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Difficoltà Bitcoin: come si prevede il prossimo aggiustamento

A inizio settembre i modelli davano la difficoltà in calo e invece è salita dell'1,31%. Ecco come si stima il prossimo aggiustamento e perché sbaglia così spesso.

All’inizio di settembre gli osservatori della rete Bitcoin si aspettavano un piccolo taglio. I modelli proiettavano un aggiustamento della difficoltà leggermente negativo, in area -1%: CoinWarz stimava un ritocco intorno al -0,9%. Poi, al blocco 965.664, è successo l’opposto. La difficoltà è salita del +1,31%, a 127,45 T (127,45 mila miliardi, un numero puro senza unità di misura), come registrano i tracker di rete (CoinWarz). La previsione non aveva solo sbagliato l’entità del movimento: aveva sbagliato il segno.

Non è un incidente, è la natura del problema. Prevedere il prossimo aggiustamento della difficoltà è uno degli esercizi più fraintesi di tutto l’ecosistema Bitcoin. Sembra un calcolo deterministico e invece è una stima statistica che si affina blocco dopo blocco, sensibile al rumore di breve periodo, alla temperatura del mercato e persino ai timestamp che i miner scrivono nei blocchi. Questo articolo spiega come si costruisce quella stima, perché cambia (e a volte si capovolge), quali strumenti usano miner e trader per seguirla e che cosa indica, oggi, sul prossimo ritocco atteso intorno al 19-20 settembre.

Che cosa vuol dire davvero prevedere la difficoltà

Prima di tutto, chiariamo l’oggetto. Non stiamo cercando di indovinare dove sarà la difficoltà tra sei mesi: quella è una scommessa sul prezzo di Bitcoin e sull’espansione dei data center, non un calcolo. Prevedere la difficoltà significa una cosa molto più circoscritta: stimare di quanto cambierà al prossimo retarget, cioè al termine dei 2.016 blocchi dell’epoca in corso. È una previsione a brevissimo orizzonte, che riguarda un evento programmato e che, in linea teorica, dovrebbe essere semplice. In pratica non lo è, perché il dato di ingresso (quanto tempo impiegheranno i blocchi ancora da minare) è ignoto e casuale.

Vale la pena fissare lo stato della rete al 13 settembre 2026, perché è il contesto in cui ogni stima va letta. Bitcoin viaggia intorno ai 66.448 euro (circa 77.183 dollari), con una capitalizzazione di circa 1,55 mila miliardi di dollari (CoinGecko). La difficoltà è a 127,45 T, l’hashrate stimato oscilla intorno ai 934 EH/s e i blocchi arrivano poco sotto i dieci minuti. Ecco la fotografia sintetica.

MetricaValore (13 set 2026)
Difficoltà attuale127,45 T (dopo il retarget di inizio settembre, +1,31%)
Massimo storico (nov 2025)circa 155,97 T (siamo circa il 18% sotto)
Hashrate (media 7 giorni)circa 934 EH/s
Hashpricecirca 39,6 $/PH al giorno (circa 34 euro), +22% in un mese
Prezzo BTCcirca 66.448 euro (circa 77.183 $)
Tempo medio di bloccocirca 9 min 37 s (più veloce dell’obiettivo)
Prossimo aggiustamento (stima)+3,9% / +4,5% atteso intorno al 19-20 set

La regola che nessun modello può aggirare

Ogni previsione parte dalla stessa formula, scritta nel protocollo e immutabile. Ogni 2.016 blocchi la rete confronta il tempo effettivamente impiegato per minarli con l’obiettivo teorico di 20.160 minuti (2.016 blocchi per 10 minuti, cioè esattamente due settimane) e riscala la difficoltà in proporzione inversa: difficoltà nuova uguale difficoltà vecchia moltiplicata per 20.160 diviso i minuti effettivi dell’epoca. Se i blocchi sono arrivati troppo in fretta, il rapporto è maggiore di uno e la difficoltà sale; se sono arrivati lenti, scende. Non c’è discrezionalità, non c’è un comitato, non c’è un oracolo di prezzo: solo aritmetica su un intervallo di tempo osservato.

