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● Macro & TradFi

UniCredit e le cripto: vendere Bitcoin senza comprarlo

Mentre Intesa Sanpaolo compra Bitcoin, UniCredit sceglie i certificati: espone i clienti alle cripto senza mettere un satoshi in bilancio. Ecco perché, e cosa cambia per chi investe.

A gennaio 2025 Intesa Sanpaolo ha comprato 11 Bitcoin per conto proprio, diventando la prima grande banca italiana a mettere criptovaluta nel proprio bilancio (CoinDesk). UniCredit ha scelto la strada opposta, e quella scelta racconta molto di come le banche europee affrontano davvero le cripto nel 2026: non un satoshi nel proprio bilancio, ma un flusso crescente di prodotti che vendono ai clienti l’esposizione a Bitcoin ed Ethereum. L’ultimo, un certificato collocato a maggio 2026, è arrivato quasi in sordina.

La differenza tra le due maggiori banche italiane non è una questione di coraggio o di gusto. È una questione di strategia e, soprattutto, di capitale. UniCredit ha deciso di monetizzare la domanda di cripto senza assumerne il rischio: impacchetta l’esposizione dentro un certificato, incassa le commissioni e lascia al cliente la scommessa direzionale. È il modello dell’intermediario, non del proprietario. Dietro questa scelta c’è una regola scritta a Basilea che spiega perché quasi tutte le banche del continente stanno facendo lo stesso.

Con Bitcoin che continua a muoversi poco sotto i 70.000 euro dopo settimane di oscillazioni legate ai dati macro americani, vale la pena capire come una banca vigilata direttamente dalla BCE come UniCredit stia costruendo la propria politica sulle cripto, prodotto dopo prodotto. Perché il modo in cui la seconda banca del Paese si posiziona oggi anticipa quello che, domani, troverà chiunque abbia un conto corrente.

Due banche, due filosofie opposte

Intesa Sanpaolo e UniCredit sono i due poli del sistema bancario italiano, entrambe classificate come istituzioni significative sotto la vigilanza diretta della Banca centrale europea. Sulle cripto, però, hanno imboccato direzioni quasi speculari. Intesa ha comprato Bitcoin per il proprio conto, ha aperto un desk dedicato agli asset digitali e ha affidato la custodia a un fornitore specializzato. È il modello del proprietario: la banca mette una piccola quota del proprio capitale sul valore dell’asset e ne assume il rischio.

UniCredit no. Non risulta che il gruppo detenga Bitcoin in proprio. La sua politica sulle cripto passa quasi interamente per i certificati: strumenti finanziari che replicano o rielaborano l’andamento delle criptovalute e che vengono venduti alla clientela professionale. La banca guadagna sulle commissioni e sullo spread, copre la propria posizione e resta fuori dal rischio direzionale. È il modello dell’intermediario: la banca non scommette sull’asset, vende l’accesso all’asset.

Nessuno dei due approcci è sbagliato in assoluto. Sono due modi diversi di ottimizzare la stessa equazione tra domanda dei clienti, rischio di bilancio e assorbimento di capitale. Ma capire perché una banca grande come UniCredit preferisca vendere il badile invece di scavare aiuta a leggere l’intera politica bancaria sulle cripto in Europa, dove le stesse regole spingono quasi tutti nella medesima direzione.

Il certificato di maggio 2026: cosa ha collocato davvero UniCredit

Il prodotto più recente è un certificato tematico open-end a gestione attiva su Bitcoin ed Ethereum, collocato tra il 15 maggio e il 15 giugno 2026 e negoziabile sul mercato secondario dal 16 giugno (ANSA). Non è un prodotto per il grande pubblico: la soglia minima di ingresso è di 100.000 euro ed è riservato ai clienti professionali di UniCredit in Italia e in Germania, collocato attraverso la piattaforma di prodotti d’investimento onemarkets (Criptovaluta.it).

La parte interessante è la strategia. Non è un certificato che segue passivamente il prezzo delle due criptovalute: adotta un approccio non direzionale, pensato per una volatilità contenuta e per sfruttare le dislocazioni del mercato piuttosto che scommettere sul rialzo. I modelli quantitativi e sistematici sono forniti da Banor Labs, il ramo digitale della società di gestione Banor. In pratica il cliente non compra Bitcoin, compra una strategia gestita sul mondo delle cripto, con l’obiettivo dichiarato di rendimenti meno correlati all’andamento del settore.

