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● Bitcoin & Layer-1s

Hashrate Bitcoin: la corsa ai 2 zettahash è una scommessa

L'hashrate di Bitcoin è ancora il 17% sotto il record, ma il prezzo è risalito. La corsa verso i 2 zettahash previsti da CoinShares dipende ora da una scommessa: dove va la quotazione.

Ad agosto 2026 il prezzo di Bitcoin è tornato a correre. Dopo mesi bloccato tra i 54.000 e i 56.000 euro, in poche settimane ha recuperato oltre il 25% ed è risalito sopra i 67.000 euro (circa 78.000 dollari), la settimana migliore in oltre due anni secondo i dati di CoinGecko. Eppure la potenza di calcolo che protegge la rete, l’hashrate, resta circa il 17% sotto il record toccato alla fine del 2025, e la difficoltà di mining continua a scendere: il prossimo aggiustamento, previsto per il 6 settembre, è stimato in calo dello 0,65% da CoinWarz.

Per anni la regola è stata semplice: l’hashrate segue il prezzo. Se la quotazione sale, minare rende di più, arrivano nuove macchine e la potenza di calcolo cresce. Su questa logica poggia anche la previsione più citata del settore, quella di CoinShares, che vede la rete risalire verso 1,8 zettahash entro fine 2026 e raggiungere i 2 zettahash entro marzo 2027. Il 2026 ha però incrinato quella regola. Per la prima volta nella storia di Bitcoin l’hashrate è sceso senza che nessuno lo vietasse e senza un’ondata di fallimenti: i miner hanno scelto, in parte, di puntare i propri megawatt sull’intelligenza artificiale invece che sui blocchi. La corsa ai 2 zettahash non è più automatica; è diventata una scommessa esplicita sul prezzo di Bitcoin.

In questa analisi ricostruiamo la curva di crescita dell’hashrate, spieghiamo perché si è fermata proprio mentre il prezzo saliva, quali condizioni potrebbero farla ripartire e che cosa tutto questo significa per la sicurezza della rete e per gli investitori e i miner italiani.

Che cos’è l’hashrate e perché la sua crescita conta

L’hashrate misura la quantità totale di calcoli che la rete Bitcoin esegue ogni secondo per trovare blocchi validi. I miner cercano, per tentativi, un valore che soddisfi l’algoritmo SHA-256: più tentativi (hash) al secondo produce l’intero sistema, più alto è l’hashrate. Oggi si misura in exahash (un miliardo di miliardi di hash al secondo, 10 elevato alla 18) e ha appena iniziato a toccare la soglia dello zettahash (10 elevato alla 21).

Un dettaglio spesso trascurato: l’hashrate non si misura direttamente, si stima. Nessuno può contare tutte le macchine accese nel mondo. Il valore si ricava dalla difficoltà e dalla velocità con cui vengono trovati i blocchi, per questo le letture giornaliere oscillano molto ed è più corretto ragionare in medie a sette giorni e in intervalli, non in numeri secchi. È la ragione per cui, nella stessa giornata, fonti diverse possono indicare 850 o 920 EH/s. Il legame di fondo è comunque semplice: l’hashrate stimato è pari alla difficoltà moltiplicata per una costante e divisa per il tempo medio di blocco, motivo per cui una difficoltà intorno ai 126 T corrisponde a una potenza dell’ordine dei 900 EH/s. Se i blocchi arrivano più veloci del previsto la stima sale, se rallentano scende.

Perché la crescita di questo numero conta? Per due motivi. Il primo è la sicurezza: più hashrate significa che riscrivere la storia della catena, cioè un attacco del 51%, costa di più, perché servirebbe più della metà di una potenza di calcolo enorme. Il secondo è economico: l’hashrate è un termometro dei capitali e della fiducia che entrano nella rete. Quando cresce senza sosta, segnala che minare conviene e che qualcuno sta investendo in hardware e in energia. Quando si ferma, come nel 2026, qualcosa nell’equazione è cambiato.

