fascia obiettivo al 3,75-4,00%. Sarebbe il primo aumento dei tassi negli Stati Uniti dal 2023. Contano però anche il dot plot e la conferenza stampa, non solo la mossa in sé.
Perché un rialzo dei tassi fa scendere Bitcoin?
Attraverso tre canali principali: un dollaro più forte pesa sugli asset prezzati in dollari, rendimenti reali più alti aumentano il costo-opportunità di detenere un asset senza cedole e la minore liquidità nel sistema riduce la propensione al rischio. Sul breve periodo Bitcoin si comporta come un asset rischioso e tende a soffrire le sorprese restrittive della Fed.
A che ora esce la decisione della Fed in Italia?
La decisione del FOMC viene comunicata mercoledì 16 settembre alle 14:00 ora di New York, cioè alle 20:00 ora italiana, seguita dalla conferenza stampa del presidente Warsh alle 20:30. Insieme alla decisione vengono pubblicate le nuove proiezioni economiche e il dot plot, il grafico che mostra dove i membri del comitato vedono i tassi nei prossimi anni.
La BCE ha alzato i tassi a settembre 2026?
Sì. Il 10 settembre 2026 la BCE ha alzato tutti e tre i tassi ufficiali di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,50%, con effetto dal 16 settembre. La presidente Christine Lagarde ha definito la mossa una scelta scontata, decisa all’unanimità, e ha escluso indicazioni sulle mosse future, spiegando che la BCE deciderà riunione per riunione.
Come sono tassate le plusvalenze crypto in Italia nel 2026?
Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate al 33%, in salita dal 26% precedente, e la soglia di esenzione di 2.000 euro è stata abolita: ogni euro di guadagno netto è imponibile. Fanno eccezione le stablecoin ancorate all’euro (token di moneta elettronica), che mantengono l’aliquota agevolata al 26%.
Alessandro Riva è redattore macro-tradfi di HOGE Wire e segue l’intreccio tra politica monetaria, mercati obbligazionari e asset digitali.