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● AI x Crypto

Akash 2026: il compute AI è reale, ma AKT cattura valore?

Akash elabora carichi AI reali e oltre 10 miliardi di token al giorno, ma AKT resta il 93% sotto i massimi. Numeri, burn BME e pivot sull'inferenza alla prova dei fatti.

Akash Network vive un paradosso che nel 2026 è diventato il tratto distintivo di quasi tutto il settore delle GPU decentralizzate: la rete elabora carichi di lavoro AI reali, con un throughput di inferenza che secondo il progetto ha superato i 10 miliardi di token al giorno, eppure il token AKT resta prigioniero dei minimi. A inizio settembre 2026 AKT vale circa 0,53 dollari (poco più di 0,45 euro), con una capitalizzazione intorno ai 156 milioni di dollari, cioè oltre il 93% sotto il massimo storico di 8,07 dollari toccato nell’aprile 2021. Il compute gira, la domanda esiste, il prezzo no.

È lo stesso scollamento che abbiamo raccontato per il concorrente più diretto in Render 2026: la rete GPU vola, il token RENDER resta a terra. La domanda vera per chi guarda ad Akash oggi non è più «funziona?», ma «il valore che passa dentro la rete arriva mai al token?». Questa terza puntata dedicata ad Akash sul nostro giornale mette da parte l’entusiasmo del racconto AI e prova a leggere i numeri: quanti provider ci sono davvero, quanto fattura la rete, come funziona il nuovo meccanismo di burn e perché il progetto sta spostando il baricentro dal noleggio grezzo di schede all’inferenza gestita.

Il metro di paragone aiuta a inquadrare la scala. Nel secondo trimestre del 2026 il cloud AI centralizzato CoreWeave ha fatturato 2,6 miliardi di dollari in un solo trimestre, con un portafoglio ordini da 104 miliardi. L’intero comparto delle reti GPU tokenizzate, Akash inclusa, vale una frazione di quel fatturato trimestrale. Non è una condanna, è il contesto dentro cui va letta ogni promessa di «cloud decentralizzato».

Che cos’è Akash e come funziona l’asta inversa

Akash Network è un mercato di cloud computing decentralizzato e senza permessi: mette in contatto chi ha bisogno di potenza di calcolo (i tenant) con chi ha server e schede grafiche inutilizzate (i provider), senza un intermediario centrale che fissa i prezzi. Nato nel 2018 da Overclock Labs, la società fondata da Greg Osuri e Adam Bozanich, il progetto ha lanciato la mainnet nel settembre 2020 offrendo dapprima solo CPU e storage. La svolta verso l’AI è arrivata nell’agosto 2023 con l’aggiornamento Mainnet 6, ribattezzato «Supercloud», che ha aperto il marketplace alle GPU: dalle Nvidia H100 e A100 di fascia datacenter fino alle schede consumer.

Il cuore del sistema è l’asta inversa. Il tenant descrive ciò che gli serve (numero di GPU, memoria, CPU, durata) in un file di configurazione chiamato SDL, lo Stack Definition Language, e lo pubblica sulla rete. I provider rispondono con le loro offerte e, a differenza di un listino fisso, è il mercato a spingere il prezzo verso il basso: chi vuole affittare capacità compete al ribasso. Il tenant, però, non è obbligato a scegliere l’offerta più economica; può selezionare il provider in base a reputazione, posizione geografica o affidabilità. Il deployment viene poi gestito tramite la Akash Console o dashboard di comunità, e il pagamento avviene in AKT o in stablecoin.

Questo modello ha un vantaggio strutturale sul cloud tradizionale: non c’è il margine di un hyperscaler da coprire, e la capacità inutilizzata di data center piccoli o di privati può essere monetizzata. È il motivo per cui Akash pubblicizza prezzi delle GPU molto inferiori a quelli di AWS o Google Cloud. Ma lo stesso modello porta con sé i problemi che i numeri del 2026 hanno reso evidenti: l’offerta è frammentata, la qualità del servizio non è uniforme e convincere provider professionali a restare sulla rete quando i prezzi crollano è tutt’altro che scontato.

