La mappa dell’hashrate Bitcoin: dove si mina nel 2026
Gli Stati Uniti concentrano oltre un terzo della potenza di calcolo di Bitcoin, ma la mappa del mining nel 2026 si ridisegna tra Russia, Cina, Paraguay e Golfo. Ecco dove sta l'hashrate e perché conta
Nell’estate del 2026 il prezzo di Bitcoin è tornato a correre. Dopo mesi passati attorno ai 55.000 euro, la moneta ha messo a segno un rimbalzo di oltre il 22% in una settimana, fino a circa 65.900 euro secondo CoinGecko, con una capitalizzazione tornata sopra i 1.300 miliardi di euro. A spingere il movimento sono stati i riacquisti di titoli del Tesoro statunitense, i segnali accomodanti sulla politica monetaria e una violenta ondata di ricoperture. La macchina che tiene in piedi la rete, però, racconta una storia diversa e molto più lenta: l’hashrate globale oscilla intorno ai 900 EH/s, sotto il picco di circa 1,1 ZH/s dell’ottobre 2025. Di questa divergenza tra prezzo che vola e potenza che cala abbiamo parlato in un’analisi dedicata.
Resta una seconda domanda, molto più concreta e molto meno raccontata: dove sta, fisicamente, tutta questa potenza di calcolo? Chi possiede i capannoni pieni di ASIC che macinano hash ventiquattro ore su ventiquattro, in quali Paesi, alimentati da quale energia e sotto quali regole? La fotografia del 2026 disegna una mappa sorprendente, dominata dagli Stati Uniti ma tutt’altro che stabile: la Russia è seconda, la Cina è tornata malgrado il bando, il Paraguay si è preso il quarto posto grazie all’acqua e una cintura di Stati del Golfo tratta il mining come politica industriale. È una geografia che conta, perché da quanto è concentrata dipende quanto è difficile attaccare la rete.
Che cosa vuol dire mappare l’hashrate
Prima dei numeri serve un avvertimento metodologico. L’hashrate non si misura direttamente e non si osserva su una cartina: si stima. La rete non sa, e non vuole sapere, dove si trovino i miner, e nessun registro globale certifica quante macchine girano in Texas o in Kazakhstan. Il totale si ricava dalla difficoltà e dal tempo medio tra i blocchi (la potenza è pari, in prima approssimazione, alla difficoltà moltiplicata per 2^32 e divisa per 600 secondi), ma la ripartizione per Paese è un’altra faccenda. Si deduce da segnali indiretti: gli indirizzi IP dei nodi delle mining pool, le comunicazioni delle società quotate, i contratti di fornitura elettrica, i dati doganali sulle importazioni di ASIC e, dove la politica lo impone, le stime dei ricercatori sul campo.
Ne consegue che ogni percentuale in questo articolo va letta come un ordine di grandezza, non come una misura al decimale. Il caso limite è la Cina, dove il mining è formalmente vietato: proprio perché è clandestino, le stime della sua quota variano parecchio da fonte a fonte. Per lo stesso motivo vale la pena incrociare più fonti anziché affidarsi a un singolo aggregatore, e trattare i confini della classifica (chi entra e chi esce dalla top ten) come più solidi delle singole cifre. Con questa cautela in mente, la mappa del 2026 resta comunque leggibile e racconta molto.
La mappa del 2026 in un colpo d’occhio
La fonte più coerente per una singola tabella è l’aggiornamento trimestrale della heatmap di Hashrate Index, pubblicato ad aprile 2026. Da lì emerge un vertice della classifica molto concentrato: i primi tre Paesi da soli valgono circa due terzi della potenza mondiale. Il report trimestrale sul mining di CoinShares arriva a una stima analoga, intorno al 68% per il terzetto di testa, con gli Stati Uniti in crescita di circa due punti percentuali nell’ultimo trimestre.