UnitàHash al secondoContesto
MH/s (megahash)1 milione (10^6)Le prime CPU e GPU, 2009-2011
GH/s (gigahash)1 miliardo (10^9)Primi ASIC, 2013 (Avalon ~66 GH/s)
TH/s (terahash)1.000 miliardi (10^12)Un singolo ASIC moderno (S23 ~560 TH/s)
PH/s (petahash)1 milione di miliardi (10^15)Unità di misura dell’hashprice
EH/s (exahash)1 miliardo di miliardi (10^18)Scala dell’intera rete oggi (~900 EH/s)
ZH/s (zettahash)1.000 miliardi di miliardi (10^21)Soglia superata la prima volta a settembre 2025
La scala dell’hashrate, dai megahash del 2009 agli zettahash del 2025.

Dai kilohash agli zettahash: la curva di crescita in breve

La storia dell’hashrate è la storia dell’hardware. Nel 2009 Bitcoin girava su normali processori. A ottobre 2010 arrivò il codice per minare con le schede grafiche, circa cento volte più veloci; poi le FPGA nel 2011 e, a gennaio 2013, il primo ASIC commerciale, l’Avalon, capace di circa 66 GH/s. Da lì la crescita è stata esponenziale: la rete ha superato 1 EH/s intorno all’inizio del 2016.

Il salto più impressionante è recente. Secondo la ricostruzione di TFTC, la rete ha raggiunto 100 EH/s il 4 gennaio 2020, quasi undici anni dopo il primo blocco. Ha poi toccato per la prima volta 1 ZH/s (in media a sette giorni) il 15 settembre 2025 e ha raggiunto un picco di circa 1,12 ZH/s il 28 ottobre 2025. In sole sei settimane, tra metà settembre e fine ottobre 2025, la rete ha aggiunto oltre 100 exahash: la stessa quantità di potenza di calcolo che, partendo da zero, aveva richiesto undici anni. È utile fissare questo dato, perché il picco di ottobre 2025 (circa 1,12 ZH/s, con Bitcoin al suo massimo storico vicino ai 126.000 dollari) è il metro su cui va letto tutto il 2026.

Una precisazione doverosa: alcune dashboard automatiche indicano un presunto massimo storico di 1,44 ZH/s a settembre 2025. È una lettura sballata, prodotta da riepiloghi generati in automatico e non confermata da nessuna fonte affidabile. Il picco reale ben corroborato resta intorno a 1,1-1,12 ZH/s di fine ottobre 2025, ed è la cifra che usiamo qui.

TraguardoDataNote
Codice GPUottobre 2010Circa 100 volte più veloce delle CPU
Primo ASIC (Avalon)gennaio 2013~66 GH/s
1 EH/sinizio 2016Prima soglia exahash
100 EH/s4 gennaio 2020~11 anni dal blocco zero
1 ZH/s (media 7 giorni)15 settembre 2025Primo zettahash
Picco ~1,12 ZH/s28 ottobre 2025+100 EH/s in sei settimane
~900-920 EH/sagosto 2026Circa 17% sotto il record
Le tappe della crescita dell’hashrate. Fonti: TFTC, CoinShares, CoinWarz.

Il 2026 e il primo calo non forzato della storia

Dopo il picco di ottobre 2025 la curva si è piegata. L’hashrate è sceso di circa il 17% rispetto al record, assestandosi in un intervallo tra 850 e 920 EH/s per gran parte dell’estate 2026, come documenta news.bitcoin.com. La difficoltà, di conseguenza, è calata su base annua per appena la seconda volta nella storia della rete: la prima era stata dopo il divieto cinese del 2021, come ha ricordato CoinDesk il primo agosto 2026.

Qui sta il punto centrale di tutta la vicenda. Nella storia di Bitcoin, l’hashrate è calato in modo significativo solo tre volte, e ogni volta per una ragione diversa. Nel 2018 e nel 2022 il crollo fu una capitolazione: prezzi in caduta, margini sotto zero, macchine spente e bancarotte. Nel 2021 fu un divieto: la Cina mise fuori legge il mining e più della metà della rete si spense da un giorno all’altro. Il 2026 è la prima volta in cui l’hashrate scende senza né divieti né fallimenti di massa. È una diminuzione volontaria: gli stessi operatori, gli stessi megawatt, ma reindirizzati verso l’AI e il calcolo ad alte prestazioni. Nessuno ha vietato nulla, e la maggior parte dei miner non è fallita; hanno semplicemente trovato un uso più redditizio per la corrente.