I numeri reali: il primo trimestre 2026 secondo Messari

Il ritratto più freddo e credibile dello stato della rete arriva dai report trimestrali indipendenti di Messari. Il rapporto sul primo trimestre 2026 racconta una rete sotto pressione sul lato dell’offerta e dei ricavi. I provider attivi in media sono scesi a 58, in calo rispetto ai 63 del trimestre precedente. La capacità media di GPU disponibili si è contratta del 57,5% su base trimestrale, fermandosi a 334 schede, e l’utilizzo è rimasto al 33,7%: in pratica, circa due terzi delle GPU tracciate risultavano inattive.

Il dettaglio più interessante è la contraddizione tra volumi e ricavi. I nuovi contratti di noleggio (i lease) sono cresciuti del 27,1% su base trimestrale, arrivando a 43.540. Eppure i ricavi da lease sono crollati del 45%, a circa 253.250 dollari nel trimestre (poco più di 218.000 euro). Più contratti, meno soldi: significa che il prezzo medio per lease è sceso in modo marcato, effetto tipico di un mercato in cui l’offerta compete al ribasso e la domanda non basta a riempire la capacità. Sull’intero 2025, sempre secondo Messari, i ricavi da lease erano stati di circa 3,15 milioni di dollari, in crescita del 128% anno su anno; il primo trimestre 2026, annualizzato, punta a una cifra sensibilmente più bassa.

Metrica (Q1 2026)ValoreVariazione trimestrale
Provider attivi (media)58in calo dai 63 precedenti
GPU disponibili (media)334-57,5%
Utilizzo GPU33,7%circa un terzo della capacità
Nuovi lease43.540+27,1%
Ricavi da leasecirca 253.250 $ (circa 218.000 €)-45%
Ricavi da lease 2025 (anno intero)circa 3,15 mln $ (circa 2,7 mln €)+128% anno su anno

Vale la pena precisare cosa misurano questi numeri: sono i ricavi da noleggio on-chain tracciabili sulla blockchain di Akash, non l’intero giro d’affari dei prodotti gestiti che il progetto ha lanciato sopra la rete. È una distinzione che diventa centrale nella sezione successiva, perché è proprio lì che si apre il divario tra il racconto ufficiale e i dati verificabili.

Il «record» da 5 milioni e il divario di trasparenza

Il report trimestrale pubblicato da Akash racconta una storia molto più brillante. Secondo il rapporto Q1 2026 del progetto, la rete ha superato i 5 milioni di dollari di spesa complessiva in compute dal lancio, e il servizio di inferenza AkashML instradava 1,7 miliardi di token al giorno su OpenRouter, un volume che, sostiene Akash, avrebbe superato quello di Cloudflare nel traffico giornaliero di token. È un salto notevole rispetto ai 253.250 dollari di ricavi da lease del trimestre secondo Messari.

La differenza, però, non è necessariamente disonestà: i due numeri misurano cose diverse. I 5 milioni sono una spesa cumulativa dal 2020 su tutti i tipi di calcolo (CPU, storage, GPU e prodotti gestiti), mentre la cifra di Messari è il ricavo da noleggio GPU on-chain di un singolo trimestre. Il problema è che Akash non pubblica una riconciliazione tra i due perimetri, e questo lascia il lettore senza strumenti per capire quale parte del «racconto» si traduca in valore effettivamente registrato sulla catena. Presentare come «record» una soglia cumulativa di lungo periodo, quando i ricavi trimestrali stanno calando, è una scelta di comunicazione che tende a confondere più che a chiarire.

La critica più netta l’ha messa nero su bianco l’analista Zoha Imdad Ali su TECHi, in un pezzo il cui titolo riassume il tema di questo articolo: Akash fa girare compute AI reale, ma AKT non riesce a dimostrare di catturarne il valore. Il punto centrale: il report trimestrale sbandiera il record da 5 milioni e il throughput da 1,7 miliardi di token, ma non pubblica quanti AKT il lato burn abbia effettivamente rimosso dalla circolazione. È un’omissione che pesa, perché è esattamente il dato che servirebbe per capire se il meccanismo di cattura del valore funziona.

BME, il burn che quasi non brucia

Il meccanismo in questione si chiama Burn Mint Equilibrium, o BME, ed è stato attivato il 23 marzo 2026 con l’aggiornamento Mainnet 17 (Proposta 318, approvata con una maggioranza schiacciante). Akash lo descrive come il cambiamento più significativo alla tokenomics di AKT dalla nascita della rete. Sulla carta l’idea è elegante: quando un tenant paga per il calcolo, brucia AKT in cambio di un credito di regolamento ancorato al dollaro; il provider viene poi pagato in AKT di nuovo conio al prezzo del momento del regolamento. Il termine «burn» evoca subito la deflazione, e molti investitori lo leggono così.

