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● Bitcoin & Layer-1s

Hashrate Bitcoin nel 2026: la potenza cala mentre il prezzo vola

Bitcoin torna vicino ai 62.000 euro con il rialzo più netto in cinque mesi. Ma l'hashrate della rete continua a scendere: ecco perché potenza di calcolo e prezzo divergono.

Il 19 agosto 2026 Bitcoin ha messo a segno il rialzo più netto degli ultimi cinque mesi. Nel giro di poche ore il prezzo è tornato a ridosso dei 62.000 euro (poco sotto i 72.000 dollari), spinto dal raddoppio dei riacquisti di titoli del Tesoro annunciato a Washington e da oltre un miliardo di dollari di posizioni corte liquidate in circa un’ora. Un balzo di quasi l’8% in una sola seduta, che ha riportato la maggiore criptovaluta vicino alla soglia dei 70.000 dollari per la prima volta da giugno, come ha documentato Fortune.

Eppure, mentre i grafici si riempivano di candele verdi, un altro numero fondamentale della rete andava nella direzione opposta. L’hashrate, cioè la potenza di calcolo che tiene in piedi e protegge Bitcoin, ha continuato a scendere: le stime lo collocano tra 850 e 920 EH/s a seconda della finestra usata, circa un quinto sotto il picco di quasi 1,1 ZH/s toccato nell’autunno 2025. La difficoltà di mining, il termostato che regola la rete, è persino calata su base annua per la seconda volta nella storia di Bitcoin.

Perché prezzo e hashrate si muovono in versi opposti? E cosa ci dice davvero questo numero sulla salute e sulla sicurezza di Bitcoin? Questa guida parte dalle basi (che cos’è l’hashrate, come si misura, perché non lo si misura affatto ma lo si stima) per arrivare alle tre forze che stanno ridisegnando la mappa della potenza nel 2026: la migrazione verso l’intelligenza artificiale, la geografia del mining e il costo reale di un attacco al 51%.

Che cos’è l’hashrate e perché è il battito della rete

L’hashrate è la quantità di calcoli di hash che l’intera rete Bitcoin esegue ogni secondo. Ogni macchina che fa mining prende i dati di un blocco candidato, li passa nella funzione crittografica SHA-256 e ottiene una stringa apparentemente casuale; poi cambia un piccolo valore (il nonce) e riprova, miliardi di volte al secondo, finché non trova un risultato inferiore a una soglia stabilita dalla rete. Non esiste scorciatoia: è pura forza bruta, tentativi ripetuti. Questo meccanismo di prova di lavoro è descritto già nel white paper originale di Satoshi Nakamoto, e l’hashrate misura proprio quanti di questi tentativi vengono fatti collettivamente in un secondo.

L’unità di base è l’hash al secondo (H/s), ma i numeri in gioco sono enormi: la rete oggi lavora nell’ordine degli exahash, cioè un miliardo di miliardi di tentativi ogni secondo. Per orientarsi conviene tenere a mente la scala delle unità.

UnitàSimboloValore approssimativoContesto
Hash al secondoH/s1CPU dei primi giorni (2009)
MegahashMH/s1 milioneschede grafiche (2010)
GigahashGH/s1 miliardoprimi ASIC (2013)
TerahashTH/smille miliardiun singolo ASIC oggi
PetahashPH/sun milione di miliardiuna piccola farm
ExahashEH/sun miliardo di miliardiunità della rete nel 2026
ZettahashZH/smille miliardi di miliardisoglia sfiorata nel 2025

Perché conta? Per tre motivi. Il primo è la sicurezza: più hashrate significa che riscrivere la storia della blockchain richiede più energia e più hardware, e quindi più denaro. Il secondo è che l’hashrate è un termometro della salute economica del settore: quando sale, i miner stanno investendo; quando scende, qualcuno sta spegnendo le macchine o dirottandole altrove. Il terzo è che, insieme alla distribuzione tra i pool, offre un’indicazione (imperfetta) di quanto sia decentralizzata la produzione dei blocchi.