| Paese | Quota stimata | Hashrate (EH/s) | Nota |
|---|---|---|---|
| Stati Uniti | 37,4% | ~375 | Griglie deregolamentate, capitali quotati |
| Russia | 16,9% | ~170 | Legale in patria, sotto sanzioni |
| Cina | 12% – 20% | ~120 e oltre | Vietata dal 2021, ma di ritorno |
| Paraguay | 4,3% | ~43 | Idroelettrico di Itaipu |
| Emirati Arabi Uniti | 3,0% | ~30 | Politica industriale sovrana |
| Oman | 3,0% | ~30 | Gas ed energia statale |
| Canada | 2,6% | ~26 | Idro e gas, rete stabile |
| Etiopia | 2,5% | ~25 | Diga GERD, capitali cinesi |
| Kazakhstan | 1,8% | ~18 | Dopo la stretta del 2021-2022 |
| Indonesia | 1,8% | ~18 | Nuovo ingresso in top ten |
Un dato di contesto aiuta a inquadrare la tabella: la heatmap del secondo trimestre stima l’hashrate medio della rete intorno a 1.004 EH/s, in calo di circa il 5,8% rispetto al trimestre precedente. La potenza assoluta oscilla dunque, ma la forma della classifica cambia molto più lentamente. Il vertice è sorprendentemente stabile da uno snapshot all’altro: gli stessi tre Paesi occupano le prime tre posizioni da mesi. È il resto della piramide, invece, a raccontare le storie più interessanti.
Stati Uniti: il baricentro pende a ovest
Con oltre un terzo dell’hashrate mondiale, gli Stati Uniti sono di gran lunga la giurisdizione singola più grande, e il loro peso continua a crescere. Il cuore è in Texas e Wyoming, su reti elettriche deregolamentate come quella gestita da ERCOT, dove i miner funzionano da carico flessibile: si spengono nelle ore di picco e vengono pagati per farlo attraverso i programmi di demand response, trasformando la loro fame di energia in un servizio per la rete. A questo si aggiungono capitale abbondante e una filiera quotata: MARA, Riot e CleanSpark trattano a Wall Street e finanziano l’espansione sui mercati azionari e obbligazionari, un lusso che pochi altri Paesi possono offrire ai propri operatori.
Sopra tutto questo c’è una spinta politica esplicita. A marzo 2025 l’ordine esecutivo che ha istituito la Strategic Bitcoin Reserve ha sancito che gli Stati Uniti considerano Bitcoin un asset strategico da conservare. Pochi giorni dopo, la Divisione Corporate Finance della SEC ha chiarito che il mining in proof-of-work, da solo o in pool, non configura un’offerta di titoli, come riportato da The Block. Questa chiarezza normativa, che quasi nessuna altra giurisdizione garantisce, è uno dei motivi per cui il baricentro dell’hashrate continua a spostarsi verso ovest.
Russia: legale in patria, isolata all’estero, vietata a tratti
La Russia è saldamente seconda, con quasi il 17% della potenza mondiale alimentata dall’energia a basso costo della Siberia. Il quadro giuridico è però pieno di contraddizioni. Il mining industriale è stato legalizzato a livello nazionale con una legge entrata in vigore a novembre 2024, ma sopra questo impianto Mosca ha impilato una serie di divieti regionali: un bando di sei anni su dieci regioni motivato dallo stress sulla rete elettrica, con Buryatia e Zabaikalsky Krai passate a un divieto permanente tutto l’anno dal primo gennaio 2026, come documentato da CoinDesk citando la TASS.
All’esterno, il mining russo è isolato quanto all’interno è tollerato. BitRiver, il maggiore operatore industriale del Paese, ancorato a Irkutsk, è stato il primo miner di criptovalute mai colpito da sanzioni dell’OFAC: il Tesoro statunitense lo ha inserito in lista il 20 aprile 2022, come raccontato da Forbes. Ne esce un paradosso utile per capire la mappa: potenza di calcolo legale in patria, isolata all’estero e vietata a intermittenza regione per regione, un mix che rende la posizione russa più fragile di quanto la sua quota lasci intendere.
