Ordinals vs NFT: perché l’arte di Bitcoin resta sulla catena
Gli Ordinals scrivono l'intero file dentro Bitcoin, mentre gran parte degli NFT tiene l'immagine altrove. Perché è una differenza che conta per permanenza, costi e fisco.
Nel 2026 la discussione sugli Ordinals ha cambiato natura. Per due anni ci si è chiesti se le immagini iscritte sulla catena di Bitcoin fossero arte o soltanto spam. Oggi la domanda più utile è un’altra, ed è tecnica: quando comprate un NFT, che cosa possedete davvero, e dove vive? La risposta, su Bitcoin, è insolita. L’intero file (il disegno, la scritta, a volte perfino un piccolo videogioco funzionante) finisce dentro un blocco, custodito dagli stessi minatori che proteggono la rete. Non un link, non un puntatore verso l’esterno: il dato in sé.
È qui che gli Ordinals si separano dal resto del mondo NFT. Su Ethereum e su Solana, nella grande maggioranza dei casi, sulla blockchain resta solo un certificato di proprietà; l’immagine sta altrove, su un server aziendale o su una rete di file distribuita. Casey Rodarmor, l’ex sviluppatore di Bitcoin Core che ha creato il protocollo, ha sempre rifiutato la sigla NFT proprio per marcare questa distanza: li chiama artefatti digitali. In questo articolo mettiamo i due modelli uno di fronte all’altro. Dove finiscono i dati, quanto costa tenerli, che cosa succede quando il server si spegne, e perché per il collezionista italiano la differenza si sente anche sul portafoglio e sulla dichiarazione dei redditi.
Lo facciamo con i numeri di fine agosto 2026 sotto gli occhi. Bitcoin viaggia intorno ai 67.639 euro (circa 78.652 dollari), poco più di un terzo sotto il record di ottobre 2025, secondo CoinGecko. ORDI, il token nato per primo dal fenomeno, vale circa 3,34 euro, lontanissimo dai massimi del 2024. Il mercato è freddo, eppure la catena continua a riempirsi di iscrizioni. Capire perché conviene guardare sotto la superficie, e partire dall’origine.
Ordinals, un NFT che non vuole chiamarsi NFT
Il protocollo Ordinals è entrato in funzione il 21 gennaio 2023, opera di Casey Rodarmor. La prima iscrizione, un teschio in pixel art, risale in realtà a fine 2022. L’idea di fondo è semplice e un po’ spiazzante: non serviva modificare Bitcoin per creare oggetti unici sulla sua catena, bastava numerare i singoli satoshi. Un bitcoin si divide in 100 milioni di sat, e la teoria ordinale li numera in ordine di estrazione, seguendo un criterio FIFO (primo entrato, primo uscito) mentre passano di transazione in transazione. Ogni sat diventa così distinguibile dagli altri; a quel punto ci si può iscrivere sopra un contenuto, e quel contenuto resta legato a quel sat.
La parte elegante è che tutto questo non richiede un cambiamento delle regole di consenso. La numerazione è una convenzione calcolata da un software indicizzatore chiamato ord, non un dato scritto nel protocollo, come spiega Chainalysis. A rendere possibile il tutto sono stati due aggiornamenti precedenti: SegWit nel 2017, che ha introdotto l’area witness e uno sconto sul suo costo, e soprattutto Taproot nel novembre 2021, che ha reso pratico inserire grandi quantità di dati in una transazione. Non a caso Ordinals, Runes e i progetti Layer 2 come Ark discendono tutti da quella stessa base tecnica.
Rodarmor ha scelto le parole con cura. In un’intervista a TechCrunch ha spiegato di preferire l’espressione «artefatto digitale» perché, a suo dire, la sigla NFT gli suona ormai «compromessa». Non è solo un vezzo lessicale. Dietro c’è una tesi precisa su dove debbano stare i dati, ed è il cuore di questo confronto.