Perché l’hashrate si stima e non si misura

Qui arriva il primo punto controintuitivo: nessuno misura davvero l’hashrate. Non esiste un contatore centrale collegato a ogni ASIC del pianeta. Il valore che leggete su qualunque sito è una stima, ricavata all’indietro da due dati osservabili sulla blockchain: la difficoltà corrente e la velocità con cui i blocchi vengono effettivamente trovati.

La formula è semplice: hashrate circa uguale a difficoltà per 2^32 diviso il tempo medio di blocco (in secondi). Il fattore 2^32 (circa 4,29 miliardi) rappresenta il numero medio di tentativi necessari per soddisfare la difficoltà 1, mentre il bersaglio della rete è un blocco ogni 600 secondi. Con la difficoltà attuale di 127,48 T e un intervallo vicino ai dieci minuti, il conto restituisce circa 912 EH/s, un valore coerente con la media a sette giorni riportata dai tracker.

Il problema è che il ritrovamento di un blocco è un processo probabilistico, simile al lancio di dadi: nel breve periodo la fortuna conta. Una serie di blocchi trovati più in fretta del previsto fa schizzare la stima verso l’alto, una serie di blocchi lenti la fa crollare. Ecco perché lo stesso 20 agosto un aggregatore poteva indicare un valore spot di 851 EH/s (in calo del 21% su base trimestrale) mentre un altro, usando la media a trenta giorni, ne mostrava oltre 900. Non è un errore: è rumore statistico. La lezione pratica è diffidare dei numeri puntuali e soprattutto delle affermazioni su presunti record assoluti basate su una singola lettura giornaliera, che spesso sono artefatti dei software di stima e non picchi reali.

Il paradosso di agosto 2026: il prezzo vola, l’hashrate arretra

MetricaValore (20 agosto 2026)Fonte
Prezzo Bitcoincirca 72.000 $ (circa 62.000 €)CoinGecko
Hashrate (spot)circa 851 EH/sCoinWarz
Hashrate (media 7 giorni)circa 920 EH/sHashrate Index
Variazione hashrate 90 giornicirca -21%CoinWarz
Difficoltà127,48 TCoinWarz
Prossimo aggiustamentocirca 22 agosto, quasi piattoCoinWarz
Hashpricecirca 31,89 $/PH al giorno (circa 27 €)Hashrate Index
Picco hashratecirca 1,1 ZH/s (ottobre 2025)CoinShares

Torniamo al paradosso di agosto. Come può il prezzo volare mentre la potenza di calcolo arretra? La risposta sta nei tempi di reazione. Il prezzo si muove in secondi: basta un annuncio, un acquisto istituzionale, uno short squeeze. L’hashrate si muove in trimestri. Aggiungere potenza vuol dire ordinare ASIC (con mesi di attesa), firmare contratti di fornitura elettrica, costruire o affittare capannoni, allacciarsi alla rete. Un rialzo di un giorno non fa comparire macchine dal nulla; semmai, se si consolida, spingerà nuovi investimenti che si vedranno nei mesi successivi.

Storicamente il rapporto tra prezzo e hashrate è stato oggetto di un lungo dibattito. Per anni è circolata la tesi, popolare tra i sostenitori più entusiasti, secondo cui sarebbe l’hashrate a trainare il prezzo: più sicurezza, più fiducia, più valore. I dati raccontano il contrario. È il prezzo a guidare, perché determina i ricavi dei miner e quindi quanta potenza conviene accendere; l’hashrate segue, con un ritardo che dipende dai tempi di consegna dell’hardware e di allacciamento alla rete. Il 2026 ne è la dimostrazione più netta degli ultimi anni: un prezzo in ripresa e una potenza ancora in calo, semplicemente perché la seconda non ha avuto il tempo di rispondere al primo.