Cina: il bando che non ha spento le macchine
Nel 2021 la Cina ha messo al bando il mining e ha innescato la più grande migrazione di hashrate della storia, spingendo intere flotte di ASIC verso Stati Uniti, Kazakhstan e Russia. Eppure il Paese è tornato al terzo posto. Le stime divergono, ed è giusto presentarle come una forbice: una inchiesta di Reuters ripresa da CoinDesk parla di circa il 14% a ottobre 2025, la heatmap di Hashrate Index si ferma al 12% e CryptoQuant arriva a stimare tra il 15% e il 20%. Il mining sopravvive soprattutto nello Xinjiang e nel Sichuan, dove l’energia in eccesso e la costruzione rapida di data center creano condizioni favorevoli e le autorità locali chiudono un occhio.
C’è un’ironia che vale la pena sottolineare. I tre principali produttori mondiali di ASIC, Bitmain, MicroBT e Canaan, sono tutti cinesi: Pechino incassa quindi come esportatore di hardware anche mentre vieta l’attività in casa. È una posizione che rende la mappa più fragile di quanto sembri, perché un’escalation di dazi statunitensi sugli ASIC cinesi cambierebbe di colpo i costi di rinnovo delle flotte in tutto il mondo, una variabile che i mercati non hanno ancora prezzato del tutto.
Paraguay: l’arbitraggio dell’acqua
La vera sorpresa della classifica è il Paraguay, quarto con circa il 4,3% della potenza mondiale. Il segreto è l’acqua: il Paese dispone di un enorme surplus idroelettrico prodotto dalle dighe di Itaipu (condivisa con il Brasile e tra le più grandi al mondo), Yacyreta e Acaray, energia pulita e abbondante che viene venduta ai miner a prezzi difficili da eguagliare altrove. HIVE Digital sta ampliando il suo data center di Yguazu fino a 400 MW proprio attingendo a Itaipu, con l’obiettivo di portare la propria potenza globale a 35 EH/s, come riportato da Data Center Dynamics.
La corsa, però, sta già maturando. Il costo dell’energia per i miner è circa raddoppiato, i depositi richiesti per allacciarsi alla rete sono diventati proibitivi per gli operatori sottocapitalizzati e la società elettrica statale ANDE ha avvertito che un’espansione incontrollata potrebbe mettere a rischio la stabilità del sistema nazionale. È la solita lezione dell’energia a buon mercato: spesso costa poco per una ragione strutturale, e quella ragione non dura per sempre.
Il Golfo: l’hashrate come politica industriale
Emirati Arabi Uniti e Oman valgono insieme circa il 6% della potenza mondiale, e il loro modello è diverso da tutti gli altri. Qui il mining non è arbitraggio privato ma politica industriale sovrana. L’operatore di riferimento è Phoenix Group, quotato ad Abu Dhabi, con oltre 550 MW distribuiti tra Emirati, Oman, Etiopia, Canada e Stati Uniti, come ricostruito da Semafor. Attorno a operatori come questo ruotano impianti collegati allo Stato, presentati come alternativa trasparente ai capitali offshore più opachi.
La forza di questo approccio è anche il suo limite. Il mining del Golfo poggia su decisioni politiche deliberate, il che gli dà una durabilità superiore alle avventure di frontiera; ma concentra la potenza in poche mani politicamente connesse, il che significa che una singola scelta di governo può spostare quote intere della mappa. In un mondo in cui l’energia è sempre più contesa tra Bitcoin e intelligenza artificiale, avere lo Stato come sponsor è un vantaggio competitivo notevole.
Etiopia: la scommessa della grande diga
L’Etiopia entra nella top ten con circa il 2,5% grazie a un’unica, gigantesca infrastruttura: la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), inaugurata il 9 settembre 2025 dopo oltre un decennio di lavori, con una potenza massima di circa 5.150 MW, come documentato da Al Jazeera. Attorno ad Addis Abeba si è formato un cluster di oltre venti società, in gran parte finanziate da capitali cinesi, che hanno firmato contratti di fornitura elettrica con lo Stato.