Il debutto del 2023 fu una corsa. Nelle prime settimane collezionisti e curiosi gareggiarono a iscrivere di tutto, da semplici meme a interi eseguibili di vecchi videogiochi, spingendo per la prima volta i blocchi di Bitcoin a riempirsi di contenuti non finanziari. Fu anche il momento in cui molti si accorsero che quei dati non risiedevano da nessuna parte se non lì, dentro la catena. Da quell’intuizione, tecnica prima ancora che artistica, discende tutto il resto.
Come si iscrive un artefatto digitale
Iscrivere un Ordinal significa incastonare un file dentro la parte witness di una transazione Taproot. Il contenuto viene racchiuso in una struttura che gli sviluppatori chiamano envelope: in pratica il dato viene marcato come inerte per la rete (un ramo di codice che non verrà mai eseguito) e quindi ignorato dai nodi ai fini della validazione, ma resta registrato per sempre. Grazie allo sconto SegWit, questo spazio costa circa un quarto rispetto ai dati ordinari di transazione, il che rende l’operazione economicamente sostenibile anche per file di qualche centinaio di kilobyte.
La creazione avviene in due tempi, con uno schema detto commit-reveal. Una prima transazione (commit) impegna il contenuto senza mostrarlo; una seconda (reveal) lo rivela e completa l’iscrizione. Il limite fisico è il peso del blocco: un blocco di Bitcoin arriva a circa quattro milioni di unità di peso, quindi una singola iscrizione non può superare, in pratica, i quattro megabyte. Sembra poco per gli standard di internet, ma è enorme per una blockchain pensata per spostare denaro: abbastanza per immagini ad alta risoluzione, brevi audio, pagine HTML e piccoli programmi.
Nei primi mesi un difetto del software generò le cosiddette iscrizioni «maledette» (cursed), a cui l’indicizzatore assegnava numeri negativi; un aggiornamento battezzato Jubilee le ha in seguito normalizzate. Dettagli tecnici, certo, ma utili a fissare un punto: una volta scritto, quel contenuto è parte del registro di Bitcoin, replicato su ogni nodo del pianeta. Ed è esattamente ciò che non accade con la maggior parte degli NFT.
Vale la pena aggiungere come si controlla tutto questo. Chiunque, con un nodo Bitcoin e l’indicizzatore ord, può estrarre il contenuto di un’iscrizione direttamente dalla blockchain, senza chiedere permesso a nessuno e senza dipendere da un sito web. Sono nati anche esploratori pubblici che fanno lo stesso lavoro tramite browser. Questa verificabilità, unita allo sconto sui dati witness che rende sostenibile scrivere file di una certa dimensione, è ciò che ha trasformato un’idea teorica in un mercato reale.
La domanda che conta: dove vivono davvero i dati di un NFT
Un NFT, nella sua forma più diffusa, è un record su una blockchain che dice due cose: chi è il proprietario e dove trovare il contenuto. Quel «dove» è quasi sempre un indirizzo esterno. Nello standard ERC-721 di Ethereum, il token espone un campo tokenURI che rimanda a un file di metadati; quel file, a sua volta, punta all’immagine vera e propria. Il token vive sulla catena; l’opera, no.
Qui nasce un problema che il pubblico scopre spesso troppo tardi. Se il contenuto è ospitato su un server aziendale e quel server viene spento, il link muore e l’NFT punta al nulla: gli inglesi lo chiamano link rot. Uno studio accademico pubblicato su arXiv (intitolato «Hidden Risks: The Centralization of NFT Metadata») ha analizzato i principali NFT venduti su OpenSea e ha trovato che una quota consistente dei metadati risiede su infrastrutture centralizzate come i grandi servizi cloud, esponendo gli oggetti a censura, alterazioni amministrative e semplici guasti. Gli autori raccomandano soluzioni decentralizzate come IPFS.
Attenzione, però: nemmeno IPFS è una garanzia eterna. È un sistema di indirizzamento per contenuto, non un archivio che si mantiene da solo. Se nessuno «fissa» quel file (il cosiddetto pinning) pagando un nodo perché lo conservi, prima o poi il contenuto smette di essere disponibile sulla rete. Molte collezioni si affidano a servizi di pinning commerciali; il giorno in cui l’abbonamento scade o l’azienda chiude, il rischio torna. In altre parole, gran parte del mercato NFT poggia su una promessa di permanenza condizionata a un pagamento continuo o alla buona salute di un fornitore.