La realtà è più sottile. Poiché il sistema brucia token in ingresso e ne conia altri in uscita per pagare i provider, la distruzione netta permanente è vicina a zero. Un effetto deflazionario reale si verifica soltanto se il prezzo di AKT sale tra il momento del burn e quello del regolamento, cosicché servano meno token di nuovo conio per pagare lo stesso importo in dollari. In un mercato piatto o in calo, come è stato quello di AKT nel 2026, il BME non riduce l’offerta in modo significativo: sposta valore, non lo distrugge. È un «burn» che, nella pratica corrente, quasi non brucia.

Il fatto che Akash non pubblichi la cifra della distruzione netta, come nota la critica di TECHi, rende impossibile smentire lo scetticismo. Finché quel numero resta riservato, il mercato è libero di assumere il caso peggiore: che il burn sia soprattutto una narrazione. Per un progetto che chiede agli investitori di credere nel legame tra uso della rete e valore del token, è un silenzio costoso.

La tokenomics di AKT: inflazione, staking e rendimento reale

Oltre al burn, AKT resta un token inflazionario. Una riforma approvata nel marzo 2025 (Proposta 283) ha abbassato il tetto d’inflazione dal 13% all’8% annuo e il pavimento dall’8% al 4%, mentre una proposta gemella ha alzato dal 40% al 50% la quota di nuova emissione destinata al fondo di comunità anziché ai validatori. La conseguenza pratica è che il rendimento nominale dello staking, intorno al 7% annuo, si traduce in un rendimento reale spesso negativo per chi mette in staking: metà dell’emissione non va a chi protegge la rete, e l’inflazione erode il capitale in termini di quota sull’offerta totale.

È un punto che chi valuta AKT come asset da reddito deve tenere presente: lo staking non è denaro gratis, ma un modo per non restare troppo indietro rispetto all’inflazione del token. La tabella seguente riassume i dati chiave, tenendo a mente che i prezzi delle cripto si muovono anche nell’arco di una giornata e vanno sempre verificati alla fonte.

Dato AKTValore (3 settembre 2026)
Prezzocirca 0,53 $ (circa 0,45 €)
Capitalizzazionecirca 156 mln $ (circa 135 mln €)
Posizione di mercato#205
Offerta circolantecirca 297,4 mln AKT
Offerta massimacirca 388,5 mln AKT
Massimo storico8,07 $ (aprile 2021), circa -93%
Tetto d’inflazione8% annuo (Proposta 283)

La risposta di Akash: inferenza gestita e nuova offerta di GPU

Consapevole che il noleggio grezzo di GPU è un mercato spietato e a basso margine, Akash ha spostato energie verso l’alto della catena del valore, dove i ricavi sono più densi. Il prodotto di punta è AkashML, un servizio di inferenza AI gestito costruito sopra la rete decentralizzata. Secondo la documentazione del progetto, AkashML espone i principali modelli open source (dalla famiglia Llama a DeepSeek e Qwen) tramite un’API compatibile con lo standard OpenAI, a un costo che il progetto stima tra il 70% e l’85% inferiore a quello dei fornitori centralizzati. È la mossa che trasforma Akash da «mercato di schede» a «fornitore di inferenza», un business con un rapporto molto più diretto con i ricavi.

La crescita del throughput è la metrica che Akash cita più spesso: dai 1,7 miliardi di token al giorno del primo trimestre si è passati a circa 5 miliardi a maggio e a oltre 10 miliardi all’inizio di luglio 2026, con una serie di massimi consecutivi. Tra gli utenti citati compaiono progetti dell’ecosistema AI-crypto come Venice, ElizaOS, Morpheus e Gensyn. A questo si aggiunge una piattaforma di agenti che promette il deployment con un clic. Resta però la domanda chiave: quanta parte di questo giro di inferenza passa per pagamenti on-chain in AKT e quanta è servizio gestito fatturato altrove? È l’ennesimo punto in cui la trasparenza aiuterebbe la tesi rialzista.