È il meccanismo che Satoshi Nakamoto descrisse nel white paper originale: «To compensate for increasing hardware speed and varying interest in running nodes over time, the proof-of-work difficulty is determined by a moving average targeting an average number of blocks per hour. If they’re generated too fast, the difficulty increases». In italiano: la difficoltà è una media mobile che punta a un numero medio di blocchi all’ora, e se i blocchi vengono generati troppo in fretta la difficoltà aumenta. Chi prevede il prossimo aggiustamento non fa altro che anticipare il risultato di quella media mobile prima che l’epoca si chiuda. La regola completa ha alcune sottigliezze tecniche (il conteggio misura in realtà 2.015 intervalli tra i 2.016 blocchi, e i timestamp devono rispettare la regola del median-time-past e il limite delle due ore nel futuro), ma per la stima pratica conta soprattutto una cosa: la difficoltà reagisce al tempo, non ad altro.

Proprio quelle sottigliezze spiegano perché i modelli più precisi non si limitano a dividere due numeri tondi. Il famoso errore off-by-one, per cui la rete misura 2.015 intervalli invece dei 2.016 che ci si aspetterebbe, introduce una piccola distorsione sistematica dell’ordine dello 0,05%: minuscola sul singolo retarget, ma sufficiente a far divergere una stima grezza da quella dei tracker professionali. Allo stesso modo, la regola del median-time-past impedisce che un singolo timestamp anomalo sballi il conteggio, perché il tempo di un blocco deve essere maggiore della mediana degli undici precedenti. Un buon previsore tiene conto di questi dettagli; un foglio di calcolo improvvisato no, ed è una delle ragioni per cui le stime fatte in casa si discostano da quelle di CoinWarz o mempool.space.

La rete non misura l’hashrate, misura il tempo

Qui sta il primo grande equivoco. Molti immaginano che la rete conti la potenza di calcolo collegata e regoli la difficoltà di conseguenza. Non è così, e non potrebbe esserlo: l’hashrate non è una grandezza osservabile. Nessuno può sapere quanti hash al secondo stiano calcolando in questo istante le macchine sparse tra Texas, Paraguay e Golfo Persico. L’hashrate che leggiamo su CoinGecko o Hashrate Index è sempre una stima, ricavata a ritroso proprio dalla difficoltà e dai tempi di blocco.

La rete osserva l’unica cosa che ha a disposizione: il tempo. Come ha sintetizzato l’analisi di cryptolexicon commentando il retarget di settembre, la rete non misura l’hashrate, misura il tempo, e l’epoca appena chiusa era stata minata leggermente più in fretta del bersaglio delle due settimane. Questo ribalta il problema per chi vuole prevedere: non serve stimare quanti EH/s siano online, serve stimare quanto velocemente arriveranno i blocchi mancanti. Ed è una domanda a cui, per costruzione, non esiste risposta certa fino a quando quei blocchi non sono stati minati.

La matematica della stima, passo per passo

Il metodo standard per stimare il prossimo aggiustamento è una semplice estrapolazione. Si guarda a che punto è l’epoca in corso e si assume che il ritmo osservato finora prosegua fino alla fine. In quattro passaggi:

  • Conta quanti blocchi sono già stati minati nell’epoca in corso e quanto tempo hanno impiegato.
  • Calcola il tempo medio per blocco osservato finora.
  • Proietta quel ritmo sull’intera epoca di 2.016 blocchi.
  • Confronta il tempo proiettato con l’obiettivo di 20.160 minuti: il rapporto è la variazione stimata.

Un esempio con i numeri di oggi. Al 13 settembre l’epoca in corso ha prodotto circa 1.180 dei suoi 2.016 blocchi, con un tempo medio poco sotto i 9 minuti e 40 secondi. Se quel ritmo reggesse fino alla fine, i 2.016 blocchi si chiuderebbero in circa 19.390 minuti invece dei 20.160 previsti: 20.160 diviso 19.390 fa circa 1,04, cioè un aumento di circa il 4%. È esattamente la forbice che oggi mostrano CoinWarz (+3,93%) e mempool.space (+4,49%). Il calcolo, in sé, è banale. Il punto delicato è che quel tempo medio non è stabile: è la media di un processo casuale, e finché mancano più di 800 blocchi il numero continuerà a muoversi.