La fragilità, anche qui, è evidente. La compagnia elettrica statale vorrebbe progressivamente ridurre lo spazio riservato al mining a favore di consumi ritenuti prioritari, e gli aumenti tariffari proposti rischiano di rendere non profittevole una fetta consistente delle operazioni già entro la metà del 2026. L’Etiopia illustra un pattern ricorrente della mappa: la potenza affluisce dove l’energia è in eccesso, ma resta ostaggio della politica energetica locale, che può cambiare idea in fretta.
Kazakhstan e Bhutan: i due volti della fragilità
Il Kazakhstan è il monito più chiaro della mappa. Dopo il bando cinese del 2021 assorbì una fetta enorme della diaspora, arrivando a un frequentemente citato 18% circa della potenza mondiale, prima che lo stress sulla rete costringesse a una stretta durissima: mercato elettrico statale obbligatorio, tetti al prelievo per transazione, monitoraggio in tempo reale. Oggi la sua quota è scesa attorno all’1,8%. È il modello perfetto di come l’energia a buon mercato, se lo è per ragioni strutturali, possa evaporare in fretta, una cautela che vale anche per Etiopia e Paraguay.
Il Bhutan racconta invece la storia del minatore sovrano. Il piccolo regno himalayano ha costruito una delle più grandi riserve statali di Bitcoin attraverso il mining idroelettrico gestito da Druk Holding and Investments in partnership con Bitdeer. Nel 2026, però, la direzione si è invertita: secondo CoinDesk il Paese ha venduto circa il 70% dei suoi bitcoin nell’arco di diciotto mesi, scendendo verso poche migliaia di monete, e potrebbe aver rallentato o fermato anche l’attività di mining. Le stime sul saldo residuo variano e continuano a muoversi, ma la direzione (un grande smobilizzo sovrano per finanziare progetti come la città di Gelephu) è chiara.
Perché la potenza si sposta
Storicamente l’hashrate ha inseguito il chilowattora più economico, ma due forze stanno cambiando la logica della migrazione. La prima è il termostato della rete: dopo qualsiasi shock, la difficoltà si riaggiusta ogni 2016 blocchi, così la potenza persa in una giurisdizione viene rapidamente riconquistata altrove da chi resta acceso, un meccanismo che abbiamo spiegato nel dettaglio parlando di come funziona la difficoltà di mining. La seconda è l’efficienza dell’hardware: ogni generazione di ASIC consuma molta meno energia per hash, come mostra la tabella qui sotto.
| Modello | Anno | Hashrate | Consumo | Efficienza (J/TH) |
|---|---|---|---|---|
| Antminer S9 | 2016 | 13,5 TH/s | 1.323 W | 98 |
| Antminer S19 | 2020 | 95 TH/s | 3.250 W | 34,2 |
| Antminer S19 Pro | 2020 | 110 TH/s | 3.250 W | 29,5 |
| Antminer S21 XP | 2024-25 | 270 TH/s | 3.645 W | 13,5 |
La conseguenza è sottile ma importante. Se ogni terahash costa meno energia, l’incentivo a rincorrere l’elettricità più instabile e periferica si riduce, e il motore della migrazione si sposta dalla domanda «quanto costa il chilowattora» alla domanda «questo sito può ospitare anche AI e calcolo ad alte prestazioni restando sempre acceso». Ed è proprio questa seconda domanda a riscrivere la mappa nel 2026.
La svolta AI che ridisegna la mappa
Il grande fatto nuovo del 2026 è che i miner competono per la stessa energia, gli stessi terreni e gli stessi capannoni che servono all’intelligenza artificiale. Secondo il report di CoinShares, le società di mining quotate hanno annunciato contratti cumulativi per AI e calcolo ad alte prestazioni superiori a 70 miliardi di dollari, e la quota di ricavi generata dall’AI potrebbe salire fino al 70% entro fine anno, contro circa il 30% attuale. James Butterfill, responsabile della ricerca di CoinShares, ha descritto la fase attuale come uno dei periodi più difficili per il settore, con un costo medio ponderato di produzione di un bitcoin salito verso gli 80.000 dollari a fine 2025.