È un modo molto bancario di vendere cripto: impacchettato, governato, con il controllo del rischio incorporato. Come ha spiegato Chicco di Stasi, responsabile Group Investment Product Solutions e delle attività di Equity & Credit Sales and Trading di UniCredit, «le soluzioni onemarkets rispondono in modo puntuale alle esigenze di tutta la nostra clientela, dagli investitori retail a quelli più professionali». Alvise Saccomanni, managing director di Banor Labs, ha aggiunto che «la scelta di Unicredit di avvalersi della nostra tecnologia proprietaria conferma la capacità di Banor di innovare». Due frasi che dicono la stessa cosa: la cripto qui è materia prima per un prodotto finanziario tradizionale, non un asset che la banca vuole possedere.

Il precedente del 2025: il certificato agganciato a IBIT

Il certificato di maggio 2026 non è nato dal nulla. Un anno prima, tra il 1 e il 28 luglio 2025, UniCredit aveva collocato un primo certificato in dollari legato a Bitcoin, riservato anch’esso ai clienti professionali italiani (SpazioCrypto). Il sottostante era iShares Bitcoin Trust (IBIT) di BlackRock, uno dei maggiori ETF spot su Bitcoin al mondo, il che permetteva alla banca di ancorare il prodotto a uno degli strumenti più liquidi e consolidati del settore.

La struttura era classica e conservativa: durata cinque anni, protezione del capitale al 100% a scadenza, tetto ai guadagni all’85% della performance dell’ETF e soglia minima di 25.000 dollari. Il messaggio al cliente era chiaro: puoi partecipare al rialzo di Bitcoin senza rischiare il capitale iniziale, in cambio rinunci a una parte del guadagno e non tocchi mai una chiave privata. Nessun wallet, nessuna custodia da gestire, nessun rischio di perdere l’accesso ai fondi.

Confrontare i due prodotti mostra un’evoluzione coerente. Il certificato del 2025 era direzionale ma protetto, adatto a chi voleva esporsi al prezzo di Bitcoin con una rete di sicurezza. Quello del 2026 è open-end e non direzionale, adatto a chi vuole rendimento dal settore cripto senza subirne la volatilità. Cambiano struttura e obiettivo, ma la logica di fondo resta identica: UniCredit vende l’accesso, non l’asset.

CaratteristicaCertificato IBIT (luglio 2025)Certificato BTC/ETH (maggio 2026)
SottostanteETF spot IBIT di BlackRockBitcoin ed Ethereum (strategia gestita)
StrutturaCertificato a capitale protetto, 5 anniCertificato open-end, senza scadenza
StrategiaDirezionale (segue l’ETF)Non direzionale, gestione attiva (Banor Labs)
Protezione del capitale100% a scadenzaNessuna protezione esplicita, obiettivo bassa volatilità
Tetto ai guadagni85% della performance dell’ETFNessun tetto predefinito
Soglia minima25.000 dollari100.000 euro
ClientelaProfessionali, ItaliaProfessionali, Italia e Germania
ValutaDollaro USAEuro

Perché una banca vende l’accesso invece di comprare l’asset

La logica economica è semplice. Comprare Bitcoin spot significa mettere l’asset nel proprio bilancio, con tutta la sua volatilità che finisce nel conto economico e nel capitale della banca. Vendere un certificato significa incassare commissioni e margini, coprire la propria esposizione con strumenti di mercato e lasciare la scommessa direzionale al cliente. La banca diventa un casello autostradale sull’esposizione alle cripto: guadagna a ogni passaggio, senza mai possedere la strada.

Questa scelta risponde a una domanda reale. La richiesta di esposizione agli asset digitali è cresciuta molto tra investitori professionali, family office e operatori istituzionali, ma insieme è cresciuta la domanda di strumenti regolamentati che permettano di investire mantenendo alti standard di controllo del rischio e di governance. Il certificato è esattamente questo: un involucro familiare per un contenuto nuovo.