Ai numeri di rete si aggiunge un dato di comportamento. Secondo l’analisi di CoinShares ripresa da news.bitcoin.com, nel solo primo trimestre 2026 i miner quotati hanno venduto un record di 32.000 bitcoin, più di quanti ne avessero venduti in tutto il 2025. Con i prezzi sotto il costo di produzione, la priorità è diventata fare cassa, non espandere la potenza di calcolo. A fine marzo, sempre secondo CoinShares, i miner quotati perdevano circa 19.000 dollari su ogni bitcoin prodotto.

IndicatoreValore (fine agosto 2026)Riferimento
Prezzo Bitcoin~67.300 euro (~78.000 dollari)CoinGecko
Hashrate~900-920 EH/sCoinWarz / Hashrate Index
Distanza dal record~17% sotto 1,12 ZH/sCoinShares
Difficoltà125,81 TCoinWarz (aggiust. 23 ago, -1,31%)
Massimo difficoltà155,97 T (nov 2025)~19% sotto oggi
Hashprice (ultimo ufficiale)31,89 $/PH-giornoHashrate Index, 17 ago
Fotografia della rete a fine agosto 2026. Le letture dell’hashrate sono rumorose: leggerle come intervallo.

Perché la crescita è diventata una scommessa sul prezzo

Se il calo del 2026 è volontario, allora la ripresa della crescita dipende da una sola variabile: la convenienza a minare invece di affittare i propri megawatt all’AI. E quella convenienza, a difficoltà e costi dati, dipende dal prezzo di Bitcoin. Ecco perché la vecchia frase «l’hashrate segue il prezzo» va aggiornata: oggi la crescita dell’hashrate aspetta il prezzo.

Il legame lo ha quantificato JPMorgan. In una nota ripresa da TFTC, il team guidato dal managing director Nikolaos Panigirtzoglou stima il costo di produzione all-in di un bitcoin intorno ai 78.000 dollari e osserva che la sensibilità della difficoltà al prezzo, il cosiddetto beta, è salita a 0,62 negli ultimi sei mesi. Tradotto: una quota crescente di miner opera così vicino al proprio punto di pareggio da accendere e spegnere le macchine al variare del prezzo, anziché tenerle sempre in funzione. È la definizione di una rete che reagisce, blocco dopo blocco, alla quotazione.

La stessa nota fotografa il meccanismo con una frase di Panigirtzoglou: quando bitcoin scambia sotto il proprio costo di produzione, i miner a costo più alto spengono le macchine, l’hashrate cala e la difficoltà si aggiusta al ribasso. È un ciclo che si auto-corregge, ma che lega la crescita della potenza di calcolo a una condizione economica precisa. La stessa nota stima intorno al 20% la quota dell’industria in perdita ai prezzi recenti. Chi investe in azioni dei miner conosce bene questa dinamica: è una leva sul prezzo di Bitcoin, un tema che abbiamo approfondito parlando di come si misura davvero la correlazione tra azioni e crypto.

La previsione CoinShares: la strada verso 1,8 e 2 zettahash

Il documento che ha reso questa scommessa esplicita è il rapporto trimestrale di CoinShares sul mining, disponibile sul sito della società. La previsione di base è netta: l’hashrate può risalire verso 1,8 zettahash entro fine 2026 e toccare i 2 zettahash entro fine marzo 2027, con un mese di ritardo rispetto alla stima precedente. Ma è una previsione condizionata: come sintetizza news.bitcoin.com, quella risalita è subordinata a un recupero del prezzo verso i 100.000 dollari, livello che ripristinerebbe la redditività e darebbe alle aziende un motivo per reinvestire nella potenza di calcolo invece che nell’hosting AI.

Il rapporto va oltre e mette in fila gli scenari legando ogni fascia di prezzo a un valore di hashprice, cioè al ricavo giornaliero per unità di potenza. Al di sotto degli 80.000 dollari, e con la difficoltà in aumento, l’hashprice continua a scendere e la rete non ha ragione di crescere. Intorno ai 100.000 dollari l’hashprice risalirebbe verso i 37 dollari per PH al giorno. E se il prezzo tornasse a testare il record dei 126.000 dollari, l’hashprice potrebbe salire fino a 59 dollari. Ecco la scommessa, messa in tabella.