C’è un secondo motivo, più specifico del 2026. Buona parte del calo non è dettata dalla disperazione ma da una scelta: molti operatori stanno dirottando megawatt e capitali verso l’intelligenza artificiale, come vedremo. È una ritirata volontaria, profondamente diversa dall’esodo forzato del 2021. Anche per questo la difficoltà, dopo mesi di correzioni, ha registrato un calo su base annua, un evento rarissimo che abbiamo raccontato nel dettaglio nella nostra analisi sul termostato del mining che si raffredda.

Sullo sfondo, il rally di agosto è soprattutto una storia macro: liquidità in dollari, aspettative sulla Fed e un biglietto verde debole. Chi vuole capire perché la valuta americana muove le criptovalute può leggere la nostra guida all’indice del dollaro DXY; sul legame sempre più stretto tra Bitcoin e le borse tradizionali abbiamo invece dedicato un approfondimento alla correlazione tra azioni e crypto.

Hashrate e difficoltà, due facce della stessa moneta

Hashrate e difficoltà sono due facce della stessa moneta, ma è facile confonderle. L’hashrate è la potenza grezza espressa dai miner; la difficoltà è la manopola che il protocollo gira da solo per mantenere un blocco ogni dieci minuti, qualunque sia quella potenza.

Il meccanismo scatta ogni 2.016 blocchi, all’incirca ogni due settimane. Il protocollo confronta il tempo teorico (2.016 blocchi per 10 minuti, cioè 20.160 minuti) con il tempo realmente impiegato e riscala la difficoltà: nuova difficoltà uguale vecchia per 20.160 diviso i minuti effettivi. Se l’hashrate è cresciuto e i blocchi sono arrivati troppo in fretta, la difficoltà sale; se l’hashrate è calato e i blocchi hanno rallentato, la difficoltà scende. Una singola correzione non può superare il fattore quattro in su o un quarto in giù, un limite di sicurezza mai avvicinato nella pratica.

La conseguenza importante è che la difficoltà è uno specchio ritardato dell’hashrate. Il calo della difficoltà nel 2026, il secondo ribasso annuo di sempre secondo CoinDesk, non è la causa ma l’effetto: è il termostato che si adegua, con qualche settimana di ritardo, a una potenza di calcolo già diminuita. Ecco l’andamento delle correzioni del 2026.

DataVariazioneDifficoltà risultante
15 maggio+3,12%136,61 T
29 maggio+1,72%138,96 T
14 giugno-10,09%124,93 T
27 giugno+7,15%133,87 T
11 luglio-5,00%127,17 T
25 luglio-0,74%126,23 T
8 agosto+0,99%127,48 T

Dal record del 2025 al ripiegamento del 2026

Per apprezzare la portata del ripiegamento serve ricordare da dove veniamo. Nel settembre 2025 la media a sette giorni dell’hashrate ha superato per la prima volta la soglia simbolica di 1 ZH/s (mille exahash), e attorno al 20 settembre una lettura giornaliera ha sfiorato 1,09 ZH/s. Il picco vero e proprio, stimato attorno a 1,1 ZH/s (alcune misure lo spingono verso 1,16), è arrivato a fine ottobre 2025, in coincidenza con il massimo storico del prezzo, oltre 126.000 dollari (circa 108.000 euro).

Da lì la parabola ha invertito. La difficoltà ha toccato il suo record, quasi 156 T, a novembre 2025, per poi ripiegare fino a 126,23 T a fine luglio 2026: un calo di circa il 19%, il terzo più profondo dell’era ASIC. Il dato che ha fatto notizia, però, è un altro: la difficoltà è scesa sotto il livello di un anno prima, cosa successa una sola altra volta, nel 2021.