Sul lato dell’offerta, la scommessa si chiama Homenode. L’idea è permettere a chi possiede schede di fascia alta (RTX 4090, RTX 5090, Quadro RTX 6000 Ada) di diventare provider senza dover gestire Kubernetes, la barriera tecnica che finora ha tenuto lontani i piccoli operatori. Se funziona, Homenode può ampliare la base di provider proprio mentre i numeri di Messari mostrano un calo; se non funziona, il rischio è aggiungere capacità consumer poco affidabile in un mercato che già fatica a raggiungere un utilizzo decente. Il tentativo di allargare l’offerta va letto insieme al problema opposto, cioè la difficoltà a riempire la capacità esistente.

L’addio a Cosmos e la shared security

Sullo sfondo di tutto questo c’è la decisione più radicale nella storia recente del progetto, che abbiamo già raccontato in dettaglio: Akash lascia la propria blockchain sovrana basata su Cosmos SDK. L’annuncio, riportato tra gli altri da The Block nell’ottobre 2025, prevede la migrazione verso un modello di sicurezza condivisa (shared security), con una richiesta di proposte aperta a una quindicina di catene candidate, tra cui Solana e Base, mantenendo la compatibilità con lo standard di interoperabilità IBC. L’argomento è l’efficienza del capitale: invece di bloccare enormi quantità di AKT in staking per proteggere una catena propria, Akash vuole pagare la sicurezza a consumo.

La rottura si è inasprita nell’aprile 2026, quando la licenza di un componente critico del Cosmos SDK è passata da Apache-2.0 a una licenza «source available» che ne vieta l’uso commerciale senza un accordo separato. Il fondatore Greg Osuri ha definito la mossa «ostile» su X, sostenendo che la nuova licenza impedirebbe ad Akash di usare quel componente in produzione o di offrirlo come servizio a terzi. La transizione ha come obiettivo la fine del 2026, ma a inizio settembre nessuna catena di destinazione era ancora stata scelta e il futuro dello staking di AKT resta uno dei nodi irrisolti: Osuri dice che si evolverà «in qualcosa di superiore», senza però un progetto tecnico pubblico.

Akash contro Render, io.net e Nosana

Akash non è sola in questo mercato. Il comparto delle reti GPU tokenizzate conta diversi progetti, quasi tutti su Solana, con modelli parzialmente sovrapposti. Render, il rivale storico, è nato per il rendering grafico 3D e si è spostato verso il calcolo AI; secondo CoinGecko il token RENDER vale circa 1,48 dollari (circa 1,27 euro) con una capitalizzazione intorno ai 660 milioni di euro, quattro volte quella di AKT. io.net si presenta come aggregatore di cluster GPU e il token IO capitalizza circa 45 milioni di euro; Nosana, focalizzata sull’inferenza, vale circa 25 milioni di euro. Bittensor, che pure viene spesso citata nello stesso discorso, segue una logica diversa (ricompense per contributi di modelli su sottoreti) e non va confusa con questo gruppo di marketplace di noleggio, come spieghiamo in Bittensor: il mercato dell’intelligenza alla prova del 2026.

ProgettoTokenPrezzoCapitalizzazioneBlockchainModello
Akash NetworkAKTcirca 0,45 €circa 135 mln €Cosmos (in uscita)marketplace ad asta inversa
RenderRENDERcirca 1,27 €circa 660 mln €Solanarendering e calcolo AI
io.netIOcirca 0,11 €circa 45 mln €Solanaaggregatore di cluster GPU
NosanaNOScirca 0,25 €circa 25 mln €Solanainferenza AI

Il quadro d’insieme è chiaro: nessuno di questi token si avvicina lontanamente ai massimi del 2024 o del 2021, e la capitalizzazione dell’intero settore resta modesta rispetto alla scala dei carichi AI di cui tutti parlano. Il denominatore comune, dal caso Render a quello Akash, è che la rete può anche funzionare, ma il token fatica a intercettare quel valore.

Il metro di paragone: CoreWeave e la scala centralizzata

Per capire quanto sia grande la posta in gioco e quanto piccolo sia ancora il decentralizzato, conviene guardare al lato centralizzato. CoreWeave, il cloud specializzato in GPU quotato al Nasdaq, ha chiuso il secondo trimestre 2026 con 2,6 miliardi di dollari di ricavi (circa 2,24 miliardi di euro), in crescita del 112% anno su anno, e un portafoglio ordini arretrato salito a 104 miliardi di dollari, come riportato nella copertura della trimestrale. In un solo trimestre, un singolo operatore centralizzato fattura più di quanto l’intero comparto delle reti GPU tokenizzate riesca a generare in anni.