Scenario prezzo BTCHashprice attesoEffetto sull’hashrate
Sotto 80.000 $ (~69.000 euro)In calo dai ~28-32 $/PHUlteriore contrazione, rischio capitolazione
~100.000 $ (~86.000 euro)~37 $/PH (~32 euro)Ripresa: verso 1,8 ZH entro fine 2026
~126.000 $ (~108.000 euro)~59 $/PH (~51 euro)Espansione decisa: 2 ZH entro marzo 2027
Gli scenari di CoinShares: il prezzo di Bitcoin come interruttore della crescita dell’hashrate. Cambio EUR/USD circa 1,16.

A dare voce al contesto è James Butterfill, head of research di CoinShares. Intervistato da news.bitcoin.com, ha descritto la fase attuale come «uno dei periodi più difficili» per i miner dall’ultimo halving, con il costo medio ponderato in contanti per produrre un bitcoin salito a circa 79.995 dollari (intorno ai 69.000 euro) nel quarto trimestre 2025. Sempre secondo il suo team, i miner quotati hanno annunciato oltre 70 miliardi di dollari di contratti legati ad AI e HPC, e alcune aziende potrebbero ricavare fino al 70% dei propri incassi dall’AI entro fine 2026. Con il 15-20% delle macchine più vecchie già in perdita, la tentazione di spegnere gli ASIC per affittare la corrente è concreta, e spiega perché la strada verso i 2 zettahash non sia in discesa.

La risalita dei prezzi ad agosto e cosa cambia per i miner

Agosto 2026 ha offerto un primo test della scommessa. Bitcoin è passato da circa 63.000-64.000 dollari a circa 78.000, un rimbalzo di circa il 25% e la settimana migliore in oltre due anni, spinto da una combinazione di fattori macro (il raddoppio dei riacquisti di titoli del Tesoro annunciato da Washington, i flussi verso gli ETF e una violenta chiusura di posizioni corte). Il tema del riaggancio tra Bitcoin e i mercati azionari in questa fase lo abbiamo trattato nel dettaglio in un pezzo dedicato alla correlazione di agosto 2026.

Per i miner, la matematica è brutale nella sua semplicità. L’hashprice è una leva sul prezzo: l’ultimo dato ufficiale settimanale, 31,89 dollari per PH al giorno, era stato rilevato dall’Hashrate Index il 17 agosto con Bitcoin ancora intorno ai 64.000 dollari. Con il prezzo risalito verso i 78.000 e l’hashrate fermo intorno ai 920 EH/s, un calcolo di prima approssimazione (144 blocchi al giorno per 3,125 bitcoin di sussidio, moltiplicato per il prezzo e diviso per l’hashrate) porta l’hashprice verso i 38 dollari (circa 33 euro) per PH al giorno. È un salto di oltre il 20% del ricavo, ottenuto senza aggiungere una sola macchina.

Attenzione però a leggerlo come un via libera. Due segnali invitano alla prudenza. Il primo: la difficoltà, a fine agosto, continuava a scendere (prossimo aggiustamento stimato in calo), a conferma che la rete reagisce con ritardo e non aveva ancora recepito la risalita. Il secondo: sul mercato dei derivati sull’hashprice, i contratti a sei mesi quotavano sotto lo spot, intorno ai 30-31 dollari, cioè il mercato stesso prezzava un rientro del rimbalzo. La ripresa di agosto, insomma, è reale ma fragile: perché diventi crescita duratura dell’hashrate serve che il prezzo resti alto abbastanza a lungo da convincere gli operatori a ricomprare macchine invece di affittare megawatt.

Il termostato della difficoltà: perché reagisce in ritardo

Per capire perché hashrate e prezzo non si muovono all’unisono bisogna guardare al meccanismo che li media: la difficoltà. Ogni 2016 blocchi, circa due settimane, il protocollo ricalibra quanto è difficile trovare un blocco in modo da mantenere il ritmo di uno ogni dieci minuti. Se nelle due settimane precedenti è entrata più potenza, la difficoltà sale; se ne è uscita, scende. È un termostato, ma con un ritardo strutturale di due settimane, e per questo non registra in tempo reale né i crolli né i rimbalzi del prezzo.