Il primo atto del ripiegamento è stato un inverno da manuale. Dopo il picco di ottobre, tra novembre 2025 e gennaio 2026 l’hashrate ha perso circa il 15%, mentre il prezzo scivolava dai massimi verso i 60.000 dollari; per la prima volta dal novembre 2022 il costo di produzione di un bitcoin è tornato sopra il prezzo di mercato per una fetta consistente dei miner. È la fase che gli analisti chiamano capitolazione: le macchine meno efficienti si spengono, la potenza cala e i modelli storici la leggono come un classico segnale di minimo. Nel 2026, però, quella lettura va presa con le pinze, perché una parte del calo non è resa ma riallocazione verso l’AI.

E qui sta la differenza cruciale. Nel 2021 il crollo fu una frana: la Cina mise al bando il mining e in poche settimane oltre metà della rete sparì, costringendo migliaia di macchine a spegnersi o a traslocare. Nel 2026 non c’è nessun divieto. La potenza se ne va con calma, spinta da margini compressi e da un’alternativa più redditizia. Nessuno ha vietato nulla, stavolta; sono i conti economici a dettare il ritmo.

Hashprice, il ponte tra potenza di calcolo e profitto

Il ponte tra la potenza di calcolo e il portafoglio dei miner si chiama hashprice: è il ricavo giornaliero atteso per unità di hashrate, di solito espresso in dollari per petahash al secondo al giorno. È il numero che un minatore guarda al mattino per decidere se conviene tenere accese le macchine.

A metà agosto 2026 l’hashprice si aggirava sui 31,89 dollari per PH/s al giorno (circa 27 euro), secondo il bollettino di Hashrate Index, che annota senza giri di parole: a 32 dollari per PH al giorno, per molti operatori il prezzo dell’hash è pari o inferiore al punto di pareggio, a seconda del costo dell’energia e del modello di macchina. Il minimo di giugno era sceso a 27,66 dollari, e il report trimestrale di CoinShares lo aveva fotografato su un minimo quinquennale attorno ai 29 dollari.

La differenza la fa l’efficienza. Sempre secondo Hashrate Index, una flotta moderna sotto i 14 J/TH ricava circa 107 dollari per megawattora, mentre le macchine più vecchie (25-38 J/TH) ne ricavano appena 41: a parità di elettricità, il vecchio hardware guadagna meno della metà. Ecco perché, quando l’hashprice scende, sono le macchine obsolete le prime a spegnersi, ed ecco il meccanismo concreto dietro il calo dell’hashrate.

C’è anche un elegante circuito di autoregolazione. L’hashprice dipende da prezzo, commissioni, sussidio e difficoltà. Se la difficoltà sale più in fretta del prezzo, l’hashprice scende e i margini si comprimono; alcuni miner capitolano, l’hashrate cala, alla correzione successiva la difficoltà scende e l’hashprice risale. È il motivo per cui, a lungo andare, un rally di prezzo finisce per riportare su anche l’hashrate: margini migliori, nuove macchine, nuova potenza, con il consueto ritardo di qualche trimestre.

Il rally di agosto è un test in tempo reale di questo circuito. Un prezzo vicino ai 62.000 euro, a parità di difficoltà, spinge meccanicamente l’hashprice verso l’alto e restituisce ossigeno ai margini: le macchine appena sopra il punto di pareggio tornano redditizie, e alcuni operatori potrebbero rimandare lo spegnimento o riaccendere flotte messe in pausa. Se il prezzo tiene, è ragionevole attendersi che nei prossimi mesi la potenza smetta di calare e ricominci a salire, con la difficoltà a seguire. Ma è appunto una questione di mesi, non di ore: ecco perché oggi i due numeri sembrano contraddirsi.

Gli ASIC e la corsa all’efficienza

La storia dell’hashrate è, in fondo, la storia dell’hardware. Nei primi mesi Bitcoin si minava con la CPU di un normale computer; nel 2010 arrivarono le GPU (cento volte più veloci), nel 2011 gli FPGA, e all’inizio del 2013 il primo ASIC, un chip progettato per fare solo SHA-256 e nient’altro. Da allora ogni generazione ha alzato la potenza e, cosa più importante, abbassato il consumo per terahash.