Il modello Ordinals ribalta la logica. Non c’è un puntatore da mantenere in vita, perché il file è dentro il blocco. Finché esiste Bitcoin, e finché migliaia di nodi ne conservano una copia integrale, quell’immagine esiste. È una promessa di permanenza diversa in natura, non solo in grado. Vale la pena vedere in dettaglio come si comportano le due grandi alternative, Ethereum e Solana.
NFT su Ethereum: il token è on-chain, l’immagine (quasi sempre) no
Ethereum ha reso popolari gli NFT con collezioni come CryptoPunks e Bored Ape Yacht Club, e ha definito lo standard tecnico con l’ERC-721. In quel disegno il contratto tiene traccia della proprietà, mentre il contenuto vive fuori: su un server HTTP tradizionale, su IPFS o, in qualche caso più virtuoso, su Arweave, una rete pensata per l’archiviazione permanente pagata una volta sola. Nel caso peggiore l’emittente conserva anche la possibilità di cambiare il tokenURI, cioè di sostituire l’immagine dopo la vendita. La proprietà è certificata sulla catena; l’oggetto che credete di possedere può cambiare o svanire.
Esistono eccezioni, ed è giusto ricordarle perché smontano il luogo comune «Bitcoin on-chain, Ethereum off-chain» come regola assoluta. Gli Autoglyphs di Larva Labs, lanciati nel 2019, sono considerati la prima arte generativa interamente on-chain: l’algoritmo che disegna ogni pezzo è scritto nel contratto in Solidity ed eseguito dalla rete stessa, per un totale di 512 opere, come documenta la pagina ufficiale di Larva Labs. Sulla stessa strada sono arrivati progetti come Nouns e Chain Runners. Restano però mosche bianche: scrivere tutto in Solidity è costoso e scomodo, e la stragrande maggioranza delle collezioni Ethereum continua ad appoggiarsi a file esterni.
La differenza non è ideologica, è pratica. Su Ethereum l’on-chain è una scelta di nicchia che pochi progetti compiono di proposito; su Bitcoin, con gli Ordinals, è il comportamento predefinito. Ogni iscrizione, per costruzione, porta con sé il proprio contenuto: non esiste una versione «leggera» che rimandi altrove.
Solana e la compressione: dati ancora più fuori catena
Solana ha spinto il modello opposto fino alle sue conseguenze estreme, per una ragione comprensibile: il costo. Con gli NFT compressi (cNFT) e la tecnica della state compression, sulla catena non finisce quasi nulla del singolo oggetto. Migliaia o milioni di NFT vengono raccolti in un albero di Merkle e sulla catena resta soltanto la radice, un unico hash crittografico; i metadati veri e propri vengono caricati altrove, tipicamente su Arweave, e vengono ricostruiti da un servizio di indicizzazione, come spiega la guida tecnica di Helius.
I numeri spiegano l’attrattiva. Sempre secondo Helius, coniare un milione di NFT compressi può costare meno di 150 dollari, contro cifre che, senza compressione, supererebbero il milione di dollari. È una differenza di diversi ordini di grandezza, e ha permesso a Solana di ospitare campagne fedeltà, giochi e airdrop con volumi enormi. Il rovescio della medaglia è che l’oggetto dipende ancora di più da dati esterni e da un indicizzatore che li serva correttamente attraverso interfacce dedicate: se quell’infrastruttura si degrada, il collezionista resta con un hash e poco altro.
Riassumendo la scala: Solana minimizza ciò che sta sulla catena per massimizzare il volume; Ethereum tiene sulla catena la proprietà ma non il contenuto; Bitcoin, con gli Ordinals, mette tutto dentro. Tre filosofie diverse, con costi e garanzie diverse, riassunte nella tabella qui sotto.