Per capire quanto pesa l’avanzamento dell’epoca, immaginiamo la stessa rete a tre momenti diversi con lo stesso ritmo di fondo. Al 10% del percorso, con appena duecento blocchi minati, un paio di blocchi fortunati possono spostare la proiezione di due o tre punti percentuali in un colpo solo. Al 50%, con oltre mille blocchi, lo stesso colpo di fortuna sposta la stima di poche frazioni di punto. Al 90%, con quasi tutti i 2.016 blocchi già noti, restano da minare così pochi blocchi che il risultato è ormai quasi scritto: solo un crollo o un’impennata improvvisa dell’hashrate potrebbero cambiarlo. È questa curva, dal rumore alla certezza, che rende la lettura dell’avanzamento più importante della percentuale in sé.

Perché all’inizio le stime sono solo rumore

Il mining è un processo di Poisson: ogni tentativo di trovare un blocco è indipendente dagli altri e la probabilità di successo per unità di tempo è costante finché la difficoltà non cambia. La conseguenza matematica è che gli intervalli tra un blocco e l’altro seguono una distribuzione esponenziale, con una varianza molto alta. Tradotto: anche con un hashrate perfettamente costante, un blocco può arrivare in due minuti e il successivo in venticinque. È normale, non è un guasto.

Attenzione a non confondere due cose diverse. La stima interinale del prossimo aggiustamento è rumorosa, ma il valore finale, una volta chiusa l’epoca, è preciso al centesimo di punto: è il risultato di un conteggio esatto su 2.016 blocchi, non di una previsione. In altre parole, il rumore vive tutto nella fase di attesa. Con duemila campioni la media dei tempi di blocco su un’intera epoca è statisticamente solida; è solo mentre l’epoca è a metà che pochi blocchi pesano troppo. Chi confonde l’incertezza della previsione con una presunta imprecisione del meccanismo sbaglia bersaglio: il termostato è affidabile, è la nostra fretta di leggerlo in anticipo a introdurre l’errore.

Ecco perché a inizio epoca la stima è quasi inservibile. Con cento blocchi minati su 2.016, la media osservata è dominata dalla fortuna: bastano tre o quattro blocchi arrivati in rapida successione per far pendere la proiezione verso un forte aumento, e altrettanti blocchi lenti per capovolgerla. Kaan Farahani, Research Associate di Luxor Technology, lo ha spiegato bene nel roundup di Hashrate Index: «Early on, difficulty predictions are shaky because of short-term variance. As time (or blocks) pass, the noise fades and the signal sharpens». All’inizio le previsioni ballano per la variabilità di breve periodo; con il passare dei blocchi il rumore svanisce e il segnale si affina. La regola pratica che ne discende è netta: una stima fatta al 10% dell’epoca vale poco, una fatta al 90% è quasi definitiva.

Gli ultimi retarget lo dimostrano in modo quasi didattico. La tabella confronta la stima iniziale con il valore effettivo: nel caso del 23 agosto la proiezione di dieci giorni prima era del -3,07%, il risultato reale -1,31%; a settembre la stima negativa si è addirittura ribaltata in positivo.

RetargetStima a inizio epocaValore effettivo
23 ago (blocco 963.648)-3,07% (Hashrate Index, 10 ago)-1,31%
6 set (blocco 965.664)circa -1% (leggermente negativa)+1,31%
19-20 set (blocco 967.680)+3,9% / +4,5% (in corso)da definire

Il caso del 6 settembre: quando la previsione si capovolge

Il retarget di inizio settembre merita un ingrandimento, perché è la migliore lezione sulla fragilità delle stime. Per gran parte dell’epoca precedente i modelli indicavano un piccolo calo: la difficoltà era attesa in area -1%, coerente con un hashrate che a fine estate sembrava ancora stanco. Poi, al blocco 965.664, l’aggiustamento è arrivato a +1,31%, portando la difficoltà a 127,45 T (CoinWarz). Segno invertito, non solo entità sbagliata.

Due spiegazioni convivono, e sono entrambe istruttive. La prima è statistica: una stima negativa vicina allo zero è la più fragile di tutte, perché basta un pugno di blocchi veloci nella seconda metà dell’epoca per spingerla oltre la linea dello zero. La seconda è economica. In quelle stesse settimane l’hashprice, cioè il ricavo giornaliero per unità di potenza, è risalito di oltre il 22% fino a superare i 39 dollari per PH al giorno, trainato dal rally del prezzo (cryptolexicon). Margini migliori significano macchine che tornano accese e operatori che spingono di più: anche un piccolo recupero di potenza, invisibile alle stime iniziali, accelera i blocchi e ribalta il calcolo. Prevedere la difficoltà, insomma, richiede di anticipare non solo la fortuna dei blocchi ma anche la reazione dei miner alle condizioni di mercato.