ModelloAnnoPotenzaConsumoEfficienza
Antminer S9201613,5 TH/s1.323 W98 J/TH
Antminer S19202095 TH/s3.250 W34,2 J/TH
Antminer S19 Pro2020110 TH/s3.250 W29,5 J/TH
Antminer S21 XP2024-25270 TH/s3.645 W13,5 J/TH

Il salto è impressionante: dall’Antminer S9 del 2016 all’S21 XP del 2024-25 (i dati tecnici sono sulla documentazione ufficiale di Bitmain) l’efficienza è migliorata di circa sette volte, da 98 a 13,5 joule per terahash. Questo cambia le regole del gioco: le macchine nuove sopravvivono a hashprice che avrebbero mandato in perdita quelle vecchie, e la corsa non è più solo verso l’energia più economica ma verso l’hardware più efficiente. È anche il motivo per cui il calo dell’hashrate del 2026 non ha intaccato la sicurezza quanto ci si aspetterebbe: a uscire per prime sono le macchine meno efficienti, che pesano poco sul totale.

La grande migrazione verso l’AI e l’HPC

Se dovessimo indicare la forza dominante del mining nel 2026, non sarebbe il prezzo di Bitcoin ma l’intelligenza artificiale. I grandi operatori quotati stanno scoprendo che i loro asset più preziosi non sono gli ASIC, ma ciò che li circonda: contratti di energia a lungo termine, capannoni raffreddati, allacciamenti alla rete elettrica. Esattamente ciò che serve anche ai data center per l’AI, che però pagano di più e in modo più stabile.

I numeri li ha messi in fila CoinShares. James Butterfill, responsabile della ricerca della società, ha descritto quello attuale come «uno dei periodi più difficili» per i miner dall’ultimo halving, segnato da prezzi sotto pressione e da una concorrenza crescente sulla rete. Secondo il report ripreso da news.bitcoin.com, i miner quotati hanno annunciato oltre 70 miliardi di dollari di contratti legati ad AI e HPC, e alcune società potrebbero arrivare a fine 2026 con fino al 70% dei ricavi generati dall’intelligenza artificiale anziché dal mining. Nel frattempo, circa il 15-20% delle macchine più datate lavora già in perdita.

I casi concreti non mancano: Hut 8 ha messo sotto contratto centinaia di megawatt di capacità AI per un valore pluriennale nell’ordine delle decine di miliardi, e Core Scientific ha firmato con AMD un accordo per una potenza che può arrivare a 2,5 gigawatt. La logica è sempre la stessa: il megawatt marginale migra dal SHA-256 alle GPU. È lo stesso mondo di calcolo decentralizzato che abbiamo esplorato raccontando come funziona Bittensor e il nodo dei suoi ricavi, dove la domanda di potenza per l’AI incontra le economie a incentivi tipiche delle criptovalute.

Attenzione, però, a non leggere la migrazione come una resa del mining. Finora le due tendenze appaiono più additive che alternative: gli Stati Uniti, per esempio, hanno continuato ad aumentare la propria quota di hashrate anche mentre annunciavano i maggiori contratti AI, segno che i grandi operatori usano l’intelligenza artificiale per diversificare i ricavi e finanziare l’espansione, non per abbandonare il SHA-256. Il mining resta prezioso perché è un carico elettrico flessibile, capace di accendersi e spegnersi in pochi secondi, una qualità che i data center per l’AI, con i loro calcoli continui, non possiedono. Molti operatori immaginano quindi siti ibridi, dove GPU e ASIC convivono e si contendono lo stesso megawatt a seconda di quale, ora per ora, rende di più.