A fine agosto 2026 la difficoltà era a 125,81 T, circa il 19% sotto il massimo storico di 155,97 T di novembre 2025, con l’ultimo aggiustamento del 23 agosto a -1,31% e quello successivo, previsto per il 6 settembre, stimato ancora in calo dai dati di CoinWarz. Una difficoltà che scende mentre il prezzo sale è la prova plastica del ritardo del termostato. Ha però un effetto collaterale positivo per chi resta acceso: a parità di prezzo, meno concorrenza sulla catena significa una fetta più grande di ricompensa per ciascuno, quindi un hashprice più alto. È la stessa auto-correzione descritta da JPMorgan, letta al contrario: quando i deboli spengono, i sopravvissuti guadagnano di più. Per chi vuole approfondire come si legge questo indicatore, HOGE Wire ha dedicato guide specifiche al termostato della difficoltà e al suo uso come segnale di mercato.

L’efficienza degli ASIC: il motore silenzioso della crescita

C’è un motore di crescita dell’hashrate che agisce a prescindere dal prezzo: l’efficienza dell’hardware. Ogni generazione di ASIC produce più hash consumando meno energia, misurata in joule per terahash (J/TH): più basso è il numero, meglio è. Il salto è impressionante. L’Antminer S9 del 2016 faceva 13,5 TH/s a 98 J/TH; l’S19 del 2020 arrivava a 95 TH/s a circa 34 J/TH; l’S21 XP del 2024 tocca i 270 TH/s a 13,5 J/TH secondo le specifiche Bitmain. Nel 2026 è arrivato l’S23 Hydro, il primo modello di serie sotto i 10 J/TH (circa 9,5), come segnalato da CoinDesk. In un decennio, l’efficienza è migliorata di circa dieci volte.

Questo spiega un paradosso apparente: l’hashrate può crescere anche senza nuovi capannoni e senza nuova energia, semplicemente sostituendo i chip vecchi con quelli nuovi nello stesso spazio. L’efficienza disaccoppia la crescita della potenza di calcolo dalla crescita dei megawatt. Ma introduce anche una pressione competitiva feroce: chi non aggiorna il parco macchine viene lasciato indietro, e proprio le macchine più inefficienti sono le prime a spegnersi quando l’hashprice cala. C’è poi un’ironia geopolitica: la Cina ha vietato il mining nel 2021, ma i tre principali costruttori di ASIC, Bitmain, MicroBT e Canaan, restano cinesi, per cui il Paese continua a incassare come esportatore ciò che si nega come minatore.

ModelloAnnoHashrateEfficienza (J/TH)
Antminer S9201613,5 TH/s98
Antminer S19202095 TH/s34,2
Antminer S19 XP2022140 TH/s21,5
Antminer S21 XP2024270 TH/s13,5
Antminer S23 Hydro2026~560 TH/s9,5
La curva di efficienza degli ASIC: circa dieci volte meglio in un decennio. Fonti: Bitmain, CoinDesk.

AI e HPC: il nuovo concorrente per i megawatt

Il vero protagonista del 2026 non è un divieto né un crollo, ma un concorrente. L’intelligenza artificiale e il calcolo ad alte prestazioni si contendono la stessa risorsa scarsa del mining: energia elettrica a basso costo, in grandi quantità, con connessione alla rete già pronta. Un data center che ospita GPU per l’AI genera, per megawatt, ricavi e margini molto superiori a quelli del mining di Bitcoin, come ripetono da mesi i dirigenti del settore. Da qui la migrazione volontaria: gli operatori non spengono per disperazione, spostano la corrente dove rende di più.

La scala è quella che ha citato Butterfill: oltre 70 miliardi di dollari di contratti AI e HPC annunciati dai miner quotati, con alcune aziende avviate a ricavare fino al 70% degli incassi dall’AI entro fine 2026, contro circa il 30% di oggi. Casi concreti non mancano. Core Scientific ha mantenuto un ampio accordo commerciale pluriennale con CoreWeave anche dopo che gli azionisti hanno bocciato la fusione azionaria da circa 9 miliardi di dollari a fine ottobre 2025; Hut 8 ha costruito un portafoglio AI da miliardi; società come IREN e TeraWulf hanno firmato contratti pluriennali per capacità di calcolo; Riot Platforms, storico miner texano, ha convertito parte della propria capacità in un data center per l’AI con un contratto di locazione ventennale da centinaia di megawatt e un valore base di miliardi di dollari. Il mining, per molti, è diventato l’attività che si tiene accesa quando l’AI non satura tutta la capacità disponibile.