Tre modelli di NFT a confronto
| Caratteristica | Ordinals (Bitcoin) | ERC-721 (Ethereum) | cNFT compresso (Solana) |
|---|---|---|---|
| Dove vive il contenuto | Dentro il blocco (witness) | Di norma off-chain (server o IPFS) | Off-chain (Arweave) |
| Cosa sta on-chain | Il file completo | Proprietà più un puntatore | Solo la radice di Merkle |
| Metadati modificabili | No, immutabili | Possibile (l’emittente può cambiarli) | Possibile via dati esterni |
| Dipendenza da terzi | Nessuna oltre ai nodi Bitcoin | Alta (hosting o pinning) | Molto alta (indicizzatore) |
| Costo di scrittura | Alto (spazio di blocco) | Medio | Bassissimo |
| Royalty imposte dal protocollo | No | No | No |
La riga sulle royalty merita una nota: nessuno dei tre protocolli impone il pagamento di una percentuale all’autore sulle vendite secondarie. Le royalty sono sempre state una convenzione dei marketplace, e tra il 2024 e il 2025 quasi tutte le piattaforme le hanno rese facoltative, tagliando di fatto gli introiti degli artisti. Su questo punto Bitcoin non offre nulla in più, ma nemmeno qualcosa in meno: è un limite comune all’intero settore.
Immutabilità e il prezzo dell’on-chain
Il vantaggio del modello Ordinals è netto e si riassume in una parola: immutabilità. Non esiste una chiave di amministrazione capace di riscrivere l’immagine, non c’è un server che possa cadere, non c’è un abbonamento di pinning da rinnovare. Chi acquista un artefatto digitale su Bitcoin possiede il contenuto, non un biglietto che rimanda al contenuto. In un mercato che ha visto NFT trasformarsi in rettangoli vuoti quando l’hosting si spegneva, è una differenza sostanziale, e spiega perché una parte dei collezionisti sia disposta a pagare di più per la certezza che l’opera non sparisca.
Un esempio rende concreta la differenza. Se comprate un NFT la cui immagine è ospitata su un server e quel server viene dismesso, vi resta un token che rimanda a un errore 404: il diritto di proprietà è intatto, l’oggetto no. Con un Ordinal lo stesso scenario non è possibile, perché per cancellare l’immagine bisognerebbe cancellare Bitcoin. È una robustezza che ha un costo, ma che cambia la natura di ciò che si possiede.
Il prezzo di questa garanzia si paga in tre valute. La prima è lo spazio: quattro megabyte per iscrizione sono un tetto rigido, e ogni byte scritto occupa capacità che i minatori potrebbero vendere per transazioni di pagamento. La seconda sono le commissioni: nei periodi di congestione, iscrivere può diventare caro, e ondate di iscrizioni hanno più volte fatto impennare le fee dell’intera rete. La terza è la custodia: servono wallet capaci di gestire i sat singolarmente, come Xverse o le funzioni Ordinals di alcuni exchange, altrimenti si rischia di spendere per sbaglio un sat prezioso in una normale transazione, un errore irreversibile. Ne parliamo più avanti nella sezione dedicata ai rischi.
C’è poi un effetto collaterale affascinante, che sposta il valore dal disegno al supporto: se i sat sono numerati e distinguibili, alcuni diventano più desiderabili di altri per la loro storia. È il mercato dei sat rari, un’idea che semplicemente non esiste su altre catene, dove un’unità di conto vale l’altra.
I sat rari: un mercato primario tutto bitcoin
La teoria ordinale definisce una scala di rarità basata su eventi della rete: l’inizio di un blocco, di un periodo di aggiustamento della difficoltà, di un’epoca di halving. Più raro è l’evento, più raro è il sat che lo apre. La documentazione ufficiale del protocollo (docs.ordinals.com) la codifica in sei livelli.