Questa svolta favorisce le giurisdizioni con rete stabile, fibra ottica e mercati dei capitali profondi (Stati Uniti, Canada, Golfo) rispetto alle avventure idroelettriche di frontiera, perché un contratto AI pluriennale richiede uptime e affidabilità che una diga etiope o un allaccio paraguaiano non sempre garantiscono. La stessa economia che spinge i miner verso l’AI si intreccia con le reti di calcolo decentralizzato di cui abbiamo scritto a proposito di Bittensor, e spiega perché i titoli dei miner si muovano ormai in sintonia con la narrativa AI e con Wall Street, un legame che si vede bene guardando alla correlazione tra azioni e crypto. In sostanza, oggi la mappa dell’hashrate viene ridisegnata non tanto dal prezzo di Bitcoin quanto dalla fame di megawatt dell’AI.
Concentrazione e sicurezza: quanto pesa la mappa
La mappa ha due livelli di concentrazione, ed è importante non confonderli. Il primo è geografico: i primi tre Paesi valgono circa due terzi della potenza. Il secondo è logico: le mining pool, cioè i consorzi che coordinano migliaia di miner sparsi e distribuiscono le ricompense. Come mostra la tabella, le prime tre pool controllano da sole circa il 60% dei blocchi, con un coefficiente di Nakamoto pari a 3 (bastano tre pool per superare la metà della rete). Attenzione però: una pool non è il miner, e la potenza può migrare da una pool all’altra in poche ore, come è già avvenuto in passato.
| Mining pool | Quota stimata | Origine |
|---|---|---|
| Foundry USA | ~25-27% | Stati Uniti |
| F2Pool | ~17-18% | Origine cinese, oggi globale |
| AntPool | ~16-17% | Legata a Bitmain |
| Prime tre pool | ~60% | Coefficiente di Nakamoto 3 |
La concentrazione minaccia davvero Bitcoin? Un attacco al 51% resta costosissimo. Campbell Harvey, docente alla Duke University, stima che oggi un’aggressione alla maggioranza dell’hashrate costerebbe circa 8 miliardi di dollari e diventerebbe teoricamente profittevole solo abbinandola a grosse posizioni corte sui derivati: il costo, spiega, è pari a circa 50 punti base del valore di Bitcoin. Sul fronte opposto, Matt Prusak, presidente di American Bitcoin Corp, ha ribattuto che la fattibilità economica affossa la tesi del 51%, perché accumulare quella potenza richiederebbe anni e gli exchange congelerebbero le attività sospette prima del colpo.
C’è poi una prova empirica rassicurante. Il bando cinese del 2021 ha dimostrato che uno shock geografico ridistribuisce la potenza, non la distrugge: la rete perse oltre la metà dell’hashrate e lo riguadagnò interamente in pochi mesi. Nel secondo trimestre del 2026 l’Iran ha perso circa 7 EH/s a causa di un conflitto regionale senza effetti sistemici, perché i Paesi vicini sono rimasti stabili. La resilienza di Bitcoin, in altre parole, sta più nella mobilità dell’hashrate che nella sua dispersione perfetta.
Dove finisce l’Italia sulla mappa
Una domanda naturale per chi legge da Milano o da Roma: e l’Italia? La risposta è brutale nella sua semplicità: l’Italia è sostanzialmente assente dalla mappa dell’hashrate. I prezzi elevati dell’energia industriale rendono il mining domestico non competitivo rispetto ai siti statunitensi che pagano l’elettricità meno di sei centesimi di dollaro al chilowattora, e lo stesso vale per gran parte dell’Europa continentale, con l’eccezione di alcune sacche nordiche ricche di idroelettrico a basso costo. Non è una questione di regole, ma di bolletta.
Sul piano normativo, poi, va chiarito un equivoco frequente. MiCA e la Consob (insieme alla Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali) regolano i prestatori di servizi sulle cripto-attività, cioè exchange e custodia, non l’attività di mining in sé, che nell’Unione europea non è un servizio finanziario soggetto ad autorizzazione. I derivati sull’hashrate e sulla difficoltà, laddove esistono, ricadono invece sotto la MiFID II e la vigilanza Consob. Il decreto italiano di attuazione (il D.lgs. 129/2024) designa proprio Consob e Banca d’Italia, e il periodo transitorio si chiude il primo luglio 2026, un passaggio che abbiamo seguito parlando del passaporto unico MiCA e della battaglia sulla vigilanza. Per l’investitore italiano, insomma, il mining resta soprattutto una storia da leggere, non da fare in cantina.