È questa la ragione strutturale per cui la crescita dell’hashrate non riparte da sola. Finché un megawatt rende di più con l’AI, ogni nuovo megawatt disponibile va all’AI, non al mining. Perché l’hashrate torni a salire verso i 2 zettahash serve che minare torni competitivo con quell’alternativa, e questo ci riporta, ancora una volta, al prezzo di Bitcoin.

Hashrate e sicurezza: quanto costa un attacco del 51%

Se l’hashrate scende, la rete è meno sicura? La domanda è legittima, perché la sicurezza di Bitcoin poggia proprio sul costo di accumulare più della metà della potenza di calcolo. La risposta richiede numeri, e i più citati arrivano da Campbell Harvey, professore di finanza alla Duke University. Nel suo modello originale, ripreso da crypto.news, un attacco del 51% della durata di una settimana costerebbe circa 6 miliardi di dollari: 4,6 miliardi di hardware, 1,34 di costruzione dei data center e 0,13 di elettricità, pari ad appena lo 0,26% del valore della rete. Anche a un hashrate ridotto rispetto al picco, la cifra resta proibitiva.

Harvey ha poi affinato la stima. Come riporta news.bitcoin.com, abbinando l’attacco a grosse posizioni corte sui derivati offshore, l’operazione potrebbe teoricamente diventare profittevole: l’attaccante guadagnerebbe dal crollo di prezzo che lui stesso provoca, non dalle ricompense di mining. «Il costo è circa 50 punti base del valore di bitcoin», ha spiegato Harvey, stimando l’esborso intorno agli 8 miliardi di dollari; «la differenza, oggi, sono i mercati dei derivati». È un promemoria che la sicurezza di Bitcoin non è solo una questione di hashrate, ma anche di come i mercati finanziari intorno a esso possano essere usati; sul funzionamento dei derivati su Bitcoin senza intermediari abbiamo scritto una guida ai Discreet Log Contract.

Non tutti condividono l’allarme. Matt Prusak, presidente di American Bitcoin Corp, ha liquidato la tesi con una battuta secca alla stessa crypto.news: «la fattibilità economica affossa la tesi del 51%. Vivo nel mondo reale e non sono preoccupato». Il suo argomento: accumulare quella potenza richiederebbe anni e gli exchange congelerebbero le attività sospette prima che l’attacco si completi. Vale la pena ricordare un dato di fatto: Bitcoin non è mai stato attaccato con successo con un 51%, a differenza di catene minori come Bitcoin Gold ed Ethereum Classic, dove un hashrate molto più basso ha reso l’operazione economicamente sostenibile.

Il budget di sicurezza dopo il 2028

C’è un modo per tradurre l’hashrate in euro: il budget di sicurezza. Moltiplicando l’hashprice per l’hashrate si ottiene il ricavo complessivo che la rete paga ai miner, e quindi il pavimento economico che un attaccante dovrebbe superare. Ai valori di fine agosto 2026 (hashprice intorno ai 32-38 dollari per PH e hashrate intorno ai 920 EH/s) parliamo di un budget di sicurezza dell’ordine di 9-11 miliardi di euro l’anno. È una cifra enorme, ma con una fragilità nota.

Oggi oltre il 99% di quel budget viene dal sussidio, cioè dai nuovi bitcoin emessi a ogni blocco (3,125 dal halving dell’aprile 2024), mentre le commissioni pesano meno dell’1% della ricompensa. Il problema è che il sussidio si dimezza ogni quattro anni circa: al prossimo halving, previsto per il 2028, scenderà a 1,5625 bitcoin per blocco. A parità di prezzo, il budget di sicurezza si dimezza. Perché la rete resti sicura nel lungo periodo, o il prezzo cresce abbastanza da compensare, oppure le commissioni devono diventare una quota molto più rilevante della ricompensa. Finora le commissioni hanno superato il sussidio solo in rari picchi di congestione, per esempio durante i lanci di protocolli come Ordinals e Runes, per poi ricadere sotto l’1%: è il nodo irrisolto che miner e sviluppatori dovranno affrontare ben prima del 2032, quando il sussidio scenderà di nuovo.