| Livello | Definizione | Frequenza |
|---|---|---|
| Comune | Qualsiasi sat che non sia il primo del suo blocco | La stragrande maggioranza |
| Non comune (uncommon) | Primo sat di ogni blocco | Uno per blocco |
| Raro | Primo sat di ogni periodo di difficoltà | Ogni 2016 blocchi |
| Epico | Primo sat di ogni epoca di halving | Ogni halving |
| Leggendario | Primo sat di ogni ciclo (sei halving) | Rarissimo |
| Mitico | Primo sat del blocco genesi | Unico |
Oltre a questa griglia esiste un mercato di sat «esotici» legati alla storia di Bitcoin: i sat del blocco 9, coinvolto nella prima transazione tra Satoshi Nakamoto e Hal Finney; i cosiddetti pizza sat, riconducibili ai 10.000 BTC con cui Laszlo Hanyecz pagò due pizze nel maggio 2010; i sat estratti nel 2009, o quelli con numeri palindromi. Sono oggetti da collezione nativi di Bitcoin, che non hanno equivalente su altre catene, e rappresentano un mercato primario parallelo a quello delle immagini iscritte. Chi li tratta lo fa quasi sempre in BTC, non in dollari, un segnale di quanto questa nicchia sia culturalmente interna a Bitcoin.
BRC-20 e Runes: i cugini fungibili
Se gli Ordinals sono la variante non fungibile, dallo stesso ceppo sono nati i token fungibili di Bitcoin. Nel marzo 2023 uno sviluppatore anonimo noto come Domo usò le iscrizioni per creare lo standard BRC-20: semplici file di testo in formato JSON che dichiarano, coniano e trasferiscono token. Il primo e più noto è ORDI, con offerta fissa di 21 milioni di unità; oggi vale circa 3,34 euro per una capitalizzazione intorno agli 81 milioni di dollari e la posizione numero 309 per valore, secondo CoinGecko. Nato come esperimento a metà tra il gioco e la provocazione, resta il simbolo di quella stagione.
Il BRC-20, però, è inefficiente e dipende molto dagli indicizzatori. Per superarne i limiti lo stesso Rodarmor ha ideato Runes, un protocollo per token fungibili nativo del modello UTXO di Bitcoin, lanciato ad aprile 2024 in coincidenza con l’halving, così da offrire ai minatori nuove commissioni proprio mentre il sussidio si dimezzava. Il rune dominante è DOG•GO•TO•THE•MOON, che da solo pesa circa l’80% dell’intera categoria. Ne abbiamo scritto in dettaglio nell’analisi dedicata a Runes, mercato e fisco in Italia. Ai fini di questo confronto basti dire che gli Ordinals restano la faccia non fungibile, i Runes quella fungibile, di una stessa idea: usare Bitcoin come registro di dati, non solo di pagamenti.
Questa parentela conta anche per il confronto con gli altri ecosistemi. BRC-20 e Runes, come gli Ordinals, scrivono i propri dati direttamente su Bitcoin, e quindi ne condividono il destino: competono per lo spazio di blocco e contribuiscono alle commissioni. Dove Ethereum e Solana separano nettamente il livello dei token da quello dei dati, Bitcoin li tiene insieme, con tutti i vantaggi di permanenza e tutti gli attriti di costo che ne derivano.
Il secondo atto: recursive inscriptions e app on-chain
Se il primo capitolo degli Ordinals è stato «scrivere immagini su Bitcoin», il secondo è più ambizioso: costruire software con pezzi già presenti sulla catena. Le iscrizioni ricorsive (recursive inscriptions) permettono a un’iscrizione di richiamare i dati di un’altra tramite endpoint dedicati, come /content/ e la famiglia /r/ descritti nella documentazione del protocollo. In pratica si può iscrivere una sola volta una libreria di codice o un set di componenti grafiche, e poi riutilizzarli in migliaia di opere senza riscriverli, abbattendo i costi e aggirando in parte il tetto dei quattro megabyte.
Il risultato è che oggi su Bitcoin esistono collezioni generative complesse, modelli 3D e perfino piccole applicazioni, tutti assemblati da mattoni on-chain. Un esempio citato spesso è OnChainMonkey con la serie Dimensions, presentata come prima collezione 3D interamente ricorsiva, con pezzi che pesano meno di un kilobyte l’uno perché ereditano il grosso dei dati da iscrizioni preesistenti. È la conferma più radicale della tesi di fondo: non solo l’immagine, ma anche gli strumenti per generarla vivono dentro la catena.