Che cosa guardare adesso
La mappa è un documento vivo, e qualche indicatore aiuta a leggerne i prossimi movimenti. CoinShares prevede che l’hashrate raggiunga 1,8 ZH entro fine 2026 e 2 ZH entro marzo 2027, a patto che il prezzo tenga; al momento lo spot viaggia intorno ai 900 EH/s, con la difficoltà ferma a 127,48 T e un aggiustamento in arrivo attorno al 22 agosto stimato quasi piatto dai tracker come CoinWarz. Con il rimbalzo del prezzo, tra l’altro, l’hashprice (il ricavo per unità di potenza) è risalito verso i 38 dollari per PH al giorno, poco più di 32 euro, ben sopra i minimi di giugno vicini ai 28 dollari.
Le domande aperte sono quattro. Gli Stati Uniti continueranno a guadagnare quota? La componente grigia cinese verrà misurata meglio, correggendo verso l’alto la classifica? Le tariffe elettriche in Etiopia e Paraguay spegneranno le operazioni di frontiera? E, soprattutto, quanti megawatt l’AI riuscirà a sottrarre al mining, concentrando ancora di più la potenza nei Paesi con rete stabile? La risposta a queste domande, molto più del prossimo record di prezzo, deciderà che forma avrà la mappa dell’hashrate nei prossimi anni.
Domande frequenti
Quale Paese ha più hashrate Bitcoin nel 2026?
Gli Stati Uniti guidano nettamente la classifica con circa il 37% della potenza di calcolo mondiale, seguiti dalla Russia (quasi il 17%) e dalla Cina (stimata tra il 12% e il 20% a seconda della fonte). I primi tre Paesi valgono insieme circa due terzi dell’intera rete, secondo Hashrate Index e CoinShares.
Perché la Cina mina ancora Bitcoin nonostante il divieto?
Il bando del 2021 non ha mai fermato del tutto l’attività: il mining sopravvive soprattutto nello Xinjiang e nel Sichuan, dove l’energia in eccesso è a basso costo e le autorità locali tollerano l’attività. La Cina, inoltre, produce la maggior parte degli ASIC del mondo attraverso Bitmain, MicroBT e Canaan, incassando come esportatore anche se vieta il mining in casa.
Dove si mina Bitcoin in Europa e in Italia?
Quasi da nessuna parte in Italia: i prezzi elevati dell’energia industriale rendono il mining domestico non competitivo. In Europa restano marginali alcune sacche nordiche con idroelettrico a basso costo. Sul piano normativo, MiCA e la Consob regolano exchange e custodia, non il mining, che nell’Unione europea non è un servizio finanziario autorizzato.
La concentrazione geografica dell’hashrate è un rischio per Bitcoin?
È un tema da monitorare ma non un pericolo immediato. Un attacco al 51% costerebbe miliardi di dollari (il professore Campbell Harvey stima circa 8 miliardi) e sarebbe difficile da eseguire senza farsi notare. Inoltre il bando cinese del 2021 ha dimostrato che uno shock geografico ridistribuisce la potenza anziché distruggerla: la rete perse oltre metà dell’hashrate e lo recuperò in pochi mesi.
Che cos’è la svolta AI dei miner e come cambia la mappa?
Molti miner quotati stanno riconvertendo capannoni ed energia verso l’intelligenza artificiale e il calcolo ad alte prestazioni: i contratti annunciati superano i 70 miliardi di dollari e i ricavi da AI potrebbero arrivare fino al 70% entro fine 2026. Questa transizione favorisce i Paesi con rete elettrica stabile e capitali profondi, come Stati Uniti, Canada e Golfo, concentrando ancora di più la mappa dell’hashrate.
A cura della redazione mercati e mining di HOGE Wire Italia.