Qui entra una tensione interessante con i layer 2. Soluzioni come Lightning e Ark spostano molte transazioni fuori dalla catena principale, un tema che abbiamo raccontato spiegando come Ark faccia scalare Bitcoin oltre Lightning. Da un lato migliorano l’esperienza d’uso e riducono la congestione; dall’altro, se troppa attività lascia la catena base, restano meno commissioni per finanziare la sicurezza dopo il 2028. È il dibattito di fondo sul futuro budget di sicurezza di Bitcoin, e la crescita (o meno) dell’hashrate è solo un lato della stessa medaglia.

Dove cresce, e dove si contrae, l’hashrate nel mondo

La crescita dell’hashrate non è distribuita in modo uniforme, e la mappa del mining aiuta a capire dove i megawatt sono più contendibili. Secondo la mappa termica trimestrale dell’Hashrate Index, gli Stati Uniti guidano con circa il 37,4% dell’hashrate globale, seguiti da Russia (16,9%), Cina (12,0%, con stime esterne fino al 14-20% vista la difficoltà di misurare un’attività ufficialmente illegale), Paraguay (4,3%) e dai Paesi del Golfo, Emirati e Oman intorno al 3% ciascuno. La rete globale valeva circa 1.004 EH/s nel secondo trimestre 2026.

Sotto l’aggregato quasi piatto si muove una ridistribuzione: cresce dove l’energia è stabile e a buon mercato (Stati Uniti, Paraguay con l’idroelettrico di Itaipu, Golfo con politiche industriali sovrane) e si contrae dove intervengono shock geopolitici o divieti (Iran, con circa 7 EH/s persi per il conflitto regionale, Kazakhstan dopo il giro di vite sulla rete elettrica). C’è poi il capitolo concentrazione: sul fronte dei pool, Foundry USA controlla da sola circa un quarto dei blocchi e i primi tre pool insieme sfiorano il 60%, un dato che rende il discorso sull’attacco del 51% meno teorico di quanto il costo hardware suggerisca, perché la potenza è già aggregata in poche mani a livello di coordinamento. Abbiamo dedicato un’analisi apposita alla mappa mondiale del mining nel 2026.

Cosa significa per l’Italia: fisco, Consob e miner

Per un lettore italiano, l’hashrate non è un’astrazione lontana. Sul piano regolamentare, l’attività di mining in sé non è un servizio finanziario soggetto ad autorizzazione: la Consob e Banca d’Italia, nel quadro del regolamento europeo MiCA, vigilano sui prestatori di servizi (exchange, custodia) e sugli emittenti di stablecoin, non sul chi mina. I derivati sull’hashprice o sui future citati in questo articolo ricadono invece sotto la MiFID II, quindi sotto la vigilanza dei mercati, non sotto MiCA. È una distinzione che torna utile ogni volta che si parla di prodotti derivati legati al mining.

Sul piano economico, minare bitcoin dall’Italia resta poco competitivo: i prezzi dell’energia industriale sono lontani dai livelli sotto i 5-6 centesimi di dollaro al kWh dei siti statunitensi o mediorientali che rendono profittevoli anche le macchine più efficienti. Per questo l’esposizione italiana al tema dell’hashrate passa quasi sempre per strumenti finanziari: ETP su Bitcoin, azioni dei miner quotati (una scommessa a leva sulla dinamica che abbiamo descritto) e detenzione diretta di BTC. Anche le grandi banche italiane stanno affacciandosi al comparto, segno che l’esposizione indiretta a Bitcoin, e quindi alla salute economica del mining, sta diventando più accessibile ai risparmiatori.

Sul piano fiscale, chi in Italia ottiene un guadagno dalla vendita di cripto (o dai bitcoin ricevuti minando, quando l’attività non configura reddito d’impresa) deve fare i conti con la tassazione delle plusvalenze. Le regole e le mosse di fine anno per gestire minusvalenze e compensazioni le abbiamo riassunte nella guida su minusvalenze e crypto tax prima della manovra. È un promemoria che la scommessa sull’hashrate, per l’investitore, arriva sempre accompagnata da una componente fiscale da non sottovalutare.