La spinta viene confermata anche da chi vende infrastruttura alle banche. Julian Sawyer, amministratore delegato di Zodia Custody, ha dichiarato a CoinDesk che «every single bank will soon need to hold digital assets», cioè che ogni singola banca dovrà presto detenere asset digitali (CoinDesk). UniCredit condivide la premessa sulla domanda, ma dà una risposta diversa dalla detenzione diretta: servire quella domanda impacchettandola, non accumulando cripto.

La regola che spiega tutto: Basilea e il peso del 1.250%

Il vero motivo per cui le banche europee non comprano Bitcoin ha un nome tecnico: standard prudenziale SCO60 del Comitato di Basilea, in vigore dal 1 gennaio 2026. Le regole dividono le cripto in gruppi: il gruppo 1 comprende asset tokenizzati e stablecoin che superano test rigorosi, il gruppo 2 tutto il resto. Le criptovalute non garantite come Bitcoin ed Ethereum finiscono nel gruppo 2b, il più penalizzato (Bank for International Settlements).

Al gruppo 2b si applica un fattore di ponderazione del rischio del 1.250%. In pratica ogni euro di Bitcoin detenuto direttamente obbliga la banca ad accantonare circa un euro di capitale di prima qualità, come se quell’asset potesse azzerarsi da un momento all’altro. Lo stesso euro di capitale potrebbe invece sostenere una dozzina di euro di mutui o prestiti. A questo si aggiunge un tetto complessivo alle esposizioni del gruppo 2, pari all’1% del capitale primario e comunque non oltre il 2%.

Il risultato è che detenere Bitcoin spot è, per una banca, proibitivamente costoso in termini di capitale. Non è un divieto, è una tassa implicita così alta da rendere l’operazione antieconomica. Ecco perché Intesa mantiene la propria esposizione diretta piccola e perché UniCredit la evita del tutto, preferendo strade che non fanno scattare quel peso. Nell’Unione europea lo standard è recepito attraverso il regolamento CRR3 con un regime transitorio, in attesa di una revisione mirata che a inizio settembre 2026 non è ancora stata pubblicata.

Certificato, non cripto: perché l’involucro cambia le regole

Qui sta l’eleganza della scelta di UniCredit. Un certificato è uno strumento finanziario ai sensi della direttiva MiFID II, cioè un titolo strutturato, non una cripto-attività ai sensi del regolamento MiCA. Vive dentro il perimetro ordinario dei prodotti di mercato della banca, quello di derivati e certificati che gli intermediari trattano da decenni. La banca copre la propria esposizione e gestisce il rischio residuo; non tiene in bilancio Bitcoin spot non coperto e quindi non subisce il peso grezzo del 1.250% nel modo in cui lo subirebbe una detenzione diretta.

Per il cliente il vantaggio è altrettanto concreto. L’esposizione arriva dentro un involucro regolamentato e familiare: la custodia del sottostante è gestita dalla struttura del prodotto, non dal risparmiatore, che non deve aprire un wallet, proteggere una chiave privata o preoccuparsi di un exchange. Per il denaro professionale e avverso al rischio operativo, questo è spesso il punto che conta di più.

C’è un ulteriore livello. Poiché un certificato è uno strumento MiFID II e non un servizio su cripto-attività, per collocarlo UniCredit non ha bisogno nemmeno del percorso autorizzativo previsto da MiCA per gli operatori cripto. L’involucro aggira due regimi in un colpo solo: alleggerisce il trattamento di capitale e resta fuori dall’ambito di applicazione delle regole cripto specifiche. Non è un caso, è progettazione.

Le quattro strade delle banche verso le cripto

La regola del capitale, incrociata con MiCA, spinge le banche verso quattro modelli operativi ben distinti. La scelta tra questi definisce l’intera politica cripto di un istituto, e UniCredit si colloca chiaramente in uno solo di essi.