La geografia dell’hashrate

L’hashrate non è un’astrazione: sono macchine fisiche che consumano elettricità in luoghi precisi, e la loro mappa è cambiata parecchio. Secondo l’aggiornamento della heatmap globale di Hashrate Index per il secondo trimestre 2026, la classifica è dominata da pochi paesi.

PaeseQuota stimataNote
Stati Uniticirca 37%Texas e Wyoming, reti deregolamentate
Russiacirca 17%legale a livello nazionale, vietata in 10 regioni
Cinacirca 12%al bando dal 2021, di nuovo terza
Paraguaycirca 4%energia idroelettrica
Emirati Arabi Uniticirca 3%politica industriale sovrana
Omancirca 3%progetto Green Data City
Canadacirca 3%idroelettrico e gas
Etiopiacirca 2,5%diga GERD, tariffe a rischio

Gli Stati Uniti restano di gran lunga i primi, con oltre un terzo della potenza mondiale concentrata soprattutto in Texas e Wyoming, dove le reti deregolamentate e i programmi di demand response permettono ai miner di comprare energia a buon mercato e di spegnersi quando la rete è sotto stress. La Russia è seconda con circa il 17%, in un curioso paradosso: il mining è legale a livello nazionale ma vietato in dieci regioni per ragioni di consumo elettrico. La Cina, ufficialmente al bando dal 2021, è silenziosamente risalita al terzo posto; l’ironia è che le fabbriche cinesi continuano a produrre la maggior parte degli ASIC del mondo, quindi Pechino guadagna come esportatore anche mentre vieta l’uso interno.

I primi tre paesi da soli valgono circa due terzi della rete, una concentrazione che espone l’hashrate a shock geopolitici: nel trimestre, per esempio, l’Iran ha perso circa 7 EH/s a causa di un conflitto regionale. Hashrate Index l’ha definita una perturbazione localizzata e non un rischio sistemico, perché i paesi vicini sono rimasti stabili e la capacità tende a ridistribuirsi più che a sparire. Ma il messaggio resta: la potenza di calcolo di Bitcoin, per quanto colossale, poggia su una manciata di giurisdizioni.

Per un lettore europeo la lezione è duplice. Da un lato l’Europa è quasi assente da questa mappa: i costi energetici elevati e l’incertezza normativa hanno spinto altrove la potenza di calcolo, lasciando al continente il ruolo di consumatore di servizi cripto più che di produttore di sicurezza. Dall’altro, la forte dipendenza da Stati Uniti, Russia e Cina significa che una tensione commerciale, un nuovo dazio sugli ASIC cinesi o una stretta energetica potrebbero ridisegnare la classifica nel giro di pochi trimestri, con effetti a cascata sull’hashrate globale.

Pool e concentrazione: il coefficiente di Nakamoto

C’è poi una seconda dimensione della concentrazione, spesso confusa con la prima: quella dei pool. I singoli miner, sparsi per il mondo, non lavorano isolati; si uniscono in pool che coordinano lo sforzo e distribuiscono i premi in modo regolare. La geografia dice dove sono le macchine, i pool dicono chi ne coordina la potenza.

Secondo il tracker in tempo reale di Hashrate Index, Foundry USA controlla circa un quarto dell’hashrate, seguita da F2Pool e AntPool intorno al 17-18% ciascuna: i primi tre pool insieme superano il 60% della rete. In altre parole, il coefficiente di Nakamoto lato pool è pari a 3, servono cioè appena tre attori per superare la maggioranza dei blocchi. Va detto che i pool non possiedono i bitcoin né le macchine, e i miner possono cambiare pool in qualsiasi momento; il rischio non è il furto ma il coordinamento, per esempio la potenziale censura di transazioni. Proprio per questo protocolli come Stratum V2 restituiscono ai singoli miner il controllo su quali transazioni includere, riducendo il peso decisionale dei pool.