Per il confronto con gli altri ecosistemi, la ricorsione allarga ancora il divario filosofico. Mentre Solana comprime e spinge fuori, ed Ethereum tiene fuori quasi tutto tranne i casi limite, Bitcoin trascina dentro persino le dipendenze software. È un uso della blockchain come archivio permanente che i suoi critici trovano dispendioso e i suoi sostenitori considerano precisamente il punto.
Il mercato nel 2026: lo scossone e i superstiti
Il 2026 è stato l’anno della resa dei conti per le aziende costruite intorno agli Ordinals, e la storia rafforza in modo curioso la tesi di questo articolo. A fine agosto è arrivata la notizia della chiusura di OrdinalsBot, il primo servizio di iscrizione della storia del protocollo, nato circa un mese dopo il lancio e ora in vendita con marchio, proprietà intellettuale e stack tecnologico, come riportato da Yahoo Finance. Non è un caso isolato: a marzo 2026 Magic Eden ha abbandonato il trading di NFT su Bitcoin per concentrarsi su Solana (Invezz), e l’esploratore Ord.io ha chiuso a giugno.
Eppure la catena non si è fermata. Il numero totale di iscrizioni ha superato i 107 milioni entro gennaio 2026, e il solo mese di marzo ha prodotto quasi 47 milioni di dollari di vendite, secondo i dati raccolti da KuCoin. Il punto è proprio questo: le imprese che vivevano di servizi possono fallire, ma i dati restano dove sono, dentro Bitcoin, indipendenti da chi li ha creati. È l’argomento più forte a favore del modello on-chain, mostrato dai fatti anziché dalla teoria. Sul fronte prezzi, il contesto resta pesante: Bitcoin oscilla sotto i 68.000 euro dopo la doccia fredda di fine agosto sui mercati, come raccontato nell’analisi su Warsh e il rally d’agosto.
Il quadro storico dà la misura del fenomeno: secondo i dati di Cryptoslam ripresi da KuCoin, le vendite di NFT su Bitcoin hanno sfiorato nel complesso i 6 miliardi di dollari, terza rete dopo Ethereum e Solana. È un ecosistema che ha perso rumore ma non massa critica, e che oggi vive di collezionisti convinti più che di speculatori di passaggio.
| Indicatore (fine agosto 2026) | Valore | Fonte |
|---|---|---|
| Prezzo Bitcoin | Circa 67.639 euro (78.652 dollari) | CoinGecko |
| Prezzo ORDI | Circa 3,34 euro, cap. circa 81 mln di dollari | CoinGecko |
| Iscrizioni totali | Oltre 107 milioni (gennaio 2026) | KuCoin |
| Vendite Ordinals, marzo 2026 | Circa 47 milioni di dollari | KuCoin |
| Marketplace superstiti | UniSat, OKX, Xverse | Rassegna di settore |
Spam o innovazione: la guerra culturale e il budget di sicurezza
Non tutti a Bitcoin hanno accolto con favore l’irruzione dei dati sulla catena. Luke Dashjr, storico sviluppatore di Bitcoin Core, definisce le iscrizioni «spam» che sfrutta una falla del software per aggirare i limiti storici sui dati arbitrari, e le filtra nel client Bitcoin Knots e nella pool OCEAN, come ha riportato The Block. Sul fronte opposto, la versione 30 di Bitcoin Core, rilasciata nell’autunno 2025, ha allentato il limite sui dati OP_RETURN con la pull request numero 32359, riaccendendo lo scontro tra chi vuole una catena solo per pagamenti e chi la vede come uno spazio dati neutrale.