Cosa guardare da qui a fine 2026

La scommessa sui 2 zettahash si risolverà nei prossimi mesi, e alcuni segnali concreti diranno da che parte pende l’ago. Ecco cosa tenere d’occhio da qui a fine anno.

  • Il prezzo di Bitcoin rispetto ai 100.000 dollari: è la soglia della previsione CoinShares. Sopra, la crescita dell’hashrate ha una ragione economica per ripartire; stabilmente sotto gli 80.000, la potenza continua a defluire.
  • Gli aggiustamenti di difficoltà: se tornano positivi in modo stabile, vuol dire che nuova potenza sta rientrando; finché restano negativi, la migrazione verso l’AI prosegue.
  • I conti trimestrali dei miner quotati: la quota di ricavi da AI e HPC, in rotta verso il 70% per alcune aziende, misura quanta corrente resta sottratta al mining.
  • La diffusione dei nuovi ASIC sotto i 10 J/TH: più efficienza significa più hashrate a parità di energia, anche a prezzo fermo.
  • L’orologio del halving 2028: ogni mese avvicina il dimezzamento del sussidio e alza la posta sul budget di sicurezza di lungo periodo.

In sintesi, la corsa ai 2 zettahash non è una profezia tecnica ma una scommessa condizionata. Se il prezzo tiene, l’hashrate riparte; se cede, la potenza continua a spostarsi verso l’intelligenza artificiale. Per la prima volta nella storia di Bitcoin, la crescita della sua sicurezza dipende non da un decreto o da un’ondata di fallimenti, ma da una scelta su dove conviene mettere il capitale.

Domande frequenti

Quanto vale oggi l’hashrate di Bitcoin?

A fine agosto 2026 la rete si aggira tra 850 e 920 EH/s, circa il 17% sotto il record di circa 1,12 zettahash toccato a fine ottobre 2025. Le letture giornaliere sono rumorose perché l’hashrate è stimato, non misurato: conviene leggerlo come media a sette giorni e come intervallo, non come numero secco.

Perché l’hashrate è sceso nel 2026 se il prezzo è salito?

Per due ragioni. La prima è il ritardo: la difficoltà si aggiusta solo ogni due settimane, quindi la rete non recepisce subito la risalita del prezzo. La seconda, più profonda, è che il calo del 2026 è volontario: molti operatori hanno spostato energia dal mining verso l’AI e l’HPC, più redditizi per megawatt. È il primo calo dell’hashrate della storia non causato da un divieto o da fallimenti di massa.

Che cos’è la previsione dei 2 zettahash?

È la stima di CoinShares secondo cui l’hashrate può risalire verso 1,8 zettahash entro fine 2026 e raggiungere i 2 zettahash entro fine marzo 2027. È una previsione condizionata: dipende da un recupero del prezzo di Bitcoin verso i 100.000 dollari, livello che renderebbe di nuovo conveniente reinvestire nella potenza di calcolo invece che nell’hosting AI.

Un hashrate più basso rende Bitcoin meno sicuro?

Marginalmente, ma il margine di sicurezza resta enorme. Anche ai livelli attuali, il budget di sicurezza della rete è dell’ordine di 9-11 miliardi di euro l’anno, e le stime di Campbell Harvey sul costo di un attacco del 51% vanno dai 6 agli 8 miliardi di dollari. Bitcoin non è mai stato attaccato con successo in questo modo, a differenza di catene minori con hashrate molto più basso.

Posso minare Bitcoin dall’Italia nel 2026?

Tecnicamente sì, ma è raramente conveniente: i prezzi dell’energia industriale in Italia sono troppo alti rispetto ai siti che rendono profittevole il mining su scala. Per la maggior parte degli italiani l’esposizione al tema passa da ETP su Bitcoin, azioni dei miner o detenzione diretta di BTC. Il mining in sé non è un servizio finanziario autorizzato: Consob e Banca d’Italia vigilano su exchange e custodi, non su chi mina.

A cura della redazione Bitcoin e mining di HOGE Wire Italia.

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