ModelloCosa fa la bancaCripto in bilancioTrattamento di capitaleEsempio
Intermediazione (ETP e certificati)Vende l’accesso tramite strumenti finanziari e copre il rischioNo, esposizione copertaLeggero: rischi di mercato e di controparte gestitiUniCredit
Custodia in conto terziTiene le chiavi per conto del clienteNo, asset fuori bilancioSolo capitale per rischio operativoBanca Sella, BNY
Emissione di moneta on-chainMette la propria moneta su blockchain (stablecoin o depositi tokenizzati)Sì, ma come deposito o e-moneyRegime bancario o e-money, non il 1.250%JPMorgan (JPMD), consorzi bancari
Detenzione proprietaria (spot)Compra e detiene cripto per conto proprioSì, esposizione direttaPesante: 1.250% (Basilea, gruppo 2b)Intesa Sanpaolo (in misura contenuta)

UniCredit è un caso quasi puro di primo modello. Intesa combina il quarto (detenzione proprietaria) con il secondo (custodia per la clientela). Banca Sella ha scelto la custodia. I grandi gruppi internazionali come JPMorgan lavorano sul terzo, quello della moneta on-chain. La stessa domanda, quattro risposte, ciascuna con un profilo di capitale diverso.

MiCA e la scorciatoia riservata alle banche

Se una banca vuole comunque offrire servizi su cripto-attività veri e propri, MiCA le riserva una corsia preferenziale. L’articolo 60 stabilisce che gli enti creditizi già autorizzati possono fornire servizi su cripto-attività dopo una semplice notifica all’autorità competente, senza dover ottenere una licenza CASP separata come devono fare gli exchange (ESMA). Solo per i servizi che vanno oltre l’equivalenza dell’articolo 60 serve l’autorizzazione piena prevista dall’articolo 62.

In Italia la vigilanza è ripartita, secondo il decreto legislativo 129/2024, tra Consob, competente per la trasparenza e la tutela degli investitori, e Banca d’Italia, competente per gli aspetti prudenziali e per stablecoin e token di moneta elettronica. La banca che vuole custodire cripto per i clienti passa da questo percorso: Banca Sella è stata la prima banca italiana ad ottenere il via libera della Banca d’Italia per i servizi cripto sotto MiCA, con la custodia per clientela corporate e istituzionale (CoinDesk). Il quadro italiano dei soggetti abilitati è ancora ristretto: a fine transitorio i nomi autorizzati in Italia si contano sulle dita di due mani.

Il punto è che UniCredit, con la sua strategia dei certificati, non ha bisogno nemmeno di questa scorciatoia. Un certificato non è un servizio su cripto-attività, quindi la notifica dell’articolo 60 non serve. La banca sta vendendo cripto ai clienti restando interamente dentro il diritto dei mercati finanziari tradizionale.

UniCredit contro Intesa: due libri, due rischi

Il contrasto con Intesa Sanpaolo è il modo migliore per vedere la strategia di UniCredit in azione. Intesa ha comprato 11 Bitcoin nel gennaio 2025 e ha costruito un vero libro cripto, visibile perché in gran parte composto da ETF ed equity quotati negli Stati Uniti e quindi dichiarato nei filing regolamentari americani. Nel primo trimestre 2026 quel portafoglio valeva circa 235 milioni di dollari, poi fortemente ridimensionato nel trimestre successivo (The Cryptonomist). Per la custodia dei propri asset digitali, Intesa si appoggia a Ripple Custody.

UniCredit, per quanto è pubblicamente noto, non detiene Bitcoin in proprio e non offre custodia diretta di cripto. La sua esposizione al settore è tutta nei certificati collocati alla clientela, con il rischio coperto. Sono due libri diversi con due rischi diversi: Intesa scommette una quota contenuta del proprio capitale sul valore dell’asset e ne accetta la volatilità; UniCredit vende l’accesso e tiene il proprio bilancio pulito. Entrambe, in modi diversi, evitano di pagare per intero il peso del 1.250%: Intesa mantenendo l’esposizione piccola e per lo più in ETF ed equity, UniCredit usando gli involucri.

DimensioneUniCreditIntesa Sanpaolo
ApproccioIntermediario: vende l’accessoProprietario: detiene l’asset
Bitcoin in proprioNoSì (11 BTC dal gennaio 2025)
Libro criptoCertificati (IBIT 2025, BTC/ETH 2026)Circa 235 milioni di dollari via ETF ed equity USA, poi ridotto
Custodia direttaNoSì (Ripple Custody)
Visibilità dell’esposizioneProdotti collocati alla clientelaPortafoglio dichiarato nei filing USA
Rischio di bilancioCoperto, capitale leggeroDiretto ma contenuto