Sicurezza: quanto costa davvero un attacco 51%

Arriviamo alla domanda che rende l’hashrate più di un numero da nerd: quanto costa attaccare Bitcoin? Un attacco al 51% richiede di controllare la maggioranza della potenza di calcolo per riscrivere i blocchi recenti e tentare una doppia spesa. Più alto è l’hashrate, più questo diventa proibitivo.

Il lavoro più citato è quello di Campbell Harvey, professore alla Duke University. Il suo studio dell’ottobre 2025 stimava il costo di un attacco della durata di una settimana in circa 6 miliardi di dollari (hardware per 4,6 miliardi, costruzione dei data center per 1,34, elettricità per 0,13), pari a circa lo 0,26% del valore della rete. A metà 2026 Harvey ha però aggiornato il modello: abbinando l’acquisizione di hashrate a una grande posizione corta sui derivati offshore, l’attaccante guadagnerebbe dal crollo di prezzo che lui stesso provoca, rendendo l’operazione potenzialmente profittevole. Il costo, ha spiegato al portale news.bitcoin.com, è «circa 50 punti base del valore di bitcoin», e la differenza rispetto al passato sono proprio i mercati dei derivati, dove oggi si possono aprire posizioni corte enormi.

Non tutti sono d’accordo. Matt Prusak, presidente di American Bitcoin Corp, ha ribattuto che «la fattibilità economica affossa la tesi dell’attacco al 51%»: accumulare tanto hardware richiederebbe anni, sarebbe visibile, e gli exchange congelerebbero le attività sospette prima che l’attacco vada a segno, come riportato da crypto.news. Il dato di realtà è che Bitcoin non è mai stato attaccato con successo in questo modo, mentre catene proof-of-work più piccole come Bitcoin Gold ed Ethereum Classic sì. Resta il punto: un hashrate più basso abbassa l’asticella assoluta del costo, ed è per questo che il calo del 2026, per quanto volontario, non è un dettaglio irrilevante per la sicurezza.

Vale la pena chiarire cosa un attacco al 51% può e non può fare. Anche controllando la maggioranza dell’hashrate, un aggressore non potrebbe rubare bitcoin dagli indirizzi altrui, né creare monete dal nulla, né cambiare le regole del protocollo: la crittografia a chiave pubblica e le regole di consenso reggono comunque. Ciò che potrebbe fare è riorganizzare gli ultimi blocchi per annullare e rifare una propria transazione (la cosiddetta doppia spesa) oppure censurare selettivamente alcune operazioni. È un danno serio, soprattutto per gli exchange che accreditano i depositi troppo in fretta, ma è ben lontano dalla distruzione totale che la parola attacco evoca nell’immaginario comune.

Il budget di sicurezza e il futuro dopo gli halving

Guardando più in là, l’hashrate è legato a doppio filo a una domanda che accompagnerà Bitcoin per decenni: chi pagherà la sicurezza? I ricavi dei miner hanno due componenti, il sussidio del blocco e le commissioni. Il sussidio si dimezza ogni circa quattro anni: oggi vale 3,125 BTC per blocco (dall’halving dell’aprile 2024) e scenderà a 1,5625 BTC intorno al 2028.

Man mano che il sussidio si assottiglia, le commissioni dovranno crescere per mantenere in valuta il cosiddetto budget di sicurezza, cioè il totale che remunera i miner e quindi sostiene l’hashrate. Il 2026 offre un’anteprima di questa dinamica: quando prezzo e commissioni si ammorbidiscono, l’hashrate si ammorbidisce con loro. La grande incognita è se, nei prossimi cicli, i mercati delle commissioni (dagli Ordinals ai Runes fino alla domanda di regolamento proveniente dai layer 2) sapranno finanziare una sicurezza che non potrà più contare su un sussidio in continua crescita. È qui che il futuro dell’hashrate incrocia il futuro economico dell’intero protocollo.