Come si sarebbe potuto leggere il segnale in tempo reale? Chi avesse guardato solo la percentuale stimata a inizio epoca sarebbe rimasto ingannato. Chi invece avesse incrociato tre indizi (l’avanzamento ancora basso dell’epoca, la forbice ampia tra i tracker e il contemporaneo balzo dell’hashprice) avrebbe capito che la stima negativa era fragile e che il rischio era orientato verso l’alto. È esattamente il metodo che questo articolo propone: non fidarsi del singolo numero, ma pesarlo con il contesto. Il retarget di settembre non ha smentito i modelli, ha ricordato che vanno letti con le probabilità in mano, non come oracoli.

Perché due tracker danno numeri diversi

Chiunque abbia aperto due siti diversi lo ha notato: alla stessa ora, CoinWarz e mempool.space raramente concordano sulla percentuale del prossimo aggiustamento. Oggi il primo indica circa +3,93%, il secondo circa +4,49%. Non è un errore di nessuno dei due: è la conseguenza di scelte metodologiche legittime ma diverse.

Alcuni modelli usano la media dei tempi di blocco sull’intera epoca in corso, dando lo stesso peso ai blocchi di dieci giorni fa e a quelli di un’ora fa. Altri pesano di più i blocchi recenti, sul presupposto che l’hashrate delle ultime ore sia il miglior indizio di quello delle prossime. Quando la rete accelera, come in questi giorni, il modello che pesa il recente restituisce una stima più alta; quando rallenta, succede il contrario. Nessuno dei due è oggettivamente giusto: sono due scommesse diverse su come si comporterà l’hashrate nei blocchi ancora da minare. La lettura corretta non è scegliere il tracker preferito, ma trattare la forbice tra i due come una misura dell’incertezza residua. Quando i numeri convergono, l’epoca è quasi finita e la stima è solida; quando divergono, siamo ancora nel territorio del rumore.

Gli strumenti per seguirla da soli

Non serve un foglio di calcolo per replicare questi conti: diversi cruscotti pubblici li fanno in tempo reale e li aggiornano a ogni blocco. Vale però la pena sapere che cosa mostra ciascuno e con quali limiti.

StrumentoChe cosa mostraNota
mempool.spaceBarra di avanzamento dell’epoca, blocchi mancanti, stima %, tempo residuoAggiorna a ogni blocco, tende a pesare i blocchi recenti
CoinWarz (difficulty-chart)Stima del prossimo aggiustamento e storico dei retargetUtile per la serie storica delle variazioni
Luxor Hashrate IndexStima difficoltà, hashprice e commento di mercatoTaglio economico, pensato per i miner
Clark Moody DashboardDifficoltà, epoca, tempo medio di bloccoCruscotto on-chain generale
Blockchain.com / btc.comDifficoltà storica e stima di baseBuoni per il quadro d’insieme

Il consiglio operativo è sempre lo stesso: guardare per prima cosa l’avanzamento dell’epoca. Una stima al 20% del percorso va presa come indicazione grezza; oltre il 70-80% diventa affidabile. E, se due fonti divergono di più di un paio di punti percentuali, l’epoca è ancora troppo giovane per fidarsi del numero.

I paletti teorici: il clamp da 0,25x a 4x

C’è un limite oltre il quale nessuna previsione ha senso, ed è scritto nel protocollo. Un singolo retarget non può moltiplicare la difficoltà per più di 4 né dividerla per più di 4: il tetto è quindi +300% verso l’alto e -75% verso il basso in una sola epoca. È un paracadute pensato per un evento estremo, in cui metà della rete sparisca di colpo, e nella storia di Bitcoin non è mai stato nemmeno avvicinato. Il calo reale più violento resta il -27,94% del 3 luglio 2021, quando il divieto cinese al mining mandò offline oltre la metà dell’hashrate in poche settimane. Anche in quel caso, il movimento fu ben lontano dal limite del -75%.