Una stima di settore di Yellow colloca i ricavi annualizzati combinati delle principali reti GPU crypto tra i 180 e i 220 milioni di dollari nel 2026, una cifra che CoreWeave da sola supera abbondantemente in un trimestre. La stessa analisi ricorda però dove il decentralizzato è competitivo: sui prezzi. Un cluster di GPU A100 su io.net può costare tra i 12 e i 28 dollari l’ora, contro i circa 32,77 dollari l’ora di un’istanza equivalente su AWS; per le H100 il divario è simile, con Akash spesso sotto i 2 dollari l’ora contro i 4-7 dollari o più delle tariffe on-demand dei grandi cloud. Il risparmio è reale, ma va confrontato con l’assenza di garanzie di servizio, con la disponibilità intermittente e con l’impossibilità di fare affidamento su un unico fornitore per carichi mission-critical. La domanda di calcolo AI è enorme, come ripetono gli amministratori delegati dei fornitori centralizzati, per i quali il vincolo non è più se le aziende vogliano usare le GPU, ma quanto in fretta si riesca a consegnare capacità affidabile; la scommessa di Akash è che una fetta di quella domanda accetti di scambiare affidabilità con prezzo.

Noleggiare non è dimostrare: il buco della verifica

C’è un limite strutturale che raramente entra nel racconto di marketing e che invece è decisivo per chi vuole costruire applicazioni davvero senza fiducia. Akash affitta GPU, ma non dimostra crittograficamente che il calcolo sia stato eseguito in modo corretto e onesto. Se un provider malevolo restituisce un risultato sbagliato, o esegue un modello diverso da quello richiesto, la rete non ha un modo nativo per accorgersene. Per un rendering grafico o per un job di addestramento in cui il committente controlla comunque l’output, il problema è gestibile; per un’inferenza AI da inserire dentro uno smart contract, dove la correttezza va garantita a chi non si fida di nessuno, il noleggio puro non basta.

Qui si colloca la differenza con l’universo della cosiddetta inferenza verificabile. Approcci come lo zkML (prove a conoscenza zero applicate al machine learning), gli ambienti di esecuzione fidati (TEE) e l’optimistic ML puntano proprio a produrre una prova, o almeno una finestra di contestazione, sulla correttezza del calcolo. È il terreno su cui lavorano progetti come Ritual, che abbiamo analizzato in Ritual: come funziona l’inferenza AI verificabile on-chain. Akash oggi non offre questa garanzia in modo nativo, e sebbene la roadmap 2026 menzioni il confidential computing, a inizio settembre non risultava una funzione di verifica generalizzata già operativa. È un buco che conta, perché il mercato più promettente per l’AI on-chain è esattamente quello che richiede verificabilità, non solo capacità a basso costo.

Consob, Banca d’Italia e il quadro MiCA

Per un lettore italiano la domanda pratica è come si collochi AKT nel quadro regolamentare. La risposta breve: ai margini. AKT si comporta come un token di utilità infrastrutturale, usato per pagare il calcolo e per proteggere la rete, e non rientra nel nucleo di MiCA, il regolamento europeo che disciplina soprattutto gli emittenti di token ancorati a valute (le stablecoin, cioè ART ed EMT) e i fornitori di servizi sulle cripto-attività, i CASP. In Italia il decreto di attuazione è il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, che divide i compiti: la Consob vigila su condotta di mercato e trasparenza e autorizza i CASP, mentre la Banca d’Italia si occupa dei profili prudenziali e degli emittenti di stablecoin. Il protocollo Akash in sé non è l’oggetto della vigilanza; lo sono gli intermediari attraverso cui un residente italiano compra, custodisce o scambia AKT.