Hashrate, Consob e MiCA: cosa tocca la regolazione e come seguirlo

Un equivoco frequente, soprattutto in Europa, riguarda la regolazione. Il mining e l’hashrate in sé non sono un servizio finanziario regolamentato. In Italia, la cornice europea MiCA, recepita con il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, affida a Consob la vigilanza sulla condotta di mercato e a Banca d’Italia gli aspetti prudenziali e le stablecoin: entrambe regolano i prestatori di servizi (exchange, custodi) e gli emittenti, non il protocollo proof-of-work né i singoli miner. I derivati su Bitcoin (future, perpetui) ricadono invece sotto la MiFID II, sempre di competenza Consob, e non sotto MiCA. In pratica, chi accende un ASIC non ha bisogno di una licenza di Consob per farlo.

Anche oltreoceano la posizione si è chiarita: nel marzo 2025 la divisione Corporation Finance della SEC statunitense ha stabilito che il mining proof-of-work, in solitaria o in pool, non fa scattare la normativa sui titoli (una posizione che, va sottolineato, non copre lo staking dei sistemi proof-of-stake). È un punto rilevante perché la maggioranza dell’hashrate è statunitense e molti miner sono società quotate.

Infine, come seguire l’hashrate da soli senza cadere nelle trappole delle stime rumorose? Gli strumenti gratuiti non mancano: mempool.space, i grafici di CoinWarz e i bollettini di Hashrate Index. La regola d’oro è leggere sempre più finestre temporali (spot, sette giorni, trenta giorni) invece di fissarsi su un singolo valore, e trattare con scetticismo qualunque titolo che gridi a un nuovo record assoluto basandosi su una lettura di un solo giorno: nove volte su dieci è rumore, non storia.

Domande frequenti

Che cos’è l’hashrate di Bitcoin?

L’hashrate è la potenza di calcolo complessiva che tutti i miner dedicano ogni secondo a Bitcoin, misurata in hash al secondo e oggi nell’ordine degli exahash (miliardi di miliardi di tentativi al secondo). È il numero di calcoli SHA-256 che la rete prova per trovare un blocco valido, e funge da indicatore sia della sicurezza sia della salute economica del mining.

Perché l’hashrate scende se il prezzo di Bitcoin sale?

Perché l’hashrate reagisce con mesi di ritardo: aggiungere potenza richiede ASIC, contratti di energia e strutture, mentre il prezzo si muove in secondi. Inoltre, nel 2026 molti operatori stanno spostando volontariamente megawatt verso l’intelligenza artificiale, più redditizia, quindi la potenza cala anche in presenza di un rally. Se il rialzo di prezzo si consolida, l’hashrate tende a risalire nei trimestri successivi.

Un hashrate più basso rende Bitcoin meno sicuro?

In termini assoluti sì, perché abbassa il costo teorico di un attacco al 51%, ma i margini restano enormi: uno studio della Duke University stima l’operazione intorno agli 8 miliardi di dollari. Inoltre, a spegnersi per prime sono le macchine meno efficienti, che pesano poco sul totale, quindi l’impatto sulla sicurezza è inferiore a quanto suggerisca il calo percentuale.

Qual è la differenza tra hashrate e difficoltà?

L’hashrate è la potenza grezza espressa dai miner; la difficoltà è il parametro che il protocollo aggiusta ogni 2.016 blocchi per mantenere un blocco ogni dieci minuti. La difficoltà è uno specchio ritardato dell’hashrate: quando la potenza cala, alla correzione successiva scende anche la difficoltà.

Come si misura l’hashrate di Bitcoin?

Non si misura direttamente: si stima all’indietro dalla difficoltà e dalla velocità con cui vengono trovati i blocchi, con la formula hashrate circa uguale a difficoltà per 2^32 diviso il tempo di blocco. Poiché il ritrovamento dei blocchi è probabilistico, le stime a breve termine sono rumorose e siti diversi possono mostrare valori diversi nello stesso giorno.

A cura della redazione Bitcoin e mining di HOGE Wire Italia.

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