Per chi prevede, questo significa una cosa semplice: qualsiasi stima al di fuori della forbice tra -75% e +300% è priva di significato, e in condizioni normali il campo di gioco reale è enormemente più stretto, dell’ordine di pochi punti percentuali in un senso o nell’altro. Le variazioni a due cifre restano eventi rari, legati a shock fisici (un bando, un blackout regionale, un’ondata di gelo) più che alla normale oscillazione statistica.

Vale la pena notare l’asimmetria di quel paracadute. Il limite inferiore (dividere per non più di 4) è quello che conta davvero: protegge la rete dallo scenario in cui una quota enorme di hashrate sparisce di colpo e i blocchi rallentano al punto da paralizzare le conferme. Senza clamp, un crollo estremo potrebbe intrappolare la rete in epoche lunghissime prima del successivo aggiustamento. Il limite superiore serve meno, perché è difficile che la potenza quadruplichi in due settimane. Per il previsore la conseguenza pratica è che il rischio di coda vero sta verso il basso: gli shock che spingono la difficoltà oltre le attese sono quasi sempre cali, non impennate.

Prevedere la difficoltà è prevedere i miner

Oltre l’orizzonte della singola epoca, prevedere la difficoltà smette di essere un problema statistico e diventa un problema economico. La difficoltà nel medio periodo insegue l’hashrate, e l’hashrate insegue i margini: quando minare è redditizio le macchine si accendono, quando non lo è si spengono. Nikolaos Panigirtzoglou, managing director di JPMorgan, ha quantificato questo legame con una beta difficoltà-prezzo di 0,62 e un costo di produzione stimato intorno ai 78.000 dollari per BTC, spiegando che «when bitcoin trades below its production cost, higher-cost miners power down, the hashrate declines, and difficulty adjusts lower»: quando Bitcoin scambia sotto il costo di produzione, i miner meno efficienti spengono le macchine, l’hashrate cala e la difficoltà si aggiusta verso il basso.

Nel 2026 questa catena si è complicata per una ragione nuova. La stessa energia che alimenta gli ASIC è oggi contesa dai carichi di intelligenza artificiale e high-performance computing, spesso molto più redditizi per megawattora. CoinShares stima che i grandi miner quotati arriveranno a ricavare fino al 70% dei ricavi da AI e HPC entro fine anno, con oltre 70 miliardi di dollari di contratti già firmati nel settore (news.bitcoin.com). È lo stesso mercato di calcolo affamato di GPU che HOGE Wire ha raccontato nel marketplace di GPU decentralizzate di Akash. Prevedere la difficoltà, in questo scenario, vuol dire prevedere quanti megawatt resteranno dedicati al SHA-256 invece di migrare verso l’addestramento dei modelli: una decisione di capitale, non di aritmetica.

C’è poi un secondo orologio che i previsori di lungo periodo non possono ignorare: quello dell’halving. La difficoltà si aggiusta ogni due settimane, ma il sussidio ai miner si dimezza ogni quattro anni, e il prossimo taglio, atteso intorno al 2028, porterà la ricompensa da 3,125 a 1,5625 BTC per blocco. A parità di prezzo, quel giorno il ricavo dei miner si dimezza di colpo, con un’ondata di spegnimenti probabile e quindi un calo della difficoltà nelle epoche successive. Prevedere la difficoltà oltre l’anno significa perciò incrociare due dinamiche: il ritmo lento e prevedibile dell’halving e quello nervoso e imprevedibile del prezzo e della concorrenza per l’energia.

Il 2026, un anno di aggiustamenti nervosi

Il motivo per cui le stime hanno sbagliato tanto quest’anno è che il 2026 è stato uno degli anni più volatili di sempre per la difficoltà. Dopo il picco storico di quasi 156 T del novembre 2025, la rete ha alternato tagli e rimbalzi bruschi, con un calo del 14% dai massimi dell’anno che ha spinto molti operatori a ripensare il modello di business (CoinDesk). È stato, tra l’altro, appena la seconda volta nella storia in cui la difficoltà è scesa rispetto all’anno precedente, dopo il 2021 del bando cinese.