Lo scontro è arrivato al culmine con BIP-110, una proposta di soft fork pensata per limitare drasticamente le iscrizioni. Ad agosto 2026 il tentativo è naufragato: al blocco 961.632 è partito il periodo di segnalamento obbligatorio, ma i minatori a favore non hanno quasi mai superato il 2,5%, contro la soglia del 55% necessaria, come documentato da CoinDesk. Michael Saylor, fondatore di Strategy e maggiore detentore aziendale di BTC, ha definito la proposta «il più grande rischio autoinflitto» di Bitcoin, sostenendo che invalidare transazioni valide e già pagate sarebbe più pericoloso di qualsiasi iscrizione; dopo l’avvio del segnalamento ha aggiunto su X che, con appena il 2,6% dei minatori a favore, la proposta era destinata allo «stallo o all’irrilevanza», e che «Bitcoin funziona come previsto».
Sotto la polemica c’è una questione economica seria, il cosiddetto budget di sicurezza. Il sussidio di blocco è oggi di 3,125 BTC e continuerà a dimezzarsi ai prossimi halving; nel lungo periodo la sicurezza di Bitcoin dovrà reggersi sempre più sulle commissioni. Nel 2026, però, le fee valgono meno dell’1% dei ricavi dei minatori, ai minimi da mesi, come rilevato da The Block. Ecco l’ironia che molti sottolineano: proprio la domanda di spazio generata da Ordinals e Runes potrebbe un giorno finanziare la rete che alcuni puristi vorrebbero tenerne fuori. È lo stesso nodo che tocchiamo parlando della corsa dell’hashrate.
Al fondo resta una domanda filosofica, non solo tecnica: a cosa serve lo spazio di una blockchain. Per una parte della comunità Bitcoin deve restare un sistema di pagamento minimale e nulla più; per un’altra, la stessa neutralità che gli permette di trasferire valore senza permessi gli consente anche di conservare dati senza permessi. Gli Ordinals hanno reso questa tensione impossibile da ignorare, ed è improbabile che si plachi presto.
Regole e tasse in Italia: MiCA, Consob e l’aliquota al 33%
Sul piano regolamentare, il primo punto da chiarire è che né MiCA né le autorità nazionali regolano il protocollo Ordinals in sé: la loro presa riguarda i prestatori di servizi (exchange, custodi, piattaforme) e gli emittenti. In Italia il quadro è definito dal decreto legislativo 129/2024, che affida a Consob la vigilanza sulla condotta di mercato e alla Banca d’Italia i profili prudenziali; il periodo transitorio del regime MiCA si chiude il 1° luglio 2026.
Gli NFT unici e non fungibili sono in linea di principio esclusi da MiCA, ma l’esclusione è più stretta di quanto sembri. Secondo le linee guida dell’ESMA, l’emissione in grandi serie o collezioni è un indizio di fungibilità, l’attribuzione di un semplice identificatore unico non basta a qualificare un NFT come escluso, e le frazioni di un NFT non godono dell’esclusione. In pratica, una collezione Ordinals di migliaia di pezzi quasi identici, o un NFT frazionato, possono ricadere nel perimetro regolato, con un’analisi caso per caso. È un approccio diverso da quello statunitense, dove la SEC ha di fatto arretrato sull’applicazione delle norme sui titoli agli NFT, un tema affrontato parlando della svolta di Atkins.
Poi c’è il fisco, il capitolo che tocca da vicino ogni collezionista italiano. Dal 1° gennaio 2026 le plusvalenze sulle cripto-attività scontano un’imposta sostitutiva del 33%, secondo la Legge di Bilancio 2026; l’aliquota ridotta del 26% resta solo per gli stablecoin in euro conformi a MiCA (gli e-money token), come riepiloga MilanoFinanza. Le plusvalenze su Ordinals e BRC-20 rientrano quindi nel 33%. È sparita anche la franchigia da 2.000 euro, resta l’obbligo di monitoraggio nel quadro RW e l’imposta di bollo, e con la direttiva DAC8 gli exchange comunicheranno in automatico saldi e operazioni all’Agenzia delle Entrate. Per chi vuole ottimizzare, il tema delle minusvalenze e delle mosse di fine anno lo abbiamo trattato nella guida su minusvalenze e compensazione.