Il fronte americano: il GENIUS Act e la corsa opposta

La cautela europea si capisce meglio guardando cosa succede dall’altra parte dell’Atlantico. Negli Stati Uniti il GENIUS Act, firmato il 18 luglio 2025, ha creato il primo quadro federale per le stablecoin di pagamento, con riserva integrale, rendicontazione mensile e divieto di corrispondere interessi ai detentori (ABA Banking Journal). Nello stesso periodo Federal Reserve, OCC e FDIC hanno ritirato le linee guida che scoraggiavano le banche dall’occuparsi di cripto, e la SEC ha sostituito la vecchia contabilità punitiva sulla custodia. SEC e CFTC hanno poi chiarito, con un’interpretazione congiunta, che asset come Bitcoin, Ether, Solana e XRP sono commodity digitali e non titoli.

Il risultato è un ambiente in cui le banche americane corrono verso stablecoin e custodia, mentre l’Europa mantiene il freno prudenziale di Basilea e costruisce infrastrutture pubbliche. Non è solo una differenza di ritmo, è una differenza di filosofia: gli Stati Uniti scommettono sulle stablecoin private, l’Unione europea sulla moneta pubblica. Chi segue il tema conosce anche il rovescio della medaglia americana, cioè il vuoto lasciato dal ritiro della SEC sul fronte enforcement.

Per una banca paneuropea come UniCredit, questa divergenza è un vincolo e un’opportunità insieme. Il vincolo è il capitale, che resta caro. L’opportunità è che la domanda dei clienti c’è comunque, e i certificati permettono di intercettarla senza aspettare che le regole di capitale europee si allentino.

L’altra metà della partita: euro digitale e depositi tokenizzati

Evitare Bitcoin spot non significa evitare la blockchain. Sul fronte della moneta, le banche europee giocano una partita opposta e molto più ambiziosa: temono che le stablecoin drenino i depositi e rispondono con i depositi tokenizzati, cioè la propria moneta commerciale messa su registro distribuito ma che resta un deposito a tutti gli effetti. Sullo sfondo c’è l’euro digitale, che le banche allo stesso tempo temono, per il rischio di disintermediazione, e desiderano, come scudo pubblico contro le stablecoin in dollari.

UniCredit è tutt’altro che assente da questo mondo. Il gruppo ha strutturato un mini-bond digitale da circa 5 milioni di euro, sottoscritto da Cassa Depositi e Prestiti con garanzia SACE e regolato in moneta di banca centrale attraverso la soluzione TIPS Hash Link della Banca d’Italia (SpazioCrypto). È la prova che la banca abbraccia i binari della finanza tokenizzata e del regolamento all’ingrosso in moneta pubblica, mentre resta ferma sulla porta della detenzione di cripto. La stessa infrastruttura è al centro del progetto Pontes, il ponte che porta la moneta di banca centrale on-chain per il regolamento interbancario.

Il principio guida di questa strategia lo ha ribadito Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia: la tecnologia non può sostituire la banca centrale nella creazione della moneta, e la moneta di banca centrale deve restare lo strumento ultimo di regolamento (Banca d’Italia). È la cornice dentro cui le banche italiane, UniCredit compresa, muovono i propri passi sulla tokenizzazione: innovare sul regolamento, non sull’asset speculativo.

Cosa cambia per il risparmiatore italiano

Il primo dato da mettere a fuoco è che questi prodotti non sono per tutti. Il certificato del 2026 chiede 100.000 euro, quello del 2025 ne chiedeva 25.000 di dollari, ed entrambi sono riservati alla clientela professionale. Il risparmiatore comune, con qualche migliaio di euro da investire, non può comprarli. È denaro da family office e da investitori qualificati, non da conto corrente medio.

Cosa può fare allora chi ha meno capitale e vuole esposizione alle cripto attraverso canali regolamentati? Le strade sono essenzialmente due: gli ETP e gli ETF sul settore, acquistabili tramite un intermediario, e, in prospettiva, i servizi di custodia retail che banche come Banca Sella hanno annunciato. In tutti i casi conviene distinguere due cose che sembrano simili ma non lo sono: un certificato non è un deposito. Non è coperto dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi fino a 100.000 euro; è uno strumento finanziario soggetto al rischio dell’emittente. Se la banca emittente fallisse, il possessore del certificato sarebbe un creditore, non un depositante protetto.