DataDifficoltàVariazione
14 giu124,93 T-10,09% (il calo più forte del 2026)
27 giu133,87 T+7,15%
11 lug127,17 T-5,00%
25 lug126,23 T-0,74%
8 ago127,48 T+0,99%
23 ago125,81 T-1,31%
6 set127,45 T+1,31%

La differenza rispetto al passato è qualitativa. I cali del 2018 e del 2022 erano capitolazioni da mercato orso; quello del 2021 fu un divieto imposto dall’alto. Il ridimensionamento del 2026 è invece in gran parte volontario: nessuno ha vietato nulla, semplicemente il capitale e i megawatt si spostano dove rendono di più. Questo rende la difficoltà meno prevedibile, perché non risponde più solo a una legge fisica (il prezzo scende, i miner spengono) ma a una scelta strategica che può cambiare da un trimestre all’altro.

Per i modelli di previsione, un anno così è un banco di prova severo. L’estrapolazione lineare funziona bene quando l’hashrate cresce o cala con regolarità, ma va in crisi nei cambi di regime, quando un’ondata di capacità si accende o si spegne in poche settimane per ragioni esterne al mining. Il 2026 ha offerto proprio questo: fasi di stabilità interrotte da rotazioni improvvise verso l’AI, curtailment estivi in Texas e rientri altrettanto rapidi quando l’hashprice è risalito. Nessuna formula che guardi solo ai blocchi passati può anticipare la decisione aziendale di spostare un gigawatt di potenza; ed è per questo che, quest’anno più che mai, le stime a inizio epoca vanno prese per quello che sono, ipotesi provvisorie.

Che cosa cambia per chi mina e per chi specula

Per un miner la previsione della difficoltà non è un esercizio accademico: è pianificazione. Un aumento atteso del 4% significa che, a parità di prezzo, il ricavo per macchina scenderà di circa il 4% dopo il retarget, e questo influenza le decisioni su quando accendere nuovi impianti, quando vendere BTC per coprire i costi e a quale prezzo fissare i contratti forward sull’hashprice. Chi opera su margini sottili preferisce deployare hardware subito dopo un aggiustamento al ribasso, quando la propria quota della rete è temporaneamente più alta.

Proprio perché la difficoltà futura è incerta, è nato un mercato per scambiarne il rischio. I contratti forward e i future sull’hashprice permettono ai miner di fissare oggi il ricavo di domani, trasferendo a una controparte la scommessa su come si muoveranno difficoltà e prezzo. Il prezzo di quei contratti incorpora, di fatto, l’aspettativa collettiva sul percorso della difficoltà nei mesi a venire: se il mercato prezza un hashprice forward più basso dello spot, sta scommettendo che la difficoltà salirà o che il prezzo scenderà. Per un analista, leggere la curva forward dell’hashprice è quindi un modo indiretto ma potente di vedere che cosa si aspetta il mercato dalla difficoltà, ben oltre la stima meccanica del prossimo retarget.

Per chi specula, la difficoltà è soprattutto un indicatore ritardato e di conferma. Non anticipa il prezzo: lo segue con un ritardo di circa due settimane, perché fotografa a posteriori l’hashrate che i miner hanno impiegato. Per questo va letta insieme al prezzo e ai flussi macro, non isolata, e la sua utilità come segnale emerge soprattutto nei giorni in cui azioni e crypto si muovono all’unisono, come abbiamo analizzato a proposito della correlazione tra azioni e crypto nei giorni macro. Una difficoltà che cala mentre il prezzo sale, come talvolta accaduto quest’anno, racconta una rotazione di capitale verso l’AI più che una capitolazione dei miner: leggere male questa distinzione è l’errore più comune di chi usa la difficoltà come segnale operativo.

Il caso limite: timestamp, timewarp e la fiducia nel modello

C’è un presupposto nascosto in tutto questo ragionamento: che i timestamp dei blocchi siano onesti. La formula della difficoltà usa i tempi dichiarati nell’intestazione dei blocchi, non un orologio esterno, e questo apre una vulnerabilità nota da anni, il timewarp. Manipolando i timestamp ai margini di un’epoca, una maggioranza di hashrate ostile potrebbe far sembrare i blocchi molto più lenti di quanto siano, spingendo la difficoltà artificialmente verso il basso e minando l’intera logica dei retarget. Finché i miner giocano lealmente il modello di previsione tiene; se giocassero sporco, salterebbe il banco.