In pratica, per un collezionista italiano questo significa tenere una contabilità ordinata: data e controvalore in euro di ogni acquisto e di ogni vendita, comprese le permute tra un Ordinal e un altro, che il fisco tratta come cessioni. Il possesso su wallet esteri o non custoditi va indicato nel quadro RW ai fini del monitoraggio, e le plusvalenze vanno liquidate con l’aliquota vigente. La natura on-chain aiuta la tracciabilità, perché ogni movimento è pubblico e verificabile, ma non semplifica di per sé gli obblighi dichiarativi.
I rischi da mettere in conto
Il modello on-chain risolve il problema della permanenza dei dati, ma non elimina gli altri rischi. Prima di comprare, vale la pena tenerli tutti a fuoco.
- Liquidità sottile: dopo l’uscita di diversi operatori, molte collezioni hanno volumi bassi e spread ampi; vendere in fretta può costare caro.
- Concentrazione delle piattaforme: con Magic Eden fuori dal mercato Bitcoin, l’attività si è concentrata su pochi marketplace, aumentando il rischio operativo e di dipendenza.
- Custodia complessa: servono wallet consapevoli dei sat e delle iscrizioni; un errore di gestione può bruciare un sat raro o un’iscrizione in una transazione ordinaria.
- Nessuna royalty garantita: come sulle altre catene, l’autore non ha diritti automatici sulle vendite secondarie.
- Rischio regolamentare e fiscale: collezioni molto ampie o NFT frazionati possono essere riqualificati sotto MiCA, e l’aliquota al 33% pesa sulle plusvalenze in Italia.
- Volatilità delle commissioni: in fasi di congestione, iscrivere o spostare Ordinals può diventare improvvisamente costoso.
Sono rischi gestibili, ma reali. La permanenza del dato è una garanzia potente; non è una garanzia di valore né di liquidità, e i due piani vanno tenuti distinti.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra un Ordinal e un NFT classico?
Un Ordinal scrive l’intero contenuto (l’immagine o il file) dentro un blocco di Bitcoin, mentre la maggior parte degli NFT su Ethereum e Solana registra sulla catena solo la proprietà e un puntatore a un file conservato altrove. Nel primo caso il dato è permanente e replicato su ogni nodo; nel secondo dipende da un server o da una rete esterna che deve restare attiva.
Gli Ordinals sono davvero NFT?
Tecnicamente svolgono la stessa funzione, creare oggetti digitali unici e trasferibili, quindi in senso ampio sono una forma di NFT. Il loro creatore Casey Rodarmor preferisce però chiamarli «artefatti digitali» per sottolineare che il contenuto vive interamente on-chain, a differenza degli NFT tradizionali.
Dove viene salvata l’immagine di un Ordinal?
Dentro l’area witness di una transazione Bitcoin, cioè direttamente in un blocco della blockchain. Questo significa che, finché la rete Bitcoin esiste e i nodi ne conservano una copia completa, l’immagine resta accessibile senza bisogno di server esterni o servizi di hosting.
Come sono tassati gli Ordinals in Italia nel 2026?
Le plusvalenze realizzate su Ordinals e token BRC-20 rientrano nell’imposta sostitutiva del 33% introdotta dal 1° gennaio 2026 dalla Legge di Bilancio. L’aliquota ridotta al 26% vale solo per gli stablecoin in euro conformi a MiCA. Restano l’obbligo di monitoraggio nel quadro RW e, con la direttiva DAC8, la comunicazione automatica dei dati da parte degli exchange.
Si possono ancora comprare e vendere Ordinals nel 2026?
Sì. Dopo l’uscita di Magic Eden dal mercato Bitcoin, l’attività si è spostata su piattaforme come UniSat e OKX e su wallet come Xverse. Il mercato è più sottile rispetto al picco del 2024, con meno liquidità e volumi ridotti, ma le iscrizioni continuano a crescere e gli scambi restano attivi.
Marcus Okafor scrive di Bitcoin, protocolli Layer 1 e mercati digitali per HOGE Wire.