Vale la pena tenere a mente anche i costi e la fiscalità. I certificati incorporano commissioni non sempre trasparenti, e strutture come il tetto all’85% del prodotto 2025 significano rinunciare a una fetta del rialzo in cambio della protezione. Sul piano fiscale il trattamento di un certificato differisce da quello della detenzione diretta di cripto, e conviene verificarlo con un consulente prima di firmare. La logica di fondo, in ogni caso, è la stessa che vale per le stablecoin e per ogni prodotto che promette accesso semplice a un asset volatile: prima di guardare al rendimento, conviene capire chi ti tutela se qualcosa va storto.

I rischi e i nodi ancora aperti

La strategia dei certificati non è priva di zone d’ombra. Il rischio dell’emittente è il più importante: senza garanzia sui depositi, chi compra è esposto alla solidità della banca. Poi c’è la liquidità del mercato secondario, che per prodotti di nicchia può essere sottile, e la trasparenza dei costi, spesso incorporati nella struttura e difficili da isolare. Una strategia non direzionale, inoltre, può restare indietro rispetto a un semplice acquisto di Bitcoin in una fase di forte rialzo: il controllo del rischio si paga con la rinuncia a parte del guadagno.

C’è anche un rischio di sistema. Le banche che intermediano o custodiscono cripto si appoggiano a un numero ristretto di fornitori tecnologici, dai custodi ai gestori di modelli quantitativi, e questa concentrazione è un tema che la regolamentazione europea sulla resilienza operativa sta appena iniziando ad affrontare. Sullo sfondo resta la divergenza normativa: mentre gli Stati Uniti corrono, la revisione mirata delle regole di Basilea in Europa continua a slittare, lasciando le banche in un limbo prudenziale.

Il quadro più ampio è quasi filosofico. Con i certificati, le banche riescono a incassare sulla domanda di cripto togliendo dall’equazione proprio ciò che rendeva le criptovalute diverse: l’autocustodia, l’assenza di intermediari, la decentralizzazione. È cripto senza cripto. Per l’investitore prudente è una comodità; per chi era attratto dalle promesse originarie di Bitcoin, è la dimostrazione di quanto rapidamente la finanza tradizionale sappia assorbire ciò che nasce per aggirarla. UniCredit, in questo, non è un’eccezione: è il manuale.

Domande frequenti

UniCredit possiede Bitcoin?

Per quanto è pubblicamente noto, no. A differenza di Intesa Sanpaolo, che ha comprato 11 Bitcoin nel gennaio 2025, UniCredit non risulta detenere criptovalute per conto proprio. Offre invece esposizione alle cripto ai clienti attraverso certificati, strumenti finanziari che la banca colloca coprendo il proprio rischio.

Chi può comprare i certificati cripto di UniCredit?

Sono riservati alla clientela professionale. Il certificato su Bitcoin ed Ethereum del 2026 ha una soglia minima di 100.000 euro ed è disponibile in Italia e Germania; quello legato a IBIT del 2025 chiedeva 25.000 dollari ed era riservato ai professionali italiani. Non sono prodotti pensati per il risparmiatore retail.

Perché le banche europee non comprano direttamente Bitcoin?

Per la regola prudenziale di Basilea SCO60, in vigore dal 2026: le cripto non garantite come Bitcoin rientrano nel gruppo 2b e richiedono un fattore di ponderazione del 1.250%, cioè circa un euro di capitale per ogni euro detenuto. Detenere Bitcoin spot diventa così antieconomico, e le banche preferiscono intermediazione e custodia.

Un certificato cripto è garantito come un deposito bancario?

No. Un certificato è uno strumento finanziario, non un deposito, e non è coperto dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi fino a 100.000 euro. Chi lo acquista è esposto al rischio dell’emittente: in caso di insolvenza della banca sarebbe un creditore, non un depositante protetto.

Che differenza c’è tra il certificato UniCredit del 2025 e quello del 2026?

Quello del 2025 era legato all’ETF IBIT di BlackRock, direzionale, con protezione del capitale al 100% e un tetto ai guadagni all’85%. Quello del 2026 è open-end, a gestione attiva con modelli quantitativi di Banor Labs, con una strategia non direzionale che punta alla bassa volatilità invece che al rialzo di Bitcoin ed Ethereum.

Liam Brennan segue banche, macro e regolamentazione per HOGE Wire.

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