Sul piano fiscale, le plusvalenze da cripto-attività realizzate da persone fisiche vanno dichiarate e tassate secondo le regole in vigore, e le ricompense da staking costituiscono anch’esse reddito imponibile nel momento in cui maturano o vengono percepite, con un successivo calcolo della plusvalenza al momento della vendita. Chi mette AKT in staking per inseguire il rendimento nominale del 7% deve quindi mettere in conto una doppia rilevazione fiscale, un tema che abbiamo trattato più in generale in Crypto tax: perché le stablecoin in euro pagano solo il 26%. La combinazione tra rendimento reale spesso negativo e tassazione rende lo staking di AKT un’operazione da valutare con attenzione, non un flusso di reddito automatico.

Prospettive per il quarto trimestre 2026

Cosa guardare da qui a fine anno? Tre eventi possono cambiare la traiettoria. Il primo è la scelta della catena di destinazione per la shared security: se Akash annuncerà un partner credibile, con un progetto chiaro su cosa ne sarà dello staking di AKT, il mercato avrà finalmente un dato concreto da prezzare. Il secondo è il prossimo report indipendente di Messari: un ritorno alla crescita dei provider e dei ricavi confermerebbe che il pivot sull’inferenza sta funzionando; un ulteriore calo darebbe ragione agli scettici. Il terzo è la trasparenza sul burn: se Akash iniziasse a pubblicare la distruzione netta di AKT prodotta dal BME, la tesi sulla cattura del valore diventerebbe verificabile invece che dichiarata.

Sopra tutto pesa il contesto macro. Con un dollaro forte e condizioni finanziarie restrittive, come abbiamo descritto in DXY oltre 99: Warsh riaccende il dollaro e gela le crypto, gli asset a piccola capitalizzazione e ad alto rischio come AKT restano sotto pressione a prescindere dai fondamentali del progetto. La tesi rialzista su Akash non è irragionevole: la rete fa girare calcolo AI reale, sta salendo lungo la catena del valore con l’inferenza gestita e i suoi prezzi sono genuinamente competitivi. Ma finché il valore che attraversa la rete non si tradurrà in modo misurabile in valore per il token, AKT resterà l’esempio da manuale di un’infrastruttura che funziona meglio del suo asset. Il compute è reale; la cattura del valore, per ora, è ancora una promessa.

Domande frequenti

Che cos’è Akash Network in parole semplici?

Akash è un mercato decentralizzato di potenza di calcolo: mette in contatto chi ha GPU e server inutilizzati con chi ha bisogno di calcolo per l’AI o per altri carichi, usando un’asta inversa in cui i provider competono al ribasso. Il pagamento avviene nel token AKT o in stablecoin, senza un intermediario centrale che fissa i prezzi.

Perché il prezzo di AKT è così basso se la rete viene usata?

Perché uso della rete e valore del token sono due dinamiche diverse. Il calcolo che passa dentro Akash genera ricavi in gran parte per i provider, mentre il meccanismo che dovrebbe trasferire valore ad AKT, il burn BME, rimuove pochissimi token in modo permanente. A inizio settembre 2026 AKT resta oltre il 93% sotto il massimo storico del 2021.

Il burn di AKT (BME) rende il token deflazionario?

Non nel senso comune. Con il Burn Mint Equilibrium il tenant brucia AKT per ottenere un credito ancorato al dollaro, e il provider viene poi pagato in AKT di nuovo conio. La distruzione netta è vicina a zero, a meno che il prezzo di AKT non salga tra il momento del burn e quello del pagamento; inoltre Akash non pubblica quanti token vengano effettivamente rimossi.

Akash è davvero più economico di AWS o Google Cloud?

Sui prezzi orari delle GPU sì, spesso in misura sensibile: le schede sulle reti decentralizzate costano una frazione delle tariffe on-demand degli hyperscaler. Il risparmio però va confrontato con affidabilità, disponibilità e assenza di garanzie di servizio, e con il fatto che la scala complessiva del settore decentralizzato resta minuscola rispetto a un operatore come CoreWeave.

AKT è regolamentato in Italia sotto MiCA?

AKT si comporta come un token di utilità infrastrutturale e resta ai margini del nucleo di MiCA, che disciplina soprattutto gli emittenti di stablecoin e i fornitori di servizi (CASP). In Italia la vigilanza è divisa tra Consob, per la condotta di mercato, e Banca d’Italia, per i profili prudenziali; le plusvalenze su cripto e le ricompense da staking vanno dichiarate e tassate, quindi chi detiene o mette in staking AKT deve tenerne conto.

Di Marcus Okafor, redazione HOGE Wire

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