È la ragione per cui la comunità lavora da tempo a una soluzione, la BIP-54 nota come Great Consensus Cleanup, che tra le altre cose imporrebbe al primo blocco di una nuova epoca di non avere un timestamp troppo anteriore all’ultimo blocco dell’epoca precedente (Bitcoin Optech). Il tema è tecnico e ha implicazioni di governance non banali, tanto che HOGE Wire lo ha trattato in un pezzo dedicato al bug del timewarp e alla cura BIP-54. Ai fini della previsione basta ricordare che ogni stima assume la buona fede della rete: un’assunzione finora sempre rispettata, ma non garantita dal codice attuale.

Difficoltà, Italia e il quadro normativo

Sul piano regolatorio, la difficoltà e il mining vivono in una zona grigia rispetto alle crypto tradizionali. In Europa il regolamento MiCA disciplina chi offre servizi su crypto-asset (exchange, custodi, emittenti), non il protocollo né l’attività di mining in sé; in Italia la vigilanza spetta a Consob per la condotta di mercato e alla Banca d’Italia per i profili prudenziali, mentre i derivati su crypto restano sotto MiFID II. Minare Bitcoin, di per sé, non è un servizio finanziario autorizzato: chi lo fa non è un CASP e non ricade nel perimetro MiCA, anche se resta soggetto alle regole fiscali e ambientali ordinarie.

Anche negli Stati Uniti il quadro si è chiarito: nel marzo 2025 la SEC ha stabilito che l’attività di proof-of-work mining, in solitaria o in pool, non costituisce di per sé un’offerta di titoli (SEC), e il dibattito sul confine tra competenze SEC e CFTC resta caldo, con il voto sul CLARITY Act atteso a metà settembre, come raccontiamo nell’analisi sul voto del 15 settembre. Per il singolo investitore italiano, infine, ciò che conta di più è il fisco: i proventi da crypto vanno dichiarati e monitorati nei quadri dedicati, con la scadenza che HOGE Wire ha ricostruito nella guida al quadro T e alla corsa al 30 settembre. La difficoltà, insomma, resta un fatto tecnico: ma il suo contorno normativo è ormai parte del quadro che ogni operatore serio deve conoscere.

Domande frequenti

Come si prevede il prossimo aggiustamento della difficoltà Bitcoin?

Si osserva quanti blocchi sono già stati minati nell’epoca in corso e quanto tempo hanno impiegato, si calcola il tempo medio per blocco e lo si proietta sui 2.016 blocchi complessivi. Se l’epoca procede più veloce dei 10 minuti obiettivo la difficoltà salirà, se procede più lenta scenderà. La stima si affina man mano che l’epoca avanza.

Perché le stime della difficoltà cambiano così spesso?

Perché i tempi tra un blocco e l’altro sono casuali: anche con un hashrate costante l’intervallo medio oscilla per pura variabilità statistica. All’inizio dell’epoca i blocchi disponibili sono pochi e il rumore domina il segnale, così la stima balla; con il passare dei blocchi la media si stabilizza e la previsione diventa affidabile.

Ogni quanto cambia la difficoltà di Bitcoin?

La difficoltà si ricalcola ogni 2.016 blocchi, cioè circa ogni due settimane se i blocchi arrivano al ritmo obiettivo di uno ogni dieci minuti. Nella pratica l’intervallo è un po’ più corto o più lungo a seconda di quanto è veloce la rete, quindi le date dei retarget slittano di qualche ora o giorno.

Che differenza c’è tra difficoltà e hashrate?

L’hashrate è la potenza di calcolo che i miner dedicano alla rete e non è misurabile direttamente, si può solo stimare. La difficoltà è un numero fissato dal protocollo che regola quanto è raro trovare un blocco valido. La rete non osserva l’hashrate: osserva i tempi di blocco e regola la difficoltà di conseguenza.

Dove posso vedere la stima del prossimo aggiustamento?

Siti come mempool.space, CoinWarz e Luxor Hashrate Index mostrano in tempo reale l’avanzamento dell’epoca, i blocchi mancanti e la variazione stimata. È normale che diano percentuali leggermente diverse, perché usano finestre di calcolo e pesi diversi sui blocchi più recenti.

Di Marcus Okafor, redazione Bitcoin e mining di HOGE